Tags Posts tagged with "pompe funebri Nerviano"

pompe funebri Nerviano

676

Si può morire davvero dopo aver deciso di “lasciarsi andare” (lo dice uno studio)

Esistono 5 campanelli d’allarme per riconoscere chi ha rinunciato del tutto alla vita ed è in pericolo

by Huffington Post

Si può morire davvero dopo essersi lasciati andare, essersi arresi. È questa la conclusione a cui è giunto il dottor John Leach, della Portsmouth University, con il suo studio pubblicato sulla rivista “Medical Hypotheses”: a quanto pare, le persone che decidono di non voler avere più niente a che fare con la vita, possono spegnersi nell’arco di pochi giorni, alcune volte soltanto tre. Ci sono, però, dei campanelli d’allarme, da non sottovalutare, che si accendono quando una persona decide di lasciarsi andare alla morte: basta solo riconoscerli.

“Non si tratta di suicidio, non si tratta di depressione, ma dell’atto di arrendersi, di rinunciare alla vita, il quale sfocia nel decesso nell’arco di giorni”, spiega Leach. Questo tipo di morte viene chiamato “morte psicogena” ed è, secondo il professore, una vera e propria malattia. Stando a quanto osservato da Leach e dal suo team, la condizione si presenta frequentemente a seguito di un evento traumatico: la persona in questione decide che è arrivato il momento di lasciarsi andare. E la morte spesso “l’asseconda”. Ecco spiegato, dunque, il motivo per cui chi perde il proprio compagno, molte volte segue lo stesso destino.

Il fenomeno era conosciuto già ai tempi della guerra di Corea: i prigionieri smettevano volontariamente di parlare e di mangiare e morivano nell’arco di pochi giorni. Si sentivano sconfitti dalla vita. Proprio quando si prova questa sensazione di sconfitta e di voglia di abbandonarsi, si verifica anche, secondo il professore, un cambiamento dell’attività in una regione del cervello che ci motiva a prenderci cura di noi stessi.

“I traumi possono danneggiare l’attività della cosiddetta ‘corteccia cingolata anteriore’ (quella parte del cervello che funziona per gli esseri umani da ‘sistema di allarme’ silenzioso, ovvero elabora pericoli e problemi, ndr). La motivazione è essenziale per gestire la vita quotidiana e se questa regione si blocca, spesso l’apatia è inevitabile”, spiega il dottor Leach.
Ma il processo è reversibile? Una persona che decide di lasciarsi andare, può anche decidere di tornare indietro e salvarsi? Per il professore, è possibile. Bisogna solo trovare un nuovo senso alla propria vita e ristabilire il controllo di quest’ultima: in poche parole, leccarsi le ferite e andare avanti.

Ci sono, però, dei segnali, anzi delle vere e proprie fasi, che non dovrebbero sfuggire a chi vive accanto ad una persona che ha subito un trauma e che potrebbero essere la spia della decisione di quest’ultima di arrendersi:
1. Rinuncia alla vita sociale
Spesso chi ha subito un trauma tende ad evitare il contatto con gli altri. Fa fatica ad esternare le proprie emozioni e diventa, in un certo senso, insensibile alle emozioni altrui. La fase può essere momentanea, ma se si protrae troppo a lungo può essere il segnale della perdita di entusiasmo e di interesse in generale per la vita.

2. Apatia
Le persone che decidono di “lasciarsi andare” perdono interesse per tutto: non hanno più voglia di prendersi cura di se stesse e spesso faticano anche a farsi una doccia.

3. Abulia
L’apatia può portare all’abulia, ovvero all’inerzia e all’incapacità di prendere decisioni o iniziative. In questa fase, l’individuo può continuare a prendersi cura degli altri (ad esempio, dei bambini), ma smette di curare se stesso. Può sentire di avere la mente vuota e faticare anche a parlare.

4. Acinesia
Si tratta di un deficit nell’avvio della sequenza motoria: si ha quando la persona in questione fatica a muoversi, diventa incontinente o non pulisce più la casa. Può diventare quasi insensibile al dolore, sempre perché non ha alcun motivo che la spinge a mettersi in salvo, a curarsi di se stessa.

5. Morte psicogena
È l’ultima fase, che può verificarsi dopo quelle precedenti. E consiste nel perdere qualsiasi tipo di voglia di vivere o di attaccamento alla vita. Si possono fare anche dei gesti totalmente contro la propria salute. Come racconta il dottor Leach, nei campi di concentramento gli individui che “volevano morire” si riconoscevano perché barattavano cibo in cambio di sigarette: “Quando un prigioniero prendeva una sigaretta e l’accendeva, i suoi compagni sapevano che si era del tutto lasciato andare, che aveva perso la speranza e che presto sarebbe morto”.

 

485

Mons. Paglia: «Non si parla più della morte, la colpa è anche di noi cristiani»

di Aldo Cazzullo

Monsignor Paglia, perché un libro sulla morte si intitola «Vivere per sempre»?
«Perché tutti siamo abitati da un istinto che pretende la continuazione, esige una destinazione, e trova risposta nel risorgere. Siamo mortali, ma non per la morte».

Sartre diceva che siamo una parentesi tra due nulla.
«Sarebbe davvero ingiusto, non solo per la fede ma anche per la ragione. Sarebbe un gigantesco spreco se tutto quello che abbiamo fatto, gli affetti, la famiglia, finissero nel nulla. Ed anche l’etica sarebbe senza senso. Il bisogno di un oltre è insito nel profondo dell’uomo».

Della morte però si parla pochissimo.
«È vero. La morte è uno scandalo. Una domanda che cerchiamo di nascondere. Non vogliamo pensarci, tanto che ci auguriamo di morire all’improvviso, nel sonno, senza prepararci. Anche nella predicazione cristiana si assiste a un occultamento delle cose ultime. Non affrontiamo il tema, o lo facciamo con parole incomprensibili, un gergo clericale scontato e superficiale che non parla più né alla mente né al cuore. Così si finisce nella nebulosa dell’indistinto, nell’illusione della reincarnazione».

Che la Chiesa esclude.
«Noi riconosciamo il valore unico e universale di ciascuno di noi, tutti destinati ad abitare i cieli nuovi e la terra nuova che verranno».

Lei scrive che la vita risorta è anche vita con i sensi.
«Certo. Il cristianesimo va oltre la sopravvivenza platonica dell’anima. Il cristianesimo è amore per la carne, per il corpo, per la creazione. Lo dico a partire da Gesù che dopo la resurrezione parlava, sentiva, toccava, mangiava, odorava… Non sappiamo come, però risorgiamo con il corpo, certo risorto, ma con i sensi. Paolo lanciò questa sfida ad Atene: quei filosofi di formazione socratica che accettavano il discorso sull’immortalità dell’anima, ma non della carne, gli dissero: “Di questo ti sentiremo un’altra volta”. Lo scandalo era troppo forte».

Lei come concepisce la resurrezione della carne?
«È difficile anche solo concepirla. Furono i momenti più difficili anche per gli apostoli: non riuscivano a credere che Gesù fosse risorto. Gesù ci mette quaranta giorni per convincerli. E loro lo vedevano con le sue mani e i suoi piedi ancora bucati dai chiodi. È il senso delle parole del credo cristiano: credo nella resurrezione della carne e nella vita del mondo che verrà».

Poi però ascende al cielo.
«Dove vuole al suo fianco la Madonna. Per Maria si parla della morte molto tardi, comunque si tramanda che si “addormentò” e fu portata con il suo corpo nel cielo, accanto al figlio».

E Lazzaro?
«Lazzaro viene riportato alla vita mortale. Non risorge. È un grande miracolo di Gesù. La sua fama si allargò a tal punto che i capi religiosi decisero da allora di ucciderlo. Gesù però, a differenza di Lazzaro, risorge alla vita eterna, che non conosce più la morte».

E scende nel limbo, a liberare Adamo, Eva e i patriarchi.
«Nel Credo noi diciamo che Gesù discese agli inferi. L’iconografia orientale la rappresenta con Gesù che trae dal buio della morte Adamo e Eva. È un’immagine piena di speranza. Per troppo tempo abbiamo predicato un cristianesimo della paura; ora dobbiamo sottolineare la misericordia, come fa papa Francesco. Anche noi dobbiamo scendere negli inferni di questo mondo. Li dobbiamo svuotare. È il senso di una grande misericordia che salva tutti i disperati, gli eliminati, gli oppressi».

Anche secondo lei l’inferno esiste ma potrebbe essere vuoto?
«L’inferno esiste, è certamente una possibilità. L’inferno è la solitudine assoluta. È la mancanza dell’incontro con Dio. Chi vive l’amore riceve l’immortalità. Chi lo distrugge, distrugge il proprio futuro».

E il paradiso?
«La parola viene dal persiano e significa giardino. Gan, in ebraico: un giardino dove le famiglie dei popoli si ritroveranno in pace».

Ma nell’Antico Testamento, come ha fatto notare il rabbino Di Segni, l’idea dell’aldilà è vaga.
«È vero. In alcuni passaggi si intravede la luce della resurrezione; ad esempio nel martirio dei sette fratelli Maccabei, che subiscono l’ingiustizia suprema della tortura e dell’uccisione per amore di Dio. Lo snodo del cristianesimo è la forza di Dio che resuscita Gesù e con lui tutti coloro che si lasciano toccare dall’amore».

Una vita non solo spirituale?
«No. Una vita risorta, quindi non astratta. Una vita che risorge con il suo corpo, la sua storia, il suo bagaglio di amore. Da quando Dio prende la carne, il paradiso non può più fare a meno della carne, quindi di noi».

Ma c’è un passo dei Vangeli che suona terribile. I sadducei tentano di mettere in difficoltà Gesù chiedendogli di chi sarà moglie nell’aldilà una vedova che ha avuto sette mariti. E lui risponde che nell’aldilà non ci saranno né moglie né marito. Quindi non ci rincontreremo?
«Le parole di Gesù vanno intese nel senso che veniamo liberati non dall’affetto che unisce le persone care, ma dal possesso. Sarà un affetto che non esclude gli altri. È possibile sperimentarlo già in questa vita, quando una famiglia aiuta gli altri, e questi diventano fratelli e sorelle».

Lei da quanto tempo fa il prete?
«Sono entrato in seminario a nove anni, ma già a sette sentivo il desiderio di diventare prete».

Avrà accompagnato nell’ora ultima molte persone. Come si muore?
«Tutti hanno paura della morte, anche i santi. Anche Gesù. Ma tanti muoiono serenamente, se sono accompagnati dall’amore dei loro cari. È una morte confortata. Alcuni parlano anche di una sensazione di luce».

Il cardinale Ruini ha dedicato un capitolo del suo libro «C’è un dopo?» alle esperienze pre-morte, per concludere che non significano nulla: quelle persone non sono morte, quindi della morte non sanno niente.
«È così. C’è una morte biologica, che porta al dissolvimento del corpo, ma non rappresenta la fine; semmai, un passaggio. La morte è il momento del passaggio nel quale ci troviamo davanti a Dio, lo vediamo faccia a faccia. E lo vedremo come un Padre che ci sta aspettando per abbracciarci, per condurci con sé nel paradiso. Non è un Dio che giudica con severità. Ricordo il cardinale Parente, che ha vissuto nella casa dove ora abito. Al momento della morte mi disse: per fortuna, Dio è più misericordioso che giusto».

articolo tratto da CORRIERE DELLA SERA

1029

Ecco come San Michele ci protegge al momento della morte

di don Marcello Stanzione

Nell’angelologia è lui che accompagna l’anima da Dio al momento del trapasso

Secondo la dottrina cattolica in punto di morte noi riceviamo l’aiuto degli angeli e di san Michele. Se vi è infatti un’ora nella quale il cristiano abbia bisogno di soccorso e di protezione, è sicuramente l’ora della morte. L’inferno si sforza in quell’istante nel rapire a Dio l’anima il cui tempo di prova sta per arrivare alla sua fine, egli dirige contro di essa tutte le sue forze ed ingaggia l’assalto supremo e definitivo.

E’ questo che spiega le angosce ed i terrori dell’agonia. Come l’uomo non sarebbe spaventato, quando si vede circondato da nemici accaniti nella sua perdita, quando già sente venire il suo Giudice con le sue terribili rivendicazioni? Ammiriamo una volta di più le attenzioni della divina Provvidenza: ella non ha voluto che nell’ultima ora noi fossimo isolati nella lotta contro l’inferno. Se quest’ora è attesa dall’angelo della morte eterna, essa è augurata anche dall’angelo della vita eterna. Il pio diacono Pantaleone diceva nel VII secolo, che la funzione attribuita a san Michele di proteggere i morenti, è un privilegio secolare e riconosciuto da tutti.

Secondo un autore del III secolo, gli apostoli avrebbero insegnato ai primi cristiani che “san Michele è l’angelo la cui intercessione procura una santa morte davanti a Dio, ch’egli assiste le anime desiderose di morire in Cristo”. Tale è ben, del resto, la tradizione, e tale è l’insegnamento dei teologi. Un culto particolare è infine tributato a Michele da chi si trova in procinto di morire. Nella storia araba di San Giuseppe il Falegname (prima del IV secolo), il Santo prega in questi termini: “Se la mia vita, o Signore, è al termine; se per me è venuto il momento di lasciare questo mondo, mandami Michele, il Principe degli Angeli. Che egli si fermi presso di me, perché la mia povera anima esca in pace, senza pena o timore da questo corpo addolorato”.

Il Sacramentarlo Gelasiano (fine V secolo) registra la seguente preghiera dopo la morte della persona: “Ricevi, Signore, l’anima del tuo servo che a te ritorna, le sia presente l’Angelo della tua Alleanza, Michele”, colui che nell’antichità veniva definito Praepositus paradisi. Nelle raccomandazioni dei moribondi per le comunità di rito ambrosiano, si invoca espressamente il nostro Arcangelo: “Lo assista (il moribondo) San Michele, l’Angelo della tua Alleanza, e per mano dei santi Angeli degnati di collocarlo tra i tuoi santi e i tuoi eletti, nel grembo dei tuoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.

Un testo liturgico che risale al X secolo contiene questa invocazione: “Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera le anime di tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dal profondo abisso; liberale dalle fauci del leone, affinché non siano preda del tartaro e non cadano nelle tenebre; ma le conduca il Vessillifero San Michele alla Luce santa, che un giorno promettesti ad Abramo e alla sua discendenza”. Bellarmino e Suarez, poggiandosi su san Tommaso, dichiarano che san Michele è delegato da Dio per presiedere alla morte dei cristiani, ch’egli libera i suoi servitori dalle astuzie del demonio e dona loro la pace e l’eterna gloria. Sant’Alfonso de Liguori dice a sua volta: “San Michele è incaricato in modo speciale dal Signore di assisterci nel momento della morte”. A tutte queste autorità si aggiunge la pratica della Chiesa.

Quando il ministro dell’unzione degli infermi si avvicina al morente, egli chiede a Dio “d’inviare dal cielo il suo santo angelo perché custodisca, conservi, visiti e difenda questo malato”. Infine questa preghiera che la Chiesa pone sulle nostre labbra: “San Michele arcangelo, difendeteci nella lotta, affinché non periamo nel temibile giudizio”, non è essa per attrarre su di noi la protezione di san Michele nel tempo della grande lotta il cui pegno sarà la nostra eternità? La Chiesa riconosce dunque al glorioso Arcangelo questa funzione.

Ecco perché essa ha approvato le confraternite erette sotto il titolo di San Michele della Buona Morte, così numerose una volta, e le ha arricchite d’indulgenze. I santi si raccomandavano istantaneamente al Principe degli Angeli, al fine di ottenere da lui la grazia d’una buona morte. Sant’Anselmo, assistendo un suo monaco morente, vide il demonio tormentarlo. Ma l’Arcangelo apparve e lo confuse: “Impara, disse a Satana, che tu non avrai mai alcun potere sui miei servitori, i miei protetti, i miei amici”.

Incoraggiato da quella visione, il santo chiese all’Arcangelo la sua protezione per l’ora della morte. San Michele è l’angelo del transitus che riceve le anime dei giusti e le accompagna davanti a Dio, in particolare l’anima di Adamo ed Eva e di Mosé, di Giuseppe e di Maria che Cristo stesso gli affida. Come angelo della morte e conduttore delle anime compare in tutte le opere giudaiche apocrife relative al trapasso dei giusti e in questo ruolo compare presto nella Tradizione cristiana accolta anche nell’Antifona dell’Offertorio della Messa pre-conciliare dei defunti. Per questo spesso le cappelle dei cimiteri e gli ossari sono dedicati a San Michele.

Nelle Litanie di San Michele troviamo dei titoli per San Michele quali: “Aiuto di coloro che sono in agonia”, “Luce e fiducia delle anime all’ora della morte”, “consolatore delle anime trattenute tra le fiamme del purgatorio”. Poiché Michele è anche il “potente intercessore dei cristiani” e “guaritore dei malati”, tutti questi ministeri o favori operano insieme per salvare le anime da satana, per ottenere vittoria eterna e per offrire protezione sulla terra; l’intercessione di Michele continua mentre le anime sono in purgatorio e le scorta in paradiso di cui è pure il protettore.

 

articolo tratto dal sito  aleteia.org

878

Il senso del ricordo cristiano dei defunti: abbracciare la morte con la vita

Al di là delle mille discussioni su Halloween ciò che conta davvero è riuscire a dire parole credibili sulla vita e la speranza di fronte alla morte

di Marco Pappalardo

Nella scuola cattolica in cui insegno, all’inizio della giornata prego insieme ai miei alunni; con molta libertà non tutti lo fanno, alcuni sussurrano, altri sostengono con voce più alta, quasi tutti invece recitano “L’eterno riposo”. C’è qualcosa che scatta nel cuore di questi adolescenti in quel momento, che mi commuove ogni volta perché ha a che fare con la sfera più intima, quella dei ricordi, degli affetti più cari, con la memoria, con la tradizione. Sembra che l’unico legame fra cielo e terra passi attraverso una vita che non c’è più, ma che è viva nei sentimenti dei ragazzi, tanto presente che riesce a far pregare anche chi normalmente non lo fa.

Sarà poco, eppure per me è un piccolo grande miracolo! Sì, perché quando approfondisco l’argomento con loro – per esempio mentre si parla della festa dei Santi e del ricordo dei defunti in relazione ad Halloween – vengono fuori domande come queste: «Prof, come si fa a parlare di vita e di speranza, quando una persona a cui vuoi bene muore?». Che può dire un Prof? Davvero poco, ma di certo può ascoltare in silenzio, finché un altro ragazzo dice: «So che vuol dire soffrire per questo e la morte va chiamata con il suo nome, però anche la vita ha un bel nome che va gridato con coraggio». Mentre si cercano le parole giuste, parole che non si troveranno facilmente, ecco che un altro afferma: «Non dobbiamo avere paura di piangere né di chiedere a Dio il perché della morte di una persona cara, anche questo è pregare, anzi è credere con più forza».

Quando si affrontano questi temi, è bene non dare soluzioni preconfezionate e, appena possibile, faccio vedere la fine del film «La sposa cadavere» di Tim Burton. Quando i morti ritornano sulla terra, uno spirito si muove verso un gruppo di vivi che scappano per la paura, ma un bambino solo resta lì con meraviglia, si avvicina e dice “Nonno?”; un attimo di esitazione, poi lo spirito lo riconosce e l’abbraccia. «Prof. ho capito – interviene una voce dal fondo – questo è il senso del ricordo cristiano dei defunti: non si deve avere paura, anzi bisogna abbracciare la morte con la vita».

Citando una riflessione del blogger “Berlicche”, dico alla classe: «È proprio vero, il cristianesimo dice un’altra cosa. Che non occorre avere paura dei morti o della morte. Che la vita è un passaggio, che la fine di questa vita è l’inizio di un’altra; e che chi muore sarà ritrovato. Il luogo delle sepolture diventa il campo-santo, il campo dove sono seminati i santi che erano i nostri antenati, i nostri nonni, i nostri padri e madri, in attesa del nuovo germoglio». È per questo che nella nostra tradizione si fa festa e non si va neanche a scuola!

Dunque Halloween o festa dei santi e ricordo dei defunti? Scrive Elio Dotto: «La festa di Halloween nutre diffidenza nei confronti dei morti: come se il ricordo dei defunti – ma soprattutto il pensiero della morte – dovesse essere “alleggerito”. (…) Certo, la morte non è un discorso che rallegra. Eppure, pensiamo alla nostra tradizione cristiana che nei primi giorni di novembre ci fa pellegrinare da un cimitero all’altro, sulle tombe dei nostri cari: in tale circostanza la morte non fa più paura. Infatti, il ricordo dei morti si impone sulla minaccia della morte: al punto che noi ripensiamo volentieri alle persone che ci hanno lasciato e ricordiamo con affetto il loro volto, il sorriso, la generosità, le fatiche! Nella festa cristiana dei santi la morte non fa più paura, perché il ricordo della vita è più forte, nonostante tutto».

 

articolo tratto da aleteia.org

574

Paura di morire, è affrontabile?

di Marina Sozzi

Nessun essere umano ignora il timore suscitato dalla morte, buco nero che tutto assorbe, ignoto, misterioso e inquietante. Anche i bambini e gli adolescenti hanno un’apprensione nei suoi confronti, spesso mista all’attrazione per ciò che è pericoloso e sconosciuto. Spesso ripetiamo che occorre reintegrare la morte nella vita: ma questo non significa affermare che sia possibile superare la paura della morte, connaturata con l’uomo in quanto essere consapevole della propria mortalità.

Tuttavia, se, come a molti accade, la paura della morte diventa un’emozione dominante nell’equilibrio della vita, senza che vi sia un’imminenza della morte o un rischio di vita con una concreta base di realtà, vale la pena occuparsene con maggiore attenzione.

E c’è qualcosa che possiamo fare per capirla meglio. Possiamo cominciare a guardarla da vicino, questa paura, e ad analizzarla, spacchettandola, per così dire, dividendola in parti. Che cosa mi fa paura nel fatto di morire?
Non è tautologico. La paura della morte si compone di diverse paure più piccole, che, se comprese, possono contribuire a rendere più accettabile la grande Paura. Tutte le componenti del terrore della morte riguardano la vita.

Una delle più frequenti è quella di non sentire la propria vita come gratificante, di non essere soddisfatti di ciò che si è realizzato. La nostra cultura, che ci spinge a credere di essere individui assolutamente liberi nel mondo, capaci di creare la propria vita dal nulla, come un’opera d’arte, non aiuta a comprendere il limite intrinseco nelle nostre biografie. Siamo invece persone con un radicamento e una storia familiare, sociale e culturale che fanno di noi esseri determinati, che hanno solo alcune possibilità di realizzazione. Se riusciamo a cogliere il senso di quest’affermazione, ad accettare senza rimpianti eccessivi alcune sconfitte e frustrazioni, potremo essere persone più felici, vivere appieno la vita che abbiamo, e vedremo allontanarsi un po’ la paura di morire.

Vivere con consapevolezza sembra un altro elemento centrale. Se siamo sempre proiettati solo nel futuro, senza nulla assaporare del presente, rinviando continuamente le gratificazioni e la felicità, immaginando che arriveranno con la prossima vacanza, con la promozione attesa, con una nuova relazione, l’idea di morire si presenterà come una mannaia che cade su un’opportunità perduta, quella di godere della vita. Se proviamo a essere più presenti, più appagati di quello che abbiamo, più consapevoli e maturi, avremo meno paura di morire.

L’amore è l’altra questione cruciale. La profonda gioia del dare e ricevere amore, amore in senso lato, è un buon antidoto contro la paura di morire. Se abbiamo sperimentato la gioia di dare amore disinteressato e pieno almeno una volta, se ne abbiamo ricevuto in cambio, il senso della nostra vita ci appare più chiaro. E se il significato è compreso, lasciare la vita incute meno panico.

Poi ci sono tante altre paure che non riguardano il fatto in sé di non vivere più, ma il timore di come arriveremo alla nostra morte. La paura di perdere l’autonomia, di dover dipendere da altri, di avere lunghi periodi di sofferenza fisica e spirituale. In una parola, di perdere la propria identità e la propria dignità.
Ma cosa è la dignità? Occorre distinguere tra la paura di perdere la dignità e la percezione, o l’esperienza di perderla. Chi ha studiato l’esperienza di perdere la dignità (come Harvey Max Chochinov nel suo Terapia della dignità) ha messo in luce il fatto che tale percezione non dipende dalle numerose perdite che alla fine della vita indubbiamente si presentano, ma da come si relazionano con noi coloro che si prendono cura della nostra vecchiaia, o della nostra malattia. Il Royal College of Nursing inglese ha dato un’interessante definizione della dignità, affermando che nessun essere umano la perde se coloro che lo circondano continuano a considerarlo un individuo di valore, degno di stima. La dignità ha a che fare con la relazione, non è realtà oggettiva, non esiste a prescindere dagli altri.

Ma se così stanno le cose, come facciamo a essere certi che chi si prenderà cura di noi ci guarderà come esseri dotati di valore? Non è, naturalmente, una certezza che possiamo avere (anche se stendere le nostre disposizioni anticipate di trattamento può aiutare), e tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Quel che possiamo fare per rassicurarci è attribuire sempre a ogni singolo essere umano, qualunque sia la situazione in cui ci si presenta, quello stesso valore che vorremmo che gli altri attribuissero a noi. E’ l’imperativo categorico kantiano, formulato nella Metafisica dei costumi, e quanto mai attuale: “agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale”. Universalizzando, con Kant, il nostro comportamento (agisci come vorresti che gli altri agissero nei tuoi confronti), possiamo contribuire a creare una cultura del rispetto dell’essere umano e della salvaguardia della sua dignità. Ricordiamolo, quando incontriamo persone che hanno bisogno del nostro sostegno, o anche solo della nostra considerazione. Poveri, immigrati, malati, disabili, morenti, eccetera eccetera. La nostra paura di morire decrescerà.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

1679

Antichi riti funebri… dalla sepoltura celeste alla cremazione nell’antica Roma

Sepoltura celeste (Tibet)

La sepoltura celeste è un antico rito funebre tibetano che prevede che il cadavere venga scuoiato e consumato dagli avvoltoi. La prima testimonianza storica di questo rito ci viene da un trattato buddista del XII secolo conosciuto come “Libro della Morte” (Bardo Thodol), ma è molto probabile che l’usanza risalisse a tempi molto precedenti. La sepoltura celeste prevede la recitazione di mantra seguita dalla preparazione del corpo del defunto, che deve procedere tra chiacchierate e sorrisi per sollevare l’anima del trapassato dai pesi terreni. A volte il corpo viene esposto intero agli avvoltoi, altre volte viene ridotto in pezzi per consentire anche a corvi e aquile di cibarsi.

Cremazione vichinga

Contrariamente all’idea comune diffusa da Hollywood, i Vichinghi non dicevano addio ai loro cari deponendone i corpi senza vita su un drakkar e appiccando il fuoco all’imbarcazione: le barche avevano troppo valore per poter essere bruciate ogni volta che moriva qualcuno nella comunità. Il funerale vichingo più comune prevedeva la cremazione su una pira costruita all’aperto (affinché l’anima potesse volare nel Valhalla trasportata dal vento) e la raccolta delle ceneri del defunto in un’urna che successivamente veniva sepolta. Gli individui di rango sociale più elevato potevano permettersi la sepoltura delle proprie ceneri all’interno di una grande bara decorata a forma di nave (più raramente in una nave portata sulla terraferma e poi sepolta) in compagnia di oggetti preziosi, armi e animali sacrificali. Non era raro inoltre che un corpo venisse sepolto semplicemente in un buco nel terreno in seguito riempito di terra e coperto da pietre.

Decomposizione

I riti funebri degli aborigeni australiani variano moltissimo in base al clan d’appartenenza. Uno dei rituali funerari più conosciuti, quello dei Wollaroi, prevede la costruzione di una piattaforma su cui viene deposto il corpo. Il cadavere viene quindi coperto da rami e foglie e si attende per qualche mese che la decomposizione faccia il suo corso; nel frattempo, i “succhi” che colano dal corpo vengono raccolti e usati come unguento magico che donerebbe a chi lo usa le capacità del defunto. Quando rimangono solo le ossa, queste vengono raccolte e sepolte, oppure deposte nella cavità di un albero.

Mesopotamia

I Sumeri credevano che l’aldilà ti trovasse sottoterra e la sepoltura sembrava il metodo migliore per accedere più agevolmente al mondo dei morti. Le persone comuni erano seppellite vicino alla loro residenza, ma se il rituale funerario non veniva rispettato alla lettera potevano tornare sotto forma di fantasmi.
La cremazione era considerato un rituale incapace di dare pace al defunto: salendo verso l’alto dove dimorano gli dei, l’anima umana non avrebbe mai trovato una casa per l’eternità vedendosi rifiutare l’accesso al regno divino.

Egitto

Nell’ Antico Egitto non solo veniva sepolta la gente comune, ma anche gatti e cani, che spesso subivano un processo di mummificazione. Che fosse umano o animale, il defunto veniva sepolto con i suoi oggetti più cari e dopo aver recitato alcuni incantesimi dal Libro dei Morti. I più ricchi potevano invece permettersi la mummificazione e una tomba degna di nota.

Il funerale quasi moderno

Nell’ Antica Roma (e spesso anche in Grecia), il decesso di un membro della famiglia aveva aspetti molto moderni. Il parente più vicino baciava il defunto e gli chiudeva gli occhi, dando inizio ai lamenti funebri. Il corpo veniva quindi posizionato per terra, lavato e consacrato con unguenti; dopo la preparazione, veniva disteso nell’atrio della casa con i piedi in direzione della porta d’ingresso prima di essere portato in processione (pompa funebris) al cimitero per la cremazione. Dopo un’offerta a Cerere, il corpo poteva essere cremato.
In realtà, cremazione e inumazione erano entrambe pratiche molto comuni nella Roma antica, ma indipendentemente dal metodo di sepoltura gli antichi Romani sentivano l’obbligo morale di commemorare i loro antenati ad ogni occasione possibile.

Torri del silenzio

Le Torri del Silenzio (dakhma) sono strutture in legno e argilla alte dai 10 ai 30 metri e strettamente collegate ai riti funebri dell’ Antica Persia e dello Zoroastrismo. Lo Zoroastrismo considera impuri i cadaveri, tra cui dimorerebbe il “demone dei cadaveri” che corrompe ogni cosa; per evitare la contaminazione dei cadaveri, i corpi vengono posizionati in cima ad una torre circolare per esporli al sole e agli uccelli saprofagi (“spazzini”), evitando il contatto con la terra o l’uomo. Una volta che i cadaveri sono ridotti a sole ossa, queste cadono verso il basso andando a riempire il pozzo centrale.

Bara-albero

I Caviteño, abitanti delle regioni rurali di Cavite, Filippine, seppelliscono i loro morti all’interno di alberi cavi. L’albero viene scelto in anticipo dal diretto interessato quando si ha il sentore che il punto di morte sia vicino; non appena passato a miglior vita, il corpo è inserito verticalmente all’interno dell’albero cavo.

Teschi degli antenati

A Kiribati, stato insulare dell’ Oceania, i corpi vengono riesumati mesi dopo la sepoltura per estrarre il cranio del defunto. La famiglia si occupa quindi di pulire il teschio, oliarlo, preservarlo e metterlo in mostra all’interno della casa, di tanto in tanto facendo qualche offerta simbolica al caro estinto.

519

Cimitero dei bimbi mai nati

Cimitero dei bimbi mai nati: dove seppellire i piccoli scomparsi prima delle 28 settimane di gestazione

È stato istituito nel cimitero di Torri di Quartesolo, in provincia di Vicenza, un luogo dove anche i feti abortiti prima della 28° settimana potranno riposare in pace.

Nell’area del camposanto nella quale potranno essere tumulate le salme, sia derivanti da aborto spontaneo che da scelte consenzienti, sono stati predisposti per il momento cinque/sei posti.

A dare la notizia dell’istituzione di una sezione per i piccoli mai nati è il Corriere della Sera che, nel suo articolo, inquadra come promotori dell’iniziativa adottata dal municipio di Torri di Quartesolo l’Azienda Sanitaria di Vicenza e la Regione Veneto.

La scelta di creare uno spazio per accogliere quei piccoli coinvolti tragicamente in gravidanze non andate a buon fine deriva proprio dalla volontà dei loro papà e delle loro mamme. Alcuni genitori infatti, che non hanno avuto la possibilità di stringere il proprio piccolo, hanno chiesto di avere una tomba dove collocare le sue spoglie mortali.

 

articolo tratto da  https://tuttofunerali.it/

625

La legge 219 sul Consenso Informato: quali novità?

di Marina Sozzi

American doctor talking to senior man in surgeryLa legge 219, sul Consenso informato e sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, approvata alla fine del 2017 ed entrata in vigore a fine gennaio 2018, contiene in sé due innovazioni culturali molto importanti: in questo articolo parliamo della prima (il Consenso informato), e un secondo post sarà dedicato alle DAT.

L’articolo 1 della legge afferma il diritto dei cittadini a conoscere le proprie condizioni di salute e a essere informati in modo completo, aggiornato e comprensibile su diagnosi, prognosi e conseguenze dei trattamenti sanitari consigliati dal medico. Ciò significa che il soggetto delle scelte sulla salute è l’individuo malato, con i suoi familiari e i suoi cari. Non si tratta di un’affermazione scontata o di poco conto. Storicamente, dai tempi della scuola medica di Ippocrate (V secolo a.C.) agli anni Sessanta del Novecento, il rapporto medico-paziente ha seguito un modello paternalistico: la relazione è stata sempre considerata fortemente asimmetrica, così che stabilire cosa fosse bene per il paziente spettava solo al medico. Nel corso dei secoli quasi nulla è mutato. Ancora nei codici deontologici degli anni 70 e 80 del Novecento, si raccomanda di nascondere al paziente la malattia grave, e semmai di comunicare alla famiglia la prognosi infausta. In tale atteggiamento era anche presente l’idea (verrebbe da dire, il pensiero magico) che togliere la speranza della guarigione al malato avrebbe peggiorato le sue condizioni fisiche. Quindi, viva la menzogna (anche diverse correnti all’interno della Chiesa – con l’eccezione di Agostino – ritenevano che tale menzogna a fin di bene non fosse peccato).

Solo molto recentemente il modello paternalistico è stato messo in discussione, e oggi si tende a pensare, erroneamente, che sia tramontato. Ma chiunque di noi abbia dovuto firmare un modulo di consenso informato, per un esame invasivo o un’operazione chirurgica, sa che la propria firma si riduce a mero adempimento burocratico, e raramente comporta un’autentica comunicazione tra medico e paziente.

Sono inoltre disponibili alcuni dati sconcertanti, raccolti negli Usa negli anni 2000, riguardo alla percentuale di verità detta ai pazienti sulla diagnosi (i dati si trovano nel volume di Marzio Barbagli, Fine della vita. Morire in Italia). I medici hanno parlato apertamente della diagnosi al 93% dei pazienti con cancro al seno o alla prostata, ma solo all’84% di quelli con cancro ai polmoni, al 78% dei malati di Parkinson, al 48% di quelli malati di ictus, al 45% degli affetti da Alzheimer, al 27% di quelli che soffrono di altre forme di demenza.

Come leggere questi dati? Se la prognosi si fa infausta, o se si tratta di malattie rispetto alle quali la medicina si sente impotente, come le demenze, la verità viene detta più raramente: non solo sulla prognosi, ma anche sulla diagnosi. E i medici americani hanno ammesso la loro difficoltà nel dire la verità al malato. In Italia, dati come questi non sono neppure raccolti, e non oso immaginare cosa emergerebbe da una tale indagine.

Inutile ricordare anche che nella maggioranza dei casi il consenso informato è oggi un foglio che ha come principale ruolo quello di proteggere il medico da eventuali rivendicazioni legali da parte dei pazienti. Venuto meno il paternalismo, non è stato sostituito da una relazione aperta e sincera tra medico e paziente, dall’auspicata alleanza terapeutica. Anzi. Entrambi sono sulla difensiva, due diffidenze si incrociano. Il paziente teme l’incompetenza del medico, non accetta che la medicina possa fallire, e non è più paziente, ma esigente, come scrive Ivan Cavicchi. E il medico, che da un lato pensa di dover essere onnipotente, e dall’altro sa di poter fallire, cerca di proteggersi da eventuali denunce.

In questa pessima situazione, che fortunatamente ha un certo numero di felici eccezioni, era senz’altro indispensabile una legge che spiegasse bene in cosa consiste il consenso informato, quali sono i diritti dei cittadini e i doveri dei medici. E tuttavia, non possiamo dare un giudizio positivo su questa legge, neppure su questo prezioso articolo 1.

Quando si vuole cambiare una prassi, infatti, non è sufficiente enunciare come dovrebbero andare le cose. Occorre stabilire come fare perché le cose cambino. In questo caso, è indispensabile (la legge lo dice) fare formazione ai medici, affinché imparino a parlare con i loro pazienti, e a comunicare anche le cattive notizie. Affinché i dottori comprendano che la speranza non è necessariamente aspettativa di guarigione, e che i pazienti hanno tanti altri tipi di speranza che possono coltivare, anche alla fine della vita. Affinché i dottori riescano a mettere in gioco anche la loro umanità, la loro umana fragilità, nel parlare con i pazienti (e allora si vedrebbero le denunce contro i medici diminuire vertiginosamente). Il tempo della comunicazione è tempo di cura, recita la legge. Bellissima affermazione di principio, ma come ottenere che entri nella prassi clinica?

Senza un’adeguata e sistematica formazione, non c’è speranza che le cose cambino, se non con enorme lentezza: i tempi lunghi dei cambiamenti spontanei di mentalità.

Ma questa legge non fa nulla per essere motore di cambiamento: non indica quali enti dovrebbero fare formazione, e neppure stanzia denaro, neppure un euro, a tal fine. Neppure auspica che una vasta campagna di informazione sia dedicata ai cittadini e ai pazienti, che continuano a delegare ai medici scelte che non sanno di poter fare in prima persona e che non ritengono di avere la capacità di fare. Peccato. L’ennesimo contentino a chi voleva la legge, l’ennesima occasione perduta.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

2101

DONARE IL PROPRIO CADAVERE AI FINI DI RICERCA SCIENTIFICA.

Siamo tutti a conoscenza della possibilità di donare organi e tessuti a scopo trapianto; ci sono enti come l’AIDO che operano su tutto il territorio nazionale raccogliendo moltissime adesioni l’anno, ma in pochi sanno che c’è un’altra scelta da poter fare: DONARE IL PROPRIO CADAVERE AI FINI DI RICERCA SCIENTIFICA.
Di primo acchito questa potrebbe sembrare una soluzione molto meno altruistica; non salva (apparentemente) nessuna vita, non nell’immediato almeno, ma in realtà, è di fondamentale importanza in campo chirurgico.
Questo consente infatti di impratichire giovani chirurghi ma anche di sperimentare tecniche innovative o dare la possibilità ad esperti medici di provare e riprodurre operazioni di estrema delicatezza e complessità; azzererebbe la sperimentazione su animali e aumenterebbe l’abilità di ogni singolo chirurgo perché il cadavere è anatomia umana e si andrebbe a studiare quindi la reale situazione strutturale.
Su un cadavere donato sono possibili dai 60 ai 100 interventi su tutte le parti del corpo, interventi di studio, pratica e perfezionamento di tecniche operatorie soprattutto da parte di neurochirughi ed ortopedici.
Attualmente la donazione del corpo post mortem è una scelta ancora pressoché sconosciuta ma decisamente essenziale se si pensa alla velocità con cui la tecnologia si evolve con tecniche sempre più sofisticate e di precisione che richiedono forzatamente ore di pratica e di studio.
I medici italiani infatti, per rimanere sempre aggiornati e all’avanguardia sono spesso costretti a fare corsi di aggiornamento all’estero come in Spagna, Francia o Germania, dove le donazioni dei cadaveri sono a livelli molto alti.

La prima remora potrebbe essere quella della privazione del corpo da parte dei familiari e l’impossibilità di esequie secondo il proprio credo.
Bene, non è così.
Il funerale viene svolto in maniera normale, (in caso di religione cattolica è bene sapere anche che la Chiesa non si oppone alla donazione dei cadaveri) dopo la funzione il corpo verrà portato presso la struttura convenzionata, lo si tiene per qualche mese, poi accuratamente ricomposto viene portato definitivamente al cimitero o in cremazione a seconda delle volontà del defunto e si mantiene sempre l’identità della persona.
Può essere sostanzialmente visto come un “prestito” alla scienza per contribuire al progresso delle conoscenze in campo medico.
Altra cosa da sapere è che la decisone di donare il proprio corpo può essere revocata in qualsiasi momento e non è assolutamente vincolante.

Come fare quindi?
Non ci sono particolari procedure: è sufficiente che venga espressa in vita la volontà del donatore scritta e firmata di proprio pugno e non è necessario formalizzare l’atto presso uno studio notarile. Basta contattare gli atenei che attuano questa pratica per ottenere i moduli di adesione i quali, debitamente compilati e sottoscritti vanno rispediti a loro.
Le salme che non possono essere accettate sono quelle affette da grave obesità, con mutilazioni, ferite aperte di natura post-traumatica, con malattie infettive (tubercolosi, AIDS, epatiti vitali…) o quelle su cui c’è un interesse giudiziario perché in questo caso anche a distanza di anni potrebbe essere richiesta l’esumazione per riscontro autoptico.

 

I costi variano a secondo della struttura: possono essere interamente a carico della famiglia o dove è previsto potrebbe esserci un rimborso o un’agevolazione.
Ad ogni modo, prima di fare qualsiasi scelta suggeriamo a chi interessato di contattare uno dei seguenti riferimenti per farsi dare una più ampia e dettagliata visione:

TORINO:
Laboratorio per lo studio del cadavere
Via Chiabrera, 37
Responsabile: Prof.ssa Sarah Gino
Per informazioni: 011.6705919 – 011.6705915 – 338.8032866
sarah.gino@unito.it
grazia.mattutino@unito.it

BOLOGNA
Centro per la donazione del corpo
Referente: Dott.ssa Giulia Adalgisa Mariani
Sede operativa di Anatomia Umana Università di Bologna
Via Irnerio, 48
Per informazioni: 051.2091511 – 051.2091584
Fax: 051.251735 – 051.2091659
adalgisa.mariani@unibo.it

PADOVA:
Università di Padova – sede di Anatomia umana – dipartimento di Medicina molecolare
Responsabile: Raffaele De Caro
Via A. Gabelli, 65
Per informazioni: 0498.214292 – 0498.272324
Fax: 0498.272328
anatomia.medicinamolecolare@unipd.it

 

 

 

 

888

Il lutto per la morte di un animale domestico

di Davide Sisto

Closeup portrait of cute adorable tabby cat with stripes and yellow green eyes lying on a sofa couch with yellow brown blanket comforter on sunny day.

Il 30 novembre è diventato, dal 2012, un giorno molto triste. In quella data, infatti, è morto il mio gatto Ozzy, il cui nome è un omaggio al cantante dei Black Sabbath, di cui sono appassionato. Trovato in un bidone della spazzatura, quando aveva circa due o tre mesi, Ozzy è stato in mia compagnia per quindici anni. Abbiamo condiviso due traslochi e, dal momento che lavoro principalmente a casa, siamo stati insieme per tante ore di seguito al giorno, con rituali e abitudini pienamente consolidate. Ad esempio, ogni volta che accendevo lo stereo e ascoltavo i miei cd heavy metal, lui arrivava ronfando e si piazzava sotto lo stereo. Fin da piccolo aveva probabilmente percepito quel suono come qualcosa di molto familiare e, rispettando quindi il nome che gli avevo dato, non si perdeva un singolo ascolto. Cosa che lasciava decisamente perplesso chi non aveva familiarità con la musica metal.

La morte di un animale domestico genera un lutto che non va in alcun modo sottovalutato, checché ne pensino coloro che non ne hanno mai fatta esperienza. La sera del 30 novembre 2012 mi è venuto spontaneo pulire immediatamente casa, cancellando il più possibile le sue tracce. Ho buttato via la lettiera, i piattini in cui mangiava e beveva e ho conservato con attenzione i suoi giochi preferiti, per tenerli come ricordo. Non è stato facile abituarsi a dormire senza il suo peso sulle gambe, che per anni ha condizionato il mio riposo notturno obbligandomi a stare praticamente immobile, quasi mummificato, fino alla mattina seguente. Non è stato facile entrare in un supermercato e passare, senza sussulti emotivi, nel reparto in cui vengono venduti i prodotti alimentari per gatti. Non è stato facile, in linea generale, ricostruire daccapo le abitudini casalinghe, mettendo da parte ciò che ha segnato quindici anni di convivenza. Dalla finestra strategicamente aperta, per farlo andare sul balcone, a quella strategicamente chiusa, per non perderlo. Dall’organizzazione dei viaggi e delle vacanze, tenendo conto delle esigenze casalinghe di Ozzy, all’apertura della porta di casa, dietro cui si manifestava immediatamente la sua presenza “miagolante”.

Il rapporto che si crea con un animale domestico non è dissimile da quello che si crea con una persona amata, per cui si vive una situazione di perdita e di elaborazione del lutto che non va sottovalutata, perché può creare – soprattutto, in persone che vivono da sole – un trauma. Non si tratta soltanto di una forma di autosuggestione legata alle abitudini consolidate nel corso degli anni. Nasce un autentico legame in cui entrambi i soggetti vivono mediando le proprie esigenze con quelle dell’altro. Il gatto, così come ogni altro animale domestico, diviene un membro ufficiale della famiglia, al punto che – come indicato in alcuni studi americani – la sua perdita è una delle principali cause dell’insorgenza di una depressione.

A ciò va aggiunto un aspetto che ho constatato in prima persona. La dimensione affettiva nei confronti del proprio gatto domestico è particolarmente intensa poiché si ha la percezione di trovarsi in una condizione di totale accudimento. Si ha la sensazione, cioè, che quel gatto dipenda totalmente dalla cura della persona, per cui ci si sente molto responsabilizzati nelle scelte e nelle decisioni. Inoltre, pur essendo portato a una forma di autarchia quasi caricaturale, il gatto vive un rapporto di totale amore con la persona che lo accudisce come si deve, evitando quelle situazioni conflittuali che invece caratterizzano le relazioni tra esseri umani.

Tutti questi aspetti rendono la relazione molto forte e accettarne la rottura diventa particolarmente doloroso.

Alcuni affrontano questo dolore prendendo subito un altro gatto; altri, invece, non se la sentono di sostituirlo. E anche questi due comportamenti dimostrano quanto sia delicata l’elaborazione del lutto.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it