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Pompe funebri Lainate

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IL CIMITERO DI KEY WEST … L’ESTREMO SUD D’AMERICA

Juan Ponce De León, un avventuriero spagnolo, pare sia stato il primo europeo a mettere piede in Florida, attirato dalla leggenda caraibica che narra di una Fontana della Giovinezza nascosta da qualche parte a nord di Cuba. Così, uscendo da Miami e spingendosi verso l’estremo sud, si incontra il mondo incantato delle Florida Keys, un tempo paradiso dei pirati. Si tratta di una serie di 42 isolette, collegate da ponti di rara geometria, che si prolungano per oltre duecento chilometri tra le acque dell’Oceano Atlantico e il Golfo del Messico. Al “termine della strada” sorge Key West, il luogo che ha fatto della libertà e della tolleranza una sorta di bandiera.

L’America termina qui. Qualcuno direbbe “zero miles”!

A qualche passo dal cuore della cittadina, nei pressi della chiesa cattolica St. Mary, si trova il Key West City Cemetery. Aperto nel 1847 il piccolo cimitero non viene a trovarsi fuori dal centro abitato, ma eccezionalmente inserito nel luogo come “presenza integrante”. La forma geometrica, racchiusa da un sottile recinto in art déco, ritaglia lo spazio per la sepoltura dei morti dal vivere quotidiano. Sappiamo bene quanto nella separazione ci sia parte della acquisizione della conoscenza implicita della morte, ma l’area finemente racchiusa sembra qui esprimere la volontà di non separare il vivere civile dal morire. Tuttavia le palme e il vento sembrano concedere al visitatore un certo senso di protezione.

Privilegiando l’itinerario spaziale più o meno regolare delle sepolture, il cimitero di Key West evidenzia un proprio stile, attraverso bizzarre incisioni tombali, come «Te l’avevo detto che non mi sentivo bene», impressa sulla tomba di B.P. “Pearl” Roberts (1929-1979), e la chiara ripetizione di viali, disposti secondo assi di simmetria, spesso cosparsi di terra o di sabbia fra le tombe. In ogni “isolato”, dunque, l’iconografia interna stempera la propria voce, a seconda degli spazi percorsi.

Tra i monumenti più interessanti ricordiamo il Maine Monument, voluto dai cittadini di Key West e inaugurato il 15 marzo del 1900 in memoria delle vittime della corazzata americana Maine, fatta saltare in aria mentre si trovava all’ancora nel porto della Havana, nel febbraio 1898. Non lontano dal Maine Monument si trova Los Martires de Cuba, una scultura commemorativa eretta nel 1892 in onore di coloro che hanno dato la propria vita per liberare Cuba dalla Spagna. Attraverso i piccoli viali che si intersecano ad angolo retto è inoltre possibile raggiungere l’area delle sepolture cattoliche, al centro delle quali sono inumati alcuni sacerdoti della Saint Mary’s Catholic Church: S. Huningo (1862), J.E. McDonald (1869), J.B. Allard (1875) e J.M. Fourcade (1878).

Il cimitero di Key West è senza dubbio ragione di orgoglio per gli abitanti locali, oltre che meta obbligata per quei visitatori che rincorrono il fascino, la cultura e lo stile di vita di una America alternativa. Di fatto, in passato, artisti e scrittori come Ernest Hemingway, Tennessee Williams, Robert Frost, sono stati attratti dal mito di Key West, trovandovi l’ispirazione per molti loro capolavori.

Maria Angela Gelati

 

articolo trato da OLTREMAGAZINE.COM

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Finché morte non ci separi: come affrontare la vedovanza

Bisogna imparare dal dolore e riprendere a vivere

Convivere con l’assenza della persona scelta per condividere il resto della vita non è tanto semplice. Una ricerca realizzata dall’Instituto do Casal rivela che rimanere vedovi è la seconda paura più grande delle coppie brasiliane.

Il timore che circonda l’idea di perdere la persona amata, secondo il teologo Márcio Luiz Fernandes, risiede nel fatto che “rimanere da soli” è una paura dell’essere umano in generale, perché fondamentalmente non è stato creato per questo. Perdere una persona con cui si è creato un legame affettivo forte vuol dire sperimentare “qualcosa di radicalmente umano: le dimensioni interiori del dolore, della fragilità, della dipendenza, della perdita, della sofferenza”.

La comprensione di quel nuovo momento della vita varia da persona a persona, ed è necessario poter vivere il lutto per adattarsi. Come si può vivere questa nuova realtà, facendo fronte alla vedovanza? Oltre al tempo di cui ciascuno ha bisogno, le difficoltà hanno le proprie particolarità in base al fatto che si resti vedovi da giovani o quando si è già alla fine della vita.

Vedovanza precoce e vedovanza tardiva

Essendo una situazione “meno naturale”, la vedovanza precoce può essere uno shock per chi si è sposato da poco e può avere figli piccoli, adolescenti o giovani. “È comune che quella morte sia sentita come qualcosa di brutale”, riferisce lo psicologo Luiz Henrique Michel, specializzato in lutto.
Fernandes spiega che la persona rimasta vedova precocemente, oltre a convivere con il dolore, dovrà preoccuparsi di questioni molto pratiche come il fatto di allevare i figli e organizzare la vita, oltre che della preoccupazione per la salute fisica e mentale. Trovarsi in questa situazione da giovani o anche nella vita adulta implica alcune “preoccupazioni ben determinate rispetto alle necessità immediate”, sostiene.

Nella vedovanza tardiva bisogna invece congedarsi da qualcuno con cui si è condivisa tutta una vita. Se nella vedovanza precoce la persona cerca di trovare soluzioni al modo in cui allevare i figli da sola, nella vecchiaia i figli sono ormai cresciuti e hanno la propria famiglia, e quindi il senso di solitudine può essere maggiore.

Nonostante le peculiarità di ogni storia, c’è una somiglianza di fondo: in entrambi i casi si provano “la sofferenza e la solitudine per l’allontanamento dalla persona con cui si è vissuto e si sono convidise per molto tempo le proprie emozioni, la vita e le esperienze”, spiega Fernandes.

Tornare alla routine

Dopo aver vissuto il lutto e compreso le sfide che comporta questa nuova realtà, bisogna affrontare nuovamente la vita, e secondo Michel cercare di trovare un posto nuovo per quella persona nella propria esistenza. “Non è necessario dimenticarla. Al contrario, i ricordi, ciò che si è appreso e perfino i sogni condivisi possono rimanere vivi, anche se non c’è più la presenza fisica della persona amata”, commenta. “Allo stesso tempo – senza mai smettere di rispettarsi –, è importante riprendere gradualmente a vivere, cercando sostegno in amici, familiari, comunità religiosa (se se ne ha una), gruppi di aiuto reciproco o professionisti del settore sanitario”.

La famiglia gioca un ruolo fondamentale in questo momento, perché è in essa che il vedovo troverà grande sostegno. Spesso chi è rimasto da solo ha bisogno di sentirsi amato con piccoli gesti e semplici dimostrazioni di presenza. Ad esempio, i familiari possono aiutare a svolgere i compiti domestici e a gestire le finanze.
Michel ricorda che al momento di cercare di risollevare il vedovo è importante che la famiglia scelga bene le parole.

Ad esempio, “non si devono fare commenti sul fatto di trovare un nuovo o una nuova partner, perché possono dare l’impressione che il coniuge scomparso potrebbe essere facilmente sostituito da un’altra persona”.

articolo tratto da aleteia.org

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7 motivi per cui la risurrezione di Cristo non è un’invenzione

Unione Cristiani Cattolici Razionali

L’eminente specialista N.T. Wright esprime ragioni ed argomenti a favore della storicità della risurrezione di Cristo, spiegando perché non può essere stata un’invenzione nata nella società ebraica, per la quale erano totalmente inconcepibili i fatti avvenuti. Non è così che si inventa.
Gesù era interamente ebreo. Molti critici del cristianesimo storico sottolineano spesso questo dato, certamente corretto, pensando in qualche modo di smentire la “cristianità” di Gesù o la sua intenzione di creare altro al di fuori di un ebraismo rinnovato.
Eppure, è proprio amplificando la stretta appartenenza di Gesù e dei suoi discepoli all’ebraismo che diventa ancora più impossibile che un evento come la risurrezione possa essere stato inventato. E’ questo il tema di una interessante conferenza tenuta nel 2007 da uno dei principali studiosi del Nuovo Testamento del mondo anglosassone: N.T. Wright. Vescovo anglicano, già docente all’Università di Cambridge e Oxford, è autore di oltre 40 testi specialistici.
La concezione dell’antico ebraismo su morte e risurrezione.
Il prof. Wright sostiene sinteticamente che la risurrezione non può essere stata un mito inventato dalla prima comunità cristiana perché l’idea del Messia che muore e risorge fisicamente alla vita eterna era completamente inaspettata nella teologia ebraica. E’ un fatto accertato nella comunità scientifica, come attestato dall’eminente Joachim Jeremias (Università di Gottinga): «Nell’antico ebraismo non esisteva l’attesa di una risurrezione come un evento della storia. Certamente erano conosciute le risurrezioni dei morti, ma queste erano semplicemente rianimazioni per il ritorno alla vita terrena. Da nessuna parte nella letteratura giudaica si trova qualcosa di paragonabile alla risurrezione di Gesù» (J. Jeremias, Die älteste Schicht der Osterüberlieferungen, in Resurrexit, Libreria Editrice Vaticana 1974, p. 194).
Nell’antico giudaismo era inconcepibile, allora, il concetto di una singola risurrezione corporea, definitiva, prima della risurrezione generale di tutti i giusti nel giorno del giudizio. Eppure, se si osserva l’evoluzione della teologia nella società ebraica si scoprirà la sua radicale mutazione riguardo alla possibilità di risorgere dai morti, proprio in seguito ai fatti avvenuti all’ebreo Gesù nel I° secolo. «Queste mutazioni» nell’ebraismo, ha spiegato Wright, «sono così straordinarie, in un’area teologico-politica in cui le società tendono ad essere molto conservatrici, tanto che costringono lo storico a chiedersi: perché si sono verificate?».

7 mutazioni teologiche nella società ebraica.

Vi si possono contare ben 7 mutazioni fondamentali nella società antica in seguito alla risurrezione di Cristo.
1) La teologia sull’aldilà si trasforma da più punti di vista (giudaismo) ad un’unica visione: la risurrezione (cristianesimo). Nel giorno del giudizio, i giusti riceveranno nuovi corpi di risurrezione, identici al corpo di risurrezione di Gesù.
2) L’importanza relativa della dottrina della risurrezione passa dall’essere periferica (teologia ebraica) all’essere centrale (teologia cristiana).
3) L’idea di come avviene la risurrezione passa da avere più punti di vista (giudaismo) ad un’unica visione: un corpo incorruttibile, orientato spiritualmente, composto nella forma del precedente corpo corruttibile (cristianesimo).
4) I tempi della risurrezione cambiano: dal giorno del Giudizio universale (giudaismo) ad una divisione tra la risurrezione del Messia in questo momento e la risurrezione del resto dei giusti nel giorno del giudizio (cristianesimo)
5) Compare una nuova visione dell’escatologia come collaborazione con Dio per trasformare il mondo.
6) Compare un nuovo concetto metaforico di resurrezione, indicato come “rinascita”.
7) Viene all’esistenza una nuova concezione di resurrezione del Messia, così tanto atteso nel mondo dell’Antico Testamento. Il Messia, nella convinzione ebraica antica, non avrebbe mai dovuto morire e certamente mai avrebbe dovuto risorgere dai morti in un corpo risorto! Sebbene vi fossero molti pretendenti Messia in scena in quel momento storico, ogni volta che uno di loro veniva ucciso i loro seguaci lo abbandonavano perché era il momento in cui si comprendeva chiaramente che non poteva essere il vero Messia. In un primo momento accadde anche con Gesù, poi però qualcosa convinse i discepoli a non abbandonarlo e a morire per affermare quel che videro.

Non è così che si inventa: chi si aspettavano di convincere i discepoli?

Occorre anche tenere in considerazione che se la prima comunità cristiana avesse voluto comunicare che Gesù era speciale, nonostante la sua vergognosa morte sulla croce, avrebbe inventato una storia teologicamente comprensibile ai loro contemporanei, usando l’esistente concetto ebraico di esaltazione. Applicare il concetto di resurrezione fisica ad un Messia morto sarebbe stata una scelta folle per convincere la teologia e la società ebraica che Gesù era realmente il Messia da sempre atteso.

Nella sua lezione, N.T. Wright indica anche che nel Vangelo più antico, quello di Marco, non appare nessun abbellimento e nessuna “teologia storicizzata” nel raccontare gli eventi finali della vita di Gesù. Un’invenzione avrebbe necessariamente incluso connessioni con noti concetti teologici -come avviene in qualche teofania descritta nel Vangelo di Giovanni-, invece la narrazione è cruda: Gesù muore di morte pubblica, le persone lo incontrano nuovamente vivo. Se invece si leggono i vangeli apocrifi e gli scritti gnostici, si noterà immediatamente come i racconti siano pieni di abbellimenti leggendari ed evidentemente fantasiosi (croci che parlano, gruppi di angeli che cantano ecc.).

Non c’è migliore spiegazione alternativa a quanto scrivono i Vangeli.

E’ per questi (e altri elementi) che l’eminente studioso arriva a concludere che la migliore spiegazione di tutto questo e di tutti i cambiamenti teologici più sopra elencati, è che i Vangeli vanno presi sul serio. Dio ha realmente resuscitato Gesù (corporalmente) dai morti. Semplicemente non c’è una spiegazione alternativa migliore, nessuno è mai riuscito a spiegare come la prima comunità cristiana possa aver inventato qualcosa di incomprensibile anche per loro stessi -come una singola resurrezione e, per di più, di un Messia che non avrebbe mai dovuto morire- e poi riuscire con enorme successo a convincere se stessi e i loro contemporanei. «Affermare che il Messia era tornato in vita, semplicemente non era un’opzione ragionevole. A meno che, naturalmente, fosse accaduto davvero così».

 

articolo tratto da: aleteia.org

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“Nascere, invecchiare, malato, e morte”, la regola inevitabile della vita, quindi la gente da secoli perde tanto tempo per capire e esprimere questa regola, la regola della morte.

Il funerale e il mondo dell’aldila nella mentalità dei vietnamiti

testo di Ventophong e cura di Lorenzo Archannoni da Roma

“Nascere, invecchiare, ammalarsi e morire”, la regola inevitabile della vita: la gente da secoli perde tanto tempo per capire e concepire questa regola, la regola della vita e soprattutto della morte.
Già dal tempo antico dell’età del bronzo, cioè circa 2500 anni fa, la cerimonia di un funerale ere particolarmente complicata.
Probabilmente, la gente credeva nell’esistenza di un mondo dopo la morte.
In tante tombe antiche hanno trovato tanti reperti sepolti insieme con il defunto: la tomba a forma di barca, cioè una bara avente le sembianze di una barca, conteneva tutto un mondo interessante ed affascinante di cose sepolte, tutti oggetti che rappresentavano gli utensili della società dell’epoca.
Nella zona del fiume rosso, i cinesi hanno invaso il Vietnam nel 221 a.c: però solo verso la fine dell’anno 43, cioè dopo la repressione del generale cinese Ma Yuan alla rivolta delle due sorelle, la cultura cinese iniziò a mettere le sue radici: nelle grandi città del delta di fiume rosso le tombe cinesi ritrovate contengono utensili diversi da quelli contenuti nelle tombe vietnamite.
L’influenza cinese diventò più forte mediante l’istruzione e la divulgazione delle filosofie cinesi come confucianesimo, taoismo e buddismo.
I riti di queste filosofie e religioni cinesi furono lentamente accettate nel tempo dalla comunità vietnamita per via delle leggi sia degli occupanti che della classe borghese vietnamita filo cinese.
I riti diventarono nel tempo sempre più colorati e attraenti.

L’influenza del buddismo proveniente dall’India ed interessante le regioni del sud del Vietnam era fortissima durante periodo Tran dal 1225 fino al 1400: la cremazione diventò una parte importante della cerimonia funebre per la società.

Ma, durante i 20 anni di occupazione cinese e della successiva dinastia Le, la sepoltura e riesumazione divennero particolarmente diffusi.

Le tombe trovate in questo periodo hanno rivelato la presenza di mummie imbalsamate secondo metodi molto interessanti: i corpi dei defunti sono stati trovati avvolti da stoffa preziosa tipo seta e profumati da olio profumato.

L’usanza per le famiglie povere non poteva seguire questo stile troppo costoso e pertanto doveva essere applicato un processo più complicato cambiando il vestito per il morto, “Cai Tang, Sang áo”.
Il funerale è già un processo lungo collegato a tante credenze popolari, come richiamare lo spirito, scegliere l’orario per mettere il morto nella bara per portarlo fuori casa fino al luogo di sepoltura.
Ma il Cải táng è una cerimonia più misteriosa: la gente crede che esista un mondo dopo la morte.

Dopo la morte il corpo si decompone ma rimane lo spirito che segue una strada per andare nel mondo dell’aldila.
I vietnamiti credono negli inferì, un mondo simile all’inferno: ma il defunto poi si reincarna in un’altra vita.
Si crede esistano dieci piani di questo mondo dei morti: in relazione ai peccati fatti durante la vita terrena, lo spirito del morto viene assegnato ad un determinato piano per espiare la punizione.
Dopo aver completato il tempo assegnato per la punizione, lo spirito si reincarna in un’altra vita.

Vietnam 2005 – Ho Chi Minh City

Ma questa credenza sul mondo dei morti è un po’ vaga e per tante persone il mondo degli spiriti è molto più vicino e gli spiriti hanno un rapporto stretto con il nostro mondo terreno: si devono rispettare le usanze e le tradizioni durante la vita terrena, altrimenti si porta sfortuna a se stessi!.
Nel nord del Vietnam il morto viene sepolto in una bara di legno e dopo un periodo di 3 o 5 anni viene riaperta la tomba per mettere le ossa in un’urna.
L’orario per iniziare la cerimonia comincia molto presto al mattino quando non c’è ancora la luce del sole: si usa il lume a petrolio per vedere meglio. Con il liquore di riso mescolato al profumo di cannella si puliscono le ossa che vengono messe nell’urna di terra cotta.
Questa urna viene seppellita di nuovo nella terra in un luogo che un indovino considera sacro e fortunato!
Da quel momento lo spirito del morto ha una casa eterna per vivere!
I contadini sentono che i loro antenati ancora esistono e vivono vicino al cimitero del villaggio!
E da questa credenza che nascono tante usanze relative a quel mondo: la gente cerca di comunicare con i morti per capire quel mondo, ed alla fine solo poche persone riescono a farlo.
L’attività dei medium (un tipo di esorcismo) è molto diffusa da noi: la gente cerca in tutti modi di soddisfare gli antenati nel mondo dell’aldila con la speranza di ricevere aiuti paranormali.
Vengono spesi molti soldi per costruire la tomba più bella e si bruciano molti oggetti votivi per gli spiriti facendo molte offerte.
Le religioni come taoismo e buddismo hanno un ruolo importante nella cerimonia funebre.
Il monaco buddista prega per purificare e indicare la strada giusta per lo spirito: nel mondo dell’aldila si crede che esista un’entità che aiuta gli spiriti macchiati dai peccati ad uscire dalle punizioni dell’inferi.
Uno stato inferiore del nirvana si chiama Boddisatwa, in vietnamita Bồ tát, e Địa tạng Bồ tát, cioè Boddisatwa degli inferi che aiuta gli spiriti.
Il monaco taoista invece può creare delle magie per allontanare i cattivi demoni ed utilizzare anche la geomanzia, tecnica affascinante in quanto permette di trarre responsi attraverso l’osservazione del paesaggio, delle rocce e della terra.
In Vietnam si dice: “la ricchezza crea il rituale”: phú quý sinh lễ nghĩa!
Ma forse sarebbe meglio dire “la ricchezza e l’ignoranza crea il rituale”!
Quando il mondo dell’aldila è ancora da scoprire e il mondo nostro è ancora da capire nasce il rituale per spiegare i misteri: e quindi Buddha dice: “uno dei dolori della vita umana è l’ignoranza”!
Penso che il mondo dell’ aldila, per ogni paese, dipenda dalla fantasia umana di ogni popolo che tramanda le credenze da generazioni a generazioni: come i tibetani lasciano il cadavere agli avvoltoi, gli indiani cremano i corpi e li lasciano alle acque del fiume Gange.
Oggi il mondo dell’aldila per i kamikaze mulsumani è farsi saltare insieme al nemico, mentre una volta i vietcong si ammazzavano per la libertà, per la liberazione e nel nome dell’ideologia comunista.

Ieri sono passato per un villaggio di Zay a Ta van guardando una casa di legno, uno stagno di fronte alla casa pieno di pesci ,un orto verde di piante e verdure e gli animali dell’allevamento: in lontananza, sul fianco della collina, si stendevano le vecchie e le nuove tombe come fossero un mucchio di terra.
Da quel posto gli spiriti delle etnie dormono con le teste rivolte sulla vallata ricca di risaie a terrazza: si dorme per migliaia di autunni nel mezzo del verde.
Nella casa di Hmong non esiste l’altare degli antenati, ma unicamente un piccolo angolo con tre tazzine, un poco di riso, qualche pezzo di carta rossa appesa sul muro mentre nella cucina riposano tre uomini seduti sui loro bassi giacigli con una bottiglia di liquore forte!

 

articolo tratto da: vietnam travel art   

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Si può morire davvero dopo aver deciso di “lasciarsi andare” (lo dice uno studio)

Esistono 5 campanelli d’allarme per riconoscere chi ha rinunciato del tutto alla vita ed è in pericolo

by Huffington Post

Si può morire davvero dopo essersi lasciati andare, essersi arresi. È questa la conclusione a cui è giunto il dottor John Leach, della Portsmouth University, con il suo studio pubblicato sulla rivista “Medical Hypotheses”: a quanto pare, le persone che decidono di non voler avere più niente a che fare con la vita, possono spegnersi nell’arco di pochi giorni, alcune volte soltanto tre. Ci sono, però, dei campanelli d’allarme, da non sottovalutare, che si accendono quando una persona decide di lasciarsi andare alla morte: basta solo riconoscerli.

“Non si tratta di suicidio, non si tratta di depressione, ma dell’atto di arrendersi, di rinunciare alla vita, il quale sfocia nel decesso nell’arco di giorni”, spiega Leach. Questo tipo di morte viene chiamato “morte psicogena” ed è, secondo il professore, una vera e propria malattia. Stando a quanto osservato da Leach e dal suo team, la condizione si presenta frequentemente a seguito di un evento traumatico: la persona in questione decide che è arrivato il momento di lasciarsi andare. E la morte spesso “l’asseconda”. Ecco spiegato, dunque, il motivo per cui chi perde il proprio compagno, molte volte segue lo stesso destino.

Il fenomeno era conosciuto già ai tempi della guerra di Corea: i prigionieri smettevano volontariamente di parlare e di mangiare e morivano nell’arco di pochi giorni. Si sentivano sconfitti dalla vita. Proprio quando si prova questa sensazione di sconfitta e di voglia di abbandonarsi, si verifica anche, secondo il professore, un cambiamento dell’attività in una regione del cervello che ci motiva a prenderci cura di noi stessi.

“I traumi possono danneggiare l’attività della cosiddetta ‘corteccia cingolata anteriore’ (quella parte del cervello che funziona per gli esseri umani da ‘sistema di allarme’ silenzioso, ovvero elabora pericoli e problemi, ndr). La motivazione è essenziale per gestire la vita quotidiana e se questa regione si blocca, spesso l’apatia è inevitabile”, spiega il dottor Leach.
Ma il processo è reversibile? Una persona che decide di lasciarsi andare, può anche decidere di tornare indietro e salvarsi? Per il professore, è possibile. Bisogna solo trovare un nuovo senso alla propria vita e ristabilire il controllo di quest’ultima: in poche parole, leccarsi le ferite e andare avanti.

Ci sono, però, dei segnali, anzi delle vere e proprie fasi, che non dovrebbero sfuggire a chi vive accanto ad una persona che ha subito un trauma e che potrebbero essere la spia della decisione di quest’ultima di arrendersi:
1. Rinuncia alla vita sociale
Spesso chi ha subito un trauma tende ad evitare il contatto con gli altri. Fa fatica ad esternare le proprie emozioni e diventa, in un certo senso, insensibile alle emozioni altrui. La fase può essere momentanea, ma se si protrae troppo a lungo può essere il segnale della perdita di entusiasmo e di interesse in generale per la vita.

2. Apatia
Le persone che decidono di “lasciarsi andare” perdono interesse per tutto: non hanno più voglia di prendersi cura di se stesse e spesso faticano anche a farsi una doccia.

3. Abulia
L’apatia può portare all’abulia, ovvero all’inerzia e all’incapacità di prendere decisioni o iniziative. In questa fase, l’individuo può continuare a prendersi cura degli altri (ad esempio, dei bambini), ma smette di curare se stesso. Può sentire di avere la mente vuota e faticare anche a parlare.

4. Acinesia
Si tratta di un deficit nell’avvio della sequenza motoria: si ha quando la persona in questione fatica a muoversi, diventa incontinente o non pulisce più la casa. Può diventare quasi insensibile al dolore, sempre perché non ha alcun motivo che la spinge a mettersi in salvo, a curarsi di se stessa.

5. Morte psicogena
È l’ultima fase, che può verificarsi dopo quelle precedenti. E consiste nel perdere qualsiasi tipo di voglia di vivere o di attaccamento alla vita. Si possono fare anche dei gesti totalmente contro la propria salute. Come racconta il dottor Leach, nei campi di concentramento gli individui che “volevano morire” si riconoscevano perché barattavano cibo in cambio di sigarette: “Quando un prigioniero prendeva una sigaretta e l’accendeva, i suoi compagni sapevano che si era del tutto lasciato andare, che aveva perso la speranza e che presto sarebbe morto”.

 

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Mons. Paglia: «Non si parla più della morte, la colpa è anche di noi cristiani»

di Aldo Cazzullo

Monsignor Paglia, perché un libro sulla morte si intitola «Vivere per sempre»?
«Perché tutti siamo abitati da un istinto che pretende la continuazione, esige una destinazione, e trova risposta nel risorgere. Siamo mortali, ma non per la morte».

Sartre diceva che siamo una parentesi tra due nulla.
«Sarebbe davvero ingiusto, non solo per la fede ma anche per la ragione. Sarebbe un gigantesco spreco se tutto quello che abbiamo fatto, gli affetti, la famiglia, finissero nel nulla. Ed anche l’etica sarebbe senza senso. Il bisogno di un oltre è insito nel profondo dell’uomo».

Della morte però si parla pochissimo.
«È vero. La morte è uno scandalo. Una domanda che cerchiamo di nascondere. Non vogliamo pensarci, tanto che ci auguriamo di morire all’improvviso, nel sonno, senza prepararci. Anche nella predicazione cristiana si assiste a un occultamento delle cose ultime. Non affrontiamo il tema, o lo facciamo con parole incomprensibili, un gergo clericale scontato e superficiale che non parla più né alla mente né al cuore. Così si finisce nella nebulosa dell’indistinto, nell’illusione della reincarnazione».

Che la Chiesa esclude.
«Noi riconosciamo il valore unico e universale di ciascuno di noi, tutti destinati ad abitare i cieli nuovi e la terra nuova che verranno».

Lei scrive che la vita risorta è anche vita con i sensi.
«Certo. Il cristianesimo va oltre la sopravvivenza platonica dell’anima. Il cristianesimo è amore per la carne, per il corpo, per la creazione. Lo dico a partire da Gesù che dopo la resurrezione parlava, sentiva, toccava, mangiava, odorava… Non sappiamo come, però risorgiamo con il corpo, certo risorto, ma con i sensi. Paolo lanciò questa sfida ad Atene: quei filosofi di formazione socratica che accettavano il discorso sull’immortalità dell’anima, ma non della carne, gli dissero: “Di questo ti sentiremo un’altra volta”. Lo scandalo era troppo forte».

Lei come concepisce la resurrezione della carne?
«È difficile anche solo concepirla. Furono i momenti più difficili anche per gli apostoli: non riuscivano a credere che Gesù fosse risorto. Gesù ci mette quaranta giorni per convincerli. E loro lo vedevano con le sue mani e i suoi piedi ancora bucati dai chiodi. È il senso delle parole del credo cristiano: credo nella resurrezione della carne e nella vita del mondo che verrà».

Poi però ascende al cielo.
«Dove vuole al suo fianco la Madonna. Per Maria si parla della morte molto tardi, comunque si tramanda che si “addormentò” e fu portata con il suo corpo nel cielo, accanto al figlio».

E Lazzaro?
«Lazzaro viene riportato alla vita mortale. Non risorge. È un grande miracolo di Gesù. La sua fama si allargò a tal punto che i capi religiosi decisero da allora di ucciderlo. Gesù però, a differenza di Lazzaro, risorge alla vita eterna, che non conosce più la morte».

E scende nel limbo, a liberare Adamo, Eva e i patriarchi.
«Nel Credo noi diciamo che Gesù discese agli inferi. L’iconografia orientale la rappresenta con Gesù che trae dal buio della morte Adamo e Eva. È un’immagine piena di speranza. Per troppo tempo abbiamo predicato un cristianesimo della paura; ora dobbiamo sottolineare la misericordia, come fa papa Francesco. Anche noi dobbiamo scendere negli inferni di questo mondo. Li dobbiamo svuotare. È il senso di una grande misericordia che salva tutti i disperati, gli eliminati, gli oppressi».

Anche secondo lei l’inferno esiste ma potrebbe essere vuoto?
«L’inferno esiste, è certamente una possibilità. L’inferno è la solitudine assoluta. È la mancanza dell’incontro con Dio. Chi vive l’amore riceve l’immortalità. Chi lo distrugge, distrugge il proprio futuro».

E il paradiso?
«La parola viene dal persiano e significa giardino. Gan, in ebraico: un giardino dove le famiglie dei popoli si ritroveranno in pace».

Ma nell’Antico Testamento, come ha fatto notare il rabbino Di Segni, l’idea dell’aldilà è vaga.
«È vero. In alcuni passaggi si intravede la luce della resurrezione; ad esempio nel martirio dei sette fratelli Maccabei, che subiscono l’ingiustizia suprema della tortura e dell’uccisione per amore di Dio. Lo snodo del cristianesimo è la forza di Dio che resuscita Gesù e con lui tutti coloro che si lasciano toccare dall’amore».

Una vita non solo spirituale?
«No. Una vita risorta, quindi non astratta. Una vita che risorge con il suo corpo, la sua storia, il suo bagaglio di amore. Da quando Dio prende la carne, il paradiso non può più fare a meno della carne, quindi di noi».

Ma c’è un passo dei Vangeli che suona terribile. I sadducei tentano di mettere in difficoltà Gesù chiedendogli di chi sarà moglie nell’aldilà una vedova che ha avuto sette mariti. E lui risponde che nell’aldilà non ci saranno né moglie né marito. Quindi non ci rincontreremo?
«Le parole di Gesù vanno intese nel senso che veniamo liberati non dall’affetto che unisce le persone care, ma dal possesso. Sarà un affetto che non esclude gli altri. È possibile sperimentarlo già in questa vita, quando una famiglia aiuta gli altri, e questi diventano fratelli e sorelle».

Lei da quanto tempo fa il prete?
«Sono entrato in seminario a nove anni, ma già a sette sentivo il desiderio di diventare prete».

Avrà accompagnato nell’ora ultima molte persone. Come si muore?
«Tutti hanno paura della morte, anche i santi. Anche Gesù. Ma tanti muoiono serenamente, se sono accompagnati dall’amore dei loro cari. È una morte confortata. Alcuni parlano anche di una sensazione di luce».

Il cardinale Ruini ha dedicato un capitolo del suo libro «C’è un dopo?» alle esperienze pre-morte, per concludere che non significano nulla: quelle persone non sono morte, quindi della morte non sanno niente.
«È così. C’è una morte biologica, che porta al dissolvimento del corpo, ma non rappresenta la fine; semmai, un passaggio. La morte è il momento del passaggio nel quale ci troviamo davanti a Dio, lo vediamo faccia a faccia. E lo vedremo come un Padre che ci sta aspettando per abbracciarci, per condurci con sé nel paradiso. Non è un Dio che giudica con severità. Ricordo il cardinale Parente, che ha vissuto nella casa dove ora abito. Al momento della morte mi disse: per fortuna, Dio è più misericordioso che giusto».

articolo tratto da CORRIERE DELLA SERA

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Ecco come San Michele ci protegge al momento della morte

di don Marcello Stanzione

Nell’angelologia è lui che accompagna l’anima da Dio al momento del trapasso

Secondo la dottrina cattolica in punto di morte noi riceviamo l’aiuto degli angeli e di san Michele. Se vi è infatti un’ora nella quale il cristiano abbia bisogno di soccorso e di protezione, è sicuramente l’ora della morte. L’inferno si sforza in quell’istante nel rapire a Dio l’anima il cui tempo di prova sta per arrivare alla sua fine, egli dirige contro di essa tutte le sue forze ed ingaggia l’assalto supremo e definitivo.

E’ questo che spiega le angosce ed i terrori dell’agonia. Come l’uomo non sarebbe spaventato, quando si vede circondato da nemici accaniti nella sua perdita, quando già sente venire il suo Giudice con le sue terribili rivendicazioni? Ammiriamo una volta di più le attenzioni della divina Provvidenza: ella non ha voluto che nell’ultima ora noi fossimo isolati nella lotta contro l’inferno. Se quest’ora è attesa dall’angelo della morte eterna, essa è augurata anche dall’angelo della vita eterna. Il pio diacono Pantaleone diceva nel VII secolo, che la funzione attribuita a san Michele di proteggere i morenti, è un privilegio secolare e riconosciuto da tutti.

Secondo un autore del III secolo, gli apostoli avrebbero insegnato ai primi cristiani che “san Michele è l’angelo la cui intercessione procura una santa morte davanti a Dio, ch’egli assiste le anime desiderose di morire in Cristo”. Tale è ben, del resto, la tradizione, e tale è l’insegnamento dei teologi. Un culto particolare è infine tributato a Michele da chi si trova in procinto di morire. Nella storia araba di San Giuseppe il Falegname (prima del IV secolo), il Santo prega in questi termini: “Se la mia vita, o Signore, è al termine; se per me è venuto il momento di lasciare questo mondo, mandami Michele, il Principe degli Angeli. Che egli si fermi presso di me, perché la mia povera anima esca in pace, senza pena o timore da questo corpo addolorato”.

Il Sacramentarlo Gelasiano (fine V secolo) registra la seguente preghiera dopo la morte della persona: “Ricevi, Signore, l’anima del tuo servo che a te ritorna, le sia presente l’Angelo della tua Alleanza, Michele”, colui che nell’antichità veniva definito Praepositus paradisi. Nelle raccomandazioni dei moribondi per le comunità di rito ambrosiano, si invoca espressamente il nostro Arcangelo: “Lo assista (il moribondo) San Michele, l’Angelo della tua Alleanza, e per mano dei santi Angeli degnati di collocarlo tra i tuoi santi e i tuoi eletti, nel grembo dei tuoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.

Un testo liturgico che risale al X secolo contiene questa invocazione: “Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera le anime di tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dal profondo abisso; liberale dalle fauci del leone, affinché non siano preda del tartaro e non cadano nelle tenebre; ma le conduca il Vessillifero San Michele alla Luce santa, che un giorno promettesti ad Abramo e alla sua discendenza”. Bellarmino e Suarez, poggiandosi su san Tommaso, dichiarano che san Michele è delegato da Dio per presiedere alla morte dei cristiani, ch’egli libera i suoi servitori dalle astuzie del demonio e dona loro la pace e l’eterna gloria. Sant’Alfonso de Liguori dice a sua volta: “San Michele è incaricato in modo speciale dal Signore di assisterci nel momento della morte”. A tutte queste autorità si aggiunge la pratica della Chiesa.

Quando il ministro dell’unzione degli infermi si avvicina al morente, egli chiede a Dio “d’inviare dal cielo il suo santo angelo perché custodisca, conservi, visiti e difenda questo malato”. Infine questa preghiera che la Chiesa pone sulle nostre labbra: “San Michele arcangelo, difendeteci nella lotta, affinché non periamo nel temibile giudizio”, non è essa per attrarre su di noi la protezione di san Michele nel tempo della grande lotta il cui pegno sarà la nostra eternità? La Chiesa riconosce dunque al glorioso Arcangelo questa funzione.

Ecco perché essa ha approvato le confraternite erette sotto il titolo di San Michele della Buona Morte, così numerose una volta, e le ha arricchite d’indulgenze. I santi si raccomandavano istantaneamente al Principe degli Angeli, al fine di ottenere da lui la grazia d’una buona morte. Sant’Anselmo, assistendo un suo monaco morente, vide il demonio tormentarlo. Ma l’Arcangelo apparve e lo confuse: “Impara, disse a Satana, che tu non avrai mai alcun potere sui miei servitori, i miei protetti, i miei amici”.

Incoraggiato da quella visione, il santo chiese all’Arcangelo la sua protezione per l’ora della morte. San Michele è l’angelo del transitus che riceve le anime dei giusti e le accompagna davanti a Dio, in particolare l’anima di Adamo ed Eva e di Mosé, di Giuseppe e di Maria che Cristo stesso gli affida. Come angelo della morte e conduttore delle anime compare in tutte le opere giudaiche apocrife relative al trapasso dei giusti e in questo ruolo compare presto nella Tradizione cristiana accolta anche nell’Antifona dell’Offertorio della Messa pre-conciliare dei defunti. Per questo spesso le cappelle dei cimiteri e gli ossari sono dedicati a San Michele.

Nelle Litanie di San Michele troviamo dei titoli per San Michele quali: “Aiuto di coloro che sono in agonia”, “Luce e fiducia delle anime all’ora della morte”, “consolatore delle anime trattenute tra le fiamme del purgatorio”. Poiché Michele è anche il “potente intercessore dei cristiani” e “guaritore dei malati”, tutti questi ministeri o favori operano insieme per salvare le anime da satana, per ottenere vittoria eterna e per offrire protezione sulla terra; l’intercessione di Michele continua mentre le anime sono in purgatorio e le scorta in paradiso di cui è pure il protettore.

 

articolo tratto dal sito  aleteia.org

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Tutti i Santi e festa dei defunti: cosa celebriamo esattamente?

Sarebbe un peccato che un approccio superficiale tra scherzo e terrore finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra

di Josep Àngel Saiz Meneses, vescovo di Terrassa (Spagna)

Ci avviciniamo al mese di novembre. Un mese che iniziamo con il ricordo della morte e dei nostri defunti, anche se di fatto inizia non con la commemorazione dei fedeli defunti – il giorno 2 –, ma con la gioiosa celebrazione di tutti i santi, il giorno 1. Ciò significa che anteponiamo la vita alla morte; la vita in Dio, in cielo, di quanti si sono aperti, nella vita e nella morte, alla sua bontà e alla sua misericordia, nella fede, nella speranza e nell’amore.

Le due celebrazioni ci pongono davanti al mistero della morte e ci invitano a rinnovare la nostra fede e la nostra speranza nella vita eterna.

Nella festa di Tutti i Santi celebriamo i meriti di tutti i santi, il che significa soprattutto celebrare i doni di Dio, le meraviglie che Dio ha operato nella vita di queste persone, la loro risposta alla grazia di Dio, il fatto che seguire Cristo con tutte le conseguenze è possibile.

Una moltitudine immensa di santi canonizzati e di altri non canonizzati. Sono arrivati alla pienezza che Dio vuole per tutti. Celebriamo e ricordiamo anche la chiamata universale alla santità che ci rivolge il Signore: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48).

Nella festa dei defunti, la Chiesa ci invita a pregare per tutti i defunti, non solo per quelli della nostra famiglia o per i più cari, ma per tutti, soprattutto quelli che nessuno ricorda.

L’abitudine di pregare per i defunti è antica come la Chiesa, ma la festa liturgica risale al 2 novembre 998, quando venne istituita da Sant’Odilone, monaco benedettino e quinto abate di Cluny, nel sud della Francia.

Roma adottò questa pratica nel XIV secolo, e la festa si diffuse in tutta la Chiesa. In questo giorno commemoriamo il mistero della Resurrezione di Cristo che apre a tutti la via della resurrezione futura.

In questi giorni, una delle nostre tradizioni più radicate è la visita ai cimiteri per andare a trovare i familiari defunti. Momento di preghiera, momento per ricordare i cari che ci hanno lasciato, momento di riunione familiare.

Un’abitudine caratteristica di questa festa è la “castagnata”, che inizialmente si faceva con la famiglia o con i vicini, utilizzando uno dei frutti tipici dell’autunno. Le castagne venivano tostate in casa o comprate. Attualmente, quest’abitudine si mantiene soprattutto nelle scuole, nei gruppi infantili e giovanili e in altre entità. In questi giorni si usa anche mangiare frutta candita.

Queste tradizioni si vedono da qualche tempo invase da quelle provenienti da altri luoghi, rese popolari dal cinema e dalla televisione e che sembrano intrise di superficialità e consumismo.

Non è mia intenzione sminuirle, ma sarebbe un peccato che un approccio puramente ludico tra lo scherzo e il terrore a base di teschi, streghe, fantasmi e altro finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra, più basate sulla convivenza e sull’incontro di festa con la famiglia e i propri cari, nella preghiera per i nostri defunti e nella contemplazione di Dio, il Santo, che ci chiama alla perfezione.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

articolo tratto da aleteia.org

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Sapete che cos’è la “buona morte”? Ce lo spiega Papa Francesco

di Gelsomino Del Guercio

E’ un esercizio che simula il momento del trapasso, quando il corpo viene meno. “In quell’istante vorrei la Madonna vicina”, rivela Bergoglio
Papa Francesco spiega la “buona morte”. E lo fa nel libro “Ave Maria” (Rizzoli) che riprende la serie di interviste rilasciate su Tv2000 a Don Marco Pozza – curatore della pubblicazione – ispirate alla preghiera mariana.

In cosa consiste

Papa Francesco ha detto di aver fatto l’esercizio della “buona morte” e ha raccontato in cosa consiste. In pratica si “simula” il momento del trapasso, quando si sente il corpo venir ormai meno. In quell’istante si stimolava questo esercizio:
«Si cominciava a chiedere pietà al Signore, ma c’era proprio la descrizione del momento della morte. Quando incomincia il sudore: “Gesù misericordioso, abbi pietà di noi..”. Quando manca il respiro: “Gesù misericordioso, abbi pietà di noi…”. Era tutto un po’ tetro. Ma si usava così a quel tempo, era realistico».

San Domenico Savio

San Domenico Savio –Morì di malattia a 14 anni ed è santo patrono di chi è accusato ingiustamente per aver imitato Gesù, che rimase in silenzio quando venne accusato in modo ingiusto.
Il significato della “buona morte”, evidenzia il Papa, consisteva nell’ «abituarsi al fatto di dover morire. C’era anche un esercizio spirituale: pensare alla propria morte. Fare quell’esercizio durante la giornata, per sottolinearne la normalità. Ci raccontavano di san Domenico Savio, a cui, mentre giocava coi compagni, avevano chiesto: “Se in questo momento il Signore ti dicesse che stai per morire, cosa faresti?”.“Mah, continuerei a giocare» aveva risposto lui. Per un santo, la morte è così naturale da non modificare per niente la normalità della vita».

Non “sorella” ma “atto di giustizia finale”

Papa Francesco ha anche ammesso di avere un desiderio. Un domani, quando sarà prossimo a lasciare la vita terrena, vorrebbe che Maria «mi stia vicina e mi dia pace».
«Riuscire a chiamarla sorella, come Francesco d’Assisi?», gli ha chiesto Don Marco Pozza. E Francesco ha risposto così:
«È un’espressione che a me non dice molto. Certo, fa parte della mia cultura, Francesco è geniale, ma non chiamerei “sorella” la morte. Mi piace pensare alla morte come all’atto di giustizia finale. La morte è così da un lato il salario del peccato, ma dall’altro apre la porta alla redenzione. Convivere con la morte non fa parte della mia cultura, ma ognuno di noi ha la propria».

“Sarà una grazia”

In un’udienza a piazza San Pietro (novembre 2017) si era espresso ancora una volta “positivamente” sulla morte.
Di fronte alla morte, aveva detto, dobbiamo comprendere che «per chi crede» è una «porta che si spalanca completamente». Per chi dubita, invece, essa è uno «spiraglio di luce» che filtra da un uscio non chiuso «del tutto». Comunque, per tutti, «sarà una grazia, quando questa luce ci illuminerà».

“In quel momento Gesù verrà da noi”

«Ognuno di noi pensi alla propria morte e si immagini quel momento che – aveva spiegato il Papa – avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà a ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”».

articolo tratto da: it.aleteia.org

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Adolescenti e sfide mortali, cosa scatta nella mente di un giovane?

di Eleonora Lorusso

Dal Blackout challenge ai selfie estremi, dal parkour alle gare in auto a tutta velocità: ecco cosa spinge gli adolescenti a sfidare la morte.

Pochi casi in altrettanti giorni hanno riportato all’attenzione il fenomeno delle cosiddette sfide degli adolescenti, pronti a lanciarsi in cosiddetti challenge che possono mettere a serio rischio la loro vita e che infatti in almeno due casi a Milano sono finite con la morte di due ragazzi. Un 14enne è rimasto vittima del Blackout game, dopo essersi avvolto la testa in un cellophane per comprimere la carotide, perdere i sensi e provare l’ebbrezza del risveglio, che in questo caso però non c’è stato. Un 15enne, invece, dopo aver eluso i controlli della sicurezza, è salito con alcuni amici sul tetto di un centro commerciale per poi scattarsi un selfie nel punto più alto dell’edificio. Scoperto dai vigilantes, però, nella fuga è precipitato in una condotta dell’aerazione, morendo poi in ospedale per la gravità delle ferite riportate.

Ma cosa spinge gli adolescenti a sfidare la morte o a esporli a comportamenti così a rischio? “Questo tipo di comportamento si può manifestare in molte forme: lo ritroviamo, ad esempio, anche nel parkour o nei casi, che hanno fatto discutere mesi fa, della cosiddetta Blue Whale, la Balena Blu (un “gioco”, che dilagava sui social e in particolare su Facebook, nel quale i ragazzi si sarebbero sfidati fino al suicidio, NdR).

Fortunatamente non riguarda la maggior parte degli adolescenti, ma soltanto quelli più fragili, nei quali spesso è in atto una forma di patologia, magari in modo latente” spiega a Donna Moderna la psichiatra e psicoterapeuta Maria Sneider, autrice insieme a Cecilia Di Agostino e Marzia Fabi del libro Depressione. Quando non è solo tristezza (L’Asino d’oro edizioni).

Gli adolescenti, la morte e il senso di onnipotenza

“Negli adolescenti è frequente trovare forme di sfide alla morte: sia va coloro che sfrecciano a tutta velocità in auto a quelli che fanno parkour” spiega Sneider, riferendosi alla pratica di saltare da un tetto all’altro di palazzi nelle città o esibirsi in acrobazie al limite. Un fenomeno nato in Francia negli anni ’90 e poi cresciuto nel tempo fino a quando, nell’estate del 2017, l’Inghilterra ha riconosciuto – primo Paese al mondo a farlo – il parkour come disciplina sportiva, scatenando polemiche per il rischio di mettere in pericolo la propria vita.
“Per i giovani è tipico sfidarsi, dunque, ma chi è sano di mente sa anche quando raggiunge il limite e deve fermarsi. Negli altri casi, invece, non si riesce a porre un freno: si può essere in presenza di una patologia, che può manifestarsi come forma depressiva o un senso di onnipotenza.
Nel primo caso può anche essere che il ragazzo non abbia dato segnali preoccupanti o evidenti in passato, ma che soffra di una certa fragilità. Nel secondo spesso si tratta di giovani anche ben integrati, ma che credono di poter sfidare la morte, vincendola, anche perché in adolescenza capita che la morte sia mitizzata” spiega l’esperta.

Casi in crescita?

“Io ritengo che siano casi molto rari rispetto alla maggioranza degli adolescenti, nonostante fin dalla pubertà in molti si sentano già grandi e in qualche modo in competizione con gli adulti” dice Sneider. “Vanno comunque seguiti, perché alla base dei loro comportamenti non ci sono motivazioni organiche, ma disagi che possono e devono essere affrontati, possibilmente per tempo” – spiega la psicoterapeuta. “Si può trattare di giovani che soffrono di malattie mentali che, come tali, possono essere curate e guarite. Ad esempio nel caso dell’onnipotenza, se si perde il rapporto con la realtà, si può essere in presenza di una forma di psicosi, che può essere seguita e curata” conclude l’esperta, aggiungendo: “Occorrerebbe evitare gli effetti di emulazione, evitare cioè di dare troppa enfasi a casi del genere”.

Ma cosa scatta nella mente di un adolescente?

Esiste anche una scuola di pensiero che attribuisce maggiore responsabilità alle cause fisiologiche che determinerebbero il comportamento degli adolescenti. Si tratta del “filone organicistico” della psicoterapia. Daniel J. Siegel, professore di psichiatria alla University of California di Los Angeles (UCLA) e autore di La mente adolescente (Cortina Raffaello), spiega come il cervello da un punta di vista fisico cambi la propria struttura durante l’adolescenza, abbandonando certe caratteristiche per creare nuove “connessioni”. Questo spiegherebbe molti dei comportamenti tipici di questa età, compresi quelli aggressivi, incoscienti, dissoluti o provocatori. Nel caso specifico, a gestire alcune reazioni, come la rabbia e la paura, è una parte specifica del cervello, l’amigdala. Ad esempio, se un adulto viene guardato negli occhi, questo comportamento può essere visto come neutro (così come per un bambino): in un adolescente invece può essere percepito come minaccioso o persino “nemico”.
Un altro aspetto da non sottovalutare è la produzione di dopamina. Il cervello nell’adolescenza presenta un livello medio di produzione di questo ormone, responsabile del senso di soddisfazione e gratificazione, inferiore a quello di bambini e adulti. È ciò che viene a volte chiamato “droga naturale”. Normalmente viene prodotta quando ci si dedica ad attività che danno senso di benessere (come sport o cibo, divertimento, compagnia, ecc). Il suo livello inferiore è una delle cause di quel senso di “noia” di cui soffrirebbero maggiormente i teenager. Per compensare una minor produzione, gli adolescenti sarebbero spinti a comportamenti a rischio, che diano gratificazioni: dal ricorso alle droghe al bisogno di “brivido”.
“Del funzionamento del cervello conosciamo ancora una piccola parte, ma gli studi sono sempre più approfonditi. Quello che si è scoperto finora porta a dire che sicuramente la dopamina è coinvolta, così come le sinapsi, che tendono a formarsi definitivamente intorno ai 20/25 anni, quindi gli adolescenti non hanno ancora la funzionamento cerebrale di adulto. Questo fa sì che il giovane abbia l’incapacità di capire quali saranno le conseguenze dei propri gesti, quindi tende a non sapere come comportarsi per evitare quelli a rischio” spiega a Donna moderna Emanuele Lucchetti, psicoterapeuta presso il Centro Leonardo di Genova, specializzato in disturbi dello sviluppo.
“Il Blackout game non è una novità assoluta: proprio in provincia di Milano qualche anno fa era successo che alcuni liceali si ‘strozzavano’ l’un l’altro per provare la stessa sensazione. Questo anche perché gli adolescenti sono più soggetti alle conseguenze delle dipendenze, dalla nicotina all’alcol alle droghe: gli effetti vengono percepiti dal ragazzo in modo maggiore sia in termini di intensità che di durata nei giorni successivi. Ad esempio, se un adulto li smaltisce in 24 ore, in un ragazzo possono durare molti più giorni” spiega l’esperto, che aggiunge: “E’ chiaro, quindi, che l’adolescente tende a voler provare esperienze forti, a provarne piacere, è più soggetto alle conseguenze e incapace di prevederne le conseguenze, con un effetto finale che lo porta a vivere situazioni pericolose”.
“A livello sociale, poi, si aggiunge una sorta di abbandono dei valori familiari per trovarne di propri, che l’adolescente cerca inevitabilmente nel gruppo dei pari” conclude Lucchetti.

I consigli per i genitori

Ad occuparsi del fenomeno è anche Ivano Zoppi, Presidente di Pepita Onlus, che spiega: “I nostri ragazzi cercano la botta di adrenalina e noi non possiamo stigmatizzare il gesto, considerandolo fuori dagli schemi. Leggiamo il disagio tra le righe, senza avere il timore di parlare di argomenti forti con i ragazzi. Apriamo con loro il dialogo e rispettiamo i loro spazi, ma soprattutto, basta dire “non so, non sapevo, non conosco”. Dobbiamo essere presenti nei momenti della loro vita in cui l’asticella viene spostata troppo avanti”.

Come aiutare i ragazzi?

Ecco qualche consiglio:
• Avviare il dialogo quando i bambini sono molto piccoli, mettendo al centro l’importanza del gioco come strumento di relazione;
• Capire momenti giusti e rispettare gli spazi dei figli adolescenti, tenendo questo dialogo attivo;
• Osservare a distanza comportamenti anomali e sofferenze: quando i ragazzi si chiudono in camera troppo a lungo, non escono con gli amici, cambiano umore;
• Vigilare sui loro profili social e con loro concordare tempi e modi di utilizzo, stabilendo insieme regole, ricordando loro che sono i genitori gli intestatari del contratto e i proprietari dello smartphone e l’utilizzo da parte loro è una concessione (da parte dei genitori);
• Aprire la propria casa ai loro amici per parlare insieme attorno a un tavolo e comunicare stabilità e fiducia;
• Cercare l’alleanza educativa con docenti a scuola, condividendo la responsabilità educativa senza demandarla, a vantaggio dei figli, che altrimenti giocheranno sulla distanza tra le parti per evitare il dialogo.

 

Tratto da Donnamoderna.com