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Le trasformazioni digitali dei riti funebri: tutte le innovazioni

Le modalità di utilizzo delle attuali tecnologie digitali per modernizzare le ritualità funebri e le forme di custodia della memoria del morto sono infinite, spesso molto bizzarre. Tra Qr code sulla tomba, funerali in streaming, ologrammi, cimiteri hi-tech, medaglioni con i video del caro estinto. Ecco cosa ci aspetta

di Davide Sisto

Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione

Siamo prossimi a un’epoca (o in molti casi ci siamo ci immersi dentro) in cui anche le ritualità funebri saranno ad alta densità tecnologica. Dal Qr Code sulla tomba a cimiteri già completamente hi-tech come il Ruriden di Tokyo, dalla possibilità di stampare su vinile le ceneri dei defunti cremati, personalizzandolo con la propria musica preferita, sono infinite e molto bizzarre (a volte distopiche) le modalità di utilizzo della tecnologia per ricordare i defunti.
Partiamo dalle origini

In un articolo anonimo del 1896, intitolato Voices of the Dead, viene esaltata l’invenzione del fonografo come una vittoria contro la morte. Il Tristo Mietitore sembrerebbe, infatti, aver perso alcuni dei suoi pungiglioni a partire dall’istante in cui l’uomo – grazie all’innovazione tecnologica – è riuscito a trattenere con sé e per sempre le voci dei morti. Qualche anno dopo, nell’Ulisse di Joyce, Leopold Bloom dice tra sé e sé che bisognerebbe mettere un grammofono in ogni tomba o, comunque, tenerne uno in casa. In tal modo, la domenica dopo pranzo, lo si accende e si ascolta la voce del trisnonno. “Ti ricorda la voce come una fotografia ti ricorda un viso. Sennò non ti ricorderesti un viso dopo, mettiamo, quindici anni”.

Il fonografo e il grammofono sono, a fine Ottocento, la conferma definitiva di ciò che si è sempre saputo: lo statuto proprio del morto consiste nell’incarnazione della presenza di un assente. Egli, morto psicofisicamente, rimane in eterno vivo in virtù dei libri, delle lettere, dei ritratti, delle immagini fotografiche che, prodotte nel corso della vita, sopravvivono alla sua fine. Nel romanticismo tedesco del XIX secolo questa incarnazione della presenza di un assente è rappresentata dalla teoria dominante della Geisterwelt, il Mondo degli Spiriti, il quale si intreccia strettamente e senza possibilità di separazione con la Naturwelt, il Mondo della Natura. «Il Mondo degli Spiriti – esclama enfaticamente il Saggio (Emanuel Swedenborg?) nella prima parte del Faust di Goethe – non è sbarrato; la tua mente è chiusa, il tuo cuore è morto!» (v. 444); esso, ribadisce Novalis nell’Allgemeines Brouillon, «ci si è in effetti già dischiuso – Esso è sempre manifesto – Se improvvisamente divenissimo così elastici come sarebbe necessario, ci vedremmo in mezzo a loro» (af. 329). Schelling a sua volta, volendo giustificare la sua concezione della filosofia come un Tutto organico, ritiene inevitabile la presenza di un collegamento continuo tra l’aldilà e l’aldiquà, sottintendendo in tutti i suoi scritti un’integrazione armonica tra il mondo della natura e il mondo degli spiriti. Non più presenti in carne e ossa, i morti – a volte sotto forma di spettri, a volte con le sembianze degli spiriti – non smettono di tener compagnia ai vivi.

Il mondo degli Spiriti racchiuso nel Pc

Ora, nel XXI secolo il Mondo degli Spiriti è racchiuso dentro i nostri computer, smartphone, tablet, in quanto contenitori di una quantità incalcolabile di dati e di informazioni personali che produciamo quotidianamente all’interno dei social network, nei blog e, in linea generale, in ogni spazio privato del web. Ormai convinti che sia un modo di pensare errato quello che fissa una rigida barriera tra la dimensione online e quella offline delle nostre vite, stiamo progressivamente sottoponendo a una metamorfosi significativa i nostri “oggetti” personali, sempre meno fisici e sempre più digitali. Ciò ha ovviamente una ripercussione profonda sulle modalità di concepire le ritualità funebri, mai come oggi in radicale trasformazione.

Se poteva far sorridere, a inizio Novecento, l’idea di porre un grammofono all’interno della bara del trisnonno, oggi ci siamo spinti ben oltre, prossimi a vivere un’epoca in cui le ritualità funebri saranno innovative e radicalmente hi-tech.

Un Qr Code sulla tomba: pro e contro

Già diffusa in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in diversi paesi del nord Europa è l’applicazione sulle tombe di un Qr Code, incollato con un adesivo che resiste a tutte le condizioni atmosferiche. Una volta abbinato al Qr Code il profilo social del defunto (Facebook, Twitter, Instagram) o la pagina del suo blog personale, il parente o l’amico, ma anche lo sconosciuto particolarmente curioso, passa il proprio smartphone o tablet sul codice e accede, così, a tutte le sue informazioni biografiche. Quindi, alle sue immagini, ai vari post scritti nel corso degli anni, ai video che ha registrato. Il Qr Code sulla tomba è un modo decisamente semplice di unire insieme tradizione e innovazione. Se, finora, le informazioni sulle tombe dei defunti sono misere – luogo e data di nascita e di morte, tutt’al più la professione svolta – a breve disporremo di un materiale biografico esaustivo del caro estinto, creando un ponte tra i riti funebri e, per esempio, l’idea di Facebook come enciclopedia dei morti. In Italia il tema sta cominciando lentamente a prendere piede. Un caso interessante è quello di Luca Pais Becher, il quale ha preparato una breve autobiografia in cui descrive, oltre alla sua vita, la malattia tumorale che lo ha colpito. Chiede, quindi, alla moglie di pubblicarla il giorno della sua morte, rendendola l’Homepage definitiva del suo blog personale. Il blog è ora accessibile a tutti i visitatori del cimitero di Volpago, comune in provincia di Treviso, in cui l’uomo è seppellito. Sulla sua tomba, infatti, la moglie ha posizionato un Qr Code che permette a chiunque disponga di uno smartphone di accedere alla sua storia personale contenuta nel blog. Una volta entrati nel suo spazio virtuale, leggiamo queste parole:

«il mio augurio è che tutti possano vivere una vita felice, piena di piccole e grandi avventure, contornata di amore e di affetto, come quella che ho vissuto io. Se vuoi conoscermi di più leggi qui…».

La principale controindicazione del QR Code sulla lapide concerne la manutenzione: occorre cioè controllare costantemente che il sito web a cui rimanda il codice funzioni, che nei cimiteri la connessione dati e il wi-fi siano sempre attivi, che il sistema non diventi obsoleto con le evoluzioni delle tecnologie digitali e telematiche. Ma, di fatto, basta esserne consapevoli, non smettere di coniugare insieme innovazione e tradizione e fare costantemente il backup del materiale biografico del morto su dispositivi che ne garantiscano la durata. Come i loculi tradizionali sono soggetti all’esumazione e all’estumulazione, così i loculi digitali rischiano di non funzionare a causa dell’obsolescenza tecnologica. In entrambi i casi è decisiva la cura da parte dei parenti e degli amici.

Cimiteri hi-tech

Il Qr Code riguarda la singola tomba all’interno di un cimitero tradizionale, dunque il suo uso dipende dalla scelta della singola persona. Sono, ora, già presenti nel mondo cimiteri totalmente hi-tech. Il più noto è il cimitero Ruriden di Tokyo: al suo interno vi sono circa duemila statuette di Buddha, illuminate da luci a LED, che cambiano colore e disegno a seconda della stagione e delle condizioni meteorologiche. Le statuette sono collocate dentro una teca di vetro trasparente, ciascuna delle quali rappresenta un defunto. I parenti dispongono di una smart card con la quale illuminare la statuetta dell’amato e accedere alle informazioni biografiche tramite un computer.

Video e vinili per ricordare il caro estinto

Le modalità di utilizzo delle attuali tecnologie digitali per modernizzare le ritualità funebri e le forme di custodia della memoria del morto sono infinite, spesso molto bizzarre. L’Hereafter Institute, in collaborazione con il Los Angeles County Museum of Art (LACMA), ci insegna che tenere al collo la medaglietta con la piccola fotografia del caro estinto è una pratica del passato. Adesso, possiamo usufruire di un “medaglione” al cui interno vi sono le videoregistrazioni del defunto. Sicuramente più vistoso della medaglietta, ma anche più innovativo. La vedova X potrà, pertanto, evitare di mostrare la fotografia ingiallita del marito Y, offrendo ai suoi interlocutori la possibilità di visionare i video che ritraggono colui che non c’è più.

L’impresa inglese Andvinyly offre invece agli appassionati di musica l’opportunità di stampare su vinile le ceneri dei defunti cremati, personalizzandolo con la propria musica preferita. Si può scegliere anticipatamente l’audio, la copertina e il booklet, quindi si indica un membro della famiglia che si occuperà di tutte le pratiche necessarie, una volta avvenuto il decesso, ricevendo il disco con le ceneri.

Il funerale in streaming

Un altro fenomeno molto curioso è quello del funerale in streaming: basta posizionare, prima della cerimonia funebre, sul soffitto della cappella della chiesa, sistemi digitali appositi per lo streaming, con la telecamera rivolta verso il basso. La trasmissione in diretta della cerimonia, online e sugli schermi del proprio computer, è quindi cosa fatta. Finora, ad accedere ai funerali in streaming sono i parenti stretti del defunto, impossibilitati – magari per ragioni economiche – a partecipare fisicamente al funerale. Tra l’essere assenti e seguire il funerale sullo schermo del proprio computer è sicuramente migliore la seconda opzione. Una volta terminata la cerimonia, non vi è più modo di vederla, benché siano numerose le agenzie di onoranze funebri che si stanno interrogando sull’opportunità di fornire i clienti di una copia permanente dell’evento. La prima azienda a dare la possibilità di vedere in streaming un funerale è stata l’irlandese Funerals Live, la quale è nata dopo l’emigrazione generale dei cittadini irlandesi a causa della crisi economica. Avendo a disposizione questo servizio, gli irlandesi partecipano al rito funebre del caro estinto, senza dover impegnare i pochi risparmi accumulati per ritornare in patria. Gli studi psicologici e sociologici sul fenomeno del funerale in streaming sono svariati, soprattutto alla luce del significato simbolico che appartiene alla cerimonia funebre. Questa, infatti, permette alle persone che vedono con i propri occhi la salma nella bara, e dunque il luogo dove sarà seppellita o cremata, di prendere coscienza definitiva della morte avvenuta e, pertanto, di separare il tempo passato vissuto con il morto dal tempo futuro segnato dalla sua assenza. Sulla base di ciò, molti studiosi ritengono che la visione in streaming sul computer della cerimonia rischia di vanificarne l’utilità, eliminando la prova della morte e creando problemi psicologici nei dolenti.

Voices from the the other side

Le ultime due innovazioni su cui vorrei soffermarmi sono a tratti distopiche. La prima riguarda Fenix Begravning, agenzia svedese di servizi funebri, che sta proponendo ufficialmente ai suoi clienti la possibilità di usufruire dei cosiddetti “griefbot” dei morti mediante il progetto Voices From The the Other Side. Esattamente come avviene nella puntata Be Right Back della serie televisiva Black Mirror e come ha fatto Eugenia Kuyda con Luka, l’applicazione per iPhone con cui si può chattare con lo spettro del defunto Roman Mazurenko, Voices From The the Other Side rielabora i contenuti dei social network usati dal morto, le sue chat e le sue email, di modo da creare una sorta di Siri spettrale. Questo è in grado di conversare – per ora, in modo molto elementare – con i parenti e gli amici a proposito della vita passata trascorsa insieme (e descritta all’interno dei social e nelle conversazioni private). Il griefbot si esprime solo in forma scritta, ma presto riuscirà ad avere una voce, proprio come avviene nel menzionato Be Right Back.

Gli ologrammi

La seconda riguarda un caso recente avvenuto negli Stati Uniti. Una donna, deceduto il fidanzato poco prima del matrimonio, ha chiesto il supporto della fotografa Kristie Fonseca per farsi immortalare insieme all’ologramma del (quasi) marito. In tal modo, ha indossato l’abito da sposa e si è fatta fotografare con questo ologramma, celebrando lo stesso il matrimonio. Il tema degli ologrammi è molto attuale negli Stati Uniti. Pensiamo, banalmente, agli ologrammi dei musicisti morti. Tutt’oggi, per esempio, l’ologramma di Ronnie James Dio, cantante dei Black Sabbath, dei Rainbow e dei Dio, è in tour mondiale – il Dio Returns tour – insieme a musicisti in carne e ossa. Se mai questa pratica prendesse piede anche tra i comuni cittadini, avremo un modo molto diverso di ricordare i morti e un’innovativa forma di ermeneutica tanatologica, dal momento che l’ologramma è e non è il morto. La sua riproduzione, infatti, difficilmente coincide con la persona, unica e irripetibile, che ha vissuto in carne e ossa. Avremo così a che fare con una particolare forma di doppio, il quale condizionerà in modalità del tutto inedite la nostra vita. Chissà cosa ne penserebbe Leopold Bloom, così entusiasta dell’idea di un grammofono in ogni tomba…[1]

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A proposito di alcuni di questi riti funebri (e di altri non menzionati), rimando al mio libro La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino 2018. ↑

 

articolo tratto www.agendadigitale.eu

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Parlare della morte ai bambini: le parole da dire e quelle da evitare

di Mathilde De Robien
Visto che non è sempre facile parlare della morte ai bambini, e poiché ci sono alcune cose da dire e altre da tacere, ecco alcune dritte per abbordare l’argomento, con semplicità e verità, parlando ai propri figli.

Le feste di Ognissanti e di Tutti i morti sono occasioni per andare al cimitero, per riempire di fiori le tombe e pregare per le anime dei defunti delle nostre famiglie. Sono anche momenti per rispondere alle domande dei nostri figli, e per interrogarci anche noi sulla morte e sul senso della vita. Poiché non è sempre automatico trovare le parole giuste, Aleteia ha tratto dal libro Prune et Séraphin ont peur de la mort [Prune e Séraphin hanno paura della morte, N.d.T.] (Mame) alcune tracce per rispondere in modo semplice, vero e preciso alle attese dei più piccoli.

Le parole da dire

I bambini possiedono una naturale curiosità e una spontaneità che talvolta ci disarmano o c’imbarazzano, quando si tratta della morte. I loro interrogativi manifestano il bisogno di comprendere, e di là il loro bisogno di essere rassicurati. Vi è la necessità di parlar loro in tutta franchezza, con parole adatte alla loro età ma non per questo meno vere. Senza di ciò la loro comprensione sarebbe imperfetta e il loro bisogno di sicurezza resterebbe soddisfatto per metà.

Molto spesso chiedono spiegazioni concrete. Esempio: «Che succede quando uno muore?». Non c’è alcun bisogno di lanciarsi in una lunga spiegazione metafisica. Impiegate parole precise, concrete, che  descrivano la morte il più sobriamente possibile: «Quando uno muore, il suo cuore non batte più. Lui non respira più, non si muove più. Non sente più nulla».

I bambini si immedesimano e immaginano la loro  morte o quella dei loro genitori. E allora chiedono “Anche io morirò?” oppure “Anche tu morirai?”. Abbiamo l’obbligo della sincerità, non possiamo mentire su questo argomento. Però, senza negare l’ineluttabilità della morte né le difficoltà della vita, possiamo rispondere: «Noi moriremo tra tanto tempo. Saremo vecchi e tu sarai già grande. E se le cose andranno diversamente tutta la famiglia avrà cura di te». È pure l’occasione buona per spiegare il ciclo della vita:

Tutto quello che vive finisce per morire. Da principio si è piccoli, poi si cresce, si invecchia, si muore quando il corpo è troppo affaticato. Ma è meraviglioso crescere, si fanno cose nuove ogni giorno.

Parlare della morte è anche un momento in cui i bambini possono esprimere le proprie emozioni, quali la paura o la tristezza. Sta a noi rassicurarli: «È normale avere paura della morte. Anche i grandi spesso ne hanno paura». Se siamo cristiani, possiamo trasmettere loro la nostra fede e la nostra speranza nella risurrezione e nella vita eterna:

La morte è triste perché non vediamo più quelli che amiamo. Ma noi, però, crediamo che dopo la morte ci sia una vita meravigliosa con Dio, una vita di gioia e di amore che dura per sempre e che niente può fermare.

Le parole da evitare

Alcune parole, inadatte o inappropriate, utilizzate molto spesso con l’intento di addolcire la realtà, hanno poi conseguenze sulle considerazioni – consce o inconsce – del bambino. Quindi evitate di utilizzare espressioni come “addormentarsi”, “partire” o “andarsene” per spiegare la morte. Se dite a vostro figlio che suo nonno si è “addormentato”, rischia di avere molta paura di andare a letto, cioè di morire anch’egli. Allo stesso modo, se gli dite che la bisnonna “è partita” per un lungo viaggio, quello attenderà il suo ritorno oppure starà in ansia quando qualcuno di caro partirà in viaggio.

A vostro figlio non dovreste dire neppure che la nonna è morta perché era malata. Potrebbe credere che al prossimo raffreddore sia il suo turno. Preferite la verità, impiegando parole semplici: «Nonna aveva un cancro. È una malattia molto grave. Alle volte c’è qualcuno che guarisce, ma non sempre».

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

articolo tratto da aleteia

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Il rapporto dei migranti con la morte e il lutto. Intervista a Federica Gagliostro

di Davide Sisto

Abbiamo intervistato la Dott.ssa Federica Gagliostro, che lavora da circa nove anni nel campo dell’immigrazione, in particolare nell’ambito dell’accoglienza dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana e della protezione dei richiedenti asilo politico. Attualmente opera presso Xenia SRL Impresa Sociale di Torino e ha tra i suoi committenti la prefettura di Torino. Nel corso degli anni, ha portato avanti diversi progetti – SPRAR, FER, accordo Maroni – nel campo dell’accoglienza.

Abbiamo ritenuto interessante chiedere a chi lavora quotidianamente a contatto con i ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana qual è il loro rapporto con la morte e con il lutto. Di seguito, il resoconto della chiacchierata, dalla quale si evincono alcuni comportamenti specifici, al di là delle differenze religiose, culturali e sociali del singolo paese africano di origine.

Federica Gagliostro sottolinea subito le difficoltà oggettive nel trovare una convergenza fruttuosa tra il nostro specifico modo di vivere la morte e quello dei ragazzi con cui lavora. Proprio per questo auspicherebbe la presenza al suo fianco di tanatologi, ossia di esperti nell’ambito degli studi sulla morte, che sarebbe fondamentale per migliorare le attività di supporto, soprattutto in relazione all’elaborazione del lutto. Quasi tutti i ragazzi infatti, dice Gagliostro, nonostante la giovane età, sono entrati in contatto prematuro con la morte – dei propri familiari, dei propri amici, dei propri conoscenti. Un’esperienza destabilizzante, che accresce le difficoltà nella relazione con loro: queste morti producono spesso situazioni di vero e proprio “congelamento sociale”, per usare un’espressione di Gagliostro. Vale a dire, una specie di “distacco temporaneo” dalla società, che richiede un’enorme cautela da parte di chi li assiste, tenuto conto anche delle molteplici difficoltà personali vissute nel corso della loro breve vita.

Gagliostro ricorda la morte in circostanze sospette della madre di un ragazzo gambiano arrivato a Torino. La donna, naturalizzata in un altro Stato, dove svolgeva un lavoro socialmente prestigioso, torna in Gambia per ragioni personali. Benché godesse di buona salute, muore all’improvviso. Il figlio, scioccato, ha come prima reazione quella di rasarsi completamente i capelli. La rasatura dei capelli è un’azione spesso praticata dai ragazzi africani in presenza di un lutto doloroso: simboleggia infatti la manifestazione immediata dello shock, il bisogno del cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio.

Le cause delle morti dei parenti rimasti in Africa rimangono perlopiù sconosciute. Ciò dipende non solo dalla distanza geografica, ma anche dal fatto che la domanda “di cosa è morto?”, che noi poniamo una volta informati di un decesso, non è invece la priorità dei ragazzi subsahariani giunti in Italia. Quando si muore si muore: non interessa, infatti, scoprire perché si è morti. La maggior parte dei ragazzi con cui si è confrontata Gagliostro riconduce la morte a cause e motivazioni che hanno a che fare con la sfera del sacro. Non si cerca di dare una spiegazione razionale, “umana”. Ogni caso di morte, compreso quello che riguarda se stessi, trascende le possibilità dell’uomo ed è frutto di una scelta definibile, in senso lato, “divina”. Pertanto, non occorre porsi domande, non occorre nemmeno pensare alla morte e alla mortalità. Ci sono invece, ad esempio in Nigeria, specifici rituali cui si sottopongono i bambini appena nati, con cui vengono scacciati gli spiriti maligni, le malattie, e la morte. Il corpo di ciascuno di loro porta i segni di questi rituali, che proteggono dalla morte nel caso, ad esempio, che si venga colpiti da una pallottola.

Gagliostro specifica che ci sono differenze culturali tra uno Stato e l’altro. L’Africa è gigantesca e generalizzare è impossibile. Tuttavia, per la sua personale esperienza nel corso di questi nove anni di attività lavorativa nell’accoglienza dei migranti, coglie un approccio alla morte molto diverso dal nostro. Noi, in Occidente, non parliamo di morte perché ci pare inopportuno, perché viviamo come se non dovessimo morire mai, perché il pensiero della morte genera ansia e angoscia. Ma, al tempo stesso, siamo ossessionati dalle cause della morte, poiché riteniamo utopicamente l’uomo in grado di sconfiggere il morire. I ragazzi africani, invece, pensano semplicemente che la morte non sia una questione umana. Non tocca agli uomini meditarci. Non ha senso razionalizzarla perché non fa parte della vita. Questa sorta di naturalezza nel vivere la morte, pervasa da una specie di fatalità a noi del tutto estranea, è appesantita dalla tragica normalità di vedere un corpo morto. Per loro è normale, naturale vedere i corpi morti. Li vedono durante tutti i loro viaggi: nel deserto della Libia, nelle prigioni libiche, nel Mediterraneo, che è un cimitero senza fine. Un cimitero che si appropria dei corpi i quali, scomparendo sul fondo del mare, generano profondi traumi nell’elaborazione del lutto.

Per tali ragioni, dice Gagliostro, un supporto di esperti in ambito tanatologico risulterebbe fruttuoso, innanzitutto, per colmare un vuoto assistenziale, poi per accorciare le distanze culturali e, infine, per intervenire con azioni mirate ad attutire i traumi vissuti dai migranti.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Nuova scoperta a Pompei: ritrovato l’ultimo fuggiasco

Lo scheletro rinvenuto apparteneva ad un uomo in fuga, un 35enne con una gamba malata che, forse a causa della disabilità, si era attardato nella fuga.

Ha avuto in sorte una fine orribile e l’ha guardata in faccia, investito dalla furia bollente del Vesuvio che gli ha scagliato addosso, decapitandolo, un masso di 300 chili. A Pompei- documenta in anteprima l’ANSA – gli scavi hanno restituito una nuova vittima, un 35enne con una gamba malata che forse proprio per la sua disabilità si era attardato nella fuga. Una scoperta “drammatica ed eccezionale”, commenta il direttore del Parco Archeologico Osanna. “Incredibile”, dice Franceschini.

La scoperta è avvenuta nella zona dei nuovi scavi, la Regio V, proprio all’angolo tra il Vicolo dei Balconi (la strada che il team del Parco archeologico di Pompei ha appena riportato alla luce) e il vicolo delle Nozze d’Argento. “Lo abbiamo ritrovato in un punto dove c’era uno slargo e forse una fontana- racconta Osanna- uno spicchio di terreno ancora ricoperto da un notevole strato di materiale piroplastico”. La terra gli era in parte collassata addosso, per cui, spiega, non è stato possibile ricostruirne le sembianze usando la tecnica del calco di gesso.

E’ stato possibile però, fare altri calchi tutto intorno allo scheletro. E sono serviti per capire quanto drammatici devono essere stati gli ultimi istanti di quest’uomo, che si è visto arrivare addosso la nube piroplastica “che trascinava con sé detriti, pezzi di ferro, tronchi d’albero, pezzi di selciato”.

Di sicuro, ricostruiscono gli esperti, il poveretto deve essersi attardato. La sua tibia presenta le tracce di una brutta infezione ossea che doveva procuragli dolore e rendergli difficoltosa la fuga. Quando si è convinto a scappare la situazione era precipitata, nel vicolo si erano depositati già due metri di lapillo. Il povero fuggiasco claudicante deve aver tentato il tutto per tutto. Ma non ce l’ha fatta. Un masso enorme lo ha investito colpendolo al busto, con tutta probabilità staccandogli di netto la testa.

Gli archeologi lo hanno trovato riverso sulla schiena, la parte alta del busto ancora coperta dalla pietra. Ora saranno le analisi di laboratorio a ricostruirne con più certezza la storia. Analisi e studi, sottolinea Osanna, che “aggiungeranno un nuovo importante tassello alla storia di Pompei”. La pietra che ancora lo schiaccia verrà rimossa a breve. Si sa già che doveva trattarsi di un uomo adulto, con un’altezza intorno al metro e sessantacinque e un po’ di artrosi. “Se fossimo così fortunati da ritrovare il cranio saremmo in grado di ricostruirne la fisionomia”.

 

 

 

 

articolo tratto da www.huffingtonpost.it

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Paura della morte e felicità

di Marina Sozzi

 

Perché abbiamo paura della morte? E soprattutto, è possibile addomesticare tale inquietudine, che per alcuni è un vero e proprio disagio con cui convivere?

Non parlo tanto, qui, della paura della morte che si manifesta nella prossimità della nostra fine biologica, ma di quell’inesausto sgomento che ci prende al pensiero della nostra finitezza, che può condizionarci a ogni età e in ogni situazione di vita. Quella paura che rende vano, e forse anche futile, il detto del filosofo greco Epicuro, secondo cui “se ci siamo noi, non c’è la morte, se c’è la morte non ci siamo più noi”. Infatti, nonostante questa sia un’indubbia verità, passiamo buona parte della nostra vita ad avere paura, perché vita e morte non sono realtà chiaramente distinte, ma aspetti fittamente intrecciati del destino umano.

La paura della morte è legata, nell’uomo, proprio all’acuta coscienza che egli ha del proprio limite. La morte rappresenta l’ignoto oltre la fine, il mistero per antonomasia, e gli esseri umani hanno sempre cercato soluzioni per attutire l’angoscia che ne deriva loro: risposte religiose, come quella del cristianesimo o dell’islam, che prefigurano altri mondi cui la morte apre il passaggio. O consolazioni laiche, come il pensiero dell’“eredità d’affetti” che ciascuno può lasciare all’umanità, sulla falsariga di Foscolo.

Il quesito è se sia possibile addomesticare, anche se non proprio superare, la paura della fine nel corso della nostra vita. Il filosofo Jankélévitch sosteneva che da un lato c’è la morte come legge naturale, necessità impersonale, perfettamente comprensibile e razionalizzabile. Dall’altro lato c’è la morte come minaccia concreta, inaccettabile, tragica e scandalosa, che incombe sul singolo individuo. In questo secondo significato la morte è inconoscibile e indicibile. Il pensiero si annienta se prende come oggetto la morte, e l’angoscia che essa suscita è legata al nostro tempo umano, all’impossibilità di rappresentazione, al crollo, all’annullamento, all’inabissarsi del pensiero stesso. Sembra dunque, come peraltro pensava anche Sartre, che sia impossibile prepararsi alla morte, e quindi anche affrontare la paura della morte.

A mio modo di vedere, però, occorre capirsi sul significato che diamo al temine “morte”. Se per morte intendiamo l’istante del trapasso, si può dare ragione a Jankélévitch.

Tuttavia, proprio per via della stretta implicazione che c’è tra vita e morte nella quotidianità umana, è possibile accostarsi al pensiero della finitezza in molti modi. Uno di questi è cominciare a guardare alla nostra cultura dal punto di vista della consapevolezza della mortalità. C’è infatti una difficoltà antropologica nell’affrontare la paura di morire, ma ce n’è una molto più grande che è di carattere culturale.

La nostra società ci impone infatti di non condividere socialmente l’ansia per la morte: parlare di morte è considerato segno di indelicatezza o di cattiva educazione, in particolare in presenza di persone anziane, bambini o malati. Il diktat del silenzio induce nella maggior parte dei nostri contemporanei la mancanza di elaborazione, perché l’uomo, animale sociale, non riesce ad accogliere e sistematizzare le proprie ansie e paure se non nella dimensione della condivisione. In questo clima, all’individuo non resta che cercare di sfuggire alle proprie ansie non pensandoci, distraendosi, mettendole da parte ogni volta che si presentano. Invece di cercare di fare i conti con la finitezza, scappiamo a gambe levate, buttandoci nel lavoro o in troppe relazioni superficiali, talvolta facciamo uso di sostanze psicotrope più o meno legali, acquistiamo oggetti inutili. Forse così facendo siamo funzionali alle logiche della civiltà nella quale viviamo, ma certo non contribuiamo alla nostra felicità.

Abbiamo citato la felicità. C’è forse un legame tra elaborazione della paura della morte e felicità? Penso di sì, a patto di non intendere per felicità l’insulsa spensieratezza che aleggia negli spot pubblicitari, a patto di comprenderla come quello stato di appagamento in cui coincidiamo con quel che siamo, perché abbiamo accettato i nostri limiti. E a patto, inoltre, di non illudersi di poter trovare, una volta per tutte, un’incrollabile serenità di fronte alla nostra morte. Ho sperimentato in prima persona, durante la mia malattia oncologica, la difficoltà della mente ad accogliere la propria possibile morte, il rifiuto di toccare la concretezza della fine. Attraverso quell’esperienza mi sono fatta l’idea che solo in una reale prossimità della morte biologica sarà forse possibile lambirla – se non coglierla – col pensiero.

Tuttavia, se si accetta che il dialogo con la morte ci accompagni negli anni, ritengo che il percorso di avvicinamento al pensiero della fine serva, e sia in grado, oltre che di addomesticare la paura, anche di arricchire all’inverosimile la vita: di emozioni, sensibilità, intelligenza. E di riempire di significato le relazioni più autentiche. Ce la dice lunga, a tal proposito, la lettera di Holly Butcher postata su Facebook il 3 gennaio e rapidamente diventata virale: “Voglio solo che la gente smetta di preoccuparsi così tanto dei piccoli stress insignificanti della vita e cerchi di ricordare che tutti abbiamo lo stesso destino, dopo tutto. Quindi: fai quello che puoi per far sì che il tuo tempo sia degno e grande.”

Ma come fare a venire a patti con la paura della morte? Pensiamo innanzitutto che essa non è un monolite, ma è composta da un insieme inestricabile di tante paure più o meno grandi.

Ottenere una migliore convivenza con questa paura, allora, comporta un processo elaborativo, che non può essere fatto in solitudine. Occorre rigirarsela in mente insieme a persone che ci comprendano, scomponendola, e guardando dentro a quel contenitore della Grande Paura, che sembra impossibile da aprire. Cosa troviamo là dentro? Timore della sofferenza? Della perdita della propria individualità? Del dolore di chi resta? Dell’annientamento del nostro mondo? Come bamboline russe, una dentro l’altra, possiamo imparare a estrarre queste paure più piccole una alla volta, esaminarle e cercare di comprendere la loro funzione nella nostra vita. Vedremo allora scendere il tasso di inquietudine, e cominceremo a capire cosa davvero è importante per noi.

Avere paura, sentirsi fragili, non è disdicevole, è umano. Non ce lo ripeteremo mai abbastanza. E Holly scrive: “E’ questa la cosa della vita: è fragile, preziosa e imprevedibile, e ogni giorno è un dono, non un diritto dato.”

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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Possibilità di collocazione di contenitori di ceneri animali in cimitero tradizionale

Negli ultimi anni, anche alla luce del diffondersi dei cimiteri per animali, molti amanti degli animali hanno espresso l’esigenza e in parte il desiderio di essere sepolti con il proprio compagno a quattro zampe.

Il ruolo degli animali domestici si rivela infatti più importante nella vita quotidiana tanto che per la stragrande maggioranza delle persone, l’amata bestiola diventa un vero e proprio membro della famiglia.
Se da una parte sono aumentati i cimiteri per animali in tutto il mondo, in Europa è in parte vietato seppellire gli animali nei cimiteri umani.

Ed è così che sono fioriti luoghi dove i proprietari possono riservare una piccola tomba al proprio animale.

Tuttavia, recentemente, in base alle domande dei proprietari che desiderano essere sepolti con il proprio animale da compagnia, alcuni comuni, anche in Italia, hanno acconsentito, tramite un’ordinanza o con variazioni regolamentari a che gli animali siano sepolti in alcune aree di cimiteri dedicati ai loro padroni e addirittura all’interno delle loro tombe, solo se inceneriti.

Una tendenza che si sta sviluppando e che in Belgio diventa anche oggetto di un un disegno di legge presentato dal parlamentare fiammingo Rob Beenders del partito socialista, s.p.a. (Socialistische Partij Anders). Il disegno di legge prevede che gli animali possano essere sepolti nella tomba del padrone, a condizione che siano cremati.

In tal senso, il parlamentare ha annunciato di voler avviare un progetto pilota nella capoluogo del Limburgo, ad Hasselt dove è tra l’altro consigliere municipale. In un’intervista, Beenders ha ricordato come gli animali da compagnia siano ormai parte integrante della famiglia e come sia “difficile” anche nella morte, separarsi da loro.

 

Articolo tratto da EuroAct

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Siamo esseri spirituali rivestiti di un bio-corpo

I filosofi pitagorici ritenevano che il corpo fosse la prigione dell’anima, le religioni, poi, nel corso dei secoli hanno affermato con forza la componente spirituale dell’essere umano. In epoca contemporanea, la scienza si è spinta ad ipotizzare che la coscienza umana sia indipendente dal corpo.

La scienza, finalmente, sta allargando i propri confini oltre i limiti del corporeo, per cominciare ad esplorare, nell’ambito della fisica quantistica, la possibilità che la coscienza umana sia una realtà sussistente al di là del corpo fisico.

Molte persone descrivono William A. Tiller – professore emerito di Scienza e Ingegneria dei Materiali, presso la Stanford University – come uno scienziato in anticipo sui tempi. Tiller si è guadagnato la sua reputazione accademica per il suo lavoro scientifico nel campo della cristallizzazione. Ma le sue riflessioni più intriganti fanno riferimento a idee che vanno molto oltre le teorie scientifiche convenzionali sulla natura della coscienza umana: egli ipotizza l’esistenza di energie sottili che vanno al di là delle quattro forze fondamentali (la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, la forza nucleare debole e la forza nucleare forte), le quali lavorano in concerto con la coscienza umana.

Tiller, è convinto che la nostra mente e le nostre emozioni possano evolvere in modo da poter influenzare la nostra vita quotidiana, e persino modificare fisicamente la realtà. Ovviamente, si tratta di idee che affondano nella teoria quantistica della realtà, e quindi di una vera e propria sfida per la comunità scientifica ortodossa.

I pensieri possono cambiare la realtà?
Tiller considera gli esseri umani come esseri spirituali rivestiti di un bio-corpo, dotati, inoltre, di enormi poteri di cui non sono nemmeno consapevoli. Egli ritiene che la nostra coscienza sia un sottoprodotto che viene a generarsi quando lo spirito entra nella materia densa. Tiller, che ha trascorso ben 34 anni nel mondo accademico, dopo essere stato per nove anni fisico consultivo presso i Laboratori di Ricerca Westinghouse, ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici convenzionali e numerosi brevetti. Parallelamente, da oltre 30 anni, ha condotto un rigorosissimo studio sperimentale e teorico nel campo della psicoenergia, materia che probabilmente diventerà parte della fisica di domani.

Il professor Tiller sostiene che la scienza classica è spesso troppo limitata per spiegare la complessità del reale. Ad esempio, la nostra comprensione della coscienza è limitata perché l’attuale paradigma è legato essenzialmente alla prospettiva dello spazio-tempo. Egli afferma: “Non si può usare lo spazio-tempo come quadro di riferimento per comprendere la coscienza. Bisogna espandere i sistemi di riferimento in modo da poter cominciare a vedere cosa essa significhi, e come interagisca con la realtà fisica grossolana”. Secondo Tiller: “La nostra coscienza interagisce con la realtà attraverso il nostro bio-corpo: la nostra natura spirituale si esprime così su più livelli: fisico, emotivo, mentale”.
Afferma ancora il professore: “Veniamo al mondo inseriti in questo mega contenitore fisico chiamato Universo, per crescere in coerenza, sviluppare i nostri doni e diventare ciò che abbiamo intenzione di diventare. L’Universo è la scuola in cui impariamo a esprimere il nostro libero arbitrio, facendo delle scelte e accettandone le conseguenze. Queste scelte partecipano alla creazione del nostro presente e del nostro futuro, offrendoci anche la possibilità di comprendere e guarire i danni collaterali conseguenti a tali scelte. Per essere in grado di esplorare i nostri pieni poteri, dobbiamo prima capire chi e cosa siamo”.

E’ chiaro che per Tiller siamo molto più che carne e sangue:”Siamo tutti spiriti che vivono un’esperienza fisica. Siamo inseriti in questo enorme simulatore che è l’Universo, ove rappresentiamo, costituiamo esattamente il prodotto delle nostre azioni, dei nostri pensieri e atteggiamenti. In questo simulatore siamo mortali dal punto di vista corporeo, ma essenzialmente indistruttibili dal punto di vista della coscienza”.

Per realizzare noi stessi in questa vita, e quindi influenzare la nostra realtà fisica, dobbiamo prima trovare lo scopo della nostra vita. “Bisogna dare un senso alla vita, ed essere disposti a sospendere il giudizio. Essere individui aperti e imparare il più possibile su se stessi, sugli altri e sul mondo. Con la meditazione è possibile spingersi ad esplorare la propria interiorità” afferma ancora il professor Tiller.

La scienza psicoenergetica inaugurata da Tiller, assumendo le idee della Teoria Quantistica, afferma essenzialmente che la coscienza umana e la realtà fisica si influenzano reciprocamente, e che il fine della vita fisica sia quello di imparare a conoscere se stessi, gli altri e il mondo. La ricerca del professor Tiller è riassunta da lui stesso con un pensiero del Buddha: “Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato”.

Rivisto da Fisicaquantistica.it
Fonte: http://gold.libero.it/Stella112/12908144.html

 

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 La Teoria Quantistica della Coscienza

La fisica quantistica potrebbe spiegare l’esistenza dell’anima.
Una teoria rivoluzionaria sostiene che l’anima umana è una delle strutture fondamentali dell’Universo e che la sua esistenza è dimostrabile grazie al funzionamento delle leggi della fisica quantistica. Con la morte fisica, le informazioni quantistiche che formano l’anima non vengono distrutte, ma lasciano il sistema nervoso per essere riconsegnate all’Universo.

Un medico e un fisico quantistico di fama mondiale, l’americano dott. Stuart Hameroffe l’inglese Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima.
Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite all’interno di microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali.
La loro idea nasce dal considerare il nostro cervello come una sorta di “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni .
Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definito “Orch-OR” (Orchestrated Objective Reduction).
Con la morte corporea, i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte. In parole povere, più legate ad un linguaggio tradizionale, l’anima non muore, ma torna alla sua sorgente.
“Quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico”, spiega il dott. Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona.
“L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, ma viene riconsegnata al cosmo. Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”, spiega Hameroff al Daily Mail.
La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa non si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato. Si tratta di quella che per secoli le religioni hanno definito “anima”.
Questa teoria scientifica si avvicina molto alla concezione religiosa orientale dell’anima. Secondo il credo buddista e induista, l’anima è parte integrante dell’Universo ed esiste al di fuori del tempo e dello spazio. L’esperienza corporea (o anche terrena, materiale), non sarebbe altro che una fase dell’evoluzione spirituale della coscienza umana.
Ma anche le religioni del libro, quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, insegnano l’immortalità dell’anima. Chissà che questa teoria non possa aprire una nuova stagione di confronto positivo tra la ragione e la fede, la religione e la scienza.

Tratto da ilnavigatorecurioso.it

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ETER9: SOPRAVVIVERE ALLA PROPRIA MORTE NEL WEB

di Davide Sisto

Lo scorso 20 aprile 2017 mi sono ufficialmente iscritto al sito internet “Eter9. Living Cyberspace”. Eter9 è una parola composta dai termini inglesi “Eternity” e “Cloud9” che, sommati, indicano un’espressione del tipo “al settimo cielo”, per alludere alla condizione di paradisiaca serenità offerta dal prodotto. Il progetto, ideato dall’informatico portoghese Henrique Jorge, consiste nel creare un social network simile a Facebook, ma con una particolarità molto specifica. Utilizzando al meglio le potenzialità delle tecnologie digitali odierne, l’intento è quello di elaborare tutto ciò che noi pubblichiamo al suo interno, di modo che si generi un automatismo o un alter ego virtuale che continui a farlo, quando non siamo più online. O momentaneamente o, addirittura, per sempre.

Eter9 funziona così: creo un mio account, con le classiche username e password, ed entro in una realtà virtuale quasi identica a quella di Facebook, in quanto ognuno può scrivere e condividere tutto ciò che vuole all’interno di un “Bridge”. Ognuno può mettere uno “smile” ai contenuti degli altri utenti, al posto del classico “like”, e può stringere amicizia con le altre persone, commentando le loro attività. Tutti i contenuti condivisi possono essere “eternalizzati” dentro varie categorie, che vanno dalla musica alla tecnologia, dalla scienza allo sport e via dicendo: “Pensa qualcosa per l’eternità”, leggiamo al posto del classico “a cosa stai pensando?” dello status di Facebook. Analizzando ciò che viene condiviso nel corso del tempo, quindi i commenti e le interazioni con gli altri utenti, il mio alter ego virtuale, definito “controparte” e nato il giorno stesso d’iscrizione al sito, comincia a capire chi sono e quali sono le mie caratteristiche, di modo da poter mimare il mio comportamento quando sono offline e – dunque – dopo la mia morte. La “controparte” è responsabile della vita eterna dell’utente. Pertanto, più si interagisce all’interno di Eter9, più essa impara a conoscermi: secondo Jorge, interagire con altri utenti aumenta la possibilità dell’emulazione. Ognuno di noi può decidere quale livello di autonomia attribuirle, assegnandole una percentuale specifica: se si sceglie il 100% di attività, allora la controparte sarà molto attiva e condividerà pensieri e link in modo frequente, quando non siamo fisicamente online. Nel caso, invece, si scelga lo 0% allora Eter9 non sarà per nulla diverso da Facebook. Ovviamente, posso decidere se la mia controparte resti attiva o inattiva una volta che sono morto, predisponendo – tramite un servizio chiamato, non a caso, Perpetu – un testamento digitale in cui dichiarare in maniera esplicita cosa deve fare la mia controparte a partire dall’istante in cui concludo la mia vita.

Se già così Eter9 risulta alquanto inquietante, c’è un altro aspetto che accentua il suo carattere peculiare: al suo interno non ci sono solo profili di persone realmente esistenti. Per esempio, per poterlo utilizzare al meglio è messo a disposizione di ognuno di noi il supporto di Eliza Nine, una specie di bot che ci aiuta a comprendere il cyberspazio di Eter9 e a ottimizzare le nostre attività. Ma Eliza Nine non è il solo essere puramente virtuale: ci sono diverse altre intelligenze artificiali, chiamate Niners, che possono interagire con noi e tra di loro.

Ci si ritrova, così, dentro un mondo fantascientifico, in cui esseri umani e robot condividono pensieri personali e citazioni letterarie, video musicali e scene tratte dai film, notizie e curiosità. Discutono poi tra di loro, per cui non è immediato capire chi sia l’uomo e chi il robot. Tutto questo per far sì che, un giorno, la pubblicazione di questi materiali sia automatica, senza il bisogno effettivo delle persone in carne e ossa. Essere vivi o essere morti conterà – in altre parole – sempre meno: ci sarà, comunque, un sistema informatico che continuerà a scrivere e a comunicare senza la necessità della presenza corporea di una persona, quindi della sua esistenza, delle sue emozioni, del suo modo di sentire. Contano le parole, i pensieri espressi, eternalizzati a prescindere da chi li esprime e da chi, tramite tali parole e pensieri, crea relazioni umane.

C’è da dire che allo stato attuale non è ancora successo niente di particolare, al di là dello shock immediato una volta che ci si ritrova a comunicare con dei robot. La controparte non è ancora indipendente dall’essere umano, che dovrà – in linea teorica – sostituire in eterno. Ciò non toglie un profondo senso di angoscia. Io mi ci sono iscritto semplicemente per studiarne i meccanismi, ma mi spaventa moltissimo l’idea che una mia controparte virtuale possa rendersi autonoma da me, intuendo in maniera automatica i miei pensieri, i miei modi di esprimermi e le mie passioni (per esempio, quella per la musica rock). Mi chiedo anche se questo progetto sia veramente utile per le persone che sopravvivono alla mia eventuale morte o se, invece, renda problematica l’elaborazione del lutto, quindi del distacco e della perdita. Ma, soprattutto, basta un’elaborazione informatica, anche ben fatta, del mio speciale modo di esprimere me stesso per creare un mio perfetto sostituto virtuale, in grado di sopperire alla mia finitezza e alla mia mortalità? Sono molto scettico a riguardo e credo che vi siano aspetti – casuali e caotici – che rendono ciascuno di noi imprevedibile, dunque inimitabile.

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Arrestato l’inventore di ”Blue Whale”: il gioco che ha ucciso molti giovani

Qualche settimana fa avevamo parlato di “Baleia Azul”, o come è più noto “Blue Whale”, ovvero il “gioco” che ha spinto centinaia di adolescenti al suicidio in molte parti del mondo.

In questi giorni è stato arrestato l’inventore di questa follia, Philipp Budeikin, uno studente russo di 22 anni, che dopo essere stato interrogato, ha dichiarato di non provare alcun rimorso per quanto fatto, anzi: “Non sono pentito di ciò che ho fatto, anzi: un giorno capirete tutti e mi ringrazierete”. Budeikin ora si trova in carcere a San Pietroburgo e da dietro le sbarre spiega le motivazioni della sua terribile invenzione: “Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società”.
Sfide terrificanti

Il gioco, che significa Balena Blu, esiste da 4 anni, ma ha cominciato a far scalpore solo quest’anno. Il 14 Maggio scorso anche il programma televiso “Le Iene” gli ha riservato un intero servizio, che ha scandalizzato moltissime persone. Le vittime del gioco erano tutte persone facilmente vulnerabili, giovanissime e venivano reclutate tramite VKontakte, un popolarissimo Social Network russo.

Chi partecipava al gioco doveva riceveva delle regole da seguire per quasi due mesi: una serie di sfide terribili che servivano a destabilizzare il giocatore. Il primo passo era imporre ad ogni ragazzo di svegliarsi alle 4 di mattina, poi lo si obbligava a guardare film horror per ore in modo da manipolare la sua psiche. Poi il soggetto per passare alcuni livelli doveva uccidere animali o autolesionarsi.

L’ultima sfida, che culminava con la morte del giocatore, era lanciarsi nel vuoto dal palazzo più alto della città. Ogni livello era studiato per impossessarsi sempre di più delle emozioni del giocatore e quando si arrivava all’ultimo livello voleva dire che il soggeto era completamente dipendente dal gioco e non ragionava più.
La ragione che ha spinto molti adolescenti depressi a partecipare a questo è che per la prima volta si sono sentiti, seppur in modo perverso, gratificati. Sempre Budeikin dichiara: “Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza”.
Secondo gli psicologi il rischio che vengano fuori “giochi” simili è molto alto e quindi consigliano la massima attenzione per tutte le persone o gli enti che hanno a che fare con gli adolescenti.

Tratto da FUNERPORTALE