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Intervista. Davide Sisto è uno dei pochi intellettuali italiani che in questi anni si è occupato di morte e digitale. A lui abbiamo chiesto una visione di questo rapporto straniante ma quotidiano, fuori e dentro la crisi da covid-19. Una questione tutt’altro che chiusa, soprattutto nei suoi risvolti psichici

scritto da Luca Barachetti
Coordinatore dei contenuti di Eppen.

I tanti profili Facebook delle persone decedute come fantasmi di una dimensione pubblica e virtuale. I racconti tramite post delle persone scomparse. Ma anche le iniziative memoriali come “Ogni vita è un racconto”. La morte prima del covid-19 era stata allontanata dal discorso pubblico. Tuttavia con il digitale si è riavvicinata, per poi tornare con prepotenza nelle nostre vite a causa dell’epidemia. Una morte in solitudine (ad esempio nelle terapie intensive) senza un’ultima parola o un gesto conclusivo, privata anche della ritualità religiosa o laica alla base della nostra società. Ci è rimasto il web, con le tracce di chi non c’è più e di chi c’è ancora e ricorda.

Ne abbiamo parlato con Davide Sisto, tanatologo e filosofo presso l’Università di Torino, nonché autore di “La morte si fa social” (Bollati Boringhieri, 2018) e del più recente “Ricordati di me” (Bollati Boringhieri, 2020), due libri fondamentali qualora si voglia affrontare la questione della Fine nelle nostre esistenze onlife.

LB: Che rapporto avevamo con la morte prima del coronavirus?

DS: Un rapporto molto problematico a causa della sua radicale rimozione sociale e culturale dallo spazio pubblico all’interno di cui svolgiamo le nostre attività quotidiane. Nominarla in pubblico risulta essere inopportuno o addirittura di cattivo gusto. Nel mio libro “La morte si fa social” ho menzionato una ricerca scientifica australiana che ha analizzato, nel 2017, le decine di espressioni linguistiche utilizzate nel mondo occidentale per non usare il termine “morte”. Questa rimozione ci ha spinto a credere che la morte non sia parte della vita, ma sia un Male che dall’esterno ci attacca, per cui è obbligo della medicina e della tecnologia sconfiggerla con tutte le armi a disposizione. Pensiamo alla pessima espressione “stroncato da un male incurabile” utilizzata per spiegare che una persona è morta a causa di un tumore. Un simile immaginario sociale e culturale, che attribuisce un valore morale negativo alla mortalità e affida i sogni di immortalità alla medicina, genera una serie di conseguenze negative da anni evidenziate nel campo della Death Education.
Davide Sisto

LB: Poi è arrivato il virus: avevamo lasciato la morte fuori dalla porta, affidando alla tecnica il compito di posticiparla, fino all’immortalità (come racconta Don DeLillo in “Zero K”). È rientrata dalla finestra. Abbiamo continuato a ripeterci #andratuttobene, ma non è andato tutto bene. Pensa che questa abolizione della morte abbia reso più difficile il nostro rapportarsi ad essa?

DS: Sicuramente. L’hashtag #andratuttobene è paradigmatico a proposito. Per quanto sia più che lecito crearsi delle vie di fuga dal terrore del momento, non è tuttavia salutare evitare di guardare in faccia la realtà. Le immediate reazioni impulsive delle persone, prima tramite il ridimensionamento del pericolo (penso a chi sosteneva a inizio marzo che infrangere il lockdown era un atto rivoluzionario), poi tramite azioni irrazionali (lo svuotamento dei supermercati, l’aggressiva caccia ai runner, ecc.), hanno evidenziato la totale impreparazione psicologica ed emotiva ad affrontare le conseguenze della nostra innata fragilità esistenziale. Una maggiore coscienza della propria mortalità non avrebbe, certo, diminuito la paura ma avrebbe sicuramente aiutato a essere maggiormente lucidi e razionali dinanzi al pericolo inaspettato.

LB: Il digitale però, prima ancora del coronavirus, ci ha un rimesso di fronte alla morte abolita.

DS: Le tecnologie digitali, senza volerlo, stanno riportando dinanzi ai nostri occhi la morte tenuta lontana dallo spazio pubblico. La ricercatrice inglese Stacey Pitsillides scrive, come introduzione al suo sito digitaldeath.eu, che la morte fa parte della vita e la vita è divenuta digitale. Il fatto di plasmare, nel corso degli anni, le nostre identità digitali all’interno dei social network ci ha messo di fronte al fatto che non vi è vita senza morte. Basti pensare che Facebook include oltre cinquanta milioni di profili di utenti deceduti. Addirittura, si prevede già nel 2070 che ci saranno su Facebook più profili dei morti che dei vivi. Questo, ovviamente, produce sia conseguenze positive (i social network rappresentano un punto di partenza per una rinnovata consapevolezza della nostra mortalità) sia effetti negativi (le identità digitali restano online, dandoci l’impressione di vivere spettralmente per sempre).

LB: Con l’epidemia la morte è solitaria, è cambiato il paradigma: niente ultima parola d’addio, niente ritualità dell’ultimo saluto. I social e il web sono stati un soccorso?

DS: Assolutamente sì. Penso soprattutto alle video-chiamate che hanno permesso ai malati, intubati nei reparti ospedalieri, di dare un ultimo saluto ai loro cari, anche se solo tramite gli schermi. Senza ombra di dubbio, il contatto fisico resta insostituibile. Tuttavia, i social e il web in generale hanno rappresentato un ottimo mezzo per sopperire alla scomparsa improvvisa e drammatica dei corpi. E dobbiamo farne tesoro in futuro.

LB: Che funzione hanno avuto?

DS: Nel mio ultimo libro, “Ricordati di me”, evidenzio come i social network siano diventati veri e propri esperimenti di autobiografia culturale collettiva. Che ci piaccia o no, la nostra vita è ampiamente presente all’interno dei social network. Dunque, in circostanze così drammatiche, essi permettono di fare gruppo e di darsi reciproco supporto, limitando quell’imbarazzo che spesso ha luogo nella dimensione offline. Pensiamo alla pagina Facebook “Noi denunceremo”, colma di storie personali e di interazioni benefiche tra chi ha vissuto lo stesso identico trauma. Inoltre, i social permettono di conservare i ricordi dei propri cari, aspetto che alla lunga può essere anche traumatico a causa del meccanismo della registrazione. La registrazione del ricordo lo rende infatti sempre presente, dunque rende più difficile il superamento del dolore ad esso associato. A parte questo, il ruolo dei social network è basilare in questo periodo di gigantesca solitudine. Inoltre, ciascuno di noi, con le proprie storie personali, sta contribuendo a creare un vero e proprio archivio digitale delle memorie della pandemia. Gli storici, in futuro, non potranno che trarne enormi benefici.

LB: Lei parla spesso di spettri digitali, presenze / assenze in forma di big data…

DS: Dal momento in cui l’uomo ha preso coscienza della morte di sé e dei propri cari ha cercato, altresì, di mantenere presenti coloro divenuti assenti. A partire dalla scrittura, ogni invenzione che cerca di far permanere, tramite la registrazione, colui che scompare rappresenta un modo di opporsi alla morte. Da questo punto di vista, gli spettri digitali non sono altro che una modalità innovativa di conservare il ricordo delle persone amate che non ci sono più. Gli spettri digitali diventano paurosi se, invece di rappresentare una sorta di scrigno tecnologico dei ricordi, mirano a sostituire i morti. In tal caso, gli esiti sono problematici, come nel famoso episodio “Torna da me” di Black Mirror, in cui allo spettro digitale del fidanzato la compagna rinfaccia di essere solo un accenno di ciò che era il suo fidanzato in carne e ossa, dunque di non avere nessuna storia.

LB: L’Eco di Bergamo ha avviato il progetto “Ogni vita è un racconto”, un memoriale online dove tutti possono lasciare il loro ricordo di una persona morta.

DS: Mi sembra un’operazione molto utile e intelligente tanto sul piano della consolazione quanto sul piano della memoria storica. Rafforza il senso dell’appartenenza alla propria comunità, offre ai tanti defunti uno spazio digitale per “stare insieme”, soprattutto tenuto conto della mancanza in molti casi dei riti funebri, e simbolicamente limita il senso di solitudine dei dolenti. In più, crea un archivio digitale delle storie delle persone comuni, assai prezioso da un punto di vista storico.

LB: La memoria è sempre d’aiuto dinanzi alla morte? O è importante pure l’oblio?

DS: Anche l’oblio può rappresentare una scelta salutare. Ma la scelta tra la memoria e l’oblio di sé o dei propri cari è assolutamente una questione soggettiva, che non può valere per tutti allo stesso identico modo.

LB: In questi giorni c’è una grande attenzione verso la crisi economica conseguente al virus, ma pochissima cura della crisi psichica data da lutti, isolamento, angoscia verso un qualcosa che ancora oggi fatichiamo a definire.

DS: Sarebbe opportuno che lo stato italiano comprendesse, una buona volta, l’importanza della Death Education. Mai come oggi serve il lavoro delle persone che si occupano di lutto e di morte e che possono offrire un sostegno fondamentale a chi ha vissuto questo incubo. L’errore madornale consiste nell’abbandonare ogni dolente alla sua solitudine, senza offrigli un supporto sociale che è fondamentale per affrontare le conseguenze psicologiche dei lutti, dell’isolamento e di tutto ciò che ci sta facendo soffrire, non solo sul piano economico.

LB: Per comprendere l’importanza del digitale dinanzi alla morte, soprattutto quando il deceduto è assente, è necessario superare la dicotomia reale / virtuale per andare verso quel mondo ibrido e osmotico che è l’onlife, come l’ha definito il filosofo Luciano Floridi… non crede che sia una questione da affrontare fino dalla scuola?

DS: Assolutamente sì. Aggiungo un appunto: noi viviamo da anni una vita onlife, pur ignorandola e credendo che vi sia una distinzione tra reale e virtuale, che di fatto esiste solo nei nostri pregiudizi. La pandemia, paradossalmente, ci ha fatto vivere una vita online senza quella offline, a causa del congelamento dei nostri corpi dentro le abitazioni. Ciò ha creato non pochi problemi di natura lavorativa, psicologica, emotiva, ecc. Ecco perché questa esperienza dovrebbe spingere le scuole a educare all’uso del digitale, evidenziando l’importanza della sua integrazione nelle nostre vite e insegnando – al tempo stesso – i rischi che derivano dall’iperconnessione. Mi chiedo se, prima o poi, ci sarà questa lungimiranza statale e si capirà che non si può più vivere in un mondo che di fatto non esiste, quello che distingue ancora il reale dal virtuale.

intervista tratta da L’ECO DI BERGAMO

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Il 6 febbraio 2020 l’emittente sudcoreana MBC ha trasmesso una parte sostanziosa di un documentario, intitolato I Met You, il quale mostra l’incontro – tramite Realtà Virtuale – tra una donna, Jang Ji-sung, e la figlia Nayeon, morta nel 2016 a sette anni a causa di un tumore. Il progetto, portato avanti dall’emittente sudcoreana per oltre otto mesi, si è occupato innanzitutto della graduale ricostruzione delle fattezze e della voce di Nayeon, a partire dalle fotografie e dai documenti audiovisivi che l’hanno immortalata nel corso della sua breve vita. In secondo luogo, ha usufruito del sostegno offerto da un’altra bambina della stessa età, la quale è stata sottoposta a più sessioni di motion capture per rendere realistici i movimenti dell’avatar. Quindi, ha creato un ambiente virtuale specifico che, simile a un parco, risulta composto da un prato, da un numero significativo di alberi e da un cielo costellato da molteplici nuvole bianche. All’interno di questa specie di parco è stato inserito l’avatar di Nayeon, una volta integrate insieme le sue personali memorie digitali e le movenze dell’altra bambina sottopostasi al progetto.

Il risultato, visibile anche su YouTube all’interno di un video condiviso dalla MBC stessa e visualizzato da quasi venti milioni di utenti, è sconvolgente: il documentario, infatti, sovrappone costantemente la presenza “fisica” della madre nell’asettico studio di registrazione alla sua presenza “virtuale” nel mondo creato a tavolino, al quale si accede tramite un visore. Il video mostra Nayeon che si muove verso la madre, comincia a dialogare con lei, le dona un fiore e poi le offre una fetta di torta, dal momento che l’incontro ha avuto luogo nel giorno del compleanno della bambina. Jang Ji-sung, in lacrime, muove le mani nel vuoto, in direzione del volto della figlia che le appare sullo schermo del visore: l’alternanza delle riprese tra il mondo reale e il mondo virtuale mette lo spettatore nella condizione di cogliere gli effetti che produce l’immersione in un mondo immaginario. La vicenda di Jang Ji-sung e Nayeon evidenzia i giganteschi progressi nell’ambito di quella “presenza psicologica” che – secondo Jeremy Bailenson, direttore del Virtual Human Interaction Lab in California – dovrebbe rappresentare la caratteristica fondamentale della Realtà Virtuale, annullando la distanza tra il mondo reale e quello virtuale. Non a caso, Jang Ji-sung, una volta superata la commozione, descrive l’esperienza vissuta con queste parole: “Forse è davvero il Paradiso. Ho visto Nayeon, che mi ha chiamata, mi ha sorriso, è stato molto breve ma è stato un bel momento. Penso di aver vissuto il sogno che ho sempre voluto. Spero che tante persone si ricordino di Nayeon dopo aver visto lo show”.

Le parole usate da Jang Ji-sung sono, a mio avviso, molto importanti per cercare di comprendere una simile iniziativa senza assumere una posizione – anche comprensibilmente – solo negativa. Chiunque lavori, infatti, nel campo dell’elaborazione del lutto sa bene quali siano i pericoli di questo esperimento tecnologico: in una situazione di particolare fragilità emotiva e psichica, si rischia di confondere la rappresentazione virtuale con la realtà “fisica”, maturando una dipendenza che vanifica il ruolo salubre del rito funebre. Si mette da parte il significato positivo della rottura tra il mondo terminato (vissuto insieme alla persona deceduta) e il nuovo mondo (vissuto senza la persona deceduta), rimanendo imprigionati nel ricordo e nella sofferenza per l’assenza di un legame che è venuto fisicamente a mancare.

Le parole di Jang Ji-sung portano alla luce, tuttavia, un altro significato da attribuire a questo esperimento: esso rappresenta un breve momento di ricongiunzione, simile a un sogno, che permette alla madre di interagire – almeno, una volta ancora – con la figlia deceduta. Dagli albori dei tempi, ogni innovazione tecnologica nasconde implicitamente in sé il desiderio di mantenere un legame, non solo spirituale, con il morto. Pensiamo, banalmente, alle numerose diatribe sui pericoli che le invenzioni della fotografia e del fonografo generavano all’interno del fragile legame tra i vivi e i morti. L’uso della Realtà Virtuale, in questo senso, permette di rendere più vivido il ricordo delle movenze, dello sguardo e della voce del morto, impendendo che il tempo ne determini la lenta e malinconica cancellazione dalla memoria. Permette, da un altro punto di vista, di ritagliarsi una piccola via di fuga dalle leggi della vita, riprendendo il contatto desiderato con la persona che non c’è più, anche se all’interno di un contesto finzionale.

Ora, sono ampiamente consapevole dei tanti rischi che ne derivano: innanzitutto, la potenza della Realtà Virtuale non è paragonabile a quella della fotografia, dal momento che la prima a differenza della seconda permette una vera e propria interazione con il morto. In secondo luogo, non tutti hanno la lucidità e la razionalità per non rimanerne intrappolati. In terzo luogo, non tutti maturano lo stesso tipo di rapporto con il proprio passato: c’è chi è più propenso a rimanerne nostalgicamente legato e, in tal caso, l’esperimento di I Met You può generare solo conseguenze negative. Infine, bisogna tener conto delle differenze culturali: i paesi orientali come la Corea del Sud, il Giappone e la Cina hanno un legame tradizionalmente più intimo e complesso con le rappresentazioni tecnologiche delle persone (gli ologrammi, per esempio, svolgono un ruolo sociale molto più sviluppato rispetto al nostro paese). Pertanto, ciò che funziona all’interno di determinate culture e società non è detto che funzioni in altre culture, portate a una maggiore diffidenza nei confronti delle innovazioni tecnologiche.

In conclusione, soppesando i pro e i contro, ci tengo a provare a interpretare I Met You senza un atteggiamento eccessivamente impaurito o pregiudizievole. Mi piace vederlo come un tentativo molto innovativo, quasi utopico, di mantenere vivo il ricordo dei propri cari, pur essendo consapevole che ogni innovazione porta con sé una serie di pericoli che mai vanno sottovalutati. Credo che al pregiudizio sia necessario contrapporre quell’apertura mentale che permette di affrontare la rivoluzione digitale in corso con razionalità, di modo da offrire alle persone che rischiano di rimanerne intrappolate il migli

ARTICOLO TRATTO DA sipuodiremorte.it

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In data 29/1/2020 è stata approvata in via definitiva dalla commissione Affari sociali della Camera, in sede legislativa, la legge in materia di disposizione del proprio corpo e dei tessuti post mortem a fini di studio, di formazione e di ricerca scientifica (AC1806).
Il testo proposto in Senato per iniziativa del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri (M5S), è stato definitivamente approvato a Montecitorio all’unanimità.
Per il consenso a donare il proprio corpo varranno le stesse modalità delle DAT.
Il provvedimento punta a regolamentare e rendere più facile la donazione dei cadaveri a fini di studio, di ricerca scientifica e di formazione per renderne più facile la donazione.
Oggi infatti, la normativa pone troppi paletti e nei fatti le donazioni sono poche e i nostri chirurghi vanno in Francia, Germania, Austria a seguire dei corsi.
E’ previsto il consenso per la donazione, nonché la istituzione di un elenco di Centri di riferimento.
La legge non è immediatamente operativa, dopo la pubblicazione in GU, poiché servirà un regolamento Miur, Salute, Interno, previa intesa in Stato-Regioni, per dare attuazione alla norma. Il regolamento dovrebbe essere approvato entro 3 mesi.
Importante conoscere anche cosa succederà del corpo dopo lo studio. Difatti lo stesso corpo seguirà le seguenti regole:
L’articolo 6 dispone che i centri di riferimento siano tenuti a restituire la salma alla famiglia in condizioni dignitose entro dodici mesi dalla consegna. Gli oneri per il trasporto del corpo, dal momento del decesso fino alla sua restituzione, le spese relative alla tumulazione, nonché le spese per l’eventuale cremazione sono a carico dei centri medesimi, che provvedono nell’ambito delle risorse destinate ai progetti di ricerca.

articolo tratto da: EUROACT

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La professoressa e consulente Ana Cristina Frias ha deciso quattro anni fa di offrirsi volontaria per quest’opera di misericordia svolta dalla confraternita, dopo aver partecipato a una celebrazione eucaristica per le anime delle persone morte in stato di abbandono.

La Confraternita di San Rocco e della Misericordia di Lisbona seppellisce le persone il cui corpo non è stato reclamato da nessuno
In occasione dell’ultima solennità dei defunti, l’agenzia cattolica portoghese Ecclesia ha pubblicato un reportage sulla Confraternita di San Rocco e della Misericordia di Lisbona, che nella capitale portoghese ha dato sepoltura a 128 uomini, donne e bambini i cui corpi non erano stati reclamati da nessuno.

“Non giudichiamo nessuno e nessuna circostanza”, ha commentato. “Per i volontari è un onore realizzare questo accompagnamento spirituale e partecipare alla preghiera del sacerdote. Ho pensato che era una cosa che potevo fare e che mi sarei sentita onorata. Il passato e il contesto di vita della persona non contano. Dobbiamo conoscerne il nome per una questione di dignità e perché fa parte del compito della confraternita garantire che i rituali siano seguiti adeguatamente per conferire questa dignità, ma è irrilevante quello che una persona faceva, dove si trovava, se è morta per strada o in quali circostanze”.

Circa 30 volontari affidano simbolicamente a Dio l’anima delle persone abbandonate al cui funerale partecipano.

“Alcuni cristiani possono non sentirsi chiamati a questo tipo di volontariato, perché in generale le persone fuggono dalla morte, dai funerali… Solo andare in un cimitero o a un funerale provoca disagio. È una realtà anche per molti cristiani. Superato questo, tutti possono farlo”.

Quando un corpo resta più di 30 giorni senza essere reclamato da nessuno, l’agenzia funebre contatta la Confraternita di San Rocco e della Misericordia di Lisbona per informare sulla data e l’ora del funerale in uno dei quattro cimiteri della città, e chiede un volontario per l’accompagnamento. Alla cerimonia partecipano sempre un sacerdote o un ministro delle esequie e un volontario.

Il costo della sepoltura è a carico della Santa Casa della Misericordia e dell’agenzia funebre. Le difficoltà finanziarie sono tra le cause del mancato reclamo di un corpo. Ci sono situazioni in cui i parenti semplicemente non hanno risorse per pagare la sepoltura di un familiare. Ana Cristina Frias commenta che questa situazione è più frequente nelle grandi città, perché nei centri più piccoli i legami sono più stretti.

ar/ticolo tratto da ALETEIA.ORG

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IL CIMITERO DI KEY WEST … L’ESTREMO SUD D’AMERICA

Juan Ponce De León, un avventuriero spagnolo, pare sia stato il primo europeo a mettere piede in Florida, attirato dalla leggenda caraibica che narra di una Fontana della Giovinezza nascosta da qualche parte a nord di Cuba. Così, uscendo da Miami e spingendosi verso l’estremo sud, si incontra il mondo incantato delle Florida Keys, un tempo paradiso dei pirati. Si tratta di una serie di 42 isolette, collegate da ponti di rara geometria, che si prolungano per oltre duecento chilometri tra le acque dell’Oceano Atlantico e il Golfo del Messico. Al “termine della strada” sorge Key West, il luogo che ha fatto della libertà e della tolleranza una sorta di bandiera.

L’America termina qui. Qualcuno direbbe “zero miles”!

A qualche passo dal cuore della cittadina, nei pressi della chiesa cattolica St. Mary, si trova il Key West City Cemetery. Aperto nel 1847 il piccolo cimitero non viene a trovarsi fuori dal centro abitato, ma eccezionalmente inserito nel luogo come “presenza integrante”. La forma geometrica, racchiusa da un sottile recinto in art déco, ritaglia lo spazio per la sepoltura dei morti dal vivere quotidiano. Sappiamo bene quanto nella separazione ci sia parte della acquisizione della conoscenza implicita della morte, ma l’area finemente racchiusa sembra qui esprimere la volontà di non separare il vivere civile dal morire. Tuttavia le palme e il vento sembrano concedere al visitatore un certo senso di protezione.

Privilegiando l’itinerario spaziale più o meno regolare delle sepolture, il cimitero di Key West evidenzia un proprio stile, attraverso bizzarre incisioni tombali, come «Te l’avevo detto che non mi sentivo bene», impressa sulla tomba di B.P. “Pearl” Roberts (1929-1979), e la chiara ripetizione di viali, disposti secondo assi di simmetria, spesso cosparsi di terra o di sabbia fra le tombe. In ogni “isolato”, dunque, l’iconografia interna stempera la propria voce, a seconda degli spazi percorsi.

Tra i monumenti più interessanti ricordiamo il Maine Monument, voluto dai cittadini di Key West e inaugurato il 15 marzo del 1900 in memoria delle vittime della corazzata americana Maine, fatta saltare in aria mentre si trovava all’ancora nel porto della Havana, nel febbraio 1898. Non lontano dal Maine Monument si trova Los Martires de Cuba, una scultura commemorativa eretta nel 1892 in onore di coloro che hanno dato la propria vita per liberare Cuba dalla Spagna. Attraverso i piccoli viali che si intersecano ad angolo retto è inoltre possibile raggiungere l’area delle sepolture cattoliche, al centro delle quali sono inumati alcuni sacerdoti della Saint Mary’s Catholic Church: S. Huningo (1862), J.E. McDonald (1869), J.B. Allard (1875) e J.M. Fourcade (1878).

Il cimitero di Key West è senza dubbio ragione di orgoglio per gli abitanti locali, oltre che meta obbligata per quei visitatori che rincorrono il fascino, la cultura e lo stile di vita di una America alternativa. Di fatto, in passato, artisti e scrittori come Ernest Hemingway, Tennessee Williams, Robert Frost, sono stati attratti dal mito di Key West, trovandovi l’ispirazione per molti loro capolavori.

Maria Angela Gelati

 

articolo trato da OLTREMAGAZINE.COM

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A CHE PUNTO SIAMO CON LA NEGAZIONE DELLA MORTE?

seconda parte:  IL LUTTO

 di MARINA SOZZI

Prendo spunto da una lettera pubblicata recentemente su Famiglia Cristiana. Il titolo era: Mandata in vacanza per nascondere la morte di papà. È la storia di una famiglia che ha subìto la grave perdita di un giovane padre, morto in un incidente in montagna.

La bambina è stata allontanata da casa e inviata da amici, per tenerla distante dal momento doloroso dei riti e della disperazione. Ora la bimba tornerà a casa, ignara, non troverà più il padre, e la madre, devastata dal lutto, non sa come parlare alla figlia. La lettera era di un’amica di famiglia, che chiedeva consiglio ad Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta. C’è infatti spaesamento sul comportamento da tenere in tragedie come questa, e l’esigenza di affidarsi a competenze psicologiche. Abbiamo delegato la gestione della morte alla medicina, e quella del lutto alla psicologia.
La bella risposta di Pellai è riassumibile in queste parole: “La mamma deve progressivamente sentirsi in grado di far arrivare alla sua bambina il messaggio: anche se ci è successa una cosa bruttissima, io e te abbiamo un futuro. La vita rimane aperta davanti a noi.”

Su questa storia triste resta però un’analisi da fare che non è psicologica: dobbiamo riflettere sulla difficoltà che abbiamo a condividere il dolore, la morte, il lutto, in famiglia e nella maggior parte degli ambienti sociali. La cosa che più colpisce è che sia stato ritenuto giusto impedire a questa bambina di salutare suo padre e di piangere insieme a sua madre, a causa di un malinteso sentimento di protezione, che forse ha creato a quella bimba ancora più sofferenza.

Ciò che ci interessa, però, al di là del caso specifico, è che lo spettacolo della morte sia ancora troppo spesso pensato come impossibile da sostenere, per gli adulti e a maggior ragione per i bambini. La situazione non pare migliorata negli ultimi vent’anni, a causa forse del processo di frammentazione sociale, o forse dei martellanti valori della nostra epoca, benessere, dinamismo, giovinezza, salute, spensieratezza.

Chi subisce una perdita continua a sentirsi molto isolato. Le relazioni precedenti spesso si allentano, e solo talvolta accade di costruirne di nuove. Tuttavia, chiedere aiuto è difficile, sia perché menzionare il tema della perdita è poco accettato, sia per il diffuso ritegno ad ammettere di non riuscire a superare da soli lo sconquasso che il lutto porta nella vita. Peraltro, l’aiuto disponibile è scarso, assente in molte realtà del nostro paese.

Le poche associazioni che si occupano di sostegno al lutto, con gruppi condotti o di auto mutuo aiuto, difficilmente sono finanziate e non sempre riescono a offrire risorse di qualità. Erroneamente, i progetti sul lutto sono ritenuti a scarso impatto sociale sia dagli enti pubblici sia dalle fondazioni di erogazione. Eppure, non si tratta solo del dolore individuale (e non sarebbe irrilevante), ma di giornate di lavoro saltate, di maggiori rischi per la salute, di grave solitudine soprattutto per molti anziani.

Il nostro disagio nei confronti del lutto si rende evidente anche attraverso l’assimilazione del lutto a una patologia: chi non riesce a tornare al lavoro si fa scrivere dal suo medico un periodo di mutua (che è un’istituzione che copre gli episodi di malattia); il lutto è stato inoltre inserito nel DSM, ossia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. E, secondo uno dei paradossi da cui è attraversata la nostra cultura, il dolente viene visto come un malato, ma nulla viene fatto per prevenire i lutti bloccati o patologici.

C’è chi sostiene, come ad esempio Marzio Barbagli (Alla fine della vita), che oggi l’elaborazione del lutto avvenga attraverso i social network e i siti dedicati. Davide Sisto (La morte si fa social) si interroga sul significato e sull’utilità delle comunità virtuali di sostegno, e con cauto ottimismo segnala il forte incremento delle interazioni, sulla pagina Facebook dei dolenti, di messaggi volti a sostenerli.

Dal mio punto di vista, pur cogliendo questi segnali che provengono dal mondo virtuale, occorre comprendere perché si riesca a manifestare vicinanza a una persona in lutto solo da dietro lo schermo del proprio computer o smartphone, e che si provi invece un forte senso di inadeguatezza (cosa gli dico, come mi comporto?) quando si incontra per strada quello stesso dolente al quale si sono scritte parole di cordoglio e supporto.

Il fenomeno di una comunicazione che passa soprattutto attraverso il web e i social network è, mi rendo conto, generalizzato, e non è certo applicabile solo al lutto. E’ vero senz’altro che queste iniziative online possono essere utili, come succedanee delle comunità reali che si sono frantumate e non funzionano più. Purtroppo, nel dolore, nella solitudine di chi ha perso un congiunto, la modalità virtuale non è sufficiente, perché, al contrario, ciò che aiuta è la presenza fisica degli altri, i loro visi e sorrisi, il tempo dedicato, le emozioni, il contatto.

Occorre, probabilmente, un nuovo codice comunicativo, una sorta di nuovo galateo, che permetta agli individui l’incontro con chi soffre nella società reale, e riduca il timore di essere fuori luogo o di non avere nulla da dire. Bisogna infrangere l’idea che la sofferenza non sia affrontabile, sia esorbitante le capacità umane, perché tutti possano averne meno paura, e trovare un modo per stringersi l’un altro nella cattiva sorte, come richiede la nostra stessa storia evolutiva.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

 

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La morte e il morire, un’esperienza di cui riappropriarci

di Emanuele D’Onofrio

L’ultimo numero di Studia patavina esplora come stia cambiando il modo di affrontare l’ultimo atto della vita

Morire, è questa l’idea di Heiddeger insieme ad altri pensatori del Novecento, è l’esperienza più autenticamente umana tra tutte. Eppure nello stesso secolo la tecnologia ha accompagnato il montare di una paura nell’individuo occidentale rispetto al “passo estremo”. Un montare, questo, dovuto in buona parte all’attaccamento che ha coinvolto le nostre società a stili di vita materialistici e al conseguente abbandono di simboli e riti che davano valore alla nostra vita spirituale. “La morte e il morire: oltre il paradigma della rimozione”, l’ultimo numero di Studia Patavina, la rivista della Facoltà Teologica del Triveneto, affronta questo tema sotto vari punti di vista – da quello sociologico a quello bioetico, da quello pastorale a quello medico – in una serie di contributi che raccontano, tra le altre cose, di segnali d’inversione di tendenza rispetto alla nostra paura della morte. Aleteia ha intervistato il professor Antonio Da Re, docente di Storia della Filosofia morale e di Bioetica all’Università di Padova, che ha coordinato la pubblicazione.

È ancora forte la paura di morire nella cultura occidentale?

Da Re: La questione della cosiddetta rimozione della morte sta subendo un ridimensionamento. Per decenni molti studi, anche prestigiosi, hanno sottolineato come nella vita quotidiana si tendesse a rimuovere il pensiero della morte: soprattutto con l’evitare che i bambini vedessero il morto, che si parlasse in pubblico della morte, ecc. Una volta il tabù era il sesso, poi è diventata la morte. La nostra ipotesi interpretativa è che questa questione della rimozione sia ancora presente, ma stia subendo un arretramento, tant’è che della morte si ricomincia a parlare: come questione bioetica, ad esempio, ma non solo in quanto demandata agli esperti, ma proprio in quanto interessa alle persone. Pensiamo al caso di Eluana Englaro, che qualche anno fa divise in modo molto deciso l’opinione pubblica italiana.

Perché se ne ricomincia a parlare?

Da Re: Probabilmente perché le famiglie fanno esperienza di un riavvicinamento alla morte da parte dei propri cari che molto spesso è assai prolungato: questo obbliga a gestire tutte le difficoltà di un’esistenza quotidiana faticosa, divisa tra lavoro, impegni familiari e assistenza ospedaliera, lunga anche molti mesi, ma al tempo stesso produce una sorta di training al pensiero della morte per esempio della propria mamma anziana o del proprio papà anziano. È un pensiero che si radica via via, lentamente. Questo pensiero della morte si accompagna molto spesso ad una riflessione anche critica sulle condizioni del morire. Ad esempio, nel dossier c’è un intervento di Valter Giantin che rende conto di questo processo di “medicalizzazione della morte” – che poi non è che il rovescio della medaglia della “medicalizzazione della vita” – il quale utilizza espressioni molto forti, come “ideologia vitalistica”, “affidamento di poteri alla tecno-medicina”. C’è un prolungamento del vivere che spesso è un prolungamento di un’agonia, si parla di “esistenza medicalizzata”, di “ostinazione vitalistica”. Sono espressioni molto forti, rispetto alle quali qualcuno propone quella che risulta essere una sorta di scorciatoia, l’eutanasia, spesso invocata come soluzione quasi magica. Ma se l’eutanasia venisse legalizzata, ciò comporterebbe una serie di problemi gravi, a cominciare dal rischio di non poter tutelare le vite più indifese, delle persone più vulnerabili e socialmente più esposte. La soluzione che traspare – in alcuni interventi della ricerca – è di ridimensionare questo approccio ipertecnologizzato della medicina: e l’invito rivolto ai medici è di esercitare una medicina del limite, che eviti interventi sproporzionati e gravosi per il paziente, e di riscoprire la dimensione che è loro propria dell’intervento curativo anche laddove non possa essere più finalizzato alla guarigione. Anche attraverso la valorizzazione della medicina palliativa, quindi, è possibile andare verso un riappropriarsi della morte, evitando una sua delega all’apparato molto spesso anonimo del mondo tecnico-medico.

La sensibilità verso il morire sta cambiando negli ospedali?

Da Re: Anche se lentamente qualcosa si sta muovendo. Mi capita spesso di essere chiamato a partecipare a corsi di formazione e vedo che su temi come l’umanizzazione delle cure c’è una forte sensibilità da parte del mondo medico e sanitario. Ma sono processi lunghi, che tra l’altro trovano ostacoli non indifferenti: per esempio, anche il diffondersi della cosiddetta “medicina difensiva” è molto spesso il ricorso a una forma di autotutela per il medico, che per non incorrere in possibili procedimenti giudiziari o per evitare che si rivelino possibili carenze a lui addebitate da parte dei familiari, preferisce aumentare l’intervento medicalizzato. È chiaro che la medicina difensiva contrasta con questo intento di riappropriazione della morte. Però qualcosa si sta muovendo, anche perché sta crescendo la sensibilità nella gente comune. Forse ci si sta accorgendo che la questione della medicalizzazione della morte e della dignità del morire non hanno solo a che fare con dei casi limite, come il caso Englaro, ma hanno a che fare anche con la quotidianità dell’esperienza. Prima o poi capita a ogni famiglia di trovarsi di fronte a situazioni di questo tipo.

La paura della morte è anche la paura del dolore?

Da Re: Certo. C’è una celebre distinzione di Giovanni Berlinguer di anni fa, che io ripeto sempre ai miei studenti, tra la bioetica di frontiera e la bioetica quotidiana. La prima è quella dei casi estremi che riempiono le pagine dei giornali, come il caso dell’Ospedale Pertini dello scambio di embrioni, mentre la seconda è quella di ogni giorno, che cresce continuamente negli ospedali, nei luoghi di cura ma più in generale anche nelle famiglie, dove appunto ci si trova di fronte all’esperienza del morire, all’esperienza della malattia. Questo dovrebbe essere il luogo dove elaborare riflessivamente il senso del morire, anche attraverso la fede, per chi ha la fortuna di avere questa risorsa. Di fronte alla morte e al dolore lo sforzo dovrebbe essere quello di attivare questo sforzo di dare loro senso affinché non siano esperienze estranianti, che poi si pretende di occultare, di rimuovere attraverso la logica dell’apparato tecnico. Quello sì, estremamente alienante.

Una nuova cultura della morte vuol dire anche una nuova cultura della vita?

Da Re: Certo. Nel mio editoriale, menziono brevemente anche la riflessione filosofica del morire che attraversa tutto il Novecento. Nella riflessione filosofica del Novecento questo nesso vita-morte è fortissimo. Max Scheler metteva in evidenza come la rimozione della morte fosse un tarlo dell’uomo europeo, che nasce dal guardare alla vita in modo riduttivo, all’interno di una prospettiva materialistica. La rimozione della morte è la rimozione del vivere autentico, e dunque una riappropriazione della morte significa anche una riappropriazione del vivere quotidiano. Nelle culture orientali, per certi versi c’è ancora un approccio più comprensivo, meno traumatico nei confronti del morire. Ma io temo che il processo di occidentalizzazione e tecnicizzazione di quel mondo innescherà o già sta innescando anche in quei contesti esperienze estranianti.

Nel saggio di Allievi, grande esperto di Islam, ci si pone il problema del morire qui da noi da parte di persone di altre culture e religioni, come ad esempio l’Islam, e quindi della necessità che anche queste esperienze possano essere elaborate attraverso delle ritualità. Il contributo che dovremmo dare non è quello di una prospettiva cosiddetta laica, nella quale la laicità viene intesa come annullamento di tutto. La laicità di cui abbiamo bisogno è inclusiva, non escludente; per questo dovremmo attivare la ricchezza della simbologia del credente cristiano laddove si è attenuata, quella delle altre religioni come pure quella dei non credenti, perché sono convinto che ci sia una spiritualità non immediatamente religiosa che ha bisogno di essere ritualizzata. La morte è una questione troppo seria per poter essere razionalizzata in modo intellettualistico.

 

articolo tratto da  aleteia.org

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Tutti i Santi e festa dei defunti: cosa celebriamo esattamente?

Sarebbe un peccato che un approccio superficiale tra scherzo e terrore finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra

di Josep Àngel Saiz Meneses, vescovo di Terrassa (Spagna)

Ci avviciniamo al mese di novembre. Un mese che iniziamo con il ricordo della morte e dei nostri defunti, anche se di fatto inizia non con la commemorazione dei fedeli defunti – il giorno 2 –, ma con la gioiosa celebrazione di tutti i santi, il giorno 1. Ciò significa che anteponiamo la vita alla morte; la vita in Dio, in cielo, di quanti si sono aperti, nella vita e nella morte, alla sua bontà e alla sua misericordia, nella fede, nella speranza e nell’amore.

Le due celebrazioni ci pongono davanti al mistero della morte e ci invitano a rinnovare la nostra fede e la nostra speranza nella vita eterna.

Nella festa di Tutti i Santi celebriamo i meriti di tutti i santi, il che significa soprattutto celebrare i doni di Dio, le meraviglie che Dio ha operato nella vita di queste persone, la loro risposta alla grazia di Dio, il fatto che seguire Cristo con tutte le conseguenze è possibile.

Una moltitudine immensa di santi canonizzati e di altri non canonizzati. Sono arrivati alla pienezza che Dio vuole per tutti. Celebriamo e ricordiamo anche la chiamata universale alla santità che ci rivolge il Signore: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48).

Nella festa dei defunti, la Chiesa ci invita a pregare per tutti i defunti, non solo per quelli della nostra famiglia o per i più cari, ma per tutti, soprattutto quelli che nessuno ricorda.

L’abitudine di pregare per i defunti è antica come la Chiesa, ma la festa liturgica risale al 2 novembre 998, quando venne istituita da Sant’Odilone, monaco benedettino e quinto abate di Cluny, nel sud della Francia.

Roma adottò questa pratica nel XIV secolo, e la festa si diffuse in tutta la Chiesa. In questo giorno commemoriamo il mistero della Resurrezione di Cristo che apre a tutti la via della resurrezione futura.

In questi giorni, una delle nostre tradizioni più radicate è la visita ai cimiteri per andare a trovare i familiari defunti. Momento di preghiera, momento per ricordare i cari che ci hanno lasciato, momento di riunione familiare.

Un’abitudine caratteristica di questa festa è la “castagnata”, che inizialmente si faceva con la famiglia o con i vicini, utilizzando uno dei frutti tipici dell’autunno. Le castagne venivano tostate in casa o comprate. Attualmente, quest’abitudine si mantiene soprattutto nelle scuole, nei gruppi infantili e giovanili e in altre entità. In questi giorni si usa anche mangiare frutta candita.

Queste tradizioni si vedono da qualche tempo invase da quelle provenienti da altri luoghi, rese popolari dal cinema e dalla televisione e che sembrano intrise di superficialità e consumismo.

Non è mia intenzione sminuirle, ma sarebbe un peccato che un approccio puramente ludico tra lo scherzo e il terrore a base di teschi, streghe, fantasmi e altro finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra, più basate sulla convivenza e sull’incontro di festa con la famiglia e i propri cari, nella preghiera per i nostri defunti e nella contemplazione di Dio, il Santo, che ci chiama alla perfezione.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

articolo tratto da aleteia.org

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Un’installazione galleggiante di più di settemila barili colorati messi sul Serpentine Lake di Hyde Park: si chiama “The London Mastaba” (un tipo di antica tomba monumentale egizia)

È stata presentata oggi a Londra l’ultima opera dell’artista Christo: si chiama The London Mastaba ed è formata da 7.506 barili colorati messi orizzontalmente su una piattaforma galleggiante sul Serpentine Lake di Hyde Park, dove si potrà vedere fino al 23 settembre. L’opera è alta venti metri, ha la forma a trapezio di una mastaba (un tipo di antica tomba monumentale egizia) e i lavori di costruzione sono iniziati ad aprile: i barili sono stati impilati su una piattaforma galleggiante lunga 40 metri e larga 30, tenuta ferma da 32 ancore. È la prima installazione pubblica all’aperto nel Regno Unito di Christo.

Christo ha spiegato che i colori dell’opera (rosso, blu, malva e bianco) si trasformeranno a seconda della luce e del meteo, e il suo riflesso sul Serpentine Lake sarà come un dipinto astratto. Alla presentazione di oggi era presente anche l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg in qualità di presidente della galleria Serpentine di Londra, dove è stata organizzata una mostra su Christo che resterà aperta per il periodo dell’installazione.

Christo è un artista statunitense di origine bulgara conosciuto in tutto il mondo: se ne parlò molto in Italia due anni fa con l’apertura di “The Floating Piers“, la sua piattaforma galleggiante sul lago d’Iseo. Christo è anche il nome di un lungo progetto artistico che lui stesso iniziò alcuni decenni fa con la moglie Jeanne-Claude. A partire dagli anni Sessanta, infatti, erano diventati tra i principali esponenti della “land art“, una forma d’arte basata sull’intervento dell’artista sul territorio naturale, in particolare in grandi spazi come deserti, praterie o laghi. Dagli anni Sessanta in poi Christo e Jeanne-Claude hanno realizzato stranissime e molto appariscenti installazioni in giro per il mondo, tutte temporanee (cioè costruite e poi smontate). Lei è morta nel 2009, ma il loro progetto artistico continua a essere portato avanti da lui.

articolo tratto da www.ilpost.it

 

 

 

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René Magritte e la morte: il dramma personale riflesso nell’arte

10 settembre 2016 tratto da restaurars
di Laura Corchia

Figure con il volto coperto da un panno bianco, personaggi raffigurati distesi, senza vita. E poi bare disposte in vari ambienti. Presenze funebri che ricorrono spesso nel catalogo di René Magritte (1898-1967), pittore surrealista belga. Questi elementi spingono l’osservatore ad interrogarsi a fondo sul loro significato e spesso diventano il frutto delle più disparate interpretazioni. Ma opere come L’histoire centrale, Les amants e Le fantasticherie del passeggiatore solitario hanno sì un significato nascosto e misterioso, ma rimandano anche ad un episodio chiave dell’infanzia del pittore.


Les Amants, 1928

Quando Magritte aveva quattordici anni, la madre si era gettata in acqua e, nel momento in cui il suo corpo fu recuperato, aveva il volto coperto dalla camicia da notte. Non è chiaro se sia stata la corrente a velarle il viso oppure se ella stessa abbia voluto coprirsi gli occhi per non guardare in faccia la morte. Questa tremenda immagine si fissò nella mente del giovane René e non lo abbandonò per tutto l’arco della sua vita. Ed ecco, dunque, che i suoi dipinti si fecero luogo del dramma, spazio per affrontare il dolore e raffigurarlo, chiamarlo per nome, riviverlo, forse esorcizzarlo.
Una delle prime opere che recano impresso il dramma è Le fantasticherie del viaggiatore solitario, un olio su tela dipinto nel 1926. Sullo sfondo di un paesaggio dominato da pesanti e minacciose nubi stanno due figure: un uomo con la bombetta visto di spalle e un cadavere di donna rigido, secco, calvo, simile ad un osso di seppia. Il fiume rappresentato è senza dubbio il Sambre, dove la donna si era suicidata. Il personaggio maschile è colto nell’atto di voltare le spalle al dolore, nel vano tentativo di rimuovere il dramma che lo ha segnato. Tuttavia, accanto a questa interpretazione di natura biografica ci può essere un’altra: l’uomo è un assassino che volge le spalle alla sua vittima e nasconde l’arma del delitto tra le pieghe del cappotto nero.


Le fantasticherie del viaggiatore solitario, 1926

L’immagine del killer spietato torna infatti in un altro dipinto, eseguito nello stesso anno: L’assassino minacciato. La scena si svolge in un interno privo di mobilio. Si possono scorgere solo una sedia, un letto e un tavolino sul quale è poggiato un grammofono. Nella stanza attigua, due uomini elegantemente abbigliati ed armati di clava e rete scrutano ciò che è appena accaduto e aspettano il momento opportuno per agire. L’assassino non si accorge della loro presenza, intento forse ad ascoltare la musica che inonda l’ambiente e che fa quasi da colonna sonora, come nel fotogramma di un film noir. Ritorna il corpo di donna disteso, il panno bianco attorno al collo, il rivolo di sangue che esce dalla bocca.


L’assassino minacciato, 1926

Come si è già accennato, oltre ai cadaveri coperti dal velo, grandi protagoniste delle opere dell’artista belga sono le casse da morto. Le ritroviamo in almeno due dipinti: Le balcon de Manet del 1950 e Perspective: Madame Récamier de David, eseguita un anno più tardi. Curioso è notare che in entrambi i casi si tratta della rivisitazione, rispettivamente, di Perspective II: Le balcon di Manet e di Madame Récamier di Jacques-Louis David. Magritte si limita a sostituire le figure dipinte dai suoi predecessori con delle bare che assurgono a protagoniste della scena. Secondo Sylvester, “resta il dubbio che le figure siano state metamorfizzate nelle casse da morto, oppure vi siano state rinchiuse vive. In tutti e due i casi, la vita è stata trasformata nella morte”. Di questi quadri, scriverà invece Foucault, “il vuoto invisibilmente contenuto tra le assi di quercia laccata dissolve lo spazio che era composto dal volume dei corpi vivi, dall’espansione degli abiti, dalla direzione dello sguardo e da tutti quei volti pronti a parlare: il ‘non-luogo’ sorge ‘in persona’ – al posto delle persone e là dove non c’è più persona”. Ma, al di là di queste interessanti e complesse interpretazioni, la scelta di questo soggetto cela, ancora una volta, una nota biografica: da fanciullo, Magritte era fortemente attratto dai cimiteri, luogo favorito di scorribande insieme alla sua amica di allora: “Nella mia infanzia, mi piaceva giocare con una bambina nel vecchio cimitero abbandonato di una cittadina di provincia. Visitavamo le cripte di cui riuscivamo a sollevare le pesanti porte di ferro e risalivamo poi alla luce là dove un pittore, venuto dalla capitale dipingeva in un viale molto pittoresco… L’arte della pittura mi sembrava allora vagamente magica e il pittore mi sembrava dotato di poteri superiori”.


Perspective II: Le balcon de Manet, 1950

Per Magritte, dunque, la morte ha una doppia valenza: può essere vista come gioco, come scoperta, o come ingombrante presenza. E quale mezzo migliore per rappresentarla ed esorcizzarla se non la pittura? Il potere del pennello, la magia del colore per raggiungere quella sospirata felicità che, come egli stesso ebbe a dire, “è arte allo stato puro”.