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Pompe funebri Lainate

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Paura di morire, è affrontabile?

di Marina Sozzi

Nessun essere umano ignora il timore suscitato dalla morte, buco nero che tutto assorbe, ignoto, misterioso e inquietante. Anche i bambini e gli adolescenti hanno un’apprensione nei suoi confronti, spesso mista all’attrazione per ciò che è pericoloso e sconosciuto. Spesso ripetiamo che occorre reintegrare la morte nella vita: ma questo non significa affermare che sia possibile superare la paura della morte, connaturata con l’uomo in quanto essere consapevole della propria mortalità.

Tuttavia, se, come a molti accade, la paura della morte diventa un’emozione dominante nell’equilibrio della vita, senza che vi sia un’imminenza della morte o un rischio di vita con una concreta base di realtà, vale la pena occuparsene con maggiore attenzione.

E c’è qualcosa che possiamo fare per capirla meglio. Possiamo cominciare a guardarla da vicino, questa paura, e ad analizzarla, spacchettandola, per così dire, dividendola in parti. Che cosa mi fa paura nel fatto di morire?
Non è tautologico. La paura della morte si compone di diverse paure più piccole, che, se comprese, possono contribuire a rendere più accettabile la grande Paura. Tutte le componenti del terrore della morte riguardano la vita.

Una delle più frequenti è quella di non sentire la propria vita come gratificante, di non essere soddisfatti di ciò che si è realizzato. La nostra cultura, che ci spinge a credere di essere individui assolutamente liberi nel mondo, capaci di creare la propria vita dal nulla, come un’opera d’arte, non aiuta a comprendere il limite intrinseco nelle nostre biografie. Siamo invece persone con un radicamento e una storia familiare, sociale e culturale che fanno di noi esseri determinati, che hanno solo alcune possibilità di realizzazione. Se riusciamo a cogliere il senso di quest’affermazione, ad accettare senza rimpianti eccessivi alcune sconfitte e frustrazioni, potremo essere persone più felici, vivere appieno la vita che abbiamo, e vedremo allontanarsi un po’ la paura di morire.

Vivere con consapevolezza sembra un altro elemento centrale. Se siamo sempre proiettati solo nel futuro, senza nulla assaporare del presente, rinviando continuamente le gratificazioni e la felicità, immaginando che arriveranno con la prossima vacanza, con la promozione attesa, con una nuova relazione, l’idea di morire si presenterà come una mannaia che cade su un’opportunità perduta, quella di godere della vita. Se proviamo a essere più presenti, più appagati di quello che abbiamo, più consapevoli e maturi, avremo meno paura di morire.

L’amore è l’altra questione cruciale. La profonda gioia del dare e ricevere amore, amore in senso lato, è un buon antidoto contro la paura di morire. Se abbiamo sperimentato la gioia di dare amore disinteressato e pieno almeno una volta, se ne abbiamo ricevuto in cambio, il senso della nostra vita ci appare più chiaro. E se il significato è compreso, lasciare la vita incute meno panico.

Poi ci sono tante altre paure che non riguardano il fatto in sé di non vivere più, ma il timore di come arriveremo alla nostra morte. La paura di perdere l’autonomia, di dover dipendere da altri, di avere lunghi periodi di sofferenza fisica e spirituale. In una parola, di perdere la propria identità e la propria dignità.
Ma cosa è la dignità? Occorre distinguere tra la paura di perdere la dignità e la percezione, o l’esperienza di perderla. Chi ha studiato l’esperienza di perdere la dignità (come Harvey Max Chochinov nel suo Terapia della dignità) ha messo in luce il fatto che tale percezione non dipende dalle numerose perdite che alla fine della vita indubbiamente si presentano, ma da come si relazionano con noi coloro che si prendono cura della nostra vecchiaia, o della nostra malattia. Il Royal College of Nursing inglese ha dato un’interessante definizione della dignità, affermando che nessun essere umano la perde se coloro che lo circondano continuano a considerarlo un individuo di valore, degno di stima. La dignità ha a che fare con la relazione, non è realtà oggettiva, non esiste a prescindere dagli altri.

Ma se così stanno le cose, come facciamo a essere certi che chi si prenderà cura di noi ci guarderà come esseri dotati di valore? Non è, naturalmente, una certezza che possiamo avere (anche se stendere le nostre disposizioni anticipate di trattamento può aiutare), e tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Quel che possiamo fare per rassicurarci è attribuire sempre a ogni singolo essere umano, qualunque sia la situazione in cui ci si presenta, quello stesso valore che vorremmo che gli altri attribuissero a noi. E’ l’imperativo categorico kantiano, formulato nella Metafisica dei costumi, e quanto mai attuale: “agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale”. Universalizzando, con Kant, il nostro comportamento (agisci come vorresti che gli altri agissero nei tuoi confronti), possiamo contribuire a creare una cultura del rispetto dell’essere umano e della salvaguardia della sua dignità. Ricordiamolo, quando incontriamo persone che hanno bisogno del nostro sostegno, o anche solo della nostra considerazione. Poveri, immigrati, malati, disabili, morenti, eccetera eccetera. La nostra paura di morire decrescerà.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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Antichi riti funebri… dalla sepoltura celeste alla cremazione nell’antica Roma

Sepoltura celeste (Tibet)

La sepoltura celeste è un antico rito funebre tibetano che prevede che il cadavere venga scuoiato e consumato dagli avvoltoi. La prima testimonianza storica di questo rito ci viene da un trattato buddista del XII secolo conosciuto come “Libro della Morte” (Bardo Thodol), ma è molto probabile che l’usanza risalisse a tempi molto precedenti. La sepoltura celeste prevede la recitazione di mantra seguita dalla preparazione del corpo del defunto, che deve procedere tra chiacchierate e sorrisi per sollevare l’anima del trapassato dai pesi terreni. A volte il corpo viene esposto intero agli avvoltoi, altre volte viene ridotto in pezzi per consentire anche a corvi e aquile di cibarsi.

Cremazione vichinga

Contrariamente all’idea comune diffusa da Hollywood, i Vichinghi non dicevano addio ai loro cari deponendone i corpi senza vita su un drakkar e appiccando il fuoco all’imbarcazione: le barche avevano troppo valore per poter essere bruciate ogni volta che moriva qualcuno nella comunità. Il funerale vichingo più comune prevedeva la cremazione su una pira costruita all’aperto (affinché l’anima potesse volare nel Valhalla trasportata dal vento) e la raccolta delle ceneri del defunto in un’urna che successivamente veniva sepolta. Gli individui di rango sociale più elevato potevano permettersi la sepoltura delle proprie ceneri all’interno di una grande bara decorata a forma di nave (più raramente in una nave portata sulla terraferma e poi sepolta) in compagnia di oggetti preziosi, armi e animali sacrificali. Non era raro inoltre che un corpo venisse sepolto semplicemente in un buco nel terreno in seguito riempito di terra e coperto da pietre.

Decomposizione

I riti funebri degli aborigeni australiani variano moltissimo in base al clan d’appartenenza. Uno dei rituali funerari più conosciuti, quello dei Wollaroi, prevede la costruzione di una piattaforma su cui viene deposto il corpo. Il cadavere viene quindi coperto da rami e foglie e si attende per qualche mese che la decomposizione faccia il suo corso; nel frattempo, i “succhi” che colano dal corpo vengono raccolti e usati come unguento magico che donerebbe a chi lo usa le capacità del defunto. Quando rimangono solo le ossa, queste vengono raccolte e sepolte, oppure deposte nella cavità di un albero.

Mesopotamia

I Sumeri credevano che l’aldilà ti trovasse sottoterra e la sepoltura sembrava il metodo migliore per accedere più agevolmente al mondo dei morti. Le persone comuni erano seppellite vicino alla loro residenza, ma se il rituale funerario non veniva rispettato alla lettera potevano tornare sotto forma di fantasmi.
La cremazione era considerato un rituale incapace di dare pace al defunto: salendo verso l’alto dove dimorano gli dei, l’anima umana non avrebbe mai trovato una casa per l’eternità vedendosi rifiutare l’accesso al regno divino.

Egitto

Nell’ Antico Egitto non solo veniva sepolta la gente comune, ma anche gatti e cani, che spesso subivano un processo di mummificazione. Che fosse umano o animale, il defunto veniva sepolto con i suoi oggetti più cari e dopo aver recitato alcuni incantesimi dal Libro dei Morti. I più ricchi potevano invece permettersi la mummificazione e una tomba degna di nota.

Il funerale quasi moderno

Nell’ Antica Roma (e spesso anche in Grecia), il decesso di un membro della famiglia aveva aspetti molto moderni. Il parente più vicino baciava il defunto e gli chiudeva gli occhi, dando inizio ai lamenti funebri. Il corpo veniva quindi posizionato per terra, lavato e consacrato con unguenti; dopo la preparazione, veniva disteso nell’atrio della casa con i piedi in direzione della porta d’ingresso prima di essere portato in processione (pompa funebris) al cimitero per la cremazione. Dopo un’offerta a Cerere, il corpo poteva essere cremato.
In realtà, cremazione e inumazione erano entrambe pratiche molto comuni nella Roma antica, ma indipendentemente dal metodo di sepoltura gli antichi Romani sentivano l’obbligo morale di commemorare i loro antenati ad ogni occasione possibile.

Torri del silenzio

Le Torri del Silenzio (dakhma) sono strutture in legno e argilla alte dai 10 ai 30 metri e strettamente collegate ai riti funebri dell’ Antica Persia e dello Zoroastrismo. Lo Zoroastrismo considera impuri i cadaveri, tra cui dimorerebbe il “demone dei cadaveri” che corrompe ogni cosa; per evitare la contaminazione dei cadaveri, i corpi vengono posizionati in cima ad una torre circolare per esporli al sole e agli uccelli saprofagi (“spazzini”), evitando il contatto con la terra o l’uomo. Una volta che i cadaveri sono ridotti a sole ossa, queste cadono verso il basso andando a riempire il pozzo centrale.

Bara-albero

I Caviteño, abitanti delle regioni rurali di Cavite, Filippine, seppelliscono i loro morti all’interno di alberi cavi. L’albero viene scelto in anticipo dal diretto interessato quando si ha il sentore che il punto di morte sia vicino; non appena passato a miglior vita, il corpo è inserito verticalmente all’interno dell’albero cavo.

Teschi degli antenati

A Kiribati, stato insulare dell’ Oceania, i corpi vengono riesumati mesi dopo la sepoltura per estrarre il cranio del defunto. La famiglia si occupa quindi di pulire il teschio, oliarlo, preservarlo e metterlo in mostra all’interno della casa, di tanto in tanto facendo qualche offerta simbolica al caro estinto.

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Cimitero dei bimbi mai nati

Cimitero dei bimbi mai nati: dove seppellire i piccoli scomparsi prima delle 28 settimane di gestazione

È stato istituito nel cimitero di Torri di Quartesolo, in provincia di Vicenza, un luogo dove anche i feti abortiti prima della 28° settimana potranno riposare in pace.

Nell’area del camposanto nella quale potranno essere tumulate le salme, sia derivanti da aborto spontaneo che da scelte consenzienti, sono stati predisposti per il momento cinque/sei posti.

A dare la notizia dell’istituzione di una sezione per i piccoli mai nati è il Corriere della Sera che, nel suo articolo, inquadra come promotori dell’iniziativa adottata dal municipio di Torri di Quartesolo l’Azienda Sanitaria di Vicenza e la Regione Veneto.

La scelta di creare uno spazio per accogliere quei piccoli coinvolti tragicamente in gravidanze non andate a buon fine deriva proprio dalla volontà dei loro papà e delle loro mamme. Alcuni genitori infatti, che non hanno avuto la possibilità di stringere il proprio piccolo, hanno chiesto di avere una tomba dove collocare le sue spoglie mortali.

 

articolo tratto da  https://tuttofunerali.it/

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Nuova scoperta a Pompei: ritrovato l’ultimo fuggiasco

Lo scheletro rinvenuto apparteneva ad un uomo in fuga, un 35enne con una gamba malata che, forse a causa della disabilità, si era attardato nella fuga.

Ha avuto in sorte una fine orribile e l’ha guardata in faccia, investito dalla furia bollente del Vesuvio che gli ha scagliato addosso, decapitandolo, un masso di 300 chili. A Pompei- documenta in anteprima l’ANSA – gli scavi hanno restituito una nuova vittima, un 35enne con una gamba malata che forse proprio per la sua disabilità si era attardato nella fuga. Una scoperta “drammatica ed eccezionale”, commenta il direttore del Parco Archeologico Osanna. “Incredibile”, dice Franceschini.

La scoperta è avvenuta nella zona dei nuovi scavi, la Regio V, proprio all’angolo tra il Vicolo dei Balconi (la strada che il team del Parco archeologico di Pompei ha appena riportato alla luce) e il vicolo delle Nozze d’Argento. “Lo abbiamo ritrovato in un punto dove c’era uno slargo e forse una fontana- racconta Osanna- uno spicchio di terreno ancora ricoperto da un notevole strato di materiale piroplastico”. La terra gli era in parte collassata addosso, per cui, spiega, non è stato possibile ricostruirne le sembianze usando la tecnica del calco di gesso.

E’ stato possibile però, fare altri calchi tutto intorno allo scheletro. E sono serviti per capire quanto drammatici devono essere stati gli ultimi istanti di quest’uomo, che si è visto arrivare addosso la nube piroplastica “che trascinava con sé detriti, pezzi di ferro, tronchi d’albero, pezzi di selciato”.

Di sicuro, ricostruiscono gli esperti, il poveretto deve essersi attardato. La sua tibia presenta le tracce di una brutta infezione ossea che doveva procuragli dolore e rendergli difficoltosa la fuga. Quando si è convinto a scappare la situazione era precipitata, nel vicolo si erano depositati già due metri di lapillo. Il povero fuggiasco claudicante deve aver tentato il tutto per tutto. Ma non ce l’ha fatta. Un masso enorme lo ha investito colpendolo al busto, con tutta probabilità staccandogli di netto la testa.

Gli archeologi lo hanno trovato riverso sulla schiena, la parte alta del busto ancora coperta dalla pietra. Ora saranno le analisi di laboratorio a ricostruirne con più certezza la storia. Analisi e studi, sottolinea Osanna, che “aggiungeranno un nuovo importante tassello alla storia di Pompei”. La pietra che ancora lo schiaccia verrà rimossa a breve. Si sa già che doveva trattarsi di un uomo adulto, con un’altezza intorno al metro e sessantacinque e un po’ di artrosi. “Se fossimo così fortunati da ritrovare il cranio saremmo in grado di ricostruirne la fisionomia”.

 

 

 

 

articolo tratto da www.huffingtonpost.it

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La legge 219 sul Consenso Informato: quali novità?

di Marina Sozzi

American doctor talking to senior man in surgeryLa legge 219, sul Consenso informato e sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, approvata alla fine del 2017 ed entrata in vigore a fine gennaio 2018, contiene in sé due innovazioni culturali molto importanti: in questo articolo parliamo della prima (il Consenso informato), e un secondo post sarà dedicato alle DAT.

L’articolo 1 della legge afferma il diritto dei cittadini a conoscere le proprie condizioni di salute e a essere informati in modo completo, aggiornato e comprensibile su diagnosi, prognosi e conseguenze dei trattamenti sanitari consigliati dal medico. Ciò significa che il soggetto delle scelte sulla salute è l’individuo malato, con i suoi familiari e i suoi cari. Non si tratta di un’affermazione scontata o di poco conto. Storicamente, dai tempi della scuola medica di Ippocrate (V secolo a.C.) agli anni Sessanta del Novecento, il rapporto medico-paziente ha seguito un modello paternalistico: la relazione è stata sempre considerata fortemente asimmetrica, così che stabilire cosa fosse bene per il paziente spettava solo al medico. Nel corso dei secoli quasi nulla è mutato. Ancora nei codici deontologici degli anni 70 e 80 del Novecento, si raccomanda di nascondere al paziente la malattia grave, e semmai di comunicare alla famiglia la prognosi infausta. In tale atteggiamento era anche presente l’idea (verrebbe da dire, il pensiero magico) che togliere la speranza della guarigione al malato avrebbe peggiorato le sue condizioni fisiche. Quindi, viva la menzogna (anche diverse correnti all’interno della Chiesa – con l’eccezione di Agostino – ritenevano che tale menzogna a fin di bene non fosse peccato).

Solo molto recentemente il modello paternalistico è stato messo in discussione, e oggi si tende a pensare, erroneamente, che sia tramontato. Ma chiunque di noi abbia dovuto firmare un modulo di consenso informato, per un esame invasivo o un’operazione chirurgica, sa che la propria firma si riduce a mero adempimento burocratico, e raramente comporta un’autentica comunicazione tra medico e paziente.

Sono inoltre disponibili alcuni dati sconcertanti, raccolti negli Usa negli anni 2000, riguardo alla percentuale di verità detta ai pazienti sulla diagnosi (i dati si trovano nel volume di Marzio Barbagli, Fine della vita. Morire in Italia). I medici hanno parlato apertamente della diagnosi al 93% dei pazienti con cancro al seno o alla prostata, ma solo all’84% di quelli con cancro ai polmoni, al 78% dei malati di Parkinson, al 48% di quelli malati di ictus, al 45% degli affetti da Alzheimer, al 27% di quelli che soffrono di altre forme di demenza.

Come leggere questi dati? Se la prognosi si fa infausta, o se si tratta di malattie rispetto alle quali la medicina si sente impotente, come le demenze, la verità viene detta più raramente: non solo sulla prognosi, ma anche sulla diagnosi. E i medici americani hanno ammesso la loro difficoltà nel dire la verità al malato. In Italia, dati come questi non sono neppure raccolti, e non oso immaginare cosa emergerebbe da una tale indagine.

Inutile ricordare anche che nella maggioranza dei casi il consenso informato è oggi un foglio che ha come principale ruolo quello di proteggere il medico da eventuali rivendicazioni legali da parte dei pazienti. Venuto meno il paternalismo, non è stato sostituito da una relazione aperta e sincera tra medico e paziente, dall’auspicata alleanza terapeutica. Anzi. Entrambi sono sulla difensiva, due diffidenze si incrociano. Il paziente teme l’incompetenza del medico, non accetta che la medicina possa fallire, e non è più paziente, ma esigente, come scrive Ivan Cavicchi. E il medico, che da un lato pensa di dover essere onnipotente, e dall’altro sa di poter fallire, cerca di proteggersi da eventuali denunce.

In questa pessima situazione, che fortunatamente ha un certo numero di felici eccezioni, era senz’altro indispensabile una legge che spiegasse bene in cosa consiste il consenso informato, quali sono i diritti dei cittadini e i doveri dei medici. E tuttavia, non possiamo dare un giudizio positivo su questa legge, neppure su questo prezioso articolo 1.

Quando si vuole cambiare una prassi, infatti, non è sufficiente enunciare come dovrebbero andare le cose. Occorre stabilire come fare perché le cose cambino. In questo caso, è indispensabile (la legge lo dice) fare formazione ai medici, affinché imparino a parlare con i loro pazienti, e a comunicare anche le cattive notizie. Affinché i dottori comprendano che la speranza non è necessariamente aspettativa di guarigione, e che i pazienti hanno tanti altri tipi di speranza che possono coltivare, anche alla fine della vita. Affinché i dottori riescano a mettere in gioco anche la loro umanità, la loro umana fragilità, nel parlare con i pazienti (e allora si vedrebbero le denunce contro i medici diminuire vertiginosamente). Il tempo della comunicazione è tempo di cura, recita la legge. Bellissima affermazione di principio, ma come ottenere che entri nella prassi clinica?

Senza un’adeguata e sistematica formazione, non c’è speranza che le cose cambino, se non con enorme lentezza: i tempi lunghi dei cambiamenti spontanei di mentalità.

Ma questa legge non fa nulla per essere motore di cambiamento: non indica quali enti dovrebbero fare formazione, e neppure stanzia denaro, neppure un euro, a tal fine. Neppure auspica che una vasta campagna di informazione sia dedicata ai cittadini e ai pazienti, che continuano a delegare ai medici scelte che non sanno di poter fare in prima persona e che non ritengono di avere la capacità di fare. Peccato. L’ennesimo contentino a chi voleva la legge, l’ennesima occasione perduta.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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DONARE IL PROPRIO CADAVERE AI FINI DI RICERCA SCIENTIFICA.

Siamo tutti a conoscenza della possibilità di donare organi e tessuti a scopo trapianto; ci sono enti come l’AIDO che operano su tutto il territorio nazionale raccogliendo moltissime adesioni l’anno, ma in pochi sanno che c’è un’altra scelta da poter fare: DONARE IL PROPRIO CADAVERE AI FINI DI RICERCA SCIENTIFICA.
Di primo acchito questa potrebbe sembrare una soluzione molto meno altruistica; non salva (apparentemente) nessuna vita, non nell’immediato almeno, ma in realtà, è di fondamentale importanza in campo chirurgico.
Questo consente infatti di impratichire giovani chirurghi ma anche di sperimentare tecniche innovative o dare la possibilità ad esperti medici di provare e riprodurre operazioni di estrema delicatezza e complessità; azzererebbe la sperimentazione su animali e aumenterebbe l’abilità di ogni singolo chirurgo perché il cadavere è anatomia umana e si andrebbe a studiare quindi la reale situazione strutturale.
Su un cadavere donato sono possibili dai 60 ai 100 interventi su tutte le parti del corpo, interventi di studio, pratica e perfezionamento di tecniche operatorie soprattutto da parte di neurochirughi ed ortopedici.
Attualmente la donazione del corpo post mortem è una scelta ancora pressoché sconosciuta ma decisamente essenziale se si pensa alla velocità con cui la tecnologia si evolve con tecniche sempre più sofisticate e di precisione che richiedono forzatamente ore di pratica e di studio.
I medici italiani infatti, per rimanere sempre aggiornati e all’avanguardia sono spesso costretti a fare corsi di aggiornamento all’estero come in Spagna, Francia o Germania, dove le donazioni dei cadaveri sono a livelli molto alti.

La prima remora potrebbe essere quella della privazione del corpo da parte dei familiari e l’impossibilità di esequie secondo il proprio credo.
Bene, non è così.
Il funerale viene svolto in maniera normale, (in caso di religione cattolica è bene sapere anche che la Chiesa non si oppone alla donazione dei cadaveri) dopo la funzione il corpo verrà portato presso la struttura convenzionata, lo si tiene per qualche mese, poi accuratamente ricomposto viene portato definitivamente al cimitero o in cremazione a seconda delle volontà del defunto e si mantiene sempre l’identità della persona.
Può essere sostanzialmente visto come un “prestito” alla scienza per contribuire al progresso delle conoscenze in campo medico.
Altra cosa da sapere è che la decisone di donare il proprio corpo può essere revocata in qualsiasi momento e non è assolutamente vincolante.

Come fare quindi?
Non ci sono particolari procedure: è sufficiente che venga espressa in vita la volontà del donatore scritta e firmata di proprio pugno e non è necessario formalizzare l’atto presso uno studio notarile. Basta contattare gli atenei che attuano questa pratica per ottenere i moduli di adesione i quali, debitamente compilati e sottoscritti vanno rispediti a loro.
Le salme che non possono essere accettate sono quelle affette da grave obesità, con mutilazioni, ferite aperte di natura post-traumatica, con malattie infettive (tubercolosi, AIDS, epatiti vitali…) o quelle su cui c’è un interesse giudiziario perché in questo caso anche a distanza di anni potrebbe essere richiesta l’esumazione per riscontro autoptico.

 

I costi variano a secondo della struttura: possono essere interamente a carico della famiglia o dove è previsto potrebbe esserci un rimborso o un’agevolazione.
Ad ogni modo, prima di fare qualsiasi scelta suggeriamo a chi interessato di contattare uno dei seguenti riferimenti per farsi dare una più ampia e dettagliata visione:

TORINO:
Laboratorio per lo studio del cadavere
Via Chiabrera, 37
Responsabile: Prof.ssa Sarah Gino
Per informazioni: 011.6705919 – 011.6705915 – 338.8032866
sarah.gino@unito.it
grazia.mattutino@unito.it

BOLOGNA
Centro per la donazione del corpo
Referente: Dott.ssa Giulia Adalgisa Mariani
Sede operativa di Anatomia Umana Università di Bologna
Via Irnerio, 48
Per informazioni: 051.2091511 – 051.2091584
Fax: 051.251735 – 051.2091659
adalgisa.mariani@unibo.it

PADOVA:
Università di Padova – sede di Anatomia umana – dipartimento di Medicina molecolare
Responsabile: Raffaele De Caro
Via A. Gabelli, 65
Per informazioni: 0498.214292 – 0498.272324
Fax: 0498.272328
anatomia.medicinamolecolare@unipd.it

 

 

 

 

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Dopo un oblio di 35 anni i caduti argentini alle Falkland hanno un nome e una tomba.

di Paolo Manzo

 

Dopo un oblio di 35 anni i caduti argentini alle Falkland hanno un nome e una tomba. Le madri dei soldati morti ringraziano «il nemico» inglese, che ha identificato i corpi e li ha sepolti con tutti gli onori.
«Sono grata soprattutto al nemico (l’Inghilterra, nda) che ha conservato i resti mortali di mio figlio con tanto rispetto». Dopo 35 anni di convivenza forzata con parole come «desaparecidos» e «NN», ha finalmente una tomba su cui piangere María del Carmen Penón, una delle 649 Madres de Malvinas. Suo figlio Elbio Eduardo Araujo è infatti uno degli 88 argentini identificati pochi giorni fa grazie ai campioni di Dna raccolti dalla Croce Rossa Internazionale nel cimitero inglese di Darwin, alle Falkland/Malvinas, dove nel 1983 gli inglesi seppellirono «con ogni onore 237 giovani soldati nemici». Un’operazione di riscatto della memoria resa possibile dall’accordo siglato lo scorso anno da Argentina e Regno Unito e voluto espressamente dal presidente Mauricio Macri, che ha recuperato con Londra relazioni più civili dopo le tensioni dell’era kirchnerista.

Per gli argentini le Malvinas sono un simbolo profondo associato all’idea che hanno di patria, un po’ come i monasteri del Kosovo per i serbi o la Crimea per i russi. Tutti a Buenos Aires le rivendicano a parole c’è persino una legge, in realtà in gran parte disattesa, che obbliga i bus di trasporto pubblico a portare sulle fiancate la scritta «las Malvinas son argentinas» ma, almeno sino a pochi mesi fa, nessun governo aveva fatto qualcosa di concreto per aiutare le famiglie dei 649 caduti nella guerra contro l’Inghilterra. Men che meno per dare qualche risposta alle madri che persero nel gelo della Patagonia i loro figli, mandati allo sbaraglio dal presidente Leopoldo Galtieri il quale – era il 2 aprile 1982 – diede l’ordine di occupare manu militari le britanniche Falkland.

Una follia, visto il potere di reazione di Londra, ma cosa meglio di un nemico esterno per far dimenticare al pueblo i disastri di una dittatura – non solo sul fronte diritti umani ma anche economici – sempre più difficili da occultare? Peccato che Galtieri e suoi consiglieri bevessero troppo e, dunque, sbagliarono ogni analisi. Contrariamente a quanto da loro previsto, infatti, il Cile di Pinochet non appoggiò l’occupazione argentina delle Malvinas ma, anzi, ne approfittò per occupare alcuni territori andini contesi a Buenos Aires, gli Stati Uniti di Reagan non tentarono nemmeno di placare la reazione di Londra anche perché l’Urss – alleata sul fronte cerealicolo alla dittatura di Galtieri – non batté ciglio. Fu così che dopo un paio di settimane d’incredula incertezza seguiti dai necessari preparativi logistici, Margaret Thatcher liquidò con la forza in appena due mesi appena il caso Falkland, risultando più decisiva nel far cadere la dittatura sudamericana di mille «controffensive montonere/guerrigliere».

Anche grazie alla risposta militare della Lady di Ferro la democrazia in Argentina tornò già pochi mesi dopo, nel 1983 ma, si sa, ci sono battaglie epiche che vengono ricordate con orgoglio perché sinonimo di guerre vittoriose basti pensare al D Day altre che invece giacciono nel limbo. O perché chi dovrebbe ricordarle le ha perse o perché, anche a distanza di molto tempo, non esiste quella memoria condivisa per un ricordo catartico unificante e, dunque, meglio far finta di nulla. È il caso della guerra delle Malvinas o, come le chiamano gli inglesi, le Falkland, l’arcipelago patagonico che Buenos Aires rivendica da quando, nel 1833, la Marina britannica lo occupò. Una guerra inevitabilmente associata alla dittatura e, dunque, da dimenticare, vittime innocenti mandate al macello comprese.

Per questo le Madres de Malvinas sono state dimenticate per 35 anni, a differenza di quelle di Plaza de Mayo, pur essendo vittime come loro dell’ultima folle dittatura militare che sconvolse il Paese tra il 1976 e il 1983. Le prime persero i loro figli mandati praticamente al macello – senza cibo, né indumenti adatti al gelo patagonico e per giunta maltrattati da vertici militari incompetenti – contro la superpotenza inglese. Quelle di Plaza de Mayo persero i loro figli perché assassinati direttamente dal regime di Videla, Galtieri & co.

La gratitudine «verso il nemico inglese» di María si giustifica non solo per l’oblio sofferto in Argentina ma anche per la profanazione del busto del figlio Elbio Eduardo, che lei stessa ha trovato ricoperto di scritte irripetibili qualche giorno fa, nella città natale di entrambi, Colón. «Per questo ci tiene a dirlo anche ora che so qual è il corpo di mio figlio, non lo farò trasferire qui a Colón ma andrò a portare i fiori sulla sua tomba nel cimitero di Darwin, dove il nemico lo cura sicuramente meglio».

E, paradossalmente, è sempre un «nemico inglese» ad avere reso possibile il riconoscimento degli 88 militi ignoti argentini, ovvero il capitano inglese Geoffrey Cardozo. A spiegarlo è il reduce delle Malvinas Julio Aro, della Fondazione «No me olvides» (Non dimenticarti di me), da decenni in prima linea per dare un nome ai soldati argentini morti alle Malvinas.

«Gran parte del merito è di Geoffrey perché è stato lui a riesumare i corpi che noi avevamo sepolto dove capitava in quegli ultimi convulsi giorni di guerra spiega Julio poi li ha messi in una sacca mortuaria, li ha numerati in base al luogo di ritrovamento e li ha seppelliti tutti alla stessa profondità, ciascuno nella sua cassa, nel cimitero di Darwin, con un rispetto incredibile e tutti gli onori». Un «lavoro meraviglioso – continua commosso Julio e ci ha passato tutte le informazioni, consentendoci finalmente di sostituire la scritta soldato argentino solo conosciuto da Dio con il vero nome dei nostri compagni morti alle Malvinas».

 

articolo di PAOLO MANZO tratto da IL GIORNALE 

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Al capezzale di un defunto

Il lavoro del lutto nelle opere di E. Munch

L’esperienza del lutto entra molto precocemente e brutalmente nella vita di Munch: perde la madre all’età di cinque anni, nel 1868, assistendo, insieme alla sorella maggiore di un anno, Sophie, alla sua morte causata dalla tubercolosi. All’età di quattordici anni perde la sorella Sophie, anch’essa a causa della tubercolosi e, nel 1889, recatosi a Parigi con una borsa di studio, viene raggiunto dalla notizia della morte del padre.
Tali eventi dolorosi lasciano in Munch una ferita che non si cicatrizzerà mai del tutto, al punto da divenire un’ossessione onnipresente nella sua lunga esistenza, nelle sue tele. Esperienza al limite dell’indicibile, la perdita si accompagna all’impossibilità di comunicare e condividere il proprio dolore con qualcun altro: ciascuno è una entità isolata, avvolta in una spettrale solitudine, a cui lo spettatore, in virtù dello scorcio scenico che ci rende partecipi diretti della veglia funebre, è invitato ad assistere e prendere posto accanto al letto del defunto.


L’impressione di chi osserva il dipinto, “Al Capezzale di un defunto”, è contemporaneamente quella di farne parte e di esserne sovrastato: il mondo dei vivi e quello dei morti si fondono insieme, ma è quest’ultimo ad avere il sopravvento: il dolore è tangibile ma non assumibile. Scende sulla tela un urlo nero di disperato silenzio. La morte della madre a cinque anni espone il Munch bambino al contatto con una realtà esterna e interna soverchianti le sue capacità di pensiero. Di fronte ad un’esperienza così devastante il bambino necessiterebbe proprio dello spazio mentale della madre per mentalizzare l’esperienza che sta vivendo, per utilizzare le capacità di contenimento della mente adulta, ma è proprio questo che è venuto a mancare.
Nei lutti infantili il carattere peculiare è dato dal maggior uso della negazione spiegabile con la maggior labilità dell’Io del bambino e la sua maggiore angoscia di fronte alla morte. In Munch la perdita della madre deve aver generato uno stato mentale di terrore e di angoscia largamente soverchianti le sue capacità di bambino di tollerabilità e elaborazione. Egli deve essersi trovato a sentire il dolore senza soffrirlo, forse vivendo inizialmente attraverso la sorella Sophie la funzione della memoria, per poter soffrire il suo dolore solo nel momento in cui ne fosse stato capace.

“La madre morta e la bambina” è del 1897 – 1899, e qui Munch viene a contatto con il ricordo primario della morte della madre. In questo dipinto Munch rappresenta ciò che gli si è parato innanzi allo sguardo all’età di cinque anni, il letto di morte della madre, la sorella di sei anni con gli occhi sbarrati dal terrore, muta, le mani sulle orecchie per allontanare l’urlo silenzioso della morte. La bambina è sola e in prospettiva si può identificare lo stesso sguardo di Munch bambino, attonito, di fronte ad una rappresentazione così drammatica. In questo sguardo sembra aleggiare il vuoto di emozioni che deve essersi prodotto. Tuttavia Munch ricorda la scena, ma nel lavoro del ricordo, a posteriori, la arricchisce di significato: in questa versione l’ombra unisce la sorella col letto di morte della madre; il destino materno si proietta sulla figlia, che prende su di sé il carico di tutta questa esperienza, delle emozioni non sperimentabili di Munch stesso. Vediamo qui inoltre delinearsi uno dei temi della pittura di Munch, quello dell’ombra, che tornerà in diversi contesti, ma sempre ad indicare la presenza inquietante di uno spazio al contempo proprio e non proprio, sempre oscuro e minaccioso, dove il soggetto può continuamente rischiare di essere risucchiato.

Il primo dipinto di Munch di rilevanza internazionale, quello che provocò un succès de scandale per le caratteristiche tecniche assolutamente anomale per l’epoca, è “La bambina malata” (1885-1886). Lo scandalo fu dovuto all’imprecisione delle forme, definite dalla critica addirittura “imbrattatura”, in particolare per quel che riguarda la mano. Proprio in questa imbrattatura viceversa è il carattere più significativo di questo dipinto: la mano della bambina e quello della donna che l’assiste – in concreto la scena riguarda la sorella Sophie e la zia – sono unite in modo confusivo, come a sottolineare un passaggio senza soluzione di continuità fra l’una e l’altra, passaggio di morte e di impotenza. Tenere la mano è un gesto impotente, l’impotenza di fronte alla morte, ma soprattutto l’impotenza del bambino, solo, di fronte all’abbandono irreparabile. Il piccolo Munch è presente in questo quadro attraverso il suo sguardo, impresso nella tela nei graffi che lo solcano, ma il suo sguardo non trova nessun altro entro cui poter inviare la propria angoscia, la sorella se ne sta andando, il suo sguardo va verso la luce della vita che per lei si allontana irrimediabilmente. In Munch la funzione del lavoro artistico è quella di creare un contenitore, di poter “rappresentare l’irrapresentabile”. Nel lavoro di ricostruzione, l’ombra, rappresentativa del lutto non elaborato, ricade su di lui.

La riappropriazione del proprio lutto è rappresentata anche nel dipinto “Morte nella camera di una ammalata” (1895), la scena della morte della sorella Sophie. Qui il giovane Munch si ritrae sulla sinistra del dipinto, accomunato al dolore della famiglia, in cui tuttavia l’isolamento e l’incomunicabilità restano tangibili nelle prospettive assolutamente divergenti di ogni personaggio. E’ la messa in scena del ricordo, e i personaggi non hanno l’età che avevano al momento dell’evento, ma quello dell’anno in cui viene concepito il quadro. Il passato non è importante, perché non ci si può fare nulla: le sole cose su cui si può fare qualcosa sono i resti degli stati mentali passati. Il tempo è una dolorosa acquisizione della consapevolezza di sé.

La solitudine di Munch si esprime al suo culmine, nella massima tensione rappresentabile in “Disperazione” (1892). Egli è solo, la natura intorno a lui si esprime indifferente alla cupa perdita del senso di sé che quel soggetto senza volto manifesta nel suo fermarsi lasciando che da lui si allontanino cose vive che si muovono, anche se verso il tramonto.

 

Come si può ben vedere questo dipinto prelude al “Grido” (1893). Se questo viene considerato il capolavoro di Munch, le ragioni che ne determinano il successo sono molteplici; una su tutte con quest’opera viene sovvertito un pregiudizio classico, sostenuto fra gli altri da Schopenhauer, della irrapresentabilità del suono. Il grido di Munch trova una sua corrispondenza nella natura. Il personaggio, intriso di morte, come il suo volto mummiesco indica, riesce a far uscire il suo carico all’esterno, a pretendere di non sentirlo più come proprio, ad accettare la morte della madre senza doversi identificare in essa, tappandosi le orecchie per non sentire, ovvero far rientrare dentro di sé, il grido della madre-natura, che gli ritorna la morte, dipingendo le nuvole come sangue vero, il sangue dell’emottisi fatale della madre e della sorella, come una cosa che deve stare al di fuori di lui. Arrivando ad accettare la perdita, elaborando il lutto, dentro di sé può ritrovare un contenitore buono capace di contenere la sua angoscia.

Munch ha scritto su una copia del Grido: “solo un folle poteva dipingerlo”. Egli si dovrà confrontare ancora a lungo con la propria follia, ma in quest’opera si può ritrovare una prima apertura espressiva della follia: i “sintomi positivi”, produttivi, quelli che permettono di trovare una via, dolorosa e impervia magari, ma l’unica per uscire dalla prigione del non-pensiero.

 

 

Tratto da Psychomedia, di Luca Trabucco

 

 

 

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Legge sul testamento biologico: dal modulo al fiduciario, come scrivere le disposizioni anticipate di trattamento (DAT)

di Silvia Turin
Entra in vigore il 31 gennaio la nuova legge sul testamento biologico approvata il 14 dicembre 2017. Una delle possibilità aperte dal testo sono le DAT, dichiarazioni anticipate di trattamento, con le quali si danno indicazioni precise su pratiche sanitarie da ricevere o respingere in casi in cui ci si trovasse in condizioni di incoscienza. Ma come vanno compilate? Ecco il vademecum con il contributo dell’Associazione Luca Coscioni, che per anni si è spesa per l’approvazione della legge e aveva da tempo stilato alcune formulazioni di DAT

Chi può compilare le DAT?
Tutti i cittadini maggiorenni e capaci di intendere e di volere possono redigere un documento in cui indicare i trattamenti sanitari che si vogliono ricevere e quelli ai quali si rinuncerebbe nel caso in cui non si fosse più in grado di esprimersi e prendere decisioni autonomamente. Unico limite: con il biotestamento non si possono esigere trattamenti sanitari contrari alle leggi.
Essere informati sulla propria salute
Dopo aver compilato un campo in cui siano contenuti i dati anagrafici del firmatario, viene la parte del consenso a essere informati sulle proprie condizioni di salute e a informarne altre persone.
Qui si dichiara: «Nell’ipotesi di trovarmi nelle condizione di non poter decidere riguardo le mie cure sanitarie, a causa del mio deterioramento fisico e/o mentale, e/o di essere in uno stato clinico tra quelli elencati nel presente documento», e in riferimento alla Costituzione, alla Convenzione dei diritti dell’uomo, al codice di deontologia medica e al giuramento professionale dei medici, si vuole (o non si vuole) essere informati sulle proprie condizioni («anche in caso di malattia grave o inguaribile») e sulle terapie da adottare o non adottare. Come postilla si possono indicare i nominativi di persone fidate o familiari da informare.

I malati terminali
Le direttive specifiche sono il cuore del documento, la parte più difficile da redigere se non aiutati da un medico o seguendo queste indicazioni, perché dovrebbe prevedere le varie casistiche che potranno occorrere e cosa fare in caso di terapie che non si vogliono ricevere.
Per quanto riguarda i malati terminali occorre scrivere: «Accertato da almeno due medici indipendenti che le mie condizioni fisiche siano giunte ad una fase definita terminale, chiedo». E qui l’elenco può comprendere, a titolo di esempio: una morte naturale, la più pacifica possibile, escludendo totalmente l’accanimento terapeutico; che in nessun caso si possa intraprendere una terapia o un trattamento allo scopo di terminare la vita; che nessun trattamento possa essere attuato o sospeso sulla base di un’altrui valutazione riguardante il valore della propria vita futura; che non si somministrino trattamenti o terapie sperimentali complementari non provate, che non abbiano documentalmente dimostrato la loro efficacia per il recupero e prolunghino inutilmente la vita. Anche con casi concreti che dipendano dal tipo di malattia in corso: in caso di arresto cardio-respiratorio, ad esempio, si può scrivere che non si intende essere sottoposti ad alcuna manovra di rianimazione di qualsiasi genere essa sia, o che non vengano praticati interventi invasivi atti a prolungare l’esistenza (respirazione assistita, rianimazione cardio-polmonare). E ancora: che vengano somministrati tutti i farmaci e praticate tutte le cure per eliminare efficacemente il dolore e le sofferenze fisiche, emotive, mentali e spirituali.

Stato di coma o malattie come la Sla
Si può scrivere nello specifico che si vuole che i trattamenti già iniziati e aventi per obiettivo il prolungamento della vita siano interrotti (compresi respirazione assistita, dialisi, rianimazione cardio-polmonare, trasfusioni sanguigne, terapia antibiotica, interventi chirurgici volti a prolungare la propria esistenza). Il tutto con adeguata sedazione. Si può esplicitare che venga interrotta l’alimentazione in ogni sua forma naturale o artificiale incluso la soluzione glicata. Tutte queste prescrizioni possono essere anche subordinate a condizioni specifiche: per esempio in caso di stato vegetativo persistente, di incidente con danni cerebrali gravi, malattie neurodegenerative ecc.

La nomina del fiduciario
Parte fondamentale delle DAT è l’indicazione di un fiduciario che possa prendere decisioni in nome e per conto del firmatario del testamento biologico (qualora non sia più in grado di farlo), di concerto con il medico, anche alla luce dei cambiamenti intercorsi nel tempo e di possibili nuove prospettive offerte dalla medicina.
Non è un punto da trascurare, perché molti sono convinti che in quanto parenti saranno automaticamente investiti dell’autorità di prendere decisioni, ma non è così. Un genitore (come successo a Beppino Englaro) può anzi essere ritenuto in “conflitto di interessi” e quindi essere estromesso dalla decisione, così come un figlio. Qualsiasi persona maggiorenne e capace di intendere e volere può ricoprire il ruolo di fiduciario accettando la nomina. Può essere un familiare o una persona non legata da vincoli giuridici e familiari. L’accettazione della nomina avviene attraverso la sottoscrizione delle DAT o con atto successivo che sarà allegato al testamento biologico.

Dove si scrivono (o registrano) le DAT
Tutto questo può essere redatto a mano, o si può scaricare un modulo precompilato (tra cui quello presente sul sito della stessa associazione Coscioni). In caso le condizioni di salute non consentano un documento scritto, si possono esprimere le proprie volontà e «fare biotestamento» attraverso una videoregistrazione e/o con dispositivi tecnologici che consentono alle persone con disabilità di comunicare. Le Dat si possono rinnovare, modificare o revocare in ogni momento. Non vanno pagati bolli o tasse di sorta sul documento..

Come autenticare le DAT?
Con atto pubblico (atto redatto con un funzionario pubblico designato o attraverso un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio), con una scrittura privata autenticata (da un funzionario pubblico designato dal tuo Comune o da un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio) custodita dall’autore del documento, con scrittura privata consegnata personalmente all’ufficio dello stato civile del Comune di residenza (ufficio che, se istituito, provvede all’annotazione in un apposito registro), presso le strutture sanitarie, qualora la Regione di residenza ne regolamenti la raccolta.

Articolo tratto da: Corriere.it

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Sopravvivere nei propri cari: il rito funebre Yanomami

di Elisabetta Gatto

YanomamiTra il mondo dei vivi e quello dei morti c’è una continuità e una corrispondenza: la relazione tra i defunti e chi è in vita è salda e deve essere coltivata.

È ciò che credono gli Yanomami, una società di cacciatori-raccoglitori e orticultori che vivono nella foresta tropicale dell’Amazzonia del nord, al confine tra Brasile e Venezuela: per loro il legame con i propri cari non cessa al momento della morte. Come presso molte altre società amazzoniche, i rituali funebri yanomami sono cerimonie lunghe e complesse.

Il momento centrale del funerale è il reahu, un rituale che prevede una serie di fasi ben scandite. A cominciare dalla cremazione del defunto e di tutto ciò che a lui apparteneva. Le ossa calcinate sono raccolte e deposte in un paniere coperto poi di foglie e collocato in un luogo alto della casa. Allo spuntare del giorno gli uomini si recano nella foresta per tagliare il tronco dell’albero kamai che, scavato e decorato con motivi geometrici in urucù, un pigmento di colore rosso, servirà come mortaio per triturare le ossa. Quando ha inizio il pianto corale delle donne, un gruppo scelto di uomini – anch’essi con le guance dipinte – inizia la cerimonia della triturazione, riducendo in polvere le ossa.

Il resto delle ceneri – ovvero gli oggetti e la legna usata per fare la pira – è buttato nel fiume, perché nulla di appartenente al defunto rimanga a interferire con i ritmi della vita della comunità.

Il giorno successivo si procede con la preparazione della festa. Ognuno nel villaggio ha un ruolo specifico: alcuni vanno ad avvisare eventuali parenti lontani del defunto, altri escono per la caccia (heniyomu), accompagnata da performance durante le quali ragazzi e ragazze improvvisano una serie di danze e di canti poetici (heri), altri ancora si recano a raccogliere i caschi di banane per la festa. Infine le donne raccolgono manioca per preparare una buona quantità di focacce.

Inizia il conto alla rovescia in base al tempo di maturazione dei caschi di banane. Arrivano gli ospiti, accolti con cibi, bevande e danze. Al ritorno dei cacciatori dalla foresta e alla completa maturazione delle banane, la cerimonia può avere inizio.

Viene preso il paniere con le ossa e portato in processione sul luogo dove già sono stati preparati pestello e mortaio. Dopo la macinazione, le ceneri del defunto vengono mescolate a un frullato caldo di banane. Mentre le donne piangono, i parenti e gli amici del defunto si riuniscono in cerchio e bevono la mistura: è un prezioso momento di condivisione, che testimonia la solidarietà con la famiglia in lutto, sancisce il rispetto per la persona amata defunta ed è un modo per assicurare alla sua anima il viaggio verso l’aldilà. È estremamente importante che vengano consumate le ceneri del defunto, per permettergli di trovare pace e fare in modo che non rechi disturbo ai vivi, nel villaggio. Se il compianto è morto per mano di un nemico, gli uomini evocano maledizioni e promettono di vendicare il morto.

Il rituale osteofagico non è praticato solo in occasione del funerale, ma anche in altri momenti cerimoniali comunitari. Attraverso questa forma di endocannibalismo – vale a dire la pratica di consumare i resti dei propri parenti – i vivi assorbono la forza spirituale dell’anima del defunto. Per evitare che il suo spirito possa ritornare causando problemi alla comunità, vengono distrutti tutti gli oggetti che gli appartenevano e si evita di menzionare il suo nome.

Morire non viene considerato dagli Yanomami un fatto naturale: viene spiegato attraverso i racconti mitici, secondo cui la morte venne inviata nel mondo quando i primi esseri disubbidirono a un comandamento della natura. Essi credono infatti che nell’epoca primordiale gli esseri umani fossero immortali e potessero rinnovarsi e ringiovanire in continuazione.

Nel corso dei rituali gli Yanomami fanno spesso uso di tabacco e yopo, una sostanza stimolante che viene inalata attraverso il naso ed è ritenuta essenziale per entrare in contatto con il soprannaturale e trasmettere la memoria culturale.

 

articolo tratto da : www.sipuodiremorte.it