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Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

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Paura della morte e felicità

di Marina Sozzi

 

Perché abbiamo paura della morte? E soprattutto, è possibile addomesticare tale inquietudine, che per alcuni è un vero e proprio disagio con cui convivere?

Non parlo tanto, qui, della paura della morte che si manifesta nella prossimità della nostra fine biologica, ma di quell’inesausto sgomento che ci prende al pensiero della nostra finitezza, che può condizionarci a ogni età e in ogni situazione di vita. Quella paura che rende vano, e forse anche futile, il detto del filosofo greco Epicuro, secondo cui “se ci siamo noi, non c’è la morte, se c’è la morte non ci siamo più noi”. Infatti, nonostante questa sia un’indubbia verità, passiamo buona parte della nostra vita ad avere paura, perché vita e morte non sono realtà chiaramente distinte, ma aspetti fittamente intrecciati del destino umano.

La paura della morte è legata, nell’uomo, proprio all’acuta coscienza che egli ha del proprio limite. La morte rappresenta l’ignoto oltre la fine, il mistero per antonomasia, e gli esseri umani hanno sempre cercato soluzioni per attutire l’angoscia che ne deriva loro: risposte religiose, come quella del cristianesimo o dell’islam, che prefigurano altri mondi cui la morte apre il passaggio. O consolazioni laiche, come il pensiero dell’“eredità d’affetti” che ciascuno può lasciare all’umanità, sulla falsariga di Foscolo.

Il quesito è se sia possibile addomesticare, anche se non proprio superare, la paura della fine nel corso della nostra vita. Il filosofo Jankélévitch sosteneva che da un lato c’è la morte come legge naturale, necessità impersonale, perfettamente comprensibile e razionalizzabile. Dall’altro lato c’è la morte come minaccia concreta, inaccettabile, tragica e scandalosa, che incombe sul singolo individuo. In questo secondo significato la morte è inconoscibile e indicibile. Il pensiero si annienta se prende come oggetto la morte, e l’angoscia che essa suscita è legata al nostro tempo umano, all’impossibilità di rappresentazione, al crollo, all’annullamento, all’inabissarsi del pensiero stesso. Sembra dunque, come peraltro pensava anche Sartre, che sia impossibile prepararsi alla morte, e quindi anche affrontare la paura della morte.

A mio modo di vedere, però, occorre capirsi sul significato che diamo al temine “morte”. Se per morte intendiamo l’istante del trapasso, si può dare ragione a Jankélévitch.

Tuttavia, proprio per via della stretta implicazione che c’è tra vita e morte nella quotidianità umana, è possibile accostarsi al pensiero della finitezza in molti modi. Uno di questi è cominciare a guardare alla nostra cultura dal punto di vista della consapevolezza della mortalità. C’è infatti una difficoltà antropologica nell’affrontare la paura di morire, ma ce n’è una molto più grande che è di carattere culturale.

La nostra società ci impone infatti di non condividere socialmente l’ansia per la morte: parlare di morte è considerato segno di indelicatezza o di cattiva educazione, in particolare in presenza di persone anziane, bambini o malati. Il diktat del silenzio induce nella maggior parte dei nostri contemporanei la mancanza di elaborazione, perché l’uomo, animale sociale, non riesce ad accogliere e sistematizzare le proprie ansie e paure se non nella dimensione della condivisione. In questo clima, all’individuo non resta che cercare di sfuggire alle proprie ansie non pensandoci, distraendosi, mettendole da parte ogni volta che si presentano. Invece di cercare di fare i conti con la finitezza, scappiamo a gambe levate, buttandoci nel lavoro o in troppe relazioni superficiali, talvolta facciamo uso di sostanze psicotrope più o meno legali, acquistiamo oggetti inutili. Forse così facendo siamo funzionali alle logiche della civiltà nella quale viviamo, ma certo non contribuiamo alla nostra felicità.

Abbiamo citato la felicità. C’è forse un legame tra elaborazione della paura della morte e felicità? Penso di sì, a patto di non intendere per felicità l’insulsa spensieratezza che aleggia negli spot pubblicitari, a patto di comprenderla come quello stato di appagamento in cui coincidiamo con quel che siamo, perché abbiamo accettato i nostri limiti. E a patto, inoltre, di non illudersi di poter trovare, una volta per tutte, un’incrollabile serenità di fronte alla nostra morte. Ho sperimentato in prima persona, durante la mia malattia oncologica, la difficoltà della mente ad accogliere la propria possibile morte, il rifiuto di toccare la concretezza della fine. Attraverso quell’esperienza mi sono fatta l’idea che solo in una reale prossimità della morte biologica sarà forse possibile lambirla – se non coglierla – col pensiero.

Tuttavia, se si accetta che il dialogo con la morte ci accompagni negli anni, ritengo che il percorso di avvicinamento al pensiero della fine serva, e sia in grado, oltre che di addomesticare la paura, anche di arricchire all’inverosimile la vita: di emozioni, sensibilità, intelligenza. E di riempire di significato le relazioni più autentiche. Ce la dice lunga, a tal proposito, la lettera di Holly Butcher postata su Facebook il 3 gennaio e rapidamente diventata virale: “Voglio solo che la gente smetta di preoccuparsi così tanto dei piccoli stress insignificanti della vita e cerchi di ricordare che tutti abbiamo lo stesso destino, dopo tutto. Quindi: fai quello che puoi per far sì che il tuo tempo sia degno e grande.”

Ma come fare a venire a patti con la paura della morte? Pensiamo innanzitutto che essa non è un monolite, ma è composta da un insieme inestricabile di tante paure più o meno grandi.

Ottenere una migliore convivenza con questa paura, allora, comporta un processo elaborativo, che non può essere fatto in solitudine. Occorre rigirarsela in mente insieme a persone che ci comprendano, scomponendola, e guardando dentro a quel contenitore della Grande Paura, che sembra impossibile da aprire. Cosa troviamo là dentro? Timore della sofferenza? Della perdita della propria individualità? Del dolore di chi resta? Dell’annientamento del nostro mondo? Come bamboline russe, una dentro l’altra, possiamo imparare a estrarre queste paure più piccole una alla volta, esaminarle e cercare di comprendere la loro funzione nella nostra vita. Vedremo allora scendere il tasso di inquietudine, e cominceremo a capire cosa davvero è importante per noi.

Avere paura, sentirsi fragili, non è disdicevole, è umano. Non ce lo ripeteremo mai abbastanza. E Holly scrive: “E’ questa la cosa della vita: è fragile, preziosa e imprevedibile, e ogni giorno è un dono, non un diritto dato.”

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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E’ possibile preparasi alla morte da laici?

Nel corso del Novecento ci sono due posizioni filosofiche contrapposte, l’una che dà una risposta affermativa a questo interrogativo, l’altra negativa.

Per Martin Heidegger (Essere e tempo, 1927), l’uomo è un essere che si sente sempre incompleto, inappagato, angosciato. Può cercare di zittire la sua angoscia esistenziale facendo progetti e gettandosi nel vortice della vita. Nella frenesia del fare, l’uomo si dice: la morte verrà nel futuro, ma non mi riguarda ora, nel mezzo dell’esistenza, che è volta alla realizzazione. Tuttavia, questo modo di affrontare la vita è per Heidegger inautentico: l’unico modo autentico di vivere è comprendere che siamo votati alla morte.

Non per piangerci sopra, né per trovare una consolazione religiosa. Ma per accettare la finitezza, con consapevolezza, senza fuggire nella dimensione dello sterile affaccendarsi e del conformismo. Pertanto l’uomo che vive appieno medita sulla morte.

Agli antipodi sta l’approccio di Jean-Paul Sartre (L’essere e il nulla, 1943), il quale negò che la morte riveli qualcosa di essenziale sull’essere umano. E’ impossibile, dice, mettersi in relazione con la propria morte, che è un evento indeterminato, portato dal caso, che rappresenta l’annientamento delle umane possibilità.

La morte, anzi, appare assurda, contingente, indipendente da ogni umana possibilità; e, lungi dall’attribuire senso alla vita, è ciò che la priva del suo significato. La morte ci parla solo del fatto che gli esseri umani sono organismi biologici a termine. Sartre fa un paragone: afferma che tutti gli uomini sono come dei condannati a morte, che attendono la fucilazione nel braccio della morte, e che tentano di prepararsi a questo evento. E intanto vengono spazzati via da un’epidemia di influenza spagnola.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Cina, la tomba dell’Illuminato. “Trovati i resti cremati di Buddha”

Circa 2.000 sharira appartenenti a Siddhartha Gautama, raccolti e sepolti mille anni fa da due monaci del monastero di Longxing
di  MARIA LUISA PRETE

Resti umani cremati rinvenuti in un cassone di ceramica nella contea di Jingchuan, in Cina, sembrano essere appartenuti a Buddha. Almeno così si legge nell’iscrizione trovata accanto: “I monaci Yunjiang e Zhiming della scuola Lotus, che appartenevano al tempio Mañjusri del monastero di Longxing nella prefettura di Jingzhou, hanno raccolto più di 2.000 pezzi di sharira, così come denti e ossa del Buddha, e li hanno seppelliti nella sala Mañjusri di questo tempio “.

Il termine sharira ha un’accezione ampia e indica qualsiasi tipo di reliquia legata all”Illuminato’, originario del Nepal. E’ quanto risulta dalle relazioni degli archeologi, tradotte in inglese nella rivista Chinese Cultural Relics. Gli scavi nella zona erano iniziati cinque anni fa per riparare le strade del villaggio di Gongchi. Poi, la scoperta di un tesoro: non solo quella che sembra la tomba del famoso asceta, ma anche 260 statue buddiste a corredo.

Secondo la tradizione, Gautama Siddharta morì a Kusinagara, in India nel 486 a.C. e il suo corpo, avvolto in centinaia di pezze di cotone, venne cremato nel corso di una cerimonia imponente. La disputa per impossessarsi dei resti portò alla loro suddivisione tra i maggiori contendenti e alla relativa dispersione dell’immenso patrimonio della sharira.

Circa 1000 anni fa, Yunjiang e Zhiming avrebbero trascorso vent’anni della loro vita a rimettere insieme i resti di Buddha, seppellendo, infine, il loro tesoro il 22 giugno del 1013. Adesso, la loro sacra collezione è stata riportata alla luce.

Gli archeologi non danno certezze: non c’è modo di sapere se effettivamente questi resti appartengano al fondatore di una delle religioni più antiche del mondo.

Rimarrà un mistero. Ma la scoperta ha comunque un grande valore storico perché fornisce un approfondimento inedito sulla cultura che ha plasmato e segnato il buddismo. Le statue, alte circa 2 metri – rinvenute nei pressi del cassone ma forse sepolte in tempi differenti – raffiguranti il Buddha, devoti illuminati, dei o semplici oggetti legati alla spiritualità buddista, erano parte di un complesso luogo di culto.

Questo è solo l’ennesimo capitolo delle vicende legate alle ceneri dell’Illuminato. Tra le precedenti scoperte archeologiche in Cina, quella di un osso del cranio, apparentemente al Buddha, trovato all’interno di uno scrigno d’oro a Nanjing.

 

articolo tratto da Repubblica.it

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Stare vicini a chi è in lutto

di Marina Sozzi

Il lutto è un momento di cambiamento difficile, forse l’esperienza più dura di fronte alla quale si trova un essere umano. E’ un tempo rischioso: il legame profondo e costitutivo che ci lega alle altre persone implica il pericolo di smarrire noi stessi perdendo chi ci è caro. Al contempo, il lutto è un periodo potenzialmente fecondo, come tutte le situazioni che richiedono un cambiamento importante, una riflessione e una revisione della propria vita, delle proprie priorità, delle proprie relazioni e delle proprie scelte.

Vivere nella società occidentale non è di aiuto a chi è in lutto. La nostra cultura ha provato a eliminare la sofferenza (in generale) e la sofferenza legata al lutto in particolare. Richiede a chi ha subito una perdita di fare in fretta a risolvere il proprio lutto e stare di nuovo bene, tornare a produrre e soprattutto a consumare. Sul lavoro si possono prendere tre giorni per lutto, poi – se non è ancora possibile tornare a lavorare – occorre mettersi in mutua. E, dal punto di vista simbolico, mettersi in mutua significa essere malati.
La maggior parte dei riti legati alla morte sono scomparsi, soprattutto nello spazio urbano. La nostra civiltà non elabora, non riflette, non inventa rituali e usanze sociali sull’esperienza della morte, e ha relegato nell’interiorità dell’individuo la difficoltà del lutto. Il dolore per la perdita è diventato un problema interno alla psiche degli individui, che coinvolge solo in minima parte le reti sociali dei cittadini. La psicologia ha avuto in gestione il lutto, così come alla medicina è stato delegato il trattamento della fine della vita.

Non stupisce quindi che la maggior parte delle persone in lutto si trovino in una profonda solitudine, poco accolte, poco accettate da una cultura imbarazzata dal dolore umano e ancor più dalla morte.

Questa è la ragione per cui si è creata l’esigenza di offrire strategie per sostenere chi è in lutto.

La proposta di aiuto si sta diffondendo, anche se solo a macchia di leopardo sul territorio italiano (se vi interessa approfondire, andate qui). Gruppi di Auto Mutuo Aiuto, gruppi condotti da un terapeuta, colloqui individuali, anche via Skype, metodi basati sulla narrazione o sulla corrispondenza, blog o forum. Chiedere un aiuto strutturato o professionale, quando si soffre per una grave perdita, può essere decisivo. Siamo animali sociali e non siamo fatti per risolvere complessi cambiamenti esistenziali in solitudine.

Inoltre, non va sottovalutato l’aiuto che proviene dal nostro entourage amicale e sociale. Se riuscissimo a mettere da parte il disagio e il timore di essere invadenti, per stare vicini a chi ha perso un familiare nella nostra cerchia, eviteremmo di creare in lui la sensazione dolorosa di essere schivato e allontanato, che lo induce a ripiegarsi su se stesso.
Come? In primo luogo offrire il nostro ascolto e la condivisione dei ricordi concernenti il defunto, talvolta la narrazione reiterata della morte: un sostegno emotivo empatico, che deve però saper continuare nel tempo. E’ frequente oggi che tutti si stringano intorno al sopravvissuto subito dopo il funerale, per poi prendere le distanze. Un tempo esisteva, nei primi giorni e settimane dopo la morte, il cónsolo, ossia l’usanza di portare cibo a casa del defunto, affinché i familiari potessero nutrirsi, anche se non avevano la forza di occuparsi di sé.

Anche oggi questo tipo di sostegno pratico è particolarmente gradito. Non solo preparare una torta o una cena, ad esempio, ma anche aiutare a sbrigare burocrazie, informarsi sul sostegno disponibile, telefonare a istituzioni e associazioni: nella maggior parte dei casi chi è in lutto si sente spossato e privo di energia, e fa fatica a prendere iniziative.

Occorre anche rispettare i tempi del dolente, senza spingerlo ad abbreviarli troppo, evitando le frasi fatte, tipo “il tempo guarisce tutto” o “chi vive si dà pace”. Evitare di dare consigli, specialmente sul processo e sui tempi di elaborazione del lutto, e in generale limitarsi a suggerimenti esplicitamente richiesti. La relazione d’aiuto che si viene a creare in questi casi è particolarmente preziosa e arricchente, sia per chi ha subito la perdita, sia per chi offre la sua disponibilità.

ARTICOLO TRATTO DA: www.sipuodiremorte.it

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LA STRADA E LE MORTI IMPROVVISE

di MARINA SOZZI

Sapevate che ogni anno muoiono in incidenti stradali, solo in Italia, tra 3000 e 4000 persone, come fosse risucchiato nel nulla un piccolo paese?

E’ la principale causa di morte tra i 15 e i 24 anni. Queste vite spazzate via in un istante – a cui dovremmo pensare ogni volta che saliamo in auto e ci viene voglia di premere troppo l’acceleratore, o di guardare il messaggio appena arrivato sul telefono – lasciano solo il dolore terribile dei parenti e degli amici.

Sono circondate da troppo silenzio, come aveva scritto Elena Valdini in un libro pubblicato qualche anno fa, nel 2008, Strage continua. Un libro che denunciava anche una giustizia carente, che spesso chiudeva con un nulla di fatto, con qualche mese di sospensione della patente, i processi contro i responsabili degli incidenti. Oggi c’è la legge sull’omicidio stradale, che ci auguriamo contribuisca a far decrescere il numero delle vittime.

La mente umana si ribella all’insensatezza di queste morti evitabili, alla deprivazione di vita, storia e memoria cui vanno incontro le vittime, e non è un caso che si sia diffuso in Italia un rito specifico per commemorarle: è un rito che prende forma con la creazione di piccoli altari spontanei posti lungo le strade, spesso sui guard-rail dove è avvenuto lo schianto, che sono adornati con fiori di campo, foto, lettere, scritte, talvolta una lapide.

Questi altari rispondono al bisogno di costituire un luogo sacro proprio là dove una vita è stata persa, di combattere l’oblio e l’anonimato feroce di queste morti, viste troppo spesso come un “danno collaterale” alla facilità dei trasporti contemporanei. Si tratta di ricordare che c’è stata una vita, una biografia, troncata troppo presto, e per motivi così futili da richiedere un pensiero, una riflessione, un moto di solidarietà a colui che passa per quella medesima strada.

Ci sono genitori che hanno raccontato di frequentare questi altari improvvisati più della tomba al cimitero, perché è qui che trovano talvolta una parola di ricordo lasciata dagli amici, una manifestazione di nostalgia, un fiore fresco, quasi a dimostrazione che quella vita inghiottita in un secondo è stata veramente vissuta. E’ un fenomeno su cui l’antropologo Franco La Cecla aveva riflettuto già nel 1995, in un brevissimo saggio contenuto in Mente Locale, dal titolo Sacralità del guard-rail: aveva evidenziato il diritto, che gli individui si prendono senza il consenso di un’autorità religiosa, di sacralizzare un luogo, per riscattare la banalità e l’anonimato di queste morti violente e improvvise.

Mi viene spontaneo mettere in luce – oltre all’aspetto di sacralizzazione di luoghi impersonali come una strada statale o provinciale, o a volte una via nelle periferie urbane – l’esigenza di parlare di chi se ne è andato, che viene espressa con questi altari provvisori. Un’esigenza, quella di essere testimoni della vita conclusa di un proprio caro, che è presente in tutti i dolenti: ma che probabilmente, nel caso dell’incidente stradale, è esacerbata da un lato dall’inanità della morte, dall’altro dalla frequente giovane età delle vittime, dall’esiguità delle tracce che le loro biografie lasciano nel mondo.

Non a caso, un’iniziativa parallela giunge dall’Associazione Italiana familiari e vittime della strada (AIFVS), che nel suo sito dedica ampio spazio alla memoria delle vittime. Uno spazio che – a differenza dei cimiteri virtuali, che non hanno avuto seguito – appare invece vitale e molto frequentato (ogni storia, ogni foto, ogni testimonianza ha migliaia di visualizzazioni).

Nel sito dell’AIFVS, una mappa dell’Italia segnala i luoghi in cui si sono verificati gli incidenti mortali, e cliccando sulle bandierine si trova il nome e l’età di chi ha perso la vita, e il luogo e la data dell’incidente. Oltre alla mappa dei luoghi sono conservati nel sito innumerevoli “Opuscoli memorie”, in cui una foto e qualche paragrafo ricordano i tratti salienti della personalità del defunto, ciò che amava, spesso ciò che avrebbe voluto diventare. Qualcuno ha costruito un video, e innumerevoli sono le testimonianze dei superstiti, alla disperata ricerca di un senso per ciò che è accaduto, che narrano di come anche le loro vite siano state falciate via insieme a quella del loro congiunto.

Ora io mi chiedo: perché mettiamo così poche parole su queste morti, con la pregevole eccezione del libro di Elena Valdini e del sito dell’AIVFS? Un articoletto in cronaca e via, senza commenti, senza riflessione? Perché tanto silenzio?

Verrebbe da dire, per via della paura. Ciascuno di noi nel profondo sa quanto fragile sia la vita umana, la sua propria vita, ma ce ne rammentiamo raramente, cerchiamo anzi di dimenticarlo, di sottovalutarlo, di scappare. Salire in auto invece è una buona occasione per ricordarlo, per sapere che non siamo immortali, né noi né i nostri simili, ed essere prudenti. Sentire la vulnerabilità non è debolezza, al contrario, accresce la nostra umanità e la nostra possibilità di vivere appieno, di sentirci vivi, di apprezzare il fatto di essere vivi.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it scritto da Marina Sozzi

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LE EMOZIONI NEL LUTTO

di DÉSIRÉE BOSCHETTI

Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui.

È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano.

Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita.

In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.

Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.

E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.

Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.

In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.

In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.

Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.

Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.

Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).

Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).

Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.

Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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Che cosa sono le catacombe di Parigi

Parigi: sotto la Ville Lumiere corrono chilometri di catacombe, un tempo utilizzate come cimiteri e vie di fuga. Una città sotto la città ricca di storia e mistero.

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Chiamate anche l’impero dei morti, le catacombe di Parigi sono una delle più grandi necropoli del mondo (qualcuno dice addirittura la più grande). Ancora non sono state mappate completamente (se ne conoscono soltanto 250 km), ma si stima che si estendano per più di 300 km.

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raggiungere le catacombe dovete prendere la metropolitana e scendere alla stazione di Denfert Rochereau. All’ingresso c’è un cancello con un cartello, Arrêté! C’est ici L’Empire de la Mort, che significa “fermatevi! Qui è l’impero della morte”.

catacombe 3In epoca romana le catacombe servivano da caverne per l’estrazione della pietra, che continuò senza limiti fino al 15° secolo, quando le strade della città gravemente minate cominciarono a crollare e si sbriciolarono. Questo spiega perché a Parigi non possono essere costruiti edifici di grandi dimensioni.

catacombe 4Nel 18° secolo Parigi si trovò alle prese col problema dei cimiteri sovraffollati. La peste e altre epidemie avevano decimato la popolazione della città e non c’era più posto per depositare le spoglie dei morti. Il re ordinò di spostare i resti di tutti i cimiteri di Parigi alle catacombe. Un’opera pubblica che richiese anni di lavoro. Secondo stime prudenti, le catacombe ospitano i resti di 6 milioni di morti.

Anni dopo, alcune zone delle catacombe furono aperte al pubblico. Decorate con le ossa, diventarono una sorta di museo della morte, che attirava visitatori di ogni ceto sociale: anche Napoleone Bonaparte volle andarci. Se vi capitasse di visitarle, noterete che le uniche ossa visibili sono braccia, gambe e teschi. Le altre ossa sono state adoperate per creare muri di sostegno nelle parti crollate e danneggiate delle catacombe.

Durante la seconda guerra mondiale il sistema di tunnel è stato utilizzato anche dai militari. I membri della resistenza vi si muovevano agilmente. E i soldati tedeschi crearono un bunker sotterraneo sotto Lycée Montaigne, una scuola nel 6° arrondissement di Parigi.

catacombe 7Ci sono decine di ingressi delle catacombe, ma molti sono stati murati o sono nascosti. I turisti possono entrare solo attraverso quello ufficiale a Place Denfert Rochereau. Le persone che esplorano le catacombe sono noti come les cataphiles, che significa “gli amanti clandestini”. L’accesso ai tunnel è vietato, ma spesso gruppi di ragazzi entrano nei tunnel sfruttando ingressi segreti. Negli ultimi anni, le catacombe hanno anche ospitato festini segreti e illegali. Per questo oggi l’area viene pattugliata dalla polizia, anche di notte.

catacombe 8Poiché gran parte delle catacombe si trovano a circa 30 metri sotto la superficie, ancora più in basso dei binari della metropolitana parigina, la temperatura è stabile. Si aggira quasi tutto l’anno attorno ai 12 °C.

articolo tratto da FOCUS

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Arrestato l’inventore di ”Blue Whale”: il gioco che ha ucciso molti giovani

Qualche settimana fa avevamo parlato di “Baleia Azul”, o come è più noto “Blue Whale”, ovvero il “gioco” che ha spinto centinaia di adolescenti al suicidio in molte parti del mondo.

In questi giorni è stato arrestato l’inventore di questa follia, Philipp Budeikin, uno studente russo di 22 anni, che dopo essere stato interrogato, ha dichiarato di non provare alcun rimorso per quanto fatto, anzi: “Non sono pentito di ciò che ho fatto, anzi: un giorno capirete tutti e mi ringrazierete”. Budeikin ora si trova in carcere a San Pietroburgo e da dietro le sbarre spiega le motivazioni della sua terribile invenzione: “Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società”.
Sfide terrificanti

Il gioco, che significa Balena Blu, esiste da 4 anni, ma ha cominciato a far scalpore solo quest’anno. Il 14 Maggio scorso anche il programma televiso “Le Iene” gli ha riservato un intero servizio, che ha scandalizzato moltissime persone. Le vittime del gioco erano tutte persone facilmente vulnerabili, giovanissime e venivano reclutate tramite VKontakte, un popolarissimo Social Network russo.

Chi partecipava al gioco doveva riceveva delle regole da seguire per quasi due mesi: una serie di sfide terribili che servivano a destabilizzare il giocatore. Il primo passo era imporre ad ogni ragazzo di svegliarsi alle 4 di mattina, poi lo si obbligava a guardare film horror per ore in modo da manipolare la sua psiche. Poi il soggetto per passare alcuni livelli doveva uccidere animali o autolesionarsi.

L’ultima sfida, che culminava con la morte del giocatore, era lanciarsi nel vuoto dal palazzo più alto della città. Ogni livello era studiato per impossessarsi sempre di più delle emozioni del giocatore e quando si arrivava all’ultimo livello voleva dire che il soggeto era completamente dipendente dal gioco e non ragionava più.
La ragione che ha spinto molti adolescenti depressi a partecipare a questo è che per la prima volta si sono sentiti, seppur in modo perverso, gratificati. Sempre Budeikin dichiara: “Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza”.
Secondo gli psicologi il rischio che vengano fuori “giochi” simili è molto alto e quindi consigliano la massima attenzione per tutte le persone o gli enti che hanno a che fare con gli adolescenti.

Tratto da FUNERPORTALE

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FONDAZIONE FLORIANI :GUIDA PER AFFRONTARE UN LUTTO

Questa piccola guida è dedicata a tutti coloro che vivranno o stanno vivendo il lutto e a chi sta loro accanto. Abbiamo cercato di illustrare le caratteristiche principali di questo periodo, fornendo indicazioni elementari e consigli pratici. Il nostro augurio è che dal senso di smarrimento possa nascere una rinnovata consapevolezza del vivere, frutto anche della preziosa eredità emotiva lasciata dai propri cari.

CHE COS’E’ IL LUTTO?

E’ la reazione dolorosa di fronte a cambiamenti e perdite importanti,
il lutto è una risposta fisiologica a situazioni come:
la morte di una persona cara
la separazione o il divorzio
l’aborto
l’infermità o la disabilità
Piccoli lutti sono generati da piccole perdite, come la perdita di un lavoro, di una proprietà o di un animale domestico.
Quando muore una persona amata il dolore è spesso indescrivibile attraverso le parole

PERCHE’ E’ IMPORTANTE COMPRENDERE IL LUTTO

Tutti facciamo esperienze di perdita o di cambiamento in alcuni momenti della vita.
comprendere il lutto può aiutarci a:
affrontare i sentimenti di sofferenza, solitudine, disperazione e impotenza
accettare la realtà
crescere e diventare persone più forti
Il percorso di accettazione della perdita di una persona cara può essere difficile e impervio, ma è la strada maestra che può condurre a una crescita e a una vita più consapevole.

LE PERSONE IN LUTTO VIVONO SPESSO ALCUNI SENTIMENTI DOLOROSI

Lo shock e la negazione

La prima reazione può essere lo smarrimento: una tempesta emotiva che fa sentire confusi.
Tale condizione di sbigottimento e incredulità è pero temporanea.

La rabbia

La morte di un proprio caro può essere vissuta come un’ingiustizia. Per un periodo variabile da persona a persona, potreste sentirvi arrabbiati con voi stessi o con gli altri per non aver trovato un rimedio in grado di evitare o prevederne la morte.

La colpa

Non è insolito sentirsi in colpa per qualcosa che si pensa di aver fatto o che non si è riusciti a fare prima della morte di una persona cara: queste reazioni traducono il desiderio di voler offrire il meglio alla persona che non c’è più.

La depressione

Il senso di vuoto, d’inutilità e di apatia può ostacolare la realizzazione delle semplici, ma essenziali, attività di tutti i giorni. Ritrovare la serenità, l’entusiasmo di un tempo può essere difficile e faticoso: se lo ritenete necessario, non esitate a chiedere aiuto.

La solitudine e la paura

Responsabilità e cambiamenti importanti potranno farvi sentire indifesi, soli e pieni di paure. Sono sentimenti che possono essere meglio gestiti se siete sostenuti da relazioni significative.
Non importa quanto durerà questo periodo, ognuno ha i suoi tempi e spesso la fretta non aiuta

La speranza

La vita vale la pena di essere vissuta. Andare oltre il lutto significa crescere attraverso di esso, ripensando il presente e il futuro con un sentimento di speranza.

CONVIVERE CON IL SENTIMENTO DI PERDITA: NECESSITA’ EMOZIONALI

Esprimete i vostri sentimenti

Mascherarli o nasconderli può solo allontanarvi da voi stessi e dagli alti

Chiedete aiuto

Parenti e amici vorrebbero offrire un aiuto, ma spesso non sanno come. Se i sentimenti di disperazione e sofferenza persistono, chiedete consiglio al vostro medico oppure rivolgetevi alle Unità di Cure Palliative che vi hanno assistito durante il percorso di malattia del vostro caro.

Apritevi ad aiuti esterni

E’ una prova di forza non di debolezza. Molte persone trovano conforto nella spiritualità e/o nella fede religiosa.

Non scoraggiatevi

Alcuni giorni saranno più difficili di altri: gli anniversari, le ricorrenze, le festività sono occasioni in cui il senso di mancanza è ancora più intenso. Circondatevi delle persone che contano di più per voi, trascorrere questi momenti insieme sarà meno pesante.

NECESSITA’ FISICHE

Non trascuratevi
Abbiate cura di voi stessi: sregolatezza e negligenza non sono certo fonte di aiuto. Così come non lo sono l’abuso di sostanze dagli effetti incontrollabili e dannosi.

La salute è il bene più prezioso

Talvolta tensione e stress possono essere espressi attraverso disagi corporei. Anche questi segnali, se persistono, necessitano di cure e di attenzioni.

Il sonno è fondamentale

Se fate fatica a dormire o vi risvegliate spesso, chiedete aiuto. Oltre un certo periodo, senza sufficienti momenti di ristoro, corpo e mente sono privati delle energie necessarie ad affrontare i problemi quotidiani e a partecipare alle normali vicende della vita. Tali difficoltà sono tra i segnali più importanti e meritano l’attenzione di un esperto.

Andate dal vostro medico o rivolgetevi alle Unità di Cure Palliative
Potranno darvi una mano, indicandovi le opportunità di aiuto più adeguate e proponendovi iniziative di sostegno opportune e mirate.

PONETEVI OBIETTIVI GRADUALI, VIVENDO LA VITA GIORNO PER GIORNO

Cominciate con obiettivi a breve termine
Le attività più soddisfacenti sono spesso le più semplici ed essenziali: frequentare gli amici, scrivere, coltivare passioni e hobbies che vi rappresentano e vi gratificano. Scrivere può essere un buon mezzo per riflettere; rileggere poi ciò che avete prodotto potrà darvi la misura del cammino percorso.

Quando vi sentite pronti, provate a sviluppare obiettivi a lungo termine
Fate una lista degli obiettivi che vorreste raggiungere in futuro, per esempio: trovare un nuovo lavoro, fare un viaggio, continuare a studiare o intraprendere un nuovo passatempo. Stabilite un tempo limite per realizzarli. Verificate periodicamente i progressi fatti. Potreste sempre riconsiderare gli obiettivi e aggiustare i piani.

PARTECIPATE A NUOVE ATTIVITA’

Valutate i vostri obiettivi professionali

Se non avete un lavoro, potreste desiderare di cominciarne uno. Se non siete soddisfatti del vostro lavoro attuale, potete considerare di cambiarlo

Iscrivetevi ad associazioni, club od organizzazioni

Stare con persone che hanno i vostri stessi interessi può essere gratificante, una fonte preziosa di condivisione.

Frequentate dei corsi

Informatevi sui programmi di educazione per adulti e i corsi universitari della vostra zona. Scegliete una materia o una attività che avreste sempre desiderato esplorare.

Lavorate come volontari

Un ruolo attivo nelle associazioni di volontariato, nelle organizzazioni umanitarie e nelle iniziative culturali arricchisce il vostro inestimabile patrimonio interiore.
La sofferenza spesso ci mostra le vere priorità della vita, è capace di farci capire quali sono i valori che contano. Questo è un patrimonio che può essere messo a servizio degli altri, attraverso esperienze di volontariato e di impegno sociale. Naturalmente è consigliabile che trascorra prima un periodo sufficiente dall’evento luttuoso (indicativamente intorno all’anno), per occuparvi innanzitutto di voi stessi.

LA PERDITA E IL LUTTO SONO PARTE DELLA VITA

Quindi cercate di comprendere il lutto consapevoli di intraprendere un percorso doloroso con la fiducia di trovare nuovi significati dell’esistenza.
Accettare la morte di un vostro caro può essere molto duro, ma l’esperienza di chi ha attraversato questi momenti ci insegna che la strada per la serenità è vicina anche se spesso fatichiamo a vederla.
Cercate aiuto quando ne avete bisogno.