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Pompe funebri Lainate

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LA CREMAZIONE: INFORMAZIONI PRATICHE

Ed_ParlamentoItaliano

Legge n. 130 del 30 Marzo 2001
“Disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri”
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 91 del 19 aprile 2001
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Art. 1.
(Oggetto)
1. La presente legge disciplina la pratica funeraria della cremazione, nonchè, nel rispetto della volontà del defunto, la dispersione delle ceneri.
Art. 2.
(Modifiche all’articolo 411
del codice penale)
1. All’articolo 411 del codice penale sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
«Non costituisce reato la dispersione delle ceneri di cadavere autorizzata dall’ufficiale dello stato civile sulla base di espressa volontà del defunto.
La dispersione delle ceneri non autorizzata dall’ufficiale dello stato civile, o effettuata con modalità diverse rispetto a quanto indicato dal defunto, è punita con la reclusione da due mesi a un anno e con la multa da lire cinque milioni a lire venticinque milioni».

In Italia la cremazione di un cadavere è regolamentata dalla legge n. 130/2001.
C’è un po’ di disinformazione sulle modalità e sull’iter necessari alla cremazione, molte persone non sanno come comportarsi per avviare un loro congiunto alla cremazione. Questa piccola guida non ha pretese di essere esauriente, ma solo di dare le informazioni principali.
Per la cremazione di un cadavere è necessaria la volontà del defunto che può essere espressa dal coniuge o, in mancanza di esso, dalla maggioranza degli eredi di pari grado. La manifestazione di volontà deve essere espressa presso il comune di decesso o presso il comune di residenza degli aventi diritto a meno che il defunto sia iscritto a una Società di Cremazione –SOCREM-( la Monza & Pozzi è fiduciaria della Socrem di Varese) , nel qual caso è sufficiente richiedere la tessera di iscrizione.

In Lombardia la Legge Regionale consente di conservare le ceneri presso la propria abitazione. Tale possibilità è concessa al coniuge, che può autorizzare un altro familiare alla conservazione delle stesse.

C’è anche la possibilità di disperdere le ceneri in natura, in questo caso la volontà del defunto deve essere espressa dal defunto stesso. La strada più semplice , per chi volesse far disperdere le proprie ceneri, è l’iscrizione a una Socrem, scrivendo di proprio pugno la volontà alla dispersione. Per fare ciò bisogna iscriversi e compilare un apposito modulo, allegando la copia di un proprio documento. L’iscrizione va rinnovata ogni anno, semplicemente pagando un bollettino postale. Diversamente è valido un testamento che però richiede tempi più lunghi.

• la dispersione va autorizzata dall’ufficiale dello stato civile;
• i luoghi consentiti sono aree appositamente attrezzate all’interno del cimitero, aree private all’aperto (previo consenso del proprietario), in natura (mare, laghi, fiumi, montagna, foresta ecc.), purché libera da manufatti;
• è vietata in ogni caso nei centri abitati;
• la dispersione può essere affidata ai congiunti, ad un esecutore testamentario, alla SOCREM oppure al comune.

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MORTE E FISICA QUANTISTICA: SARA’ VERO??

Sarà per lo scetticismo imperante oppure per la semplice constatazione che una volta morti, non si torna indietro, che tutti siamo convinti della ineluttabilità della morte.

Come dice Amleto:
Essere o non essere, questo è il problema …..
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno
Eppure c’è qualcuno in grado di dimostrare l’esistenza dell’aldilà. Questo qualcuno, si avvale degli ultimi risultati proposti dalla fisica quantistica.

La morte, da sempre, ha fatto paura a tutti, senza distinzione. Perché? Forse perché si desidera vivere e ci si percepisce come fatti apposta per vivere e sapere che prima o poi diventeremo non essere, getta indubbiamente molta angoscia in tutti, chi più, chi meno.

A nulla vale la filosofia (la paura della morte non ha senso perché se ci sei tu non c’è lei, se c’è lei, non ci sei tu), le sapienze antiche (sciamaniche) o moderne (religioni) assicurano senza dubbio che esistono i campi elisi dove tutti ci ritroveremo (riducendo angoscia e terrore), oppure nelle finzioni cinematografiche dove la morte di buoni e cattivi viene vissuta senza batter ciglio. Tutte cose che hanno una sola funzione: mitigare l’angoscia di un qualcosa che è assolutamente ineluttabile.

Da un po’ però sembra sia entrato in campo un nuovo soggetto, la scienza, che suggerisce un passaggio ad un nuovo stato di vita. Stiamo parlando della fisica quantistica che contrariamente alla fisica della teoria della relatività che si occupa del macrocosmo, questa invece si focalizza del microcosmo ovvero delle particelle al livello atomico e subatomico .

Il dr Robert Lanza che oltre ad aver inventato diverse cose, ha anche scritto numerosi libri Ha elaborato una teoria, quelle del biocentrismo alla base della quale c’è la considerazione che lo spazio e il tempo non esistono al di fuori di noi ma sono solo un prodotto della nostra coscienza e quindi anche la morte è solo un’illusione.

La fisica quantistica, con tutti i vari esperimenti, ha dimostrato che l’osservatore è fondamentale nella formazione della realtà. L’universo può assumere infinite forme ma assume alla fine solo quella che la coscienza dell’osservatore stabilisce. Un po’ come dire che la realtà non è com’è ma come la pensiamo
Quindi, la fisica quantistica conferma le teorie dei vari filosofi, di quelli insomma che sono sempre stati convinti che la realtà è solo il frutto della mente dell’uomo.

Se è vero che spazio e tempo sono necessari all’uomo e ne sono quindi una sua rappresentazione, allora anche la morte e la relativa idea di mortalità sono solo un prodotto della nostra coscienza
Questa teoria ha un grande impatto. La coscienza, costruita giorno dopo giorno non muore con il corpo, anzi, sarebbe in grado di sopravvivere ad esso.

Sarà vero?

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Neptune Memorial Reef di Miami, Florida: un cimitero sommerso.

Molti sognano di farsi cremare e spargere le loro ceneri in mare. neptune-memorial-reef-cimitero-sottomarino-key-biscayne-miami-01

Gli ideatori di questo progetto sono andati ben oltre: utilizzare i resti dei defunti per creare la più grande barriera corallina artificiale del mondo.

Il nome del Neptune Memorial Reef ci riporta direttamente alla mente il dio dei mari. Ma Atlantis Reef, come è anche conosciuto questo cimitero sottomarino, ci fa pensare alla mitica città sommersa. Mai paragone fu più azzeccato: si tratta infatti di una vera e propria opera ingegneristica che potrebbe appartenere a qualche leggendaria civiltà scomparsa e inghiottita dalla acque. O almeno è quello che penseranno gli archeologi del futuro.

ap129067031005123505_bigMa l’idea dietro al progetto è del tutto bizzarra: le ceneri dei cremati sono state mischiate al cemento per creare questa vasta struttura 12 metri sotto il mare al largo delle coste di Key Biscayne, in Florida, nella contea di Miami.

L’area coperta è di 65.000 m²: dal suo completamento nel 2007 è rimasta intoccata, e il corallo ha attecchito come era nelle intenzioni dei suoi creatori. Oggi questo mausoleo in fondo al mare è davvero la più grande barriera corallina realizzata dall’uomo.

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Cimitero Allegro di Sapanta, Romania

Una risata vi seppellirà: il Cimitirul Vesel è sicuramente il luogo di sepoltura più bizzarro che vi possa mai capitare di incontrare.

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Non c’è spazio per la tristezza da queste parti: qui le tombe sono colorate e arricchite da decorazioni vivaci. Ma non è l’unica cosa a farci sorridere: le varie lapidi sono incise con epitaffi umoristici sulla morte dei loro proprietari. E accompagnate da immagini che ne rappresentano la loro vita, i loro hobby, le loro passioni e persino il momento della loro morte.

Il Cimitero Allegro di Sapalta è opera di uno scultore, Stan Ioan Patraş, che nel 1934 decise di intagliarsi la propria tomba nel legno. E lo spirito comico con cui lo fece lo ispirò talmente tanto da proseguire nell’opera con altre croci.sapantaa2

Il cimitero ha continuato a crescere con il suo umore positivo anche durante gli anni della guerra e del regime comunista. E tutt’oggi segue le orme del suo autore, ormai defunto, contando un totale di 800 tombe. Nonostante le apparenze, questo luogo è meno paradossale di quanto si possa pensare. La cultura rumena ha un atteggiamento molto ottimista nei confronti della morte: un retaggio degli antichi Daci, che credevano nell’immortalità dell’anima e nel passaggio a una vita migliore.

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I riti funebri cinesi

La varietà dei riti funebri cinesi è vasta quasi quanto il territorio.

Le usanze cambiano da regione a regione e anche a seconda della religione (buddista, taoista, cristiana, ecc.). Tuttavia restano invariate e uguali per tutti alcune consuetudini legate all’antica tradizione e alla superstizione.

I cinesi danno molta importanza al rito funebre: lo spirito dei defunti, infatti, non muore con il corpo e un funerale mal organizzato è segno di cattiva sorte per la famiglia.

I riti funebri variano anche in base all’età, la causa di morte, la posizione sociale e lo stato civile del defunto. Per esempio, chi non è sposato e non ha figli che possono organizzarlo, non ha diritto al funerale ma viene seppellito solo dai parenti più stretti. Gli anziani sono i defunti tenuti in maggiore considerazione: molte famiglie s’indebitano per garantire una cerimonia adeguata. La portata della cerimonia è direttamente proporzionale alla ricchezza della famiglia: più è benestante, più soldi riceverà da parenti e amici, più sfarzoso sarà il funerale.
La cerimonia è molto lunga: dura in tutto 49 giorni, si prega ogni sette giorni, ma la prima settimana è la più importante. Oggi è raro che la durata sia così estesa e in ogni caso dipende dalla ricchezza della famiglia, il cui capo deve essere presente almeno durante la prima parte della cerimonia e al momento della sepoltura o della cremazione. Quest’ultima è stata introdotta in Cina nel 1956 perché il terreno per le sepolture iniziava a scarseggiare.

Al momento del decesso tutte le statue delle divinità presenti in casa vengono coperte con carta rossa per proteggerle dall’energia del morto. Anche gli specchi devono essere tolti: chi vede il riflesso nella bara, secondo la superstizione, subirà un lutto improvviso in famiglia.

La preparazione del corpo del defunto è molto accurata.I volti delle donne sono ben truccati, vengono sempre scelti il vestito e le scarpe migliori mentre il resto del guardaroba viene bruciato.

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Una volta che la salma è stata preparata, viene adagiata sopra ad un tappetino: il telo blu ne copre il corpo, quello giallo il volto. Accanto alla testa viene sistemata una foto del defunto e accanto corone di fiori e regali, sempre in proporzione alla ricchezza del defunto e la loro posizione viene stabilita in base al rapporto tra defunto e donatore. Durante la veglia funebre vengono  deposti ai piedi del defunto, sopra un altare, incensi, candele e cibo che sarà “assorbito dall’anima”.

I cinesi considerano il pianto come un omaggio, un segno di benevolenza e di rispetto: in alcune occasioni vengono chiamate persone a piangere e offrire preghiere.

Esistono abiti specifici da indossare a seconda del grado di parentela: i colori autorizzati sono nero, marrone, blu e bianco. Infatti per i cinesi il rosso è il colore della felicità: i parenti non devono indossare alcun indumento di questo colore, né portare gioielli.

I membri della famiglia, inoltre, si avvicinano intorno al cofano funebre secondo il grado di parentela, inchinandosi più volte.
In segno di buon auspicio vengono bruciati idoli di carta e soldi, per assicurare al defunto una rendita anche nell’aldilà. Il defunto non deve essere mai lasciato solo: vengono organizzate veglie, durante le quali è consentito anche  giocare d’azzardo per restare svegli.

Secondo i cinesi il passaggio nell’aldilà è difficile e doloroso: per questo motivo il defunto viene sostenuto con preghiere e canti. Vi è anche  la presenza di un monaco (buddista o taoista) che dovrà recitare versetti tutta la notte per aiutare il defunto nel suo cammino. Quando l’intensità dei versetti aumenta, fino a diventare un lamento, è segno che l’anima ha lasciato il corpo: è vietato guardare la bara che sta per essere chiusa e i parenti devono allontanarsi perché la sfortuna non ricada su di loro. Esistono poi diversi riti per tenere lontani gli spiriti maligni: incollare sul feretro un foglio benedetto, far scoppiare fuochi d’artificio e lanciare aquiloni.
Il feretro viene quindi caricato sull’autofunebre che resta sul ciglio della strada per accogliere altre preghiere. Poi, lentamente, inizia a muoversi: il figlio maggiore è sempre seduto accanto alla bara, dietro di lui si sistema il resto della famiglia. Una volta giunti al cimitero, al momento della sepoltura, vale la stessa superstizione: non bisogna guardare il feretro mentre viene collocato sotto terra. I familiari gettano un pugnetto di terra nella fossa prima che sia coperto mentre il figlio maggiore ne raccoglie un po’, da conservare in una scatola di incenso tra le mura di casa, come simbolo e ricordo del proprio congiunto. I cinesi conservano con grande rispetto, in casa, le tavolette degli antenati: il nome del defunto andrà aggiunto obbligatoriamente alla lista.
Terminati i funerali, tutti i partecipanti devono bruciare i vestiti indossati durante la cerimonia per tenere lontana la sfortuna. Il periodo di lutto della famiglia può andare avanti fino a 100 giorni.
Dopo sette anni dalla sepoltura è possibile riesumare i corpi, per ripulire le ossa e sistemarle in urne da seppellire un’altra volta.

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Il pianto: una peculiarità umana

Il pianto rappresenta una indispensabile peculiarità umana. Non esistono epoca o cultura nelle quali non siano state versate lacrime. Si piange durante i riti del commiato. Ovunque questa manifestazione emotiva varia da un periodo all’altro e di luogo in luogo. Ma perché piangiamo?

Le lacrime in molti casi resistono a qualsiasi tentativo di interpretazione e una spiegazione che a chi piange può sembrare perfettamente comprensibile risulta invece impenetrabile a chi si trova a svolgere il ruolo di consolatore. Di contro, ciò che ad un osservatore può sembrare evidente, spesso sfugge agli occhi annebbiati di chi piange.

In ogni caso le lacrime sviluppano una tale “presenza” e molte volte un significato così immediato da indurci, di norma, almeno ad un tentativo di interpretazione. È anche vero che vi sono lacrime impossibili da fraintendere. Persino quando il pianto è considerato normale, come durante un funerale, molti provano imbarazzo nel dover rispondere direttamente ad una persona in lutto che piange.

Il pianto si verifica generalmente quando siamo meno in grado di verbalizzare adeguatamente emozioni complesse e “travolgenti” o di articolare il nostro stato d’animo. Così riconosciamo nel pianto un prevalere dei sentimenti sul pensiero attraverso un linguaggio non verbale, quello delle lacrime.

Considerate talvolta una consuetudine o l’indice di una spiccata sensibilità, in altri casi misteriose, pericolose o ingannatrici, le lacrime attraversano tutte le culture. Di fatto, vista la loro funzione comunicativa, raramente mancano di dar luogo a conseguenze, poiché spesso comportano una spiegazione e per fornire un chiarimento è indispensabile ricorrere al linguaggio delle parole: il mondo è pieno di proverbi e di metafore che esprimono i tanti aspetti della nostra concezione delle lacrime (“un fiume di lacrime”, “mi piange il cuore”, “inutile piangere sul latte versato”, …).

In ogni epoca il pianto ha avuto un ruolo centrale nel mito, nella religione, nella letteratura. Le cerimonie del lutto ritualizzano le lacrime in modi differenti, incanalando il cordoglio in una grande varietà di forme funebri. L’essenza definitiva della morte ha generato costumi e simboli che possono apparire intensi, inadeguati, strani o indecenti agli occhi di chi osserva. Ad esempio, ai tempi di Ernesto De Martino i ceti che si definivano “moderni” consideravano assolutamente volgari e moralmente inappropriati le pratiche popolari del lutto e il pianto delle prefiche, con i loro elementi di messa in scena e di parossismo apparentemente incontrollato.

Se tracciassimo una curva ideale dell’evento lutto, potremmo rintracciarne una prima fase nel tempo in cui il dolore si poteva manifestare apertamente, ovvero fino al XIII secolo, poi una lunga fase di ritualizzazione, che comporta figure storiche come quella dei “piagnoni” e databile fino al XVIII secolo, e ancora un periodo di dolore esaltato, di manifestazione drammatica e di mitologia funebre nel XIX secolo.

Oggi, alla necessità millenaria del lutto, imposta o sentita a seconda delle epoche, è subentrata la sua proibizione. Il merito di aver individuato e compreso questa inversione di tendenza spetta al sociologo britannico Geoffry Gorer il quale, attribuendo forse importanza eccessiva alla scomparsa di forme rituali che aggregavano le persone durante la condizione del lutto, ha messo in luce come nel XX secolo la morte abbia sostituito il sesso come principale tabù. Nel suo articolo “La pornografia della morte”, pubblicato nel 1955, osservò come nella cultura inglese la morte di amici o di parenti era argomento accuratamente evitato in una conversazione educata o in presenza di bambini e affrontato solo per mezzo di eufemismi. Della morte si parlava a porte chiuse e a bassa voce, come si parlava del sesso nel XIX secolo, epoca in cui, di contro, la morte non era considerata un tabù. E mezzo secolo dopo resta vero che in gran parte delle culture le cerimonie funebri comportano molti più pianti e singhiozzi che nella nostra. Tuttavia anche noi piangiamo.

articolo tratto da Oltre Magazine di MARIA ANGELA GELATI

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Sagada: le spaventose bare sospese nelle Filippine

Nella regione di Sagada, nelle Filippine, la popolazione degli Igorot per 2000 anni ha seguito la tradizione di creare bare di legno sospese per i propri morti, che venivano e vengono ancora collocate lungo una scogliera a picco sul mare. La pratica consente di proteggere i morti dalle inondazioni e dagli animali e secondo le credenze Igorot consente un più facile passaggio al cielo, verso l’aldilà.

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Tra gli Igorot della Echo Valley di Sagada la tradizione di sospendere le bare accanto alla scogliera è ancora presente. Gli abitanti anziani si preparano attivamente alla morte costruendo la propria bara, quando sono fisicamente in grado di farlo. Si tratta di un rituale probabilmente unico al mondo.

Se gli anziani sono troppo deboli e malati, sono i loro familiari a preparare le bare, che in seguito verranno appese lungo la scogliera o all’interno di una grotta.

Alcune delle bare tuttora presenti avrebbero oltre un secolo di vita.

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Molti dei luoghi in cui le bare vengono posizionate sono difficili da raggiungere, forse perché i defunti, per rispetto, dovrebbero essere lasciati soli.I turisti possono osservare le bare da una certa distanza. Non le devono toccare e non devono camminare nelle loro vicinanze, ma possono munirsi di un binocolo o di una macchina fotografica che li aiuti ad ammirarle da lontano. Avreste il coraggio di visitare questo luogo che già dalle semplici immagini mette i brividi?
Marta Albè

Fonte foto: flickr.com

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Un rito antico : LA TANATOPRASSI

L’uomo evita accuratamente di parlare della morte e, ancora di più, di tutti i problemi ad essa correlati.

Ecco perché la tanatoprassi è ancora poco conosciuta, benché venga praticata, in varie forme, in molti paesi.

“La Tanatoprassi (dal greco thanatos: genio della morte, e praxein: manipolare, trattare) viene definita come l’insieme delle cure fornite al morto, di cui l’imbalsamazione è soltanto una delle sue forme storiche” (Enciclopedia Larousse, 1981).

ASPETTI STORICI

Fin dagli albori della civiltà, gli uomini hanno sempre cercato di preservare i loro morti da ogni sudiciume organico.

Oltre alle imbalsamazioni degli Egiziani e dei Guanches, sono stati utilizzati molti altri metodi, indipendentemente dalla razza, dalla religione e dal clima. Infatti, sono stati ritrovati, in Africa ed in Asia, dei corpi collocati dentro a cavità riempite di catrame, bitume, carbone di legna o con altri prodotti ritenuti dei conservanti.

In America Centrale ed in Perù, sono stati scoperti alcuni cadaveri mummificati, sepolti in immense giare, riempite senza alcun dubbio di erbe, o di sale vegetale; tali giare erano state poste dentro a grotte in cui l’aria era particolarmente secca e salubre, a temperatura costante. Le giare erano state scelte proprio per la loro forma, che obbligava a posizionare il corpo raggomitolato su sé stesso, ricordando la posizione fetale e simbolizzando così la nascita, la Morte e anche… il viaggio.
L’imbalsamazione egizia prevedeva innanzitutto l’eviscerazione e poi la macerazione più o meno lunga del cadavere in un bagno di natron e salamoia. Le tecniche utilizzate variavano secondo gli usi e le possibilità delle famiglie.

È importante sottolineare che il risultato voluto era quello della mummificazione del cadavere, cioè della sua conservazione eterna, e questo per uno scopo essenzialmente metafisico legato, nella maggior parte dei casi, alle credenze nella metempsicosi. Bisogna aggiungere, comunque, che anche l’igiene era, pur se in misura minore, una delle ragioni dell’imbalsamazione praticata su tutti i defunti. L’Egitto sembra quindi avere inventato la conservazione in asepsi e l’eccellenza dei suoi metodi ha fatto sì che i principi da esso utilizzati venissero ripresi anche nelle tanatoprassi moderne.

Notiamo la grande cura dedicata ai morti anche dagli Ebrei, in Palestina, ai tempi di Gesù. In precedenza, Mosé ed il suo popolo, durante la loro permanenza in Egitto, avevano imparato la tecnica antica degli abitanti del luogo. E’ scritto nella Genesi che Giuseppe fece mummificare suo padre Giacobbe e che l’operazione durò 40 giorni. La Grecia omerica, più semplicemente, riservava al corpo una bella presentazione sul letto di parata dopo averlo accuratamente lavato e cinto di liquidi odoriferi. Il corpo d’Achille venne infatti esposto per 17 giorni dopo essere stato sottoposto ad una imbalsamazione piuttosto approssimativa.

Tali metodi hanno continuato ad essere utilizzati per lungo tempo anche dai Re di Sparta e, successivamente, dai Romani. I corpi dei Re di Francia venivano tutti imbalsamati, con risultati più o meno buoni, da chimici o da farmacisti, e ritroviamo le loro spoglie nella Basilica di Saint-Denis. Nel grande sepolcro dei Cappuccini, vicino a Palermo, la morte si fa gentile, non spaventa la vista, né disturba con il suo odore. Si scoprono con stupore dei cadaveri mummificati, addirittura “pietrificati”, dai visi quasi di cartone, sbiaditi, polverosi, ma ancora espressivi e saggiamente allineati per l’eternità.

Poi, arriviamo al XIX secolo, con la comparsa di un metodo totalmente diverso dalla tecnica precedente, utilizzato per la prima volta dal medico olandese Ruysche, che consisteva nella iniezione nel sistema vascolare di una soluzione conservativa; era infatti abbastanza recente la scoperta della circolazione ematica. Successivamente, dato che lo scopo ricercato non era più lo stesso poiché i corpi venivano trattati per avere una durata temporanea e non più eterna, fu un francese, Jean-Nicolas Gannal (1791-1852), Ufficiale dell’Esercito, chimico e inventore, dalle idee eccentriche per la sua epoca, a mettere a punto un nuovo procedimento, che denominò ovviamente: “Procedimento Gannal”.

Eseguì, così, la conservazione di defunti famosi, quali il figlio del Re Luigi-Filippo, il Maresciallo di Marmont, … Napoleone è stato sicuramente trattato con gli stessi metodi dal suo medico Autommarchi, che conosceva il procedimento Gannal. Il procedimento Gannal sarebbe senza dubbio scomparso se un americano, il dottor Holmes, con l’aiuto di un allievo di Gannal, non avesse divulgato questo nuovo trattamento durante la Guerra di Secessione.

Questo metodo di conservazione consentì infatti di rimpatriare i cadaveri dei militari uccisi in combattimento e di poter presentare più degnamente le loro spoglie alle famiglie. Fin dall’inizio del Secolo, troviamo la presenza di scuole di tanatoprassi e, già dalla Prima Guerra Mondiale, essa divenne una pratica diffusa prima negli Stati Uniti, poi nel Canada inglese e nella provincia francese del Québec. Nel 1927, alcuni professionisti britannici scoprirono nell’Ontario questo nuovo metodo e ne compresero ben presto tutti i vantaggi.

Fino ad allora, in Gran Bretagna, i morti venivano conservati mediante applicazioni di ghiaccio carbonico che furono quindi sostituite dalla tanatoprassi, diffusasi quindi molto rapidamente a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Nacquero così delle scuole specializzate ed in particolare un Istituto che ebbe il compito di armonizzarne il programma scolastico e di rilasciare un diploma dopo il superamento di un esame nazionale. Nel 1960, tre francesi, tra cui una donna, partirono per un periodo di formazione in Inghilterra o negli Stati Uniti.

Al loro rientro, cominciarono ad eseguire i primi trattamenti che, con la sorpresa di molti, si rivelarono molto apprezzati dalle famiglie colpite dalla dipartita di un loro caro. Ma quanti ostacoli bisognava superare, quante reticenze combattere, quanti muri abbattere per raggiungere lo scopo…!

Nel 1963 si sentì la necessità di istituire un organismo incaricato di controllare le varie formazioni dei tanatoprattori all’estero e di sviluppare, nei Servizi Pubblici e presso il pubblico in generale, questo nuovo modo di trattare i morti in maniera decente: nacque, così, l’Istituto Francese di Tanatoprassi (I.F.T.).

Questi nuovi procedimenti, ritenuti rivoluzionari a quel tempo, cominciarono ad prendere piede e, nel 1968, diventò indispensabile garantire la formazione dei candidati in Francia e non più all’estero. L’Istituto Francese creò dunque la sua Scuola, seguita nel 1973 dalla Scuola Francese per le Cure e le Scienze Mortuarie (E.F.S.S.M.)

ASPETTI SOCIOLOGICI, ECOLOGICI E PSICOLOGICI

Con l’inizio dell’era industriale, nei comportamenti socio-familiari si è verificata una notevole mutazione dovuta sicuramente alla sostituzione della famiglia tradizionale, ramificata e numerosa, con la famiglia più ristretta, limitata a genitori e figli e, talvolta, nonni. Di qui, lo sconvolgimento, accompagnato da una separazione, un allontanamento e una semplificazione progressivi, dei riti seguiti dalla famiglia, in cui quello del funerale occupava un posto considerevole e manteneva dei legami profondi.

In ogni famiglia, in ogni gruppo sociale, una persona caritatevole e devota effettuava la pulizia e la sistemazione del defunto, lo vestiva, lo presentava agli sguardi dei familiari e dei vicini.

Il corpo veniva spesso isolato in una stanza non riscaldata mentre ora, in abitazioni di piccole dimensioni, calde d’estate ed eccessivamente riscaldate d’inverno, i familiari non potrebbero permanere intorno alle spoglie mortali del loro caro se non ci fossero i trattamenti di conservazione.

L’immagine serena di un corpo contribuisce ad alleviare il dolore dei familiari e ad attenuare lo choc brutale della separazione.
Il piccolo contributo che la tanatoprassi dà nel lenire tale dolore è indice di un sentimento elevato e bisogna sempre tenere ben a mente che la Morte di qualsiasi essere umano riguarda tutti gli uomini, senza eccezioni

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Un aiuto per superare il lutto

Tutti voi sapete che perdere una persona cara può essere un’esperienza tragica, che agisce scombussolando il quotidiano, mettendo in discussione i punti di riferimento, le certezze costruite nell’arco di una vita.

Come affrontiamo oggi questa realtà? La nostra società, che fatica a nominare la parola morte, non è attrezzata per far fronte al lutto degli individui: tende a interpretarlo come disagio psicologico, e a delegare i casi troppo dolorosi alle psicoterapie.
Tuttavia, una soluzione, umana e solidale, è oggi presente e si va diffondendo anche in Italia: i gruppi AMA ( auto mutuo aiuto)  sul tema del lutto, iniziati da Enrico Cazzaniga a Milano più di un decennio fa.

Ad esempio, anche a Lainate e più precisamente in Barbaiana di Lainate esiste il Gruppo “Camminare insieme” aperto a tutti coloro che hanno perso un familiare o un amico, per cause diverse. Per entrare a far parte del Gruppo, per avere altre informazioni o per fissare un incontro, contattare la referente: Gemma, tel.: 3496941848. La partecipazione è libera e gratuita. Gli incontri si svolgono a Barbaiana di Lainate dalle ore 16:00 alle 17:30, in Via Barbaiana 52.
Se volete trovare altri Gruppi AMA date un’occhiata a questo link http://www.automutuoaiuto.com/lutto/mappatura.html.

I gruppi AMA (auto-mutuo-aiuto) rappresentano un’efficace risorsa per chi ha vissuto una perdita importante, e trovano il loro fondamento in alcuni principi: il rispetto, la solidarietà, la valorizzazione della relazione, il prendersi cura dei nuovi membri.

Principi che ricordano molto i valori costitutivi delle comunità tradizionali, oggi frammentate e scomparse, di cui i gruppi potrebbero essere una rivisitazione contemporanea.
Di seguito, in sintesi, le principali funzioni dei gruppi:
1) Aiutare i partecipanti al gruppo a esprimere i propri sentimenti (dolore, nostalgia, paura, rabbia, senso di colpa, solitudine) senza il timore di essere giudicati.
2) Sviluppare la capacità di riflettere sulle proprie modalità di comportamento, soprattutto qualora siano orientate a non superare il dolore della perdita.
3) Aumentare le capacità individuali nel far fronte ai problemi (compito fondamentale per coloro che si erano appoggiati, psicologicamente o nell’organizzazione della vita quotidiana, alla persona defunta).
4) Incrementare la stima di sé, delle proprie abilità e risorse, lavorando su una maggiore consapevolezza personale.
5) Facilitare la nascita di nuove relazioni, combattendo così il senso di solitudine creato dalla perdita, ridando dignità alla sofferenza, che diviene condivisibile.
6) Promuovere uno stile di vita a sostegno della salute individuale, familiare e sociale.

In genere, nonostante l’importanza che riveste questa metodologia dell’aiuto, non sono molti gli studi che si occupano di approfondirne il funzionamento e di riflettere sul loro significato.

tratto da : MARTINA SOZZI – www.sipuodiremorte.it

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L’importanza del commiato

Ieri sono stata al cinema, a vedere il bellissimo e delicato Still Life, storia di un dipendente comunale inglese che ha il compito di trovare i parenti di coloro che sono morti soli. Il film parla di solitudine e di morte, ma soprattutto dell’importanza del commiato.

Anche se non resta nessun vivo a piangere un essere umano scomparso, ricordare chi ha attraversato la vita, anche se la traccia che ha lasciato è lieve, fa parte dell’umanità dell’uomo. E il protagonista del film, il signor May, prende sul serio il suo compito, fa ricerche accurate sui suoi defunti, scrive per loro orazioni funebri e sceglie musiche appropriate.
«Il funerale si fa per i vivi, i morti se ne fregano», gli dice il suo capo quando decide di licenziarlo.
Ma è proprio così? Siamo legittimati a smaltire velocemente un cadavere se non ci sono parenti addolorati? Credo di no, e forse è per questo che il film ha commosso moltissimi spettatori.

Nel gesto di ricordare e salutare un uomo morto c’è il rispetto per l’umano, per la vita vissuta, c’è la comprensione per le vite sfortunate o cattive e l’ammirazione per quelle buone, c’è la pietà per la mortalità dell’uomo, c’è il sentimento della nostra fragilità, c’è la consapevolezza del mistero.

E d’altra parte noi, in questo inizio di terzo millennio, siamo in bilico, per quanto riguarda i riti funebri. Da un lato quelli del passato sono spesso stanchi e vuoti (recentemente mi è purtroppo accaduto di assistere al funerale di un familiare, e dal parroco visibilmente annoiato ho sentito solo triti luoghi comuni); dall’altro c’è l’esigenza di inventare nuovi modi, condivisi, di celebrare i nostri morti.

Chi di noi non ha qualche volta immaginato di vedere il proprio funerale? Chi non si è rappresentato le persone che potrebbero venire a darci l’ultimo saluto, a raccontare qualcosa di noi? La nostra immaginazione può nutrire, credo, le proposte che un po’ in tutta Italia si stanno facendo per il rito del Commiato laico.
E voi, se doveste compilare un modulo in cui vi è richiesto di descrivere come vorreste il vostro funerale, cosa scrivereste?

tratto da www.sipuodiremorte.it di Marina Sozzi