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Il pianto: una peculiarità umana

Il pianto rappresenta una indispensabile peculiarità umana. Non esistono epoca o cultura nelle quali non siano state versate lacrime. Si piange durante i riti del commiato. Ovunque questa manifestazione emotiva varia da un periodo all’altro e di luogo in luogo. Ma perché piangiamo?

Le lacrime in molti casi resistono a qualsiasi tentativo di interpretazione e una spiegazione che a chi piange può sembrare perfettamente comprensibile risulta invece impenetrabile a chi si trova a svolgere il ruolo di consolatore. Di contro, ciò che ad un osservatore può sembrare evidente, spesso sfugge agli occhi annebbiati di chi piange.

In ogni caso le lacrime sviluppano una tale “presenza” e molte volte un significato così immediato da indurci, di norma, almeno ad un tentativo di interpretazione. È anche vero che vi sono lacrime impossibili da fraintendere. Persino quando il pianto è considerato normale, come durante un funerale, molti provano imbarazzo nel dover rispondere direttamente ad una persona in lutto che piange.

Il pianto si verifica generalmente quando siamo meno in grado di verbalizzare adeguatamente emozioni complesse e “travolgenti” o di articolare il nostro stato d’animo. Così riconosciamo nel pianto un prevalere dei sentimenti sul pensiero attraverso un linguaggio non verbale, quello delle lacrime.

Considerate talvolta una consuetudine o l’indice di una spiccata sensibilità, in altri casi misteriose, pericolose o ingannatrici, le lacrime attraversano tutte le culture. Di fatto, vista la loro funzione comunicativa, raramente mancano di dar luogo a conseguenze, poiché spesso comportano una spiegazione e per fornire un chiarimento è indispensabile ricorrere al linguaggio delle parole: il mondo è pieno di proverbi e di metafore che esprimono i tanti aspetti della nostra concezione delle lacrime (“un fiume di lacrime”, “mi piange il cuore”, “inutile piangere sul latte versato”, …).

In ogni epoca il pianto ha avuto un ruolo centrale nel mito, nella religione, nella letteratura. Le cerimonie del lutto ritualizzano le lacrime in modi differenti, incanalando il cordoglio in una grande varietà di forme funebri. L’essenza definitiva della morte ha generato costumi e simboli che possono apparire intensi, inadeguati, strani o indecenti agli occhi di chi osserva. Ad esempio, ai tempi di Ernesto De Martino i ceti che si definivano “moderni” consideravano assolutamente volgari e moralmente inappropriati le pratiche popolari del lutto e il pianto delle prefiche, con i loro elementi di messa in scena e di parossismo apparentemente incontrollato.

Se tracciassimo una curva ideale dell’evento lutto, potremmo rintracciarne una prima fase nel tempo in cui il dolore si poteva manifestare apertamente, ovvero fino al XIII secolo, poi una lunga fase di ritualizzazione, che comporta figure storiche come quella dei “piagnoni” e databile fino al XVIII secolo, e ancora un periodo di dolore esaltato, di manifestazione drammatica e di mitologia funebre nel XIX secolo.

Oggi, alla necessità millenaria del lutto, imposta o sentita a seconda delle epoche, è subentrata la sua proibizione. Il merito di aver individuato e compreso questa inversione di tendenza spetta al sociologo britannico Geoffry Gorer il quale, attribuendo forse importanza eccessiva alla scomparsa di forme rituali che aggregavano le persone durante la condizione del lutto, ha messo in luce come nel XX secolo la morte abbia sostituito il sesso come principale tabù. Nel suo articolo “La pornografia della morte”, pubblicato nel 1955, osservò come nella cultura inglese la morte di amici o di parenti era argomento accuratamente evitato in una conversazione educata o in presenza di bambini e affrontato solo per mezzo di eufemismi. Della morte si parlava a porte chiuse e a bassa voce, come si parlava del sesso nel XIX secolo, epoca in cui, di contro, la morte non era considerata un tabù. E mezzo secolo dopo resta vero che in gran parte delle culture le cerimonie funebri comportano molti più pianti e singhiozzi che nella nostra. Tuttavia anche noi piangiamo.

articolo tratto da Oltre Magazine di MARIA ANGELA GELATI

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Sagada: le spaventose bare sospese nelle Filippine

Nella regione di Sagada, nelle Filippine, la popolazione degli Igorot per 2000 anni ha seguito la tradizione di creare bare di legno sospese per i propri morti, che venivano e vengono ancora collocate lungo una scogliera a picco sul mare. La pratica consente di proteggere i morti dalle inondazioni e dagli animali e secondo le credenze Igorot consente un più facile passaggio al cielo, verso l’aldilà.

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Tra gli Igorot della Echo Valley di Sagada la tradizione di sospendere le bare accanto alla scogliera è ancora presente. Gli abitanti anziani si preparano attivamente alla morte costruendo la propria bara, quando sono fisicamente in grado di farlo. Si tratta di un rituale probabilmente unico al mondo.

Se gli anziani sono troppo deboli e malati, sono i loro familiari a preparare le bare, che in seguito verranno appese lungo la scogliera o all’interno di una grotta.

Alcune delle bare tuttora presenti avrebbero oltre un secolo di vita.

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Molti dei luoghi in cui le bare vengono posizionate sono difficili da raggiungere, forse perché i defunti, per rispetto, dovrebbero essere lasciati soli.I turisti possono osservare le bare da una certa distanza. Non le devono toccare e non devono camminare nelle loro vicinanze, ma possono munirsi di un binocolo o di una macchina fotografica che li aiuti ad ammirarle da lontano. Avreste il coraggio di visitare questo luogo che già dalle semplici immagini mette i brividi?
Marta Albè

Fonte foto: flickr.com

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Un rito antico : LA TANATOPRASSI

L’uomo evita accuratamente di parlare della morte e, ancora di più, di tutti i problemi ad essa correlati.

Ecco perché la tanatoprassi è ancora poco conosciuta, benché venga praticata, in varie forme, in molti paesi.

“La Tanatoprassi (dal greco thanatos: genio della morte, e praxein: manipolare, trattare) viene definita come l’insieme delle cure fornite al morto, di cui l’imbalsamazione è soltanto una delle sue forme storiche” (Enciclopedia Larousse, 1981).

ASPETTI STORICI

Fin dagli albori della civiltà, gli uomini hanno sempre cercato di preservare i loro morti da ogni sudiciume organico.

Oltre alle imbalsamazioni degli Egiziani e dei Guanches, sono stati utilizzati molti altri metodi, indipendentemente dalla razza, dalla religione e dal clima. Infatti, sono stati ritrovati, in Africa ed in Asia, dei corpi collocati dentro a cavità riempite di catrame, bitume, carbone di legna o con altri prodotti ritenuti dei conservanti.

In America Centrale ed in Perù, sono stati scoperti alcuni cadaveri mummificati, sepolti in immense giare, riempite senza alcun dubbio di erbe, o di sale vegetale; tali giare erano state poste dentro a grotte in cui l’aria era particolarmente secca e salubre, a temperatura costante. Le giare erano state scelte proprio per la loro forma, che obbligava a posizionare il corpo raggomitolato su sé stesso, ricordando la posizione fetale e simbolizzando così la nascita, la Morte e anche… il viaggio.
L’imbalsamazione egizia prevedeva innanzitutto l’eviscerazione e poi la macerazione più o meno lunga del cadavere in un bagno di natron e salamoia. Le tecniche utilizzate variavano secondo gli usi e le possibilità delle famiglie.

È importante sottolineare che il risultato voluto era quello della mummificazione del cadavere, cioè della sua conservazione eterna, e questo per uno scopo essenzialmente metafisico legato, nella maggior parte dei casi, alle credenze nella metempsicosi. Bisogna aggiungere, comunque, che anche l’igiene era, pur se in misura minore, una delle ragioni dell’imbalsamazione praticata su tutti i defunti. L’Egitto sembra quindi avere inventato la conservazione in asepsi e l’eccellenza dei suoi metodi ha fatto sì che i principi da esso utilizzati venissero ripresi anche nelle tanatoprassi moderne.

Notiamo la grande cura dedicata ai morti anche dagli Ebrei, in Palestina, ai tempi di Gesù. In precedenza, Mosé ed il suo popolo, durante la loro permanenza in Egitto, avevano imparato la tecnica antica degli abitanti del luogo. E’ scritto nella Genesi che Giuseppe fece mummificare suo padre Giacobbe e che l’operazione durò 40 giorni. La Grecia omerica, più semplicemente, riservava al corpo una bella presentazione sul letto di parata dopo averlo accuratamente lavato e cinto di liquidi odoriferi. Il corpo d’Achille venne infatti esposto per 17 giorni dopo essere stato sottoposto ad una imbalsamazione piuttosto approssimativa.

Tali metodi hanno continuato ad essere utilizzati per lungo tempo anche dai Re di Sparta e, successivamente, dai Romani. I corpi dei Re di Francia venivano tutti imbalsamati, con risultati più o meno buoni, da chimici o da farmacisti, e ritroviamo le loro spoglie nella Basilica di Saint-Denis. Nel grande sepolcro dei Cappuccini, vicino a Palermo, la morte si fa gentile, non spaventa la vista, né disturba con il suo odore. Si scoprono con stupore dei cadaveri mummificati, addirittura “pietrificati”, dai visi quasi di cartone, sbiaditi, polverosi, ma ancora espressivi e saggiamente allineati per l’eternità.

Poi, arriviamo al XIX secolo, con la comparsa di un metodo totalmente diverso dalla tecnica precedente, utilizzato per la prima volta dal medico olandese Ruysche, che consisteva nella iniezione nel sistema vascolare di una soluzione conservativa; era infatti abbastanza recente la scoperta della circolazione ematica. Successivamente, dato che lo scopo ricercato non era più lo stesso poiché i corpi venivano trattati per avere una durata temporanea e non più eterna, fu un francese, Jean-Nicolas Gannal (1791-1852), Ufficiale dell’Esercito, chimico e inventore, dalle idee eccentriche per la sua epoca, a mettere a punto un nuovo procedimento, che denominò ovviamente: “Procedimento Gannal”.

Eseguì, così, la conservazione di defunti famosi, quali il figlio del Re Luigi-Filippo, il Maresciallo di Marmont, … Napoleone è stato sicuramente trattato con gli stessi metodi dal suo medico Autommarchi, che conosceva il procedimento Gannal. Il procedimento Gannal sarebbe senza dubbio scomparso se un americano, il dottor Holmes, con l’aiuto di un allievo di Gannal, non avesse divulgato questo nuovo trattamento durante la Guerra di Secessione.

Questo metodo di conservazione consentì infatti di rimpatriare i cadaveri dei militari uccisi in combattimento e di poter presentare più degnamente le loro spoglie alle famiglie. Fin dall’inizio del Secolo, troviamo la presenza di scuole di tanatoprassi e, già dalla Prima Guerra Mondiale, essa divenne una pratica diffusa prima negli Stati Uniti, poi nel Canada inglese e nella provincia francese del Québec. Nel 1927, alcuni professionisti britannici scoprirono nell’Ontario questo nuovo metodo e ne compresero ben presto tutti i vantaggi.

Fino ad allora, in Gran Bretagna, i morti venivano conservati mediante applicazioni di ghiaccio carbonico che furono quindi sostituite dalla tanatoprassi, diffusasi quindi molto rapidamente a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Nacquero così delle scuole specializzate ed in particolare un Istituto che ebbe il compito di armonizzarne il programma scolastico e di rilasciare un diploma dopo il superamento di un esame nazionale. Nel 1960, tre francesi, tra cui una donna, partirono per un periodo di formazione in Inghilterra o negli Stati Uniti.

Al loro rientro, cominciarono ad eseguire i primi trattamenti che, con la sorpresa di molti, si rivelarono molto apprezzati dalle famiglie colpite dalla dipartita di un loro caro. Ma quanti ostacoli bisognava superare, quante reticenze combattere, quanti muri abbattere per raggiungere lo scopo…!

Nel 1963 si sentì la necessità di istituire un organismo incaricato di controllare le varie formazioni dei tanatoprattori all’estero e di sviluppare, nei Servizi Pubblici e presso il pubblico in generale, questo nuovo modo di trattare i morti in maniera decente: nacque, così, l’Istituto Francese di Tanatoprassi (I.F.T.).

Questi nuovi procedimenti, ritenuti rivoluzionari a quel tempo, cominciarono ad prendere piede e, nel 1968, diventò indispensabile garantire la formazione dei candidati in Francia e non più all’estero. L’Istituto Francese creò dunque la sua Scuola, seguita nel 1973 dalla Scuola Francese per le Cure e le Scienze Mortuarie (E.F.S.S.M.)

ASPETTI SOCIOLOGICI, ECOLOGICI E PSICOLOGICI

Con l’inizio dell’era industriale, nei comportamenti socio-familiari si è verificata una notevole mutazione dovuta sicuramente alla sostituzione della famiglia tradizionale, ramificata e numerosa, con la famiglia più ristretta, limitata a genitori e figli e, talvolta, nonni. Di qui, lo sconvolgimento, accompagnato da una separazione, un allontanamento e una semplificazione progressivi, dei riti seguiti dalla famiglia, in cui quello del funerale occupava un posto considerevole e manteneva dei legami profondi.

In ogni famiglia, in ogni gruppo sociale, una persona caritatevole e devota effettuava la pulizia e la sistemazione del defunto, lo vestiva, lo presentava agli sguardi dei familiari e dei vicini.

Il corpo veniva spesso isolato in una stanza non riscaldata mentre ora, in abitazioni di piccole dimensioni, calde d’estate ed eccessivamente riscaldate d’inverno, i familiari non potrebbero permanere intorno alle spoglie mortali del loro caro se non ci fossero i trattamenti di conservazione.

L’immagine serena di un corpo contribuisce ad alleviare il dolore dei familiari e ad attenuare lo choc brutale della separazione.
Il piccolo contributo che la tanatoprassi dà nel lenire tale dolore è indice di un sentimento elevato e bisogna sempre tenere ben a mente che la Morte di qualsiasi essere umano riguarda tutti gli uomini, senza eccezioni

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PRESENTATO A MILANO UN PROGETTO DELLA FONDAZIONE MEMORIES

IL GIARDINO DEL RICORDO

Costituita all’inizio del 2014 con l’obiettivo di offrire alla collettività la possibilità di conservare insieme, e per sempre, le ceneri e la memoria dei defunti in un luogo bello, vigilato e piacevole da frequentare, la Fondazione Memories ha presentato a Milano, giovedì 4 dicembre 2014, un progetto decisamente innovativo e di qualità, “Il Giardino del Ricordo”.

Punto di partenza è stato la constatazione dei cambiamenti in atto dei costumi funerari: secondo una rilevazione della Provincia di Milano, nel capoluogo lombardo per più del 64% dei defunti viene scelta la pratica della cremazione con la conseguente necessità, per coloro i quali non optano per la dispersione o per l’affido familiare, di trovare soluzioni sicure, eleganti ed efficienti per la conservazione delle ceneri. Da qui l’idea di dar vita, anche con il contributo delle più moderne tecnologie, ad una struttura che fosse un luogo della memoria e del ricordo nel quale custodire, oltre alle urne cinerarie, anche testimonianze della vita dei defunti per lasciare agli amici, ai parenti e alle generazioni future la possibilità di conoscere la storia delle persone scomparse.
Prima di avviare definitivamente la pianificazione dell’opera, Fondazione Memories ha ritenuto opportuno avviare una indagine, attraverso un focus group e interviste telefoniche, su un campione significativo di cittadini per saggiare l’interesse per la proposta e per raccogliere indicazioni su quali fossero le caratteristiche ritenute ideali. Dal sondaggio sono emersi gli elementi che gli architetti Luisa Collina e Massimo Antinarelli, docenti del Politecnico di Milano, hanno tenuto in gran conto nella elaborazione del progetto: un luogo accogliente, colorato, illuminato, immerso nel verde e sempre aperto, privo di tombe monumentali pretenziose, opprimenti e angosciose, ricco di alberi piuttosto che di lapidi o di tombe, con una uniformità estetica basata sulla semplicità e sulla sobrietà e con strumenti tecnologici utili alla salvaguardia del ricordo. Uno spazio di incontro tra i vivi e i morti, in una atmosfera serena e non lugubre, che permetta anche di riunire le urne dei componenti di una stessa famiglia.

Nucleo centrale dell’opera sarà la cripta, luogo ipogeo dove conservare le ceneri: può contenere circa 100.000 “celle familiari”, affiancate su più file e con corridoi di ampio respiro, ciascuna delle quali potrà ospitare fino a otto urne per consentire il raggruppamento delle famiglie o di linee parentali raccogliendo i resti anche a seguito di esumazioni. Un’area della memoria, formata da un giardino coperto, alloggerà i lasciti (documenti, fotografie, filmati o altro) che i defunti o le loro famiglie vorranno rendere disponibili, su supporto elettronico, anche alla consultazione pubblica qualora di interesse culturale. Un giardino attrezzato, oggetto di costante manutenzione e di vigilanza, potrà essere sede di cerimonie e di iniziative culturali in memoria dei defunti.

Il Giardino del Ricordo sorgerà a Milano Nord, all’interno di un’area verde di oltre 45.000 metri quadrati. Il suo completamento è previsto per il tardo autunno del 2015, ma già dai primi mesi del nuovo anno sarà possibile prenotare gli spazi la cui commercializzazione è affidata ad una società, la Arcadia srl, che si avvarrà della collaborazione degli operatori del settore che, per capillarità sul territorio, per fiducia dell’utenza e per rapidità di risultati, sono ritenuti i partner migliori per promuovere il progetto. Una volta esaurita la propria funzione (nell’arco ipotizzato di cinque anni), Arcadia trasferirà ad un trust i proventi finanziari di tutte le risorse disponibili per garantire la manutenzione e la conservazione perpetua del sito.
E i costi? Con una donazione di 1.400 euro alla Fondazione Memories si acquisisce il diritto ad acquistare (per 4.200 euro oltre iva) la proprietà perenne di un modulo nel quale conservare fino a otto urne cinerarie e il servizio di digitalizzazione delle memorie dei defunti.

articolo tratto da OLTREMAGAZINE – Carmelo Pezzino

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Un aiuto per superare il lutto

Tutti voi sapete che perdere una persona cara può essere un’esperienza tragica, che agisce scombussolando il quotidiano, mettendo in discussione i punti di riferimento, le certezze costruite nell’arco di una vita.

Come affrontiamo oggi questa realtà? La nostra società, che fatica a nominare la parola morte, non è attrezzata per far fronte al lutto degli individui: tende a interpretarlo come disagio psicologico, e a delegare i casi troppo dolorosi alle psicoterapie.
Tuttavia, una soluzione, umana e solidale, è oggi presente e si va diffondendo anche in Italia: i gruppi AMA ( auto mutuo aiuto)  sul tema del lutto, iniziati da Enrico Cazzaniga a Milano più di un decennio fa.

Ad esempio, anche a Lainate e più precisamente in Barbaiana di Lainate esiste il Gruppo “Camminare insieme” aperto a tutti coloro che hanno perso un familiare o un amico, per cause diverse. Per entrare a far parte del Gruppo, per avere altre informazioni o per fissare un incontro, contattare la referente: Gemma, tel.: 3496941848. La partecipazione è libera e gratuita. Gli incontri si svolgono a Barbaiana di Lainate dalle ore 16:00 alle 17:30, in Via Barbaiana 52.
Se volete trovare altri Gruppi AMA date un’occhiata a questo link http://www.automutuoaiuto.com/lutto/mappatura.html.

I gruppi AMA (auto-mutuo-aiuto) rappresentano un’efficace risorsa per chi ha vissuto una perdita importante, e trovano il loro fondamento in alcuni principi: il rispetto, la solidarietà, la valorizzazione della relazione, il prendersi cura dei nuovi membri.

Principi che ricordano molto i valori costitutivi delle comunità tradizionali, oggi frammentate e scomparse, di cui i gruppi potrebbero essere una rivisitazione contemporanea.
Di seguito, in sintesi, le principali funzioni dei gruppi:
1) Aiutare i partecipanti al gruppo a esprimere i propri sentimenti (dolore, nostalgia, paura, rabbia, senso di colpa, solitudine) senza il timore di essere giudicati.
2) Sviluppare la capacità di riflettere sulle proprie modalità di comportamento, soprattutto qualora siano orientate a non superare il dolore della perdita.
3) Aumentare le capacità individuali nel far fronte ai problemi (compito fondamentale per coloro che si erano appoggiati, psicologicamente o nell’organizzazione della vita quotidiana, alla persona defunta).
4) Incrementare la stima di sé, delle proprie abilità e risorse, lavorando su una maggiore consapevolezza personale.
5) Facilitare la nascita di nuove relazioni, combattendo così il senso di solitudine creato dalla perdita, ridando dignità alla sofferenza, che diviene condivisibile.
6) Promuovere uno stile di vita a sostegno della salute individuale, familiare e sociale.

In genere, nonostante l’importanza che riveste questa metodologia dell’aiuto, non sono molti gli studi che si occupano di approfondirne il funzionamento e di riflettere sul loro significato.

tratto da : MARTINA SOZZI – www.sipuodiremorte.it

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L’importanza del commiato

Ieri sono stata al cinema, a vedere il bellissimo e delicato Still Life, storia di un dipendente comunale inglese che ha il compito di trovare i parenti di coloro che sono morti soli. Il film parla di solitudine e di morte, ma soprattutto dell’importanza del commiato.

Anche se non resta nessun vivo a piangere un essere umano scomparso, ricordare chi ha attraversato la vita, anche se la traccia che ha lasciato è lieve, fa parte dell’umanità dell’uomo. E il protagonista del film, il signor May, prende sul serio il suo compito, fa ricerche accurate sui suoi defunti, scrive per loro orazioni funebri e sceglie musiche appropriate.
«Il funerale si fa per i vivi, i morti se ne fregano», gli dice il suo capo quando decide di licenziarlo.
Ma è proprio così? Siamo legittimati a smaltire velocemente un cadavere se non ci sono parenti addolorati? Credo di no, e forse è per questo che il film ha commosso moltissimi spettatori.

Nel gesto di ricordare e salutare un uomo morto c’è il rispetto per l’umano, per la vita vissuta, c’è la comprensione per le vite sfortunate o cattive e l’ammirazione per quelle buone, c’è la pietà per la mortalità dell’uomo, c’è il sentimento della nostra fragilità, c’è la consapevolezza del mistero.

E d’altra parte noi, in questo inizio di terzo millennio, siamo in bilico, per quanto riguarda i riti funebri. Da un lato quelli del passato sono spesso stanchi e vuoti (recentemente mi è purtroppo accaduto di assistere al funerale di un familiare, e dal parroco visibilmente annoiato ho sentito solo triti luoghi comuni); dall’altro c’è l’esigenza di inventare nuovi modi, condivisi, di celebrare i nostri morti.

Chi di noi non ha qualche volta immaginato di vedere il proprio funerale? Chi non si è rappresentato le persone che potrebbero venire a darci l’ultimo saluto, a raccontare qualcosa di noi? La nostra immaginazione può nutrire, credo, le proposte che un po’ in tutta Italia si stanno facendo per il rito del Commiato laico.
E voi, se doveste compilare un modulo in cui vi è richiesto di descrivere come vorreste il vostro funerale, cosa scrivereste?

tratto da www.sipuodiremorte.it di Marina Sozzi