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Durante i mesi più oscuri dell’epidemia di Covid-19, ci siamo interrogati più volte su cosa stesse accadendo della negazione della morte che caratterizza la nostra cultura. Da un lato, l’intera popolazione del nostro paese, soprattutto nelle regioni più colpite, è stata investita da un’acuta angoscia di morte, difficilmente ignorabile. Dall’altro lato, abbiamo assistito a diverse manifestazioni di negazione della paura e dell’angoscia, con i concerti sui balconi, così poco in accordo con le sirene delle ambulanze, e con l’hashtag #andràtuttobene.

Ora che l’epidemia ci ha dato un po’ di respiro, gli individui cercano di dimenticare quello che hanno vissuto, ignorando le precauzioni, col rischio di farci nuovamente precipitare in una seconda ondata epidemica in autunno. Pare quindi che non si possa parlare di una maggiore coscienza della mortalità indotta dalla pandemia: come spesso accade, e come sanno coloro che hanno sperimentato il rischio della vita, tale coscienza dura finché il pericolo è attuale. Una più profonda consapevolezza della finitezza richiede un processo di crescita e di riflessione personale che non deriva solo dall’angoscia di morte.

Non stiamo parlando soltanto di gente comune, di giovani che si affollano nei bar per lo spritz serale. Vi sono intellettuali di primissimo piano che hanno dimostrato di mettere in atto raffinati processi di negazione della paura. Caso emblematico, il filosofo Giorgio Agamben, teorico della biopolitica, ossia di quell’insieme di pratiche con le quali la rete dei poteri capitalistici gestisce i corpi e le vite degli individui.

Durante il lockdown, Agamben ha pubblicato numerosi brevi articoli sul sito dell’editore Quodlibet dai titoli emblematici: “Biosicurezza”, “La medicina come religione”, “L’invenzione di un’epidemia”, ecc. Il fulcro teorico di questi articoli consiste nell’evidenziare come la maggior parte dei cittadini italiani abbia accettato supinamente ogni tipo di limitazione della propria libertà – “limitazione decisa con decreti ministeriali privi di ogni legalità e che nemmeno il fascismo aveva mai sognato di poter imporre”, scrive Agamben – per evitare un pericolo di natura sanitaria. Addirittura, il filosofo italiano definisce “frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate” le misure di emergenza adottate per questa “supposta epidemia”. Egli è convinto che il comportamento comunemente adottato nel corso del lockdown rispecchi la trasformazione della scienza e della medicina nelle religioni del nostro tempo, le quali riconoscono nella malattia “un dio o un principio maligno […] i cui agenti specifici sono i batteri e i virus” a cui va contrapposto “un dio o un principio benefico, che non è la salute, ma la guarigione, i cui agenti cultuali sono i medici e la terapia”. Il 17 marzo ha scritto: «È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa.»

Siccome nulla è semplice e lineare, parte del ragionamento di Agamben è vicino a quello che facciamo, anche all’interno di questo blog, sulla necessità di ripensare il ruolo della morte e della malattia nella vita. È vero che la malattia è sovente trasformata in un dio maligno contro cui occorre combattere sempre e in ogni situazione fino allo stremo delle forze, usando le armi della scienza e della medicina; è vero che va sfatato il mito della medicina come onnipotente artefice di guarigione, e che occorre sottoporre a critica alcuni aspetti della biomedicina. Tuttavia, il ragionamento di Agamben ha esiti radicalmente differenti dai nostri, proprio perché, da uomo del Novecento, non riesce a fare i conti con la propria angoscia di morte, non la riconosce come componente ineludibile della stessa vita umana, componente antropologica e non prodotto di una società malata. Non entreremo nel merito della filosofia di Agamben e delle sue riflessioni sulla biopolitica. Ci sembra tuttavia che sia un buon esempio di quanto sia radicata, nella nostra cultura e nel nostro pensiero, la negazione della morte. Viene in mente anche Sartre, peraltro allievo di Heidegger come Agamben, quando scriveva che è impossibile prepararsi alla morte. La morte non fa parte delle possibilità dell’uomo, anzi è ciò che interrompe bruscamente l’arco delle possibilità di ciascuno, ne rappresenta l’annullamento. Sartre scrive che la morte appare come l’assurdo che costeggia e minaccia la vita umana: “Così la morte non è mai quello che dà il suo senso alla vita; è invece ciò che le toglie ogni significato”.

Queste, che possono sembrare astratte dissertazioni filosofiche, ci servono per comprendere che la negazione della morte, la difficoltà della nostra cultura ad includerla nella vita, ha profonde e complesse radici nella nostra storia, e non credo che possa essere scalfita dall’esperienza del Coronavirus. Piuttosto, la pandemia potrebbe portarci a riflettere sull’esigenza di fare educazione alla morte, fin da bambini, a tutti i cittadini. Insieme all’educazione civica. Perché solo un individuo consapevole della propria finitezza può diventare un cittadino responsabile.

articolo tratto da sipuodiremorte

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Origine degli Hospice

Cicely Saunders
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Dame Cicely Saunders (Barnet, 22 giugno 1918 – South London, 14 luglio 2005) è stata un’infermiera britannica anglicana di spicco, medico e scrittrice. Ha dato vita alla diffusione degli Hospice, sottolineando l’importanza delle cure palliative nella medicina moderna, assistendo i malati terminali fino alla fine della loro vita nel modo più confortevole possibile.

Educazione

Cicely Saunders nacque a Londra il 22 giugno 1918, primogenita di tre figli, nella benestante famiglia di Gordon Saunders, impegnato nel campo immobiliare, e della moglie Chrissie. All’età di dieci anni la sua istruzione venne affidata al collegio di Seaford (nel Southlands), dove la zia ricopriva il ruolo di matrona; ma solo dopo quattro anni, i genitori di Cicley decisero di far frequentare alla figlia il prestigioso collegio di Brighton, il Roedean, cambiamento che le costò molto a causa della sua timidezza e della conseguente difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Cicely non amava Roedean, si considerava un’estranea in quel mondo che non le apparteneva, sconforto che derivava anche dalle continue liti tra i genitori che, infine, sfociarono nella separazione. La Saunders avrebbe voluto frequentare l’Università di Oxford dopo il diploma al Roedean ma, non avendo superato l’esame di ammissione, si recò alla Bendixen, un centro di lezioni private, e riuscì a farsi ammettere alla Society for Home Students, il futuro St Anne’s College di Oxford. Avendo rinunciato al suo vecchio progetto di seguire le orme paterne in campo immobiliare, decise di studiare scienze politiche, filosofia ed economia, prima di cambiare repentinamente idea a seguito dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Il suo disagio nel rimanere impotente mentre il conflitto mondiale infuriava la spinse a lasciare il St. Anne’s, dare gli esami di pronto soccorso ed assistenza domiciliare ai malati presso la Croce Rossa britannica e, infine, prendere il diploma di infermiera.

Gli anni da infermiera

Il lavoro di infermiera in tempo di guerra aveva caratteristiche molto particolari, nel 1939 la Scuola Professionale per Infermiere “Nightingale” venne dislocata in diverse case di cura per malattie mentali; come il Park Prewett, in cui Cicely, nonostante la pessima organizzazione della struttura, ricevette decise conferme della sua scelta professionale in quanto, per la prima volta, fu lei la ragazza più popolare a cui tutti chiedevano un parere, attribuendo tale successo alla scelta di fare l’infermiera ed alla vita che questo comportava. Nonostante la sua profonda dedizione, Cicely fu contrastata nel suo lavoro da un problema fisico che le creò non poco disturbo. Fin da ragazza aveva presentato una leggera scoliosi alla colonna vertebrale che, a causa del duro sforzo fisico che scaturiva dal lavoro in corsia (ed il conseguente spostamento di una vertebra), la costrinse ad abbandonare la professione infermieristica tanto desiderata.

Assistente sociale sanitario

Per non abbandonare la cura dei malati, la Saunders intraprese il ruolo di assistente sociale sanitario presso il Royal Cancer Hospital e, infine nel 1947, entrò a far parte dell’équipe dello St. Thomas’s Hospital, struttura specializzata nel trattamento dei pazienti oncologici. Di particolare rilievo in questa fase è il percorso di crescita spirituale che condusse Cicely alla conversione, in particolare alla dottrina della chiesa evangelica, che la guidò nel rapporto personale con Dio. Al St. Thomas, Cicely conobbe David Tasma, un paziente terminale, agnostico, di cui si innamorò profondamente. La loro relazione rimase confinata tra le mura dell’ospedale. Si prese cura di Tasma in qualità di assistente sociale ospedaliera e, grazie anche al coinvolgimento emotivo da cui era mossa ed alla sua recente conversione, lo aiutò ad affrontare con serenità la morte ed a restituirgli una mistica fiducia in Dio. Basilare per il prosieguo della sua carriera fu l’esperienza che la Saunders ebbe al St. Luke, una casa di accoglienza per moribondi. Lì l’assistenza ai pazienti era personalizzata: ogni malato vedeva riconosciuti la propria individualità ed il proprio microcosmo di emozioni ed affetti. Diversa rispetto all’ospedale era la somministrazione degli antidolorifici: il dolore veniva combattuto con efficacia somministrando analgesici ad intervalli regolari. La Saunders comprese, tuttavia, orientata in questo dalla forte fede religiosa, come non fosse sufficiente alleviare soltanto il dolore fisico ma come occorresse non di meno soddisfare le esigenze emotive e spirituali dei ricoverati. La storia con David Tasma e l’esperienza al St. Luke fecero maturare in lei la consapevolezza che un grande sforzo dovesse essere avviato per lenire la disperazione dei malati terminali, cosicché iniziò a delinearsi in lei il progetto di un Hospice in cui medici ed infermieri di facessero carico anche della tutela psicologica dei pazienti.
Cicely afferma: “L’influenza che ebbe David su di me fu enorme. Quando morì mi lasciò 500£ per il mio progetto, dicendo che lui sarebbe stato una finestra nella mia casa, facendo riferimento all’Hospice. Mi ci vollero diciannove anni per costruire quella casa attorno alla finestra ma i principi cardine del nostro intento nacquero dalle conversazioni che ebbi con lui prima della sua morte”.

Medico

Consapevole che come infermiera non sarebbe stata ascoltata con la sufficiente attenzione, la Saunders, con l’aiuto del dottor Barret (un chirurgo di cui era diventata la segretaria), si iscrisse alla facoltà di medicina all’età di trentatré anni, spinta dalla grande motivazione che le permise si superare la severità dello studio. Laureatasi nel 1957, entrò nel dipartimento di farmacologia al St. Mary’s Paddington come ricercatrice, dove concentrò i suoi studi sull’attenuazione del dolore dei malati terminali. Forte dell’esperienza al St. Luke, promosse la tecnica della regolare somministrazione di antidolorifici, contro la vigente norma secondo cui venivano somministrati solo quando il paziente lo richiedesse. Cicely sviluppò la teoria che la dipendenza da tali farmaci forti, come la morfina, non derivasse da una loro somministrazione regolare ma dal bisogno costante dei pazienti di richiederli, che ne ricordava loro la dipendenza. Una somministrazione regolare, invece, permetteva al paziente di ricevere dosi minori, di rimanere vigile e, allo stesso tempo, di ridurre il rischio di dipendenza. Questo approccio alla gestione del dolore divenne uno dei capisaldi dell’assistenza all’Hospice. Una volta che il suo piano fu delineato, la Saunders iniziò la raccolta di fondi per finanziare il suo progetto: la costruzione dello St. Christopher’s Hospice. Durante questa fase, lavorò presso il St. Joseph’s Hospital, luogo in cui conobbe il suo secondo amore, Antoni Michniewicz. Nuovamente, la relazione non oltrepassò le mura dell’ospedale ma la morte di Antoni offrì a Cicely una grande sensazione di empatia nei confronti delle famiglie dei pazienti con cui avrebbe trattato al St. Christopher. Afferma la Saunders: “Ho sentito la sua mancanza in modo terribile, ma mi ha dato la carica per perseguire nel mio intento, dal momento che ho capito in modo profondo cosa vuol dire perdere qualcuno. Ho percepito che avevo il diritto di dire alle famiglie che potevo comprendere come si sentissero”. Dopo la morte di Antoni, Cicely incontrerà un altro polacco, Marion Bohusz-Szyszko, dopo aver comprato uno dei suoi dipinti per la cappella dello St. Christopher. Vivranno insieme per diciassette anni prima di sposarsi nel 1980. Bohusz-Szysko morirà nel 1995 al St. Christopher dopo dieci lunghi anni di malattia, assistito da Cicely.

St. Christopher’s Hospice

Il St. Christopher vide la luce nel 1967. Si tratta di un istituto che ospita malati terminali di cancro o di altre malattie, ma anche anziani e malati cronici costretti a letto. Viene definito “un ospedale e una casa”, il lavoro di medici, infermieri e volontari si fonda sui concetti promossi dalla Saunders, assunti come modelli per il moderno Hospice. Grande attenzione viene prestata al malato, che necessita di cure personalizzate e fornite da un adeguato numero di infermieri qualificati. L’obiettivo è liberare la persona ammalata dalla sofferenza e dal dolore, con la consapevolezza che il dolore non ha solo una dimensione fisica, bensì emotiva, sociale e spirituale. I farmaci vanno somministrati prima che il dolore si acuisca e sarà necessario creare un ambiente ricco di calore umano e comprensione psicologica. Necessario è inoltre fornire assistenza alle famiglie dei ricoverati ed aiutare chi resta ad elaborare il lutto.
Cicely Saunders morì di cancro nel 2005, presso l’ospedale da lei stessa fondato.

 

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Cimitero dei migranti a Tarsia (Calabria)

Un progetto che sta riflettendo all’estero il volto umano e civile della Calabria. Si tratta del cimitero dei cimitero migrnatimigranti a Tarsia che la Regione, di concerto con il movimento Diritti Civili guidato da Franco Corbelli, il Comune di Tarsia guidato dal sindaco Roberto Amoruso e il Ministero dell’Interno, si propone di realizzare a Tarsia, in provincia di Cosenza per dare degna sepoltura alle persone che, nella ricerca di un futuro e scappando dalla guerra, dalla violenza e dalla miseria, non sopravvivono al mare.

armo_gallina_rcE’ una tragedia che si consuma quotidianamente e rispetto alla quale la Calabria intende offrire un concreto supporto per altro in un luogo simbolo della storia del Novecento ossia il campo di internamento fascista di Ferramonti.

Luogo di reclusione e persecuzione, che pur nella sua durezza seppe anche fare dono di importanti lezioni di accoglienza, solidarietà e umanità.

Intanto nelle scorse settimane, il presidente Oliverio ha effettuato il sopralluogo nell’area su cui dovrà sorgere il cimitero, ribadendo l’impegno dell’ente per la realizzazione e assicurando che la Regione farà presto la sua parte per quanto riguarda lo stanziamento delle risorse necessarie per acquisire il terreno e per avviare i primi interventi.

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UNA MUSICA D’ARPA PER I MORENTI

Il New York Times ha un blog particolare dal titolo The End.

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In The End, che ha una candela appena spenta come logo, sono pubblicati, con frequenza plurisettimanale, articoli che hanno il fine vita come tematica centrale, intorno alla quale ruotano varie considerazioni e molti autori.
Recentemente è stato pubblicato un articolo intitolato Song of Transition (Canzoni del passaggio), scritto da Jennifer L. Hollis. Jennifer, una giovane musicista che suona l’arpa e che, di mestiere, fa la music thanatologist, che in italiano suonerebbe: tanatomusicologa, musicotanatologa o qualcosa del genere.

Il fatto che la traduzione sia ardua la dice lunga. Non stiamo parlando qui esattamente di musicoterapia, termine che va sempre spiegato, ma che si è già sentito nelle nostre lande. Jennifer L. Hollis non ha un atteggiamento terapeutico.

Si reca nelle camere dei morenti, suona l’arpa e talvolta canta. Non suona però la prima melodia che le viene in mente, ma accorda il ritmo della musica a quello del respiro del morente. La musica, così, scrive Hollis, riflette il processo stesso del morire. Nella stanza la musica crea uno spazio più intimo, e il morente e la famiglia si preparano a dirsi addio con maggiore calma.

Talvolta le accade di essere presente quando la morte sopraggiunge, e questa esperienza le ha insegnato che esserci, anche se estranei, è importante per chi ci lascia e per chi resta: i familiari la ringraziano per averli accompagnati con la bellezza attraverso la loro sofferenza, per essere stata testimone del loro dolore.
Attraverso il suo lavoro Jennifer ha imparato che lei stessa, e la sua vita, sono fragili e vulnerabili, e proprio per questo cerca di prendersi cura di ogni cosa con attenzione e con gioia.
Benedetta consapevolezza della mortalità!
Jennifer L. Hollis oltre all’articolo per il New York Times e diversi altri, è autrice del libroMusic at the End of Life: Easing the Pain and Preparing the Passage, e ha un sito web, http://jenniferhollis.com/ dove è possibile approfondire l’argomento.

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LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA di RENZO PATERNOSTER (preistoria)

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Già dalla preistoria l’uomo si è sforzato di sottrarre l’evento della morte alla natura per conferirgli un significato e dare senso alla vita stessa. Infatti, tracce di sepolture rituali ci giungono fin dall’ultimo periodo Musteriano (segmento storico del Paleolitico medio, compreso tra 130.000 e 40.000 anni fa).

A questo periodo della preistoria risale il ritrovamento di quattordici sepolture rituali (sei adulti e otto bambini), scoperte nella grotta di Qafzeh, a sud della città di Nazareth, sulla riva destra del Wadi el Haj, sul fianco del Monte del Precipizio in Israele.

Tutti i resti umani ritrovati erano “sistemati” in posizioni che lasciano intendere chiaramente l’avvenuta sepoltura rituale, cosparsi di ocra rossa – come a voler simboleggiare il sangue e quindi la vita – assieme a vari oggetti (conchiglie forate intenzionalmente, crani di animali posizionati accanto o sul defunto, utensili probabilmente appartenuti in vita al morto) collocati vicino alle sue spoglie – come ad accompagnarlo in una sorta di viaggio – mostrano tra l’altro l’esistenza di una fede nel prolungamento della vita dopo la morte, nella rinascita del defunto. Insomma già l’uomo preistorico immaginava un’altra “vita” oltre la morte.

Nel mondo antico, le raffigurazioni sepolcrali, l’uso dell’epitaffio funebre e buona parte dell’imponente letteratura mitologica, conferiscono non solo una presenza concreta della morte, ma spiegano anche la credenza che si aveva riguardo al trapasso in un’altra vita. Non a caso l’Ade, il regno dei morti greco-latino, al contrario di quello ebraico e cristiano, era considerato un vero e proprio luogo fisico, al quale si poteva persino accedere in terra da alcuni luoghi impervi, difficilmente raggiungibili o comunque segreti e inaccessibili ai mortali.

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Easy Grave: un software per PC e smartphone consente di orientarsi nei cimiteri.

easy_grave Per non smarrirsi e trovare il percorso più breve per visitare i cari defunti.

A volte i cimiteri possono essere un labirinto di percorsi tortuosi, confusi, in apparenza tutti uguali. Per aiutare i visitatori nel loro omaggio ai cari estinti, l’Università degli Studi del Molise ha sviluppato il progetto Easy Grave: un software che semplifica la ricerca del percorso migliore fra l’ingresso del cimitero e una tomba, sepoltura o cappella.

Autore dell’opera è un giovane laureato in informatica, Filiano Di Maria. Insieme a lui Giovanni Capobianco, docente dell’ateneo molisano. L’utente inserisce gli estremi del caro estinto e, sulla mappa del cimitero, viene disegnato il percorso tra l’ingresso e la residenza eterna del corpo del defunto.

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Oltre a quelle predefinite Easy Grave può utilizzare anche mappe satellitari derivate da Google Earth oppure fotografie aeree della zona, alle quali possono quindi venire applicate tecniche di georeferenziazione. Questo per permettere cioè di attribuire all’immagine, e ai luoghi ritratti, informazioni relative alla loro posizione geografica.

La sperimentazione è stata effettuata sul Cimitero comunale di Venafro, in provincia di Isernia, del quale, è stata acquisita una mappa in JPG e tramite georeferenziazione è stata quindi sovrapposta a una mappa satellitare, successivamente trasformata in un grafo sul quale poi lavora l’algoritmo. Il risultato è stato il percorso dall’ingresso del cimitero alla tomba.
Tale percorso viene calcolato tramite degli algoritmi matematici in grado di stabilire il tragitto più breve fra due punti.
Sono ancora in fase di studio estensioni del software per migliorarne le funzionalità. Fra queste, per esempio, un modulo relativo alla “gestione amministrativa del cimitero”.
Per ora Easy Grave è solo un software per pc, anche se i ricercatori stanno già lavorando a un’app per smartphone. In questo caso il GPS del telefono viene invece utilizzato per muoversi all’interno del cimitero, senza bisogno di dover tornare all’ingresso, oppure per sapere a che punto ci si trova del percorso.

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L’evoluzione dei cimiteri cristiani nei secoli

Per i primi cristiani dare sepoltura ad un defunto era innanzitutto un dovere. A differenza dei romani che inumavano o incenerivano i corpi, i cristiani inumavano soltanto. Tale uso è rimasto invariato nei secoli fino a che Papa Paolo VI, nel 1964, specificò che la cremazione non è illecita, purché non applicata in dispregio della fede.

Un uso antico dei fedeli fu quello di scavare fosse molto profonde, nelle quali si deponeva un cadavere sopra l’altro separati da una lapide, oppure fosse molto larghe in cui si deponeva un morto accanto all’altro.
Le primissime sepolture riguardarono gli apostoli Pietro e Paolo. Pietro, ucciso verso il 67, fu sepolto sul pendio del colle Vaticano, Paolo ai margini della via Ostiense. Mancavano ancora dei veri e propri cimiteri cristiani.

Pian piano le tombe divennero luoghi di ritrovo, soprattutto se in esse era stato deposto un martire.
A causa delle sempre più numerose conversioni al cristianesimo ed anche per il desiderio di essere seppelliti più vicino possibile ai martiri, fu necessario predisporre un’area per la sepoltura: il cimitero. Questo desiderio nasceva anche dall’idea che, il martire avendo già raggiunto Dio, poteva intercedere per gli altri defunti al fine di ottenere la stessa beatitudine.

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I più famosi cimiteri sono le catacombe. La parola “catacomba” nacque casualmente a Roma. Sulla Via Appia antica vi era una località chiamata “Catacumbas”, perché in quel punto il terreno si avvallava. Proprio lì sorse il cimitero di San Sebastiano, così il termine “catacomba” si estese a tanti cimiteri.

Le catacombe sorsero nel II secolo e furono ampliate nel III da professionisti chiamati “fossores” o “scavatori”. Essi sfruttarono terreni adatti, generalmente di tufo, che consentissero uno scavo agevole ed una tenuta sicura. Utilizzarono pozzi già esistenti per intagliare le scale d’accesso che consentivano alle gallerie di essere parzialmente areate ed illuminate, ma anche per portare in superficie il materiale scavato. Le gallerie delle catacombe romane formarono una rete sotterranea di oltre 200 Km.

Le tombe erano delle cavità intagliate nelle pareti delle gallerie (loculi), in cui veniva adagiato il corpo del defunto avvolto in un lenzuolo di lino. L’apertura si chiudeva con mattoni e pietre di marmo, su cui si incidevano delle iscrizioni o segni di riconoscimento. Le gallerie si illuminavano con lampade ad olio.
Oltre ai loculi vi erano i “cubicula” per intere famiglie. In questo caso i loculi furono intagliati nelle pareti delle stanza o sul pavimento e si corredavano di affreschi e iscrizioni.

Tombe ancora più elaborate furono le “arcosolia”, cavità a forma di sarcofago sormontate da nicchie a forma di arco. A seconda delle possibilità del defunto si utilizzavano sarcofagi di marmo o terracotta.
domitilla_bigInizialmente ,i cristiani, fecero costruire accanto alle tombe una cella per i banchetti funebri, da celebrare negli anniversari dei defunti. Il banchetto veniva chiamato “refrigerium”. Attraverso esso si onorava la memoria del defunto e si cercava di ottenere loro intercessione presso Dio. I Vescovi proibirono quest’uso. Col tempo il “refrigerium” fu soppresso e rimase solo la celebrazione dell’Eucaristia. La cella alcune volte fu ingrandita divenendo una vera e propria Basilica, oppure fu incorporata in una chiesa cimiteriale più grande.
Le catacombe funzionarono come cimiteri regolari fino all’inizio del V secolo, quando la Chiesa ritornò a seppellire esclusivamente sulla terra o nelle basiliche dedicate a martiri importanti.

Con l’invasione dei barbari ,i quali saccheggiarono anche le catacombe, i Papi decisero, verso la fine dell’VIII secolo, di trasferire le reliquie dei santi e dei martiri nelle chiese di città, per motivi di sicurezza.

Fino ad alcuni secoli fa’ persistette l’uso di seppellire i cristiani sotto le Chiese. La Chiesa stessa oggi vieta tale uso, demandando ai cimiteri della città tale prerogativa, come prescrive la legge italiana.

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frozen dead guy days

Stranezze ovvero come sconvolgere una cittadina!

Nel 1989, un cittadina norvegese di nome Trygve Bauge portò il cadavere di suo nonno, Bredo Morstøl, negli Stati Uniti .
Il corpo venne conservato in ghiaccio secco per il viaggio e conservato in azoto liquido in California, dal 1990 al 1993.
Nel 1993, Bredo venne rimesso nel ghiaccio secco e trasportato nella città di Nederland in Colorado dove Trygve e sua madre Aud crearono una struttura crionica:la propria abitazione!
A seguito di un’esecuzione di sfratto la particolare situazione venne a galla.
La storia fece scalpore tantè che la città aggiunse una nuova ampia disposizione al proprio Codice al fine di normare la “Tenuta dei corpi”, mettendo al bando la tenuta di “tutto o in parte della persona, del corpo o carcassa di un essere umano o animale o altre specie biologica che non è vivo su qualsiasi proprietà “.
Tuttavia, a causa della pubblicità che si era creata, l’amministrazione della città fece un’eccezione creando una clausola di salvaguardia che prevedeva la conservazione della salma di Trygve presso la Delta Tech, società ambientale locale.

Negli anni successivi venne anche costruito un nuovo capannone dove conservare criogenicamente il corpo ma la cosa più bizzarra è che dal 2002 a Nederland si è creata una manifestazione dal nome Frozen dead guy days per commemorare questa salma congelata.
La particolare festa avviene il primo fine settimana di marzo e prevede gare di bare e una parata a tema funerario.

Vi è poi la possibilità di un tour della Tuff Shed dove il nonno è ancora congelato ma soprattutto un “tuffo polare” per chi ha il coraggio di andare a nuotare in Colorado all’inizio di marzo (che in genere richiede rompendo il ghiaccio);
La più recente celebrazione si è tenuta 7-9 marzo 2014 e la prossima è prevista per dal 11 al 13 Marzo 2016.