Tags Posts tagged with "pompe funebri Legnano;"

pompe funebri Legnano;

267

Quando si patisce il lutto per la morte di una parte della propria identità

di Davide Sisto

 

Al termine di una lezione sulla morte digitale che ho tenuto a un corso di Psicologia, uno studente mi si avvicina per chiedermi un parere a proposito di un tipo di lutto molto specifico: quello per la perdita di una parte della propria identità. Chiedo allo studente di spiegarmi meglio cosa intende. E lui mi risponde dicendo che sta pensando a quelle situazioni traumatiche, o semplicemente dolorose, che ci spingono a cambiare noi stessi radicalmente. A far morire per necessità un lato della nostra personalità e, di conseguenza, a svilupparne altri inediti, ritrovandoci, però, nella condizione di soffrire per la mancanza di ciò che non siamo più e che mai più saremo.

Ovviamente, è una riflessione tanto profonda da un punto di vista emotivo quanto complessa da un punto di vista psicologico. Non è un caso che provenga da uno studente di Psicologia. Resta il fatto che mi ha colpito molto e mi ha fatto pensare nel corso del tempo. In effetti, il ragionamento sembra più astratto di quanto lo sia in realtà. Decidere, più o meno consapevolmente, di lasciar morire – o addirittura di uccidere – una parte della nostra identità è la conseguenza tipica di un’esperienza dolorosa che ci obbliga, per la nostra sopravvivenza, a un sacrificio e a un cambiamento.

Questa esperienza dolorosa è di solito legata a una fine non voluta, magari legata alla morte di una persona amata o a una relazione sentimentale conclusasi male. Ma può anche essere riferita a un malessere riguardante specifiche situazioni esistenziali, le quali devono essere superate e, in parte, rimosse per il nostro benessere psicofisico. Credo che ognuno di noi, nel momento in cui ha avuto luogo uno shock o una delusione, si sia trovato nella necessità di dover sviluppare determinate prerogative della propria personalità, lasciandone sullo sfondo altre. Fa parte dei percorsi di crescita ed è anche il frutto di quella disillusione che, purtroppo, non lascia indenne nessuno a causa degli insuccessi e dei rimpianti con cui – prima o poi – tutti scendiamo a patti.

È interessante, tuttavia, soffermarsi sul lutto che si prova per una parte di noi seppellita. Non si tratta di un lutto metaforico. Ogni fine, di una vita o di una relazione sentimentale, produce contemporaneamente la conclusione di un intero mondo. Il mondo che riguardava il nostro legame unico e irripetibile con l’altro. Siamo abituati a dare una definizione univoca alla nostra identità, ma in realtà ciascuno di noi ha tante identità quanti sono i rapporti che sviluppa nella società. Difficilmente si è uguali con tutti gli interlocutori. Non si tratta di ipocrisia, ma di un normale adattamento della nostra personalità all’esigenza particolare (un partner lavorativo è diverso da uno sentimentale) o alle caratteristiche dell’altra persona (c’è chi è permaloso, chi non si prende sul serio, chi è iroso, ecc.). Tale adattamento è ancor più marcato quando l’intimità aumenta. Ed è ovvio che la fine del rapporto con l’altro si porti via tutto ciò che abbiamo creato insieme, compreso il nostro modo di stare con lui. Ciò avviene il più delle volte contro la nostra volontà. E qui si genera il lutto: l’impossibilità di ritrovare quel noi che è morto con colui che amavamo, quindi l’impossibilità di recuperare l’intero mondo terminato.

Questo è, d’altronde, il meccanismo tipico a fondamento della nostalgia per un tempo che, essendo passato, non tornerà più e che, proprio perché passato, ci sembra preferibile rispetto al tempo che verrà.

La chiave di lettura per l’elaborazione di questo particolare lutto è nell’ultimo concetto espresso. Dobbiamo, cioè, prendere coscienza che ciò che è finito non tornerà più e che ciò che verrà sarà, forse, migliore o comunque non meno importante. Riscoprire la dimensione del futuro come antidoto dell’immobilismo nostalgico provocato dalla morte. Prendiamo il caso, sempre più frequente, dell’anziano che, dopo cinquanta-sessanta anni di matrimonio, resta vedevo. Si ritrova negli ultimi anni della sua vita a fare un’esperienza che praticamente ha vissuto soltanto quando era molto giovane. I figli, il più delle volte, temono che non ce la possa fare. Ma non capita di rado che proprio questa nuova identità da “indossare” sia per l’anziano un modo per crearsi una vita differente, sperimentando ciò che mai avrebbe immaginato. A proposito, consiglio il libro “Fissando il Sole” di Irvin Yalom, in cui racconta proprio una rinascita derivante dalla morte di una parte di sé.

Alla fine, credo che l’unico modo per elaborare il lutto per la perdita di una parte di sé consista nel tentare di guardare il meno possibile al passato, attribuendo un valore superiore a ciò che sta innanzi. Ogni giorno può essere l’occasione giusta per rinascere e, dunque, per comprendere che la morte dell’altro conclude, sì, tutto un nostro mondo ma può anche aprirne un altro, che non è detto sia meno luminoso.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

530

LA STRADA E LE MORTI IMPROVVISE

di MARINA SOZZI

Sapevate che ogni anno muoiono in incidenti stradali, solo in Italia, tra 3000 e 4000 persone, come fosse risucchiato nel nulla un piccolo paese?

E’ la principale causa di morte tra i 15 e i 24 anni. Queste vite spazzate via in un istante – a cui dovremmo pensare ogni volta che saliamo in auto e ci viene voglia di premere troppo l’acceleratore, o di guardare il messaggio appena arrivato sul telefono – lasciano solo il dolore terribile dei parenti e degli amici.

Sono circondate da troppo silenzio, come aveva scritto Elena Valdini in un libro pubblicato qualche anno fa, nel 2008, Strage continua. Un libro che denunciava anche una giustizia carente, che spesso chiudeva con un nulla di fatto, con qualche mese di sospensione della patente, i processi contro i responsabili degli incidenti. Oggi c’è la legge sull’omicidio stradale, che ci auguriamo contribuisca a far decrescere il numero delle vittime.

La mente umana si ribella all’insensatezza di queste morti evitabili, alla deprivazione di vita, storia e memoria cui vanno incontro le vittime, e non è un caso che si sia diffuso in Italia un rito specifico per commemorarle: è un rito che prende forma con la creazione di piccoli altari spontanei posti lungo le strade, spesso sui guard-rail dove è avvenuto lo schianto, che sono adornati con fiori di campo, foto, lettere, scritte, talvolta una lapide.

Questi altari rispondono al bisogno di costituire un luogo sacro proprio là dove una vita è stata persa, di combattere l’oblio e l’anonimato feroce di queste morti, viste troppo spesso come un “danno collaterale” alla facilità dei trasporti contemporanei. Si tratta di ricordare che c’è stata una vita, una biografia, troncata troppo presto, e per motivi così futili da richiedere un pensiero, una riflessione, un moto di solidarietà a colui che passa per quella medesima strada.

Ci sono genitori che hanno raccontato di frequentare questi altari improvvisati più della tomba al cimitero, perché è qui che trovano talvolta una parola di ricordo lasciata dagli amici, una manifestazione di nostalgia, un fiore fresco, quasi a dimostrazione che quella vita inghiottita in un secondo è stata veramente vissuta. E’ un fenomeno su cui l’antropologo Franco La Cecla aveva riflettuto già nel 1995, in un brevissimo saggio contenuto in Mente Locale, dal titolo Sacralità del guard-rail: aveva evidenziato il diritto, che gli individui si prendono senza il consenso di un’autorità religiosa, di sacralizzare un luogo, per riscattare la banalità e l’anonimato di queste morti violente e improvvise.

Mi viene spontaneo mettere in luce – oltre all’aspetto di sacralizzazione di luoghi impersonali come una strada statale o provinciale, o a volte una via nelle periferie urbane – l’esigenza di parlare di chi se ne è andato, che viene espressa con questi altari provvisori. Un’esigenza, quella di essere testimoni della vita conclusa di un proprio caro, che è presente in tutti i dolenti: ma che probabilmente, nel caso dell’incidente stradale, è esacerbata da un lato dall’inanità della morte, dall’altro dalla frequente giovane età delle vittime, dall’esiguità delle tracce che le loro biografie lasciano nel mondo.

Non a caso, un’iniziativa parallela giunge dall’Associazione Italiana familiari e vittime della strada (AIFVS), che nel suo sito dedica ampio spazio alla memoria delle vittime. Uno spazio che – a differenza dei cimiteri virtuali, che non hanno avuto seguito – appare invece vitale e molto frequentato (ogni storia, ogni foto, ogni testimonianza ha migliaia di visualizzazioni).

Nel sito dell’AIFVS, una mappa dell’Italia segnala i luoghi in cui si sono verificati gli incidenti mortali, e cliccando sulle bandierine si trova il nome e l’età di chi ha perso la vita, e il luogo e la data dell’incidente. Oltre alla mappa dei luoghi sono conservati nel sito innumerevoli “Opuscoli memorie”, in cui una foto e qualche paragrafo ricordano i tratti salienti della personalità del defunto, ciò che amava, spesso ciò che avrebbe voluto diventare. Qualcuno ha costruito un video, e innumerevoli sono le testimonianze dei superstiti, alla disperata ricerca di un senso per ciò che è accaduto, che narrano di come anche le loro vite siano state falciate via insieme a quella del loro congiunto.

Ora io mi chiedo: perché mettiamo così poche parole su queste morti, con la pregevole eccezione del libro di Elena Valdini e del sito dell’AIVFS? Un articoletto in cronaca e via, senza commenti, senza riflessione? Perché tanto silenzio?

Verrebbe da dire, per via della paura. Ciascuno di noi nel profondo sa quanto fragile sia la vita umana, la sua propria vita, ma ce ne rammentiamo raramente, cerchiamo anzi di dimenticarlo, di sottovalutarlo, di scappare. Salire in auto invece è una buona occasione per ricordarlo, per sapere che non siamo immortali, né noi né i nostri simili, ed essere prudenti. Sentire la vulnerabilità non è debolezza, al contrario, accresce la nostra umanità e la nostra possibilità di vivere appieno, di sentirci vivi, di apprezzare il fatto di essere vivi.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it scritto da Marina Sozzi

876

LE EMOZIONI NEL LUTTO

di DÉSIRÉE BOSCHETTI

Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui.

È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano.

Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita.

In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.

Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.

E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.

Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.

In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.

In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.

Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.

Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.

Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).

Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).

Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.

Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

865

“La morte ti fa bella”: viaggio tra i meravigliosi cimiteri di Berlino

Jüdische Friedhof [© Dario J Laganà / www.norte.it / (CC BY-NC-ND 2.0)]

Prendersi una pausa e fare una passeggiata al cimitero? Detto così, e in un’ottica italiana, può suonare assurdo e un po’ macabro, ma è sufficiente vivere per un periodo nella capitale tedesca, e lasciarsi coinvolgere totalmente dalle usanze dei cittadini, per rendersi conto che, quella della passeggiata al cimitero, è tutt’altro che un’abitudine macabra.

A Berlino ci sono circa 230 cimiteri. Un numero incredibile, ma comprensibile. I distretti all’interno dei quartieri, infatti, sono centri autonomi, con caratteristiche proprie sia dal punto di vista architettonico, sia da quello umano. Per i marciapiedi di Wilmersdorf non vedrete le stesse persone che potete incontrare sui marciapiedi di Prenzlauer Berg, né le stesse vie residenziali di Friedrichshain.

I cimiteri, però, nonostante riflettano la peculiarità berlinese dei tanti villaggi assemblati in un’unica grande città, sono tra loro molto simili, così almeno ad una prima fugace occhiata. Tutti quanti accolgono giornalmente decine di persone a passeggio, come in un parco. La loro ampiezza varia, se ne trovano piccolissimi ma anche immensi luoghi di riposo e pace eterna. In tutti c’è l’assenza dei loculi e spesso le tombe sono semplici lapidi. E se entrate da un ingresso, c’è un’alta probabilità che possiate uscire da un’altra parte, su un’altra strada, in un’altra zona del distretto.

Se dalla pace eterna che si respira al loro interno, ci spostiamo al sonno eterno dei defunti, questo non è contemplato dalle usanze tedesche. In Germania, infatti, l’affitto della porzione di terreno, dove far riposare i propri cari, ha una durata di soli vent’anni. Scaduto il termine, qualcuno ne deve prolungare l’estensione pagando una nuova rata, in caso contrario il vecchio “inquilino” verrà sostituito.

Discorso a parte per quanto riguarda le personalità che hanno fatto la storia, sia essa politica o artistica, della Germania. Per loro è lo Stato che paga il mantenimento delle tombe, perché è impensabile che possano condividere la loro ultima dimora. E di personaggi famosi, sepolti a Berlino, ce ne sono parecchi.
I circa 230 cimiteri (trovate qui una lista completa divisa per quartiere) si estendono su una superficie di 1.200 ettari e se, come già accennato, girandoli senza porvi troppa attenzione possono sembrare tutti uguali, è soffermandosi sulle tombe che vi renderete conto di come ognuno di questi abbia un carattere distinto e sia in grado di raccontare un pezzo di storia, come un museo a cielo aperto.

Nel 2006 il governo locale ha approvato un piano a lungo termine di sviluppo che prevede un utilizzo diverso di un terzo dei cimiteri attuali, decisione presa a fronte dell’aumento della domanda di alternative alla sepoltura. Passeggiando per uno dei cimiteri di Berlino, non è difficile pensarli come luoghi di relax e biotipi naturali: si incontrano volpi, si sentono i gufi fischiare e il canto degli uccellini suona tutto l’anno.
Visitarli tutti forse non è possibile, ecco perché abbiamo deciso di segnalarvi quelli che meritano una passeggiata che sia, però, consapevole del luogo storico e delle anime che vi riposano.
Il Dorotheenstädtischer Friedhof, in Chaussestraße, è un cimitero del 18° secolo, dove i gatti randagi si aggirano tra i gelsi e i siccomori, che fanno ombra alle tombe di illustri personaggi della letteratura, come Bertolt Brecht, Heinrich Mann e Christa Wolf, il filosofo Hegel, il sociologo e teorico politico Herbert Marcuse, l’architetto Karl Friedrich Schinkel e l’ex presidente Johannes Rau.

                                                            [© Chris Grabert / Flickr / CC BY-SA 2.0]

Tra i più conosciuti, c’è sicuramente lo Städtische Friedhof Stubenrauchstraße, a Friedenau. Qui sono sepolti il fotografo di moda Helmut Newton, Marlene Dietrich e il compositore italiano Ferruccio Busoni.
Si chiama Friedhof Grunewald-Forst, ma è più comunemente chiamato il “cimitero dei suicidi”, a causa della sua vicinanza ad un’ansa dell’Havel, sulla cui sponda riemergevano i corpi di coloro che si toglievano la vita gettandosi nel fiume. Proprio per loro fu scavata la prima tomba, nel cuore della foresta Grunewald, poiché la chiesa, nelle proprie terre consacrate, non accettava i “senzanome”. L’atmosfera è tra le più spettrali ed è qui che riposa Nico, voce dei The Velvet Underground nel loro album di debutto e icona rock degli anni ’60 e ’70.

Per gli appassionati di storia, soprattutto quella della Germania, il più importante cimitero berlinese è senza dubbio il Zentralfriedhof Friedrichsfelde, chiamato anche Cimitero Socialista. In questo luogo è possibile rendere omaggio alla sinistra tedesca: Wilhelm e Karl Liebknecht, Rosa Luxemburg, Ernst Thälmann, Wilhelm Pieck e Walter Ulbricht. Nel 1951 venne edificato il Gedenkstätte der Sozialisten, il memoriale dei socialisti, la cui stele centrale recita “Die Toten mahnen uns”, ovvero “i morti ci ammoniscono”. Un cimitero la cui storia non può essere raccontata in poche righe.

Berlino ospita anche lo Jüdische Friedhof Berlin-Weißensee, il più grande cimitero ebraico d’Europa, proposto all’inizio dell’anno per l’ammissione alla lista dei siti UNESCO. Qui riposano 115.000 ebrei morti prima dell’Olocausto, e varcare il suo cancello è un’esperienza unica e indimenticabile. La sua è una bellezza drammatica, che non si dimentica.

Ciò che bisogna dimenticare è l’architettura dei cimiteri italiani, che qui non ritroverete. Vi accoglie un immenso bosco, dagli alberi secolari e le erbacce selvatiche lasciate libere di crescere, senza cura. Come da tradizione ebraica, sulle lapidi si trovano posati dei piccoli sassi, un rito che sostituisce l’usanza di portare fiori e oggi è un modo per ricordare i propri cari e le origini nomadi del proprio popolo.

Tratto da ilmitte.com

682

FONDAZIONE FLORIANI :GUIDA PER AFFRONTARE UN LUTTO

Questa piccola guida è dedicata a tutti coloro che vivranno o stanno vivendo il lutto e a chi sta loro accanto. Abbiamo cercato di illustrare le caratteristiche principali di questo periodo, fornendo indicazioni elementari e consigli pratici. Il nostro augurio è che dal senso di smarrimento possa nascere una rinnovata consapevolezza del vivere, frutto anche della preziosa eredità emotiva lasciata dai propri cari.

CHE COS’E’ IL LUTTO?

E’ la reazione dolorosa di fronte a cambiamenti e perdite importanti,
il lutto è una risposta fisiologica a situazioni come:
la morte di una persona cara
la separazione o il divorzio
l’aborto
l’infermità o la disabilità
Piccoli lutti sono generati da piccole perdite, come la perdita di un lavoro, di una proprietà o di un animale domestico.
Quando muore una persona amata il dolore è spesso indescrivibile attraverso le parole

PERCHE’ E’ IMPORTANTE COMPRENDERE IL LUTTO

Tutti facciamo esperienze di perdita o di cambiamento in alcuni momenti della vita.
comprendere il lutto può aiutarci a:
affrontare i sentimenti di sofferenza, solitudine, disperazione e impotenza
accettare la realtà
crescere e diventare persone più forti
Il percorso di accettazione della perdita di una persona cara può essere difficile e impervio, ma è la strada maestra che può condurre a una crescita e a una vita più consapevole.

LE PERSONE IN LUTTO VIVONO SPESSO ALCUNI SENTIMENTI DOLOROSI

Lo shock e la negazione

La prima reazione può essere lo smarrimento: una tempesta emotiva che fa sentire confusi.
Tale condizione di sbigottimento e incredulità è pero temporanea.

La rabbia

La morte di un proprio caro può essere vissuta come un’ingiustizia. Per un periodo variabile da persona a persona, potreste sentirvi arrabbiati con voi stessi o con gli altri per non aver trovato un rimedio in grado di evitare o prevederne la morte.

La colpa

Non è insolito sentirsi in colpa per qualcosa che si pensa di aver fatto o che non si è riusciti a fare prima della morte di una persona cara: queste reazioni traducono il desiderio di voler offrire il meglio alla persona che non c’è più.

La depressione

Il senso di vuoto, d’inutilità e di apatia può ostacolare la realizzazione delle semplici, ma essenziali, attività di tutti i giorni. Ritrovare la serenità, l’entusiasmo di un tempo può essere difficile e faticoso: se lo ritenete necessario, non esitate a chiedere aiuto.

La solitudine e la paura

Responsabilità e cambiamenti importanti potranno farvi sentire indifesi, soli e pieni di paure. Sono sentimenti che possono essere meglio gestiti se siete sostenuti da relazioni significative.
Non importa quanto durerà questo periodo, ognuno ha i suoi tempi e spesso la fretta non aiuta

La speranza

La vita vale la pena di essere vissuta. Andare oltre il lutto significa crescere attraverso di esso, ripensando il presente e il futuro con un sentimento di speranza.

CONVIVERE CON IL SENTIMENTO DI PERDITA: NECESSITA’ EMOZIONALI

Esprimete i vostri sentimenti

Mascherarli o nasconderli può solo allontanarvi da voi stessi e dagli alti

Chiedete aiuto

Parenti e amici vorrebbero offrire un aiuto, ma spesso non sanno come. Se i sentimenti di disperazione e sofferenza persistono, chiedete consiglio al vostro medico oppure rivolgetevi alle Unità di Cure Palliative che vi hanno assistito durante il percorso di malattia del vostro caro.

Apritevi ad aiuti esterni

E’ una prova di forza non di debolezza. Molte persone trovano conforto nella spiritualità e/o nella fede religiosa.

Non scoraggiatevi

Alcuni giorni saranno più difficili di altri: gli anniversari, le ricorrenze, le festività sono occasioni in cui il senso di mancanza è ancora più intenso. Circondatevi delle persone che contano di più per voi, trascorrere questi momenti insieme sarà meno pesante.

NECESSITA’ FISICHE

Non trascuratevi
Abbiate cura di voi stessi: sregolatezza e negligenza non sono certo fonte di aiuto. Così come non lo sono l’abuso di sostanze dagli effetti incontrollabili e dannosi.

La salute è il bene più prezioso

Talvolta tensione e stress possono essere espressi attraverso disagi corporei. Anche questi segnali, se persistono, necessitano di cure e di attenzioni.

Il sonno è fondamentale

Se fate fatica a dormire o vi risvegliate spesso, chiedete aiuto. Oltre un certo periodo, senza sufficienti momenti di ristoro, corpo e mente sono privati delle energie necessarie ad affrontare i problemi quotidiani e a partecipare alle normali vicende della vita. Tali difficoltà sono tra i segnali più importanti e meritano l’attenzione di un esperto.

Andate dal vostro medico o rivolgetevi alle Unità di Cure Palliative
Potranno darvi una mano, indicandovi le opportunità di aiuto più adeguate e proponendovi iniziative di sostegno opportune e mirate.

PONETEVI OBIETTIVI GRADUALI, VIVENDO LA VITA GIORNO PER GIORNO

Cominciate con obiettivi a breve termine
Le attività più soddisfacenti sono spesso le più semplici ed essenziali: frequentare gli amici, scrivere, coltivare passioni e hobbies che vi rappresentano e vi gratificano. Scrivere può essere un buon mezzo per riflettere; rileggere poi ciò che avete prodotto potrà darvi la misura del cammino percorso.

Quando vi sentite pronti, provate a sviluppare obiettivi a lungo termine
Fate una lista degli obiettivi che vorreste raggiungere in futuro, per esempio: trovare un nuovo lavoro, fare un viaggio, continuare a studiare o intraprendere un nuovo passatempo. Stabilite un tempo limite per realizzarli. Verificate periodicamente i progressi fatti. Potreste sempre riconsiderare gli obiettivi e aggiustare i piani.

PARTECIPATE A NUOVE ATTIVITA’

Valutate i vostri obiettivi professionali

Se non avete un lavoro, potreste desiderare di cominciarne uno. Se non siete soddisfatti del vostro lavoro attuale, potete considerare di cambiarlo

Iscrivetevi ad associazioni, club od organizzazioni

Stare con persone che hanno i vostri stessi interessi può essere gratificante, una fonte preziosa di condivisione.

Frequentate dei corsi

Informatevi sui programmi di educazione per adulti e i corsi universitari della vostra zona. Scegliete una materia o una attività che avreste sempre desiderato esplorare.

Lavorate come volontari

Un ruolo attivo nelle associazioni di volontariato, nelle organizzazioni umanitarie e nelle iniziative culturali arricchisce il vostro inestimabile patrimonio interiore.
La sofferenza spesso ci mostra le vere priorità della vita, è capace di farci capire quali sono i valori che contano. Questo è un patrimonio che può essere messo a servizio degli altri, attraverso esperienze di volontariato e di impegno sociale. Naturalmente è consigliabile che trascorra prima un periodo sufficiente dall’evento luttuoso (indicativamente intorno all’anno), per occuparvi innanzitutto di voi stessi.

LA PERDITA E IL LUTTO SONO PARTE DELLA VITA

Quindi cercate di comprendere il lutto consapevoli di intraprendere un percorso doloroso con la fiducia di trovare nuovi significati dell’esistenza.
Accettare la morte di un vostro caro può essere molto duro, ma l’esperienza di chi ha attraversato questi momenti ci insegna che la strada per la serenità è vicina anche se spesso fatichiamo a vederla.
Cercate aiuto quando ne avete bisogno.

1238

RITUALI FUNEBRI NELLA CULTURA ISLAMICA

Il termine arabo islam significa “dedizione” e deriva dalla parola “pace”. Potremmo dire che sorge repentinamente per opera del profeta Muhammad (Maometto) e che le basi della religione islamica sono racchiuse nel libro sacro che lo stesso ha scritto, il Corano.

Tra i cinque pilastri della fede islamica – la testimonianza di fede, le cinque preghiere giornaliere, la zakat, il digiuno del mese di Ramadan e il pellegrinaggio a La Mecca – la preghiera esprime nel modo più diretto la pura dedizione a Dio.

Maometto commentava l’annuncio della morte di un amico in termini che potrebbero apparire inusuali. Sosteneva che bisognasse essere felici per lui, perché la vita nell’aldilà è veramente meno impegnativa di quella che viviamo sulla terra e aggiungeva, per ribadire il concetto, che ciò che era stato lasciato, ovvero il corpo fisico, era una continua preoccupazione, una interminabile serie di problemi e di dolori.
Di fatto i musulmani considerano il rito funebre uno dei servizi finali da offrire ai propri cari ed una opportunità per ricordare la brevità della vita su questa terra. Il Profeta riteneva che tre opere possono continuare ad aiutare una persona anche dopo la morte: la caritàche aveva profuso, la conoscenza che aveva trasmesso e le preghiere pronunciate per il morto da parte di un figlio giusto.
Di norma, per i musulmani, la sepoltura deve avvenire entro 24 ore dalla morte o comunque molto velocemente, per il rispetto che si deve provare nei confronti del defunto. Nel culto islamico il lavaggio della salma è un momento fondamentale, anche se rapido, e costituisce l’ultima purificazione, una sorta di obbligo senza espletare il quale il corpo non può essere deposto nella terra (“si nasce puliti e si deve andare in terra puliti”). Il rito del lavaggio dura pochi minuti e viene preferibilmente affidato a persone anziane, rispettate dalla comunità: in caso la persona morta sia una donna è preferibile che il lavaggio sia praticato da una femmina, in caso sia un uomo da un maschio.

La salma viene avvolta in un telo bianco i cui lembi vengono sollevati via via che si procede. Il rito consiste in una abluzione più completa che inizia dalle estremità superiori, continua alle estremità inferiori e sale fino al capo, concludendosi con l’aspersione di acqua nel naso e nelle orecchie del defunto. Il corpo viene poi asciugato, profumato con essenze particolari, avvolto in un lungo telo bianco, deposto su una panca e ricoperto con un grande panno.
Quando si utilizza un cofano funebre la salma viene ugualmente lavata, profumata e avvolta nel telo bianco; tuttavia sarà il feretro ad essere ricoperto da un grande drappo. Il corpo del defunto, prima della sepoltura, viene portato nella moschea oppure in un luogo di preghiera. Tradizionalmente veniva sorretto a braccia da un numero dispari di uomini, ma, considerate le distanze di una media cittadina italiana, questa usanza è mutata con l’impiego del carro funebre. Intorno al corpo purificato e avvolto nel tessuto, oppure intorno al feretro già chiuso, si riuniscono alcuni uomini per la preghiera più rilevante di tutta la cerimonia: da questo momento la salma non può essere più toccata, né avvicinata. Le donne sono escluse da questo atto rituale, esclusivamente maschile.
Dopo la preghiera esistono due possibili strade: se la famiglia ha deciso di lasciare il corpo in Italia il feretro dovrà essere trasportato al cimitero e seppellito a contatto con la terra (il defunto dovrà essere posizionato su un fianco se uomo o sulla schiena se donna, con il volto semiscoperto affinché possa guardare verso La Mecca); se la famiglia predilige il rimpatrio il feretro sarà condotto all’aeroporto.
È utile ricordare che la tradizione islamica tende a seppellire i morti senza bara, avvolgendoli con un pezzo di stoffa; il corpo viene posato sul fondo, non direttamente a contatto con la terra ma su un letto di foglie, e poi viene coperto con lastre di pietra grezza per non fare giungere direttamente la terra sul corpo.

tratto da OLTRE MAGAZINE di MARIA ANGELA GELATI

1186

La dignità del fine vita di Enzo Bianchi

La Repubblica 21 febbraio 2017
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Quando Samuel Huntington teorizzò lo “scontro di civiltà”, su queste colonne osai preconizzare che nel nostro paese non ci sarebbe stato questo scontro, ma che avremmo vissuto invece uno scontro di etiche: fino a qualche decennio fa, infatti, l’etica cristiana cattolica era in larga parte ispiratrice anche dell’etica laica, ma nell’epoca del pluralismo sono apparse nella nostra società etiche diverse.

Così in questi anni assistiamo a un confronto aspro, segnato da ideologie e privo di quella serenità che sarebbe auspicabile per compiere un cammino di umanizzazione condiviso da appartenenti e non appartenenti a religioni diverse.

Nel nostro paese lo scorso anno il tema divisivo era quello delle unioni civili e il mondo cattolico militante ha dato battaglia fino all’ultimo, subendo poi l’esito di una legge da esso ritenuta in contrasto con l’etica cattolica. Attualmente lo scontro sta avvenendo, almeno per ora con toni meno accesi, attorno alla prevista legislazione sul testamento biologico e sui trattamenti di fine vita. Un confronto, va detto con chiarezza, che resta difficile in un paese dove manca una cultura dell’alleviamento del dolore, dove l’accesso alle cure palliative resta lacunoso e in alcune aree praticamente assente, in una società in cui non c’è informazione né educazione sul morire e dove si è ormai smarrita la sapienza e la naturalezza con cui in passato si affrontava questa sfida. I militanti del diritto all’eutanasia così come quelli della vita da conservare a ogni costo per ora non sembrano impegnati a fornire un discorso convincente e articolato, ma paiono preoccupati gli uni che ci sia una legge in materia, gli altri che questa invece non sia assolutamente emanata.

Quando si ascolta “la gente”, si constata una paura sorda e muta nell’affrontare questo argomento. C’è sì rimozione della morte, ma soprattutto timore grande per ciò che potrà accadere, per mancanza di fiducia nei medici e nelle strutture sanitarie: i più temono un’estensione abusiva del diritto all’eutanasia, una sorta di pratica della morte procurata per ragioni economiche, cioè contro le persone anziane a carico della collettività; ma fa paura anche l’idea di finire nelle mani di persone che decidono senza ascoltare le ragioni del paziente e dei famigliari e che vogliono prolungare le cure secondo il loro giudizio o per interessi estranei al morente. Oggi c’è coscienza del diritto a morire con dignità, soffrendo il meno possibile e questa, unita alla centralità acquisita dal soggetto umano nella nostra cultura, richiede sia il testamento biologico sia una normativa sui trattamenti di fine vita.

Da parte mia ritengo necessario e urgente che ai cittadini sia consentito di redigere un “testamento biologico” o una “dichiarazione anticipata” avente rilevanza legale che precisi le condizioni auspicate per il proprio fine vita. Purtroppo finora una procedura di questo tipo ha avuto forti opposizioni da alcuni settori della chiesa italiana, ma si dovrebbe prendere atto che invece i vescovi delle conferenze episcopali sia della Germania sia della Svizzera hanno invitato i loro fedeli a redigere un biotestamento cristiano, ispirandone addirittura le modalità: si tratterebbe in particolare di specificare se si accetta o meno la somministrazione di farmaci per lenire il dolore, anche quando questi avessero come effetto collaterale di abbreviare la vita del paziente, e di indicare se si desidera che i trattamenti per il prolungamento della fase terminale della vita siano tralasciati o sospesi quando la loro efficacia fosse ridotta al semplice ritardare il momento del decesso.

La contrapposizione tra il considerare la nutrizione e idratazione artificiale quale sostegno vitale da somministrarsi sempre e comunque e, d’altra parte, il ritenerle cure che possono essere sospese, è a mio avviso radicalizzata e artificiosa. Sappiamo tutti che nutrizione e idratazione sono sostegni vitali, ma in alcune circostanze – come quando richiedono un intervento chirurgico o un atto medico invasivo – possono diventare gravose, sproporzionate e causa di ulteriori sofferenze, fino a configurarsi come accanimento terapeutico, cosa che richiederebbe la loro sospensione. A questo punto vi è il rischio di introdurre una casistica – tra l’altro soggetta a conoscenze terapeutiche e risorse tecniche in continua evoluzione – nella quale la morale non considererebbe innanzitutto il soggetto morente né il suo dolore, bensì la pertinenza di un trattamento specifico rispetto alla legge generale. L’etica cristiana dice no a cure mediche sproporzionate, ben sapendo che la legge non può normare tutte le situazioni, presenti e future. Si tratterà invece di valutare caso per caso, con attenzione alla situazione complessiva del malato, ascoltando la sua volontà e la propria coscienza. Già Pio XII in un’allocuzione ai medici cattolici nel 1957 distingueva tra mezzi “ordinari” e “straordinari” per conservare la vita e dichiarava diritto del malato la rinuncia all’accanimento terapeutico. Per questo anche il Catechismo di Giovanni Paolo II afferma che “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima … Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire” (CCC 2278). Ne consegue che il ricorso alla sedazione palliativa continua, quando sono state tentate senza successo tutte le risorse mediche disponibili, è moralmente possibile perché l’obiettivo è l’alleviamento del dolore, non l’eutanasia, che è sempre precisa volontà di mettere fine alla vita del paziente.

Appare evidente a tutti che qui il confine tra etica cristiana ed etica laica è davvero sottile e si può innestare da entrambe le parti la tentazione dell’ipocrisia che scatena il giudizio e la condanna. Per questo risulta importante l’alleanza tra il paziente, il suo fiduciario, il medico e i familiari: il malato non sia lasciato solo a decidere la propria sorte – con l’eventualità di innescare il ricorso al suicidio assistito – ma interagiscano con lui innanzitutto il medico, che può discernere “con scienza e coscienza” le reali possibilità di vita e di morte del malato, e poi i familiari, le persone vicine al paziente, a cominciare da chi il malato ha eventualmente indicato come suo rappresentante nel testamento biologico. Un’alleanza nella quale il malato deve avere la priorità, con la sua sofferenza e il suo desiderio espresso anche anticipatamente, e dove entrano in gioco la coscienza dei medici e dei familiari. Ognuno di noi non è solo “una vita” determinata da parametri biologici, ma è una persona con relazioni, comunicazione, affetti, e c’è una qualità della vita che non può essere ridotta a quantità dei giorni.

Certo, nessuno dovrebbe essere obbligato a redigere il proprio testamento biologico o a tratteggiare la “pianificazione anticipata delle cure”, ma la legge sappia accogliere chi vuole dichiarare anticipatamente questa scelta, favorisca l’alleanza medico-paziente-fiduciario che lascia spazio alla coscienza e garantisca cure palliative specialistiche e di qualità accessibili a tutti, indipendentemente dal reddito o dal luogo di residenza. Ne va della qualità della vita di ciascuno, malato o sano che sia.

pubblicato da : Alzo gli Occhi verso il Cielo
Enzo Bianchi, Luciano Manicardi, Monastero di Bose, Claudio Doglio, Rosanna Virgili, Lidia Maggi, Brunetto Salvarani e tanti altri.
martedì 21 febbraio 2017

842

WhatsApp e il messaggio diretto al morto

di Davide Sisto

Ero al bar con una mia amica e, a un certo momento, cominciamo a parlare a proposito dell’elaborazione del lutto. Lei mi racconta che le è morto il fidanzato qualche mese prima e di quanto fosse a lui legata. Al punto che, il giorno della sua laurea, diversi mesi dopo la morte, non appena viene proclamata Dottoressa ha l’istinto di prendere il cellulare, andare su WhatsApp e mandargli un messaggio per informarlo.

Non ho voluto chiederle perché lo abbia fatto. Non mi è sembrato lì per lì il caso. Però, questo aneddoto mi ha fatto molto riflettere, soprattutto perché – nei miei attuali studi filosofici – sto cercando di capire quanto la cultura digitale influisca sul nostro rapporto con la morte e con il lutto, modificandolo. Già a luglio 2016, su questo blog, avevo scritto a riguardo del legame tra la morte e Facebook, oggi il più grande cimitero (virtuale) che vi sia al mondo, quotidianamente davanti agli occhi di tutti.

Il messaggio diretto alla persona morta su WhatsApp apre, però, un altro orizzonte di considerazioni, molto particolare, che in un certo senso lambisce l’orizzonte dei vari social network, ma ampliandone la portata. Innanzitutto, non ha nulla a che vedere con le parole di commiato pubblicate su Facebook o, in alternativa, con la canzone e la poesia composte per esprimere la propria sofferenza e dare forma all’addio: tutti questi casi sono, che ci piaccia o no ammetterlo, documenti pubblici che, pur rivolti direttamente al morto, vogliamo vengano letti e condivisi anche dagli altri. Non ha nemmeno nulla a che vedere con il diario personale, perché il diario non presuppone vi sia un lettore. Lo scrivo per me stesso, per esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti; magari, idealmente e simbolicamente, penso che quelle parole saranno lette dalla persona che ci manca, tuttavia – anche se utilizzassi uno stile di scrittura rivolto al morto – le parole resterebbero tra me e me. Al massimo, c’è il rischio che vengano lette da chi si appropria, con o senza il mio permesso, del diario.

Il messaggio diretto al defunto su WhatsApp è un messaggio privato, confidenziale, che viene letteralmente “spedito”; la ragazza ha spedito un’informazione direttamente al compagno che non c’è più. L’ha indirizzata proprio a lui e a nessun altro. Pertanto, tale messaggio può essere letto, a rigor di logica, soltanto dalla persona viva che lo scrive e, ipoteticamente, dalla persona morta che lo riceve. Nel momento in cui viene dato sul proprio cellulare l’invio, ci può forse essere la speranza di vedere sullo schermo, prima, la comparsa della doppia spunta quale segno del messaggio recapitato e, poi, il divenire blu di questa doppia spunta quale segno del messaggio letto. Ma, al di là di una simile speranza, c’è un gesto simbolico ben preciso, apparentemente in contrasto con la razionalità e con la realtà: la volontà di comunicare una notizia gioiosa – la laurea – alla persona con cui la si sarebbe voluta maggiormente condividere.

E, allora, WhatsApp, se utilizzato in un’ottica appunto simbolica, con la chiara coscienza della realtà della morte, può divenire un tramite romantico tra chi è rimasto e chi non c’è più. Un modo per mantenere vivo, nella propria mente e nel proprio sentire, il legame. Magari immaginando la felicità e l’orgoglio che avrebbe provato lui, fosse stato lì in vita, vedendo la sua compagna laurearsi. Personalmente, non sottovaluterei la portata simbolica e romantica di questo gesto, anzi mi sembra un modo di esprimere quel “legame continuo” tra l’aldiquà e l’aldilà, teorizzato da numerosi filosofi del passato (il romanticismo tedesco ottocentesco, per esempio) e da diversi psicologi odierni e, mai come oggi, avvalorato da quel corpo tecnologico – che è il digitale – in cui si conserva lo spirito delle persone, vive o morte che siano. Inoltre, il fatto che rimanga, dinanzi agli occhi di chi ha spedito il messaggio, la sola spunta della spedizione, senza quella della ricezione, può essere un modo in più per prendere coscienza dello stato delle cose presenti. Quindi, per comprendere l’assenza e la perdita definitive, per farsi una ragione del carattere irreversibile della morte e, dunque, per unire alla natura benefica dell’immaginazione quella pratica del raziocinio.

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

2726

LE INCREDIBILI BARE DEL GHANA

di Marco Trovato reporter indipendente (seconda parte)

UN FUNERALE INDIMENTICABILE
Ancora oggi la gente di Jamestown, caotico sobborgo di Accra, si ricorda del funerale di Ernest Tagoe, un vecchio pescatore morto qualche anno fa. La salma dell´uomo fu adagiata in una bara davvero unica, che aveva la forma di una copia piegata del “Daily Graphic”, il maggiore quotidiano ghanese. Il signor Tagoe, infatti, pur essendo analfabeta, era stato soprannominato dagli amici “Daily”, perché ogni giorno si faceva leggere dal figlio le notizie riportate su quel giornale, che poi raccontava a sua volta a tutto il vicinato, diventando in pratica l´edizione di quartiere del “Daily”. Al funerale del signor Tagoe c´erano anche i giornalisti tedeschi Klaus Muller e Ute Ritz-Muller, che hanno raccontato quella indimenticabile giornata nel loro libro “Africa riti e tradizioni di un continente” (Konemann 1999): “Chiuso il sarcofago, quattro prestanti giovanotti, resi ancora più energici dal gin, se lo caricarono in spalla e presero a correre per gli stretti vicoli di Jamestown, fermandosi ogni tanto perché amici e parenti potessero donare al defunto l´estremo saluto… Gran parte dei 16 chilometri del percorso furono coperti a passo di corsa, con la processione funebre impegnata in un faticoso inseguimento, e il cadavere trovò infine pace una volta giunto al cimitero”.

L´IMPORTANTE E´ ESAGERARE
ananasLa gente del Ghana ha una particolare propensione a fare della propria morte una specie di fuoco d´artificio, uno straordinario spettacolo pirotecnico, il cui principale scopo è impressionare, suscitare lo stupore e l´ammirazione generale. “La vita, comunque sia stata, deve terminare in magnificenza”, mi ha spiegato, tempo fa, un taxista di Accra, con cui ero rimasto intrappolato nel traffico per via di un interminabile funerale.

Alla radio, tra un talk show e un notiziario, è possibile ascoltare i necrologi che quotidianamente aggiornano il calendario delle morti e dei cortei funebri: sono tra i programmi più gettonati in assoluto.
Se la moda delle bare artistiche spopola tra i ricchi, quella dei funerali estrosi e stravaganti è una tradizione popolare. Un grande evento sociale che nasce dal fantasioso sincretismo fra la religione cristiana (qui moltiplicata in un ampio ventaglio di sette pentecostali o apocalittiche) e l´animismo delle origini.

DOLORI E DANZE
bara1Basta girovagare per le città e i villaggi della costa, specie nel fine settimana, per accorgersi delle dimensioni assunte dal fenomeno: tra ingorghi di traffico e mercati affollati, non è raro imbattersi in cortei allegri e chiassosi che seguono casse da morto a forma di pannocchie, di aerei, di pesci, di uccelli e persino di bottiglie di Coca Cola o di pile Duracell.

I pochi turisti di passaggio guardano sbigottiti, senza capire: non immaginano di trovarsi di fronte ad un funerale. La confusione in questi cortei regna sovrana: le urla e i lamenti della gente si intrecciano con il ritmo dei tamburi, la musica delle fanfare, i clacson delle auto. E c´è chi, invece di camminare, avanza a passi di danza.
Ai nostri occhi tutta questa sfacciata eccitazione appare come una mancanza di rispetto verso chi è morto e chi soffre per la perdita del proprio caro, ma è vero il contrario: secondo l´opinione corrente infatti, maggiore è il chiasso che si riesce a procurare nei funerali e maggiore è l´omaggio che si rende al defunto. Un corteo funebre misero e silenzioso, invece, potrebbe offendere e irritare il caro estinto.bara-a-forma-di-barca

I FUNERALI ASHANTI
Particolarmente gioiosi e colorati sono i funerali degli Ashanti, gli abitanti del Ghana centrale: gente fiera, nobile, molto legata ai costumi tradizionali. Ogni sabato, nella città di Kumasi, capitale del regno Ashanti, si rinnova un appuntamento con la morte, unico nel suo genere: centinaia di persone elegantissime si radunano per l´ultimo ricordo ufficiale di un amico, di un parente, di un semplice conoscente. Il funerale diventa l´occasione per una grande festa collettiva, un rito solenne e sfarzoso dove non c´è traccia di dolore, tristezza, pianti. Il fatto curioso è che il “festeggiato”, ovvero il defunto, spesso è morto anche da molti anni e ciò avviene perché il funerale può essere celebrato solo quando la famiglia è in grado di sostenere le consistenti spese della cerimonia. Gli invitati arrivano vestiti con lussuose tuniche nere e rosse, su cui spiccano monili d´oro purissimo di foggia diversa, a volte così grandi da impacciare i movimenti di chi li indossa.
Intrattenuti dalla musica e dalle danze rituali, essi presentano le loro condoglianze e i loro doni ai parenti dello scomparso. Tutti sono tenuti a offrire qualcosa alla famiglia, per contribuire, anche in piccola misura, allo sforzo economico profuso nella festa: in cambio si ottiene una benedizione e una regolare ricevuta che certifica la propria generosità. La cerimonia termina al tramonto, in un clima sereno e festoso, tra fiumi di bevande locali a base di liquore di palma. Amici e parenti si congedano soddisfatti e si danno appuntamento per il sabato seguente, per dei nuovi funerali.

I DEFUNTI ? MEGLIO TENERSELI BUONI
La buona riuscita di un rito funebre è una questione fondamentale, un aspetto centrale per gli equilibri della società, non solo tra gli Ashanti: in Ghana la morte non rappresenta la fine della vita, ma l´inizio di una nuova fase per lo spirito. E le anime degli antenati, dei parenti morti, continuano a giocare un ruolo importante nelle vicende terrene di tutti i giorni. Possono, per esempio, portare consiglio attraverso i sogni, proteggere la casa dei propri cari, garantire il benessere e concedere la fertilità.

D´altro canto possono anche ammonire i discendenti negligenti mediante segni e piccoli avvenimenti sfortunati, o punirli severamente con la malattia e la morte. Il defunto, insomma, è in grado di influenzare la sorte dei membri della famiglia molto più che quando era in vita. Ciascuno ha dunque un interesse vitale nel mantenere buoni rapporti con gli spiriti ancestrali e la buona organizzazione del funerale è la condizione indispensabile perché le cose possano mettersi bene.

IN THE MEMORY OF…
La cerimonia può durare da pochi giorni a qualche settimana, a seconda dello status del morto e del numero di persone che vogliono porgere l´ultimo saluto. Durante queste interminabili veglie funebri la camera ardente è aperta ai visitatori. Tra una preghiera e un canto, si alzano i lamenti delle donne e i bicchieri colmi di birra e rum degli uomini. Gli ospiti portano doni e banconote da offrire allo scomparso, qualcuno improvvisa un breve discorso d´addio, altri si limitano a indossare fazzoletti rossi in segno di rispetto e di dolore (il rosso, da queste parti, è il colore del lutto). Le strade del quartiere sono tappezzate di manifesti con la foto del defunto. bara-aereo

E la stessa foto compare su decine di t-shirt sgargianti, indossate con fierezza da amici e parenti (“In the memory of …” c´è scritto). Ma l´orgoglio e il prestigio della famiglia ruota attorno alla bara, che deve essere il più possibile elaborata, appariscente e costosa. “Bisogna pagare una fortuna per far felice gli spiriti dei morti e assicurarsi una posizione di riguardo nell´aldilà”, spiega Timothy, 47 anni, cameriere in un ristorante nel centro di Accra. Timothy è uscito economicamente rovinato dalle esequie di un fratello, ma non si lamenta: “I sacrifici che ho fatto saranno ripagati: i miei antenati ora vegliano sulla mia casa… E quando verrà il mio momento, si ricorderanno della mia generosità e mi accoglieranno nel migliore dei modi”.

VISITE FUNEREE
Feretri di lusso e funerali sfarzosi: il culto dei defunti si intreccia con il business senza freni del caro estinto. Avviene in tutto il mondo e non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che qui le bare artistiche stanno diventando un´attrazione turistica. Si tratta di un fenomeno di nicchia, intendiamoci, ma ci sono i segnali di un interesse destinato a crescere: ai turisti “fai da te” che si addentrano tra i caotici vicoli di Teshie in cerca delle botteghe funerarie, si sono aggiunte da qualche tempo alcune comitive di visitatori accompagnati da guide locali (il tour operator Transafrica propone nei suoi viaggi in Ghana una tappa ad Accra, al “quartiere dei fabbricanti di sarcofaghi dalle forme fantasy”: vedere al sito www.transafrica.biz). I falegnami hanno fiutato l´affare e ora chiedono un compenso per una visita ai loro magazzini: 5 euro per vedere e toccare, 10 euro per fotografare o filmare (sono previsti sconti per comitive). Ci guadagno in soldi e in pubblicità.

“L´ETERNO RIPOSO” DEL TURISTA
bare-ghana7Chissà ? Un giorno forse i loro sarcofaghi avranno successo anche in Europa. Per il momento a Teshie sono giunte ordinazioni da musei e collezionisti occidentali. Ma non sono mancati i turisti di passaggio che hanno approfittato dell´occasione per prenotarsi una bara personalizzata. A ben guardare, per il nostro portafoglio la spesa non è affatto esagerata, pur considerando il costo del trasporto via mare. Le imprese funebri di casa nostra propinano, a prezzi ancora maggiori, casse da morto sicuramente più scialbe e anonime. Deve aver pensato così un ragazzo italiano passato da queste parti il mese scorso. “Era entusiasta del nostro lavoro e non ha resistito alla tentazione…”, mi dice un giovane artigiano, che non tarda a mostrarmi la foto della bara che gli ha costruito. La forma ? E´ un telefonino, un cellulare lungo due metri, ricostruito in legno con tutti i particolari: l´antenna, la mascherina verde, i bottoni coi numeri, il display fluorescente. “Manca solo la suoneria – commenta orgoglioso l´artigiano – così potrà riposare in pace”.

761

Le regole dell’addio degli antichi Romani: testimonianze nel legnanese.

I ritrovamenti di testimonianze relative ad abitati di età romana, sono avvenuti nella media valle Olona nel 1994, al confine tra Castellanza e Legnano, ed hanno confermato l’organizzazione del popolo in piccoli insediamenti sparsi.
Numerose sono le necropoli rinvenute nel territorio, generalmente situate all’esterno dell’area abitata.
L’ esecuzione del rituale funerario aveva per gli antichi romani un significato particolare, era perciò importante che il rito fosse portato a termine secondo un preciso cerimoniale.

Durante l’età romana imperiale, l’incinerazione era il rito funerario pressochè esclusivo e variava in base alla disponibilità economica della famiglia del defunto: in nuda terra, in anfora segata, in cassa di laterizi o in pietra
Il corredo funebre era composto dai beni personali – attrezzi, ornamenti, strumenti per la cura del corpo – e da oggetti con significato rituale: un valore simbolico aveva la lucerna, che doveva illuminare il viaggio verso l’ade, e la moneta posta in bocca al defunto, costituiva l’obolo da devolvere a Caronte.

Profumi e unguenti erano gettati sul rogo durante la cremazione e venivano mescolati alle ceneri.
Il legame tra cibo e morte è al centro del rituale funebre romano che ha proprio nel banchetto consumato durante le esequie il momento più pregnante.

Nel territorio legnanese le offerte alimentari sono testimoniate raramente, infatti, le sepolture legnanesi hanno restituito solo ossa di pollo e capretto e resti carbonizzati di pane lievitato.
Tra il 1926 e il 1956, in località Santa Colomba a Canegrate, si rinvennero numerose sepolture databili all’età del bronzo.