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Phnom Penh (Cambogia) : una comunità di 100 persone “vive” al cimitero.

Preparano il cibo sulle lapidi, mangiano sulle tombe di famiglia e dormono sdraiati sul marmo, nascosto da coperte e lamiera.

La disperazione e la povertà hanno scavalcato anche i confini della morte con cui fanno i conti giorno e notte decine di cambogiani che vivono nel quartiere di Thmor Sahn a Phnom Penh: in cento hanno occupato un cimitero e lo hanno trasformato in villaggio.

La mancanza di denaro e le catastrofi ambientali hanno strappato la casa a queste famiglie e stare tra le tombe a tanti è sembrato il male minore.

I racconti di questi “nuovi residenti” del cimitero sono veramente toccanti: una signora racconta di essersi trasferita lì dopo aver visto crollare la sua casa dieci anni fa.

Gli scavi per estrarre la sabbia sulle rive del fiume Mekong hanno distrutto ogni abitazione che si trovava nei pressi del corso d’acqua. Altre famiglie sono arrivate al cimitero dopo aver lasciato le campagne, alla ricerca di un’occupazione in città. Le cose, per loro, non sono andate troppo bene e i soldi per una casa vera non ci sono. L’alternativa alla strada è una baracca di lamiera tra le lapidi.

Eppure, anche qui, i problemi non mancano. Oltre alla povertà estrema, gli occupanti devono fare i conti con l’ostilità dei familiari dei defunti. Il cimitero, infatti, raccoglie le spoglie di cittadini vietnamiti e pertanto, i rischi di conflitto etnico sono all’ordine del giorno.

Per evitare tensioni sociali le autorità locali nel 2005 hanno vietato nuove sepolture, ma ogni volta che qualcuno decide di far visita alla tomba del proprio caro si trova di fronte una lapide coperta di cemento, lamiere e resti di animali

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Scoperto tumolo dell’età del bronzo

Fra tutte le recenti scoperte, la tomba di Istanbul potrebbe essere davvero la più clamorosa dell’anno. Si tratta di una costruzione funeraria risalente a più di 5000 anni fa, la più antica mai rinvenuta sul territorio e dalle caratteristiche veramente particolari.

Gli scavi diretti dagli archeologi del Museo Archeologico di Istanbul hanno portato alla luce una tomba dalla tipica forma kurgan. Questa si caratterizza per un tumulo circolare spesso contenente resti di cavalli, armi e un singolo corpo umano. La stessa costruzione funeraria usata dai russi delle steppe in epoca remota e poi diffusasi nel terzo millennio a. C. in molte altre parti d’Europa.

In effetti, la tomba trovata a Istanbul presenta le medesime caratteristiche: la tipologia monolitica è la stessa usata dai Kurgan e vi è lo scheletro di una persona (probabilmente un importante guerriero) in posizione fetale, con al suo fianco la punta di una freccia, alcuni doni funerari e vasi di terracotta. A quanto emerso, inoltre, il corpo umano rinvenuto sembra risalire all’età del bronzo.

Secondo i rapporti degli scavi archeologici (iniziati nel dicembre 2015 e durati ben 5 mesi), questa scoperta potrebbe fornire nuove informazioni sul passato non solo di Istanbul ma anche di tutta la Tracia.

Gli archeologi, inoltre, riferiscono che questa tomba tipica della Kurgan sia stata precedentemente saccheggiata da alcuni cacciatori di tesori che tuttavia non riuscirono ad accedere fino al tumulo principale. Parti dello stesso tipo di costruzione funeraria erano già stati portati alla luce nei primi anni ’80 nella zona di Kırklareli, ma niente di simile era giunto fin’ora integro e, soprattutto, così ben conservato. In quegli anni, i reperti più antichi ritrovati a seguito degli scavi di Kırklareli furono alcuni vasi di terracotta risalenti all’età del Ferro (circa 1200 anni a. C.).

Il Museo archeologico di Istanbul ha prontamente richiesto il trasferimento della tomba kurgan all’interno della struttura corredata di ogni sua parte.

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Il testamento digitale

testamento-digitale 1Il problema dell’ eredità digitale è una situazione della quale solo qualche decennio fa non ci si sarebbe neppure posti il problema.

Oggi, con l’avvento di tutti i social e le piattaforme dove occorre registrarsi per poter accedere ed operare ci si inizia a porre la domanda : dopo la morte di una persona, che ne sarà dei suoi dati registrati sul web? Della sua mail? Dei suoi profili su Facebook o su Twitter?

Non di rado la questione arriva davanti a un notaio, se non addirittura a un giudice. Ed ecco allora che nasce questa nuova esigenza: stabilire la sorte degli archivi digitali di un utente della rete dopo la sua scomparsa.

In questo senso si è mosso il Consiglio nazionale del notariato, che ha lanciato la proposta di sviluppare un protocollo che agevoli gli eredi di un utente scomparso nei rapporti con l’operatore, al fine di facilitare l’accesso alle risorse online del defunto e fornire ai congiunti le informazioni in modo da ridurre, per quanto possibile, costi e tempi d’attesa.

Già, perché i dati che affidiamo al web hanno un valore economico da non sottovalutare: secondo un sondaggio curato da McAfee nel luglio del 2014, ogni utente della rete stima di conservare sui propri dispositivi digitali una serie di beni con un valore medio di 35mila dollari. 

tesamento digitale 3Qualche operatore, per esempio, Google, nell’aprile del 2013 ha attivato lo strumento “Gestione account inattivo“. A pochi piace pensare alla morte, soprattutto alla propria – recita il comunicato di lancio – Ma pianificare cosa succederà dopo che non ci sarai più è importante per le persone che ti stanno vicino.
Lo strumento permette di decidere che fine faranno i dati memorizzati dai servizi Google dopo un tot di tempo che il profilo risulta inattivo e che quindi la persona si presume morta o incapace di usarlo. Innanzitutto, l’utente può scegliere quanto tempo deve trascorrere affinché il suo account sia considerato inattivo. Poi, può decidere la sorte dei suoi dati, una volta scaduto il termine. Il patrimonio online può essere eliminato o può diventare accessibile a determinate persone scelte dall’interessato, una sorta di testamento digitale.

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I SEPOLCRI SECONDO UGO FOSCOLO: UN’ INUTILE NECESSITA’?

Storicamente l’uomo ha sempre identificato luoghi precisi nei quali seppellire i propri morti, spazi sacri che rappresentavano città nelle città: le necropoli di greci, romani ed etruschi, le piramidi degli egizi, i conventi, le cappelle e i cimiteri adiacenti le chiese e le abbazie nel Medioevo.
Anche nella morte la disponibilità economica dei defunti e delle loro famiglie si faceva sentire e non è un caso trovare fosse comuni utilizzate per i ceti meno abbienti.
L’importanza della tomba e della lapide con inciso il nome del defunto non è un bisogno nuovo. Infatti, aggirandosi nei cimiteri, è possibile osservare come tombe e lapidi si presentino in maniera assolutamente diversa per forma e per struttura, con scritte ed epitaffi che sono frutto della fantasia dei sopravvissuti che non di una precisa volontà delle persone scomparse.
Molti uomini di cultura hanno spesso dato voce a chi non poteva più parlare: è il caso di Ugo Foscolo, che si batté accanitamente contro l’editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone, che prevedeva lo spostamento dei luoghi di sepoltura al di fuori delle mura cittadine e l’anonimato per coloro che non potevano permettersi una grande tomba.
Foscolo è fra i principali esponenti della letteratura italiana nel periodo a cavallo fra Settecento e Ottocento, quando iniziarono a manifestarsi nel nostro Paese le correnti del Neoclassicismo, del Preromanticismo e del Romanticismo. Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla propria patria si sentì esule per tutta la vita, strappato a quel mondo di ideali classici in cui era nato.
Nel 1806 compose uno dei suoi migliori lavori, “Dei Sepolcri“, una densa meditazione filosofica sulla morte e sul significato dell’agire umano.

Foscolo si sofferma sul significato e sulla funzione che la tomba assume per i vivi considerandola come una celebrazione dei valori e degli ideali che possono dare un significato alla vita umana.

La tomba, per Foscolo, è il luogo nel quale si uniscono pietà e ricordo, è il simbolo della memoria di una famiglia attraverso i secoli realizzando una continuità da padre in figlio, è il segno della civiltà dell’uomo. Racchiude in sé i valori di un popolo resi eterni dal canto dei poeti: serve ai vivi più che ai defunti in quanto è ricordo di una presenza divenuta assenza a cui l’uomo non riesce a far fronte.

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Il cimitero italiano cristiano di Tripoli

E’ stato pubblicato un interessante reportage sul Corriere della Sera del 11 Aprile 2016, dove il giornalista Francesco Battistini ha visitato il cimitero cristiano italiano della città, esistente dal cinquecento su concessione del Pascia. Nei secoli le profanazioni furono numerose e nel 1922 venne spostato nella zona di Hammangi.

Purtroppo,come documenta il Coriere della Sera, il cimitero è totalmente in stato di abbandono, i custodi italiani non ci sono più, e chiunque può entare.

Sterpaglie, sporcizia, lapidi spaccate, scritte divelte, è uno spettacolo deprimente per quel che fu un Sacrario voluto per commemorare i soldati caduti in Libia.

Infatti, nel 1953 il Commissariato Generale delle Onoranze Caduti in Guerra, studiò un programma di massima per la sistemazione definitiva di tutte le Salme dei Caduti Italiani in Libia dal 1911 al 1945. Il programma prevedeva la costruzione di due Sacrari a Tripoli e Tobruk (o Bengasi) per coloro che erano morti tra il 1940-1945; per tutti gli altri antecedenti, si pensò al ripristino e al mantenimento dei vecchi Sacrari ed Ossari della Libia.

Il programma, però, venne modificato in seguito all’esodo di molti connazionali dalle minori località libiche per le grandi città costiere.

Pertanto nel 1955, si decise di riunire a Tripoli in un unico Sacrario, tutte le Salme dei Caduti italiani dal 1911 al 1945 anche per i vantaggi che da esso derivarono come l’economia di spesa per la custodia e la manutenzione, maggiore facilità di conservazione del Sacrario essendo, Tripoli, la sede dell’Ambasciata e di una Colonia italiana molto numerosa.

La scelta della costruzione cadde nella zona centrale del Cimitero Cristiano di Tripoli, sito a Hammangi a circa 2 km dal centro della città.

Un anno dopo il rientro in patria della collettività italiana dalla Libia, il nuovo regime di Tripoli, dichiarava di voler smantellare il cimitero cattolico di Hammangi e di volerne trasferire le salme nel cimitero di Ain Zara.
Tali propositi, però, furono fermati dall’’ANIRL (Associazione Nazionale Italiani Rimpatriati dalla Libia che, in collaborazione con i Ministeri degli Esteri e della Difesa, e d’intesa con le Associazioni Combattentistiche e d’Arma, riuscì con una grande operazione, a far traslare tutte le salme dei militari in Italia.
La gran parte dei civili riposa, invece, nei luoghi di residenza delle famiglie che fecero richiesta di traslazione, secondo le disposizioni del Governo italiano di allora.

Oggi le salme dei militari caduti in Libia riposano, e questa volta in via definitiva, a Bari; in quel cimitero nato nel 1967 proprio per accogliere tutti i nostri caduti (militari e anche civili) in terra straniera e il cui progetto, voluto da P. Caccia Dominioni deceduto nel 1992 a Roma e sepolto nel cimitero di Nerviano, si rifà proprio al cimitero di Hammangi.

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Funerale ortodosso: un rito diviso per tre

Il funerale ortodosso si svolge in tre parti. La prima funzione è la veglia dopo la morte, detta trisagio. In questa fase la preghiera dei fedeli e della Chiesa è rivolta a Cristo, che faccia riposare con i Santi l’anima del suo servo, dove non c’è dolore ma la vita eterna. Quando muore un cristiano non è solo la famiglia ad essere colpita dal lutto ma tutta la Chiesa. È questo il significato più profondo della funzione funebre ortodossa, il concetto che viene espresso con più forza dal pope (il prete). Il rito ortodosso dedica grande attenzione e rispetto nei confronti del corpo del defunto che, durante il periodo di veglia, non deve mai essere lasciato solo.

La salma, dopo essere stata vestita, viene composta sopra un catafalco posizionato verso la parte più orientale del locale, con la testa rivolta verso Est. Sulla parete sopra il capo del defunto viene attaccata un’immagine sacra in stile bizantino. Per decorare la stanza de ltrisagio sono consentiti anche drappi funebri e paraventi di colore rosso, tranne che nel periodo della Pasqua Ortodossa, durante il quale devono essere bianchi. La stessa regola vale per i fiori.

È vietata l’illuminazione elettrica: l’unica soluzione contemplata sono candele e ceri a fuoco vivo. Questa precauzione dovrà essere presa anche durante il trasporto della salma. Nella camera ardente deve essere disposto un leggio in modo che i fedeli possano leggere, alternandosi, brani del Salterio (libro che raccoglie le preghiere del mattino e della sera) o del Santo Vangelo. Appena entrati, sia i fedeli sia gli operatori delle pompe funebri devono farsi il Segno della Croce rivolgendosi all’icona attaccata al muro. È un segno importante di rispetto.

La scelta della bara dipende dalla famiglia, ma è in genere di struttura molto semplice, tuttavia ci sono dettagli da rispettare.  Sul coperchio della bara devono essere incise le iniziali della scritta Iesus Xristos Nika (Gesù Cristo vince). Il crocefisso va attaccato al centro del coperchio e deve essere privo della figura del Signore: l’ortodossia non ammette raffigurazioni sacre a tre dimensioni, perché considerate un retaggio del paganesimo. Lungo i fianchi della bara bisogna incidere (o attaccare una targhetta) alcuni passi del Vangelo secondo Giovanni: «Io sono la resurrezione e la vita, chi crede in Me anche se muore vivrà, chiunque viva e creda in Me non morirà in eterno» (GV. Cap 11 vv.23-2). Obbligatorio è anche il velo per coprire la salma (lasciando scoperta la testa) decorato con le scene di morte e resurrezione del Signore.

Quando gli operatori chiudono la bara devono fare attenzione a piegare con delicatezza l’imbottitura lungo i lati per non sovrapporre la bordatura in raso al velo decorato usato per coprire il defunto. Tanta attenzione alla salma è dovuta al fatto che, secondo gli Ortodossi, il corpo del cristiano è sacro, dal momento che è il tempio dello Spirito Santo e parteciperà al ristabilimento finale di tutto il creato.

Terminato il Trisagio, la funzione funebre continua in Chiesa il giorno stesso della sepoltura e qui viene celebrata la Divina Liturgia. Durante il funerale, più che lodare le virtù del defunto, le preghiere sottolineano la dura realtà della morte e la vittoriosa resurrezione di Cristo. La morte, infatti, non è che un passaggio, la conclusione di uno stadio di vita. La resurrezione di Cristo è la testimonianza che l’amore di Dio è più forte della morte. La funzione è cantata dal pope ma amici e parenti possono alternarsi per pronunciare un elogio al defunto.

Finita la cerimonia si dà l’addio al defunto che viene portato al cimitero, dove si svolge la terza parte del rito funebre.

La religione ortodossa non prevede la cremazione ma solo la sepoltura sotto terra, non esistono nemmeno i loculi, e le bare non vengono piombate ma semplicemente chiuse.

In chiesa si forma un corteo per portare la bara fino alla fossa dove sarà seppellita. Il feretro viene calato e qui viene aperto un’ultima volta per permettere a tutti i presenti di dare il saluto definitivo al defunto. Il pope versa olio benedetto dentro la bara che viene chiusa. I presenti gettano piccole manciate di terra sul coperchio, poi vengono adagiate le corone di fiori (variopinte se si tratta di anziani, bianche in onore dei bambini). Le lapidi sono di marmo bianco oppure in granito. Solo di recente è stata aggiunta, accanto al nome e alle date di nascita e di morte, anche una fotografia del defunto. Le tombe sono decorate con fiori freschi e piante disposte intorno alla lapide.

Quaranta giorni dopo il funerale è prevista la prima messa di suffragio. Alla fine della cerimonia i parenti del defunto offrono un dolce particolare, la kòlliva, preparato solo in occasione di questa ricorrenza. Si tratta di un impasto a base di grano saraceno, zucchero, uvetta, noci e mandorle.

 

 

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La morte nell’arte ep.3: Caravaggio,la morte di Oloferne.

Nell’ opera emerge la cruenza di Caravaggio attraverso la rappresentazione dell’episodio biblico di Giuditta e Oloferne, tela eseguita nel 1599.

Giuditta, vedova ebrea e amante del condottiero assiro Oloferne, decide di vendicare il suo popolo decapitando il capo degli oppressori durante il sonno. Sostenuta da una serva, la figura di Giuditta diviene il punto focale della scena grazie alla sensualità di un corpo che diviene, nello stesso tempo, strumento di seduzione e morte.

Nel trattenere Oloferne dai capelli, Giuditta affonda sul collo del combattente la spada che lo decapita, facendo schizzare un impietoso fiotto di sangue che macchia le lenzuola: quelle stesse lenzuola dove probabilmente s’era anche consumata una notte d’amore. Questo omicidio che coglie Oloferne impreparato, nudo e indifeso, senza nessuna arma se non la presunta minaccia di un corpo muscoloso, avviene nel realismo di un ghigno di sofferenza e nell’espressione di orrore del volto di Giuditta.

Ma oltre alla mera rappresentazione, il quadro rimarca ancora una volta gli elementi tipici del Caravaggio: i contrasti di luce, i panneggi bianchi e rossi e quel crudo realismo che ha sconvolto la pittura dell’epoca…

L’episodio biblico sembra dunque una fotografia, scattata nell’istante stesso di una decapitazione che si manifesta come fosse il fotogramma di un film horror.

tratto da Elapsus.it autore Davide Mauro

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Il diavolo e la morte nell’arte

L’arte è in grado di penetrare nella realtà, rappresentandola in modo impeccabile e trasferendoci così anche forti emozioni.

L’Italia è ricchissima di storia e di arte, di dipinti e sculture che sono invidiate e apprezzate da tutto il mondo.

Mettiamo da parte l’arte come i dipinti naturalistici, romantici, cubisti, e andiamo a considerare soprattutto i dipinti religiosi, posti in molte delle chiese site nel nostro Paese.

Per la religione cristiana il diavolo è il male, colui che ci tenta e vuol farci cadere nel peccato; eppure ci sono dei dipinti, anche molto grandi, che lo raffigurano e della cui presenza ci si è accorti solo in tempi recenti.

Ad esempio a Perugia, nella Chiesa di San Pietro, c’è la tela più grande del mondo che rappresenta il trionfo dell’Ordine dei Benedettini.Il-trionfo-dellordine-dei-benedettini.1200
Al centro c’è proprio San Benedetto da Norcia, circondato da santi, papi, cardinali, vescovi, ecc…
Ma in realtà, guardando bene questo dipinto, salta fuori un’immagine inquietante.

Molti hanno riconosciuto in questa rappresentazione il volto del diavolo: San Benedetto è la fossa nasale, i due squarci di cielo in cui si intravedono il Sole e la Luna rappresenterebbero proprio gli occhi e San Pietro e San Paolo, posti negli angoli alti, le corna.

Un quadro inquietante, posto proprio di fronte ai credenti che ogni giorno giungono in quella Chiesa per pregare.
Un altro esempio è un dipinto di Giotto ad Assisi: si tratta di un particolare della vita di San Francesco.
Tra le nuvole, è stato individuato il volto del demonio, forse a rappresentare le tentazioni che Francesco d’Assisi dovette affrontare nel corso della sua vita.

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E a Milano, nella chiesa di Sant’ Eustorgio, un altro dipinto ha lasciato un po’ di perplessità nei critici: si tratta di una rappresentazione inedita della Madonna con il Bambino che vengono rappresentati con le corna, come se fossero delle creature demoniache.
Oltre alla rappresentazione del diavolo, ci sono anche molti dipinti che, invece, rappresentano la morte, altro elemento negativo e triste.

EPSON DSC pictureA Clusone, in provincia di Bergamo, c’è una rappresentazione sulla facciata di una chiesa che lascia senza parole: sono raffigurati vivi e morti, occupati in una danza, nella quale la morte ricorda ai vivi che nessuno può sfuggirle.

Molti ricchi rappresentati con sguardi impauriti offrono doni alla morte, ma questa ride di loro per sottolineare il concetto che ciò che hai in vita non ha alcun valore di fronte alla morte.

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Infine, c’è un dipinto a Cremona, nella chiesa di San Sigismondo, che raffigura l’adultera davanti a Cristo: tutti i personaggi sono senza le pupille, con occhi completamente bianchi, come se fossero ciechi o zombie.

Quale sarà il messaggio che questi pittori volevano lasciarci?

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LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA di RENZO PATERNOSTER (preistoria)

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Già dalla preistoria l’uomo si è sforzato di sottrarre l’evento della morte alla natura per conferirgli un significato e dare senso alla vita stessa. Infatti, tracce di sepolture rituali ci giungono fin dall’ultimo periodo Musteriano (segmento storico del Paleolitico medio, compreso tra 130.000 e 40.000 anni fa).

A questo periodo della preistoria risale il ritrovamento di quattordici sepolture rituali (sei adulti e otto bambini), scoperte nella grotta di Qafzeh, a sud della città di Nazareth, sulla riva destra del Wadi el Haj, sul fianco del Monte del Precipizio in Israele.

Tutti i resti umani ritrovati erano “sistemati” in posizioni che lasciano intendere chiaramente l’avvenuta sepoltura rituale, cosparsi di ocra rossa – come a voler simboleggiare il sangue e quindi la vita – assieme a vari oggetti (conchiglie forate intenzionalmente, crani di animali posizionati accanto o sul defunto, utensili probabilmente appartenuti in vita al morto) collocati vicino alle sue spoglie – come ad accompagnarlo in una sorta di viaggio – mostrano tra l’altro l’esistenza di una fede nel prolungamento della vita dopo la morte, nella rinascita del defunto. Insomma già l’uomo preistorico immaginava un’altra “vita” oltre la morte.

Nel mondo antico, le raffigurazioni sepolcrali, l’uso dell’epitaffio funebre e buona parte dell’imponente letteratura mitologica, conferiscono non solo una presenza concreta della morte, ma spiegano anche la credenza che si aveva riguardo al trapasso in un’altra vita. Non a caso l’Ade, il regno dei morti greco-latino, al contrario di quello ebraico e cristiano, era considerato un vero e proprio luogo fisico, al quale si poteva persino accedere in terra da alcuni luoghi impervi, difficilmente raggiungibili o comunque segreti e inaccessibili ai mortali.

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LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA
di RENZO PATERNOSTER

Introduzione

La morte è paradossale: pur essendo uno dei momenti più significativi nella vita di una persona, perché la conclude e intorno ad essa il pensiero ha elaborato innumerevoli riflessioni e rappresentazioni, non è traducibile in alcuna esperienza. Nessuno, infatti, può sperimentare direttamente la propria morte se non nel momento del suo compimento, ma tutti assistiamo alla morte altrui.

Per gli storici, la morte non è considerata semplicemente come un evento della vita che richiede di essere documentato, ma anche come un motivo culturale che consente di confrontare differenti periodi.
Gli articolati rituali che caratterizzano le manifestazioni del lutto, come singolare ed efficace strumento di contenimento del dolore e controllo dell’angoscia di morte, non sono dunque solo materia dell’antropologo, ma un utile strumento storico di ricerca, analisi e narrazione di comportamenti ed eventi, che servono per capire quella sensibilità collettiva propria degli uomini in un determinato periodo storico.

Nella storia dell’umanità, infatti, tutte le culture hanno prodotto delle credenze riguardo al destino dei defunti, hanno immaginato luoghi in cui continuare una vita ultraterrena, hanno strutturato dei rituali per accompagnare il defunto verso il suo “grande viaggio”. Tutto questo per dominare la paura ma, allo stesso tempo, per ricucire il tessuto connettivo del gruppo, per riorganizzare le dinamiche interne della comunità che ha subito la perdita: «Tra tutti gli esseri viventi, l’uomo [ è ] la sola specie per la quale la morte biologica, fatto di natura, si trova continuamente superata dalla morte come fatto di cultura» (L. V. Thomas, Antropologia della morte, Milano, Garzanti, 1976).

Sin dall’inizio della civiltà, la morte è ritenuta un fenomeno estraneo all’originaria natura dell’uomo. Questo spiega i numerosissimi miti che sono nati per decifrare in qual modo essa, modificando una condizione primordiale, sia entrata nel mondo.
Tale mutamento ha avuto origine da alcuni avvenimenti mitici che introducono la morte nel mondo indipendentemente dalla volontà, dal comportamento o dalla responsabilità degli uomini (come in molte religioni animiste), da un atto di insubordinazione (come nello gnosticismo), oppure da una disobbedienza a un ordine divino (come, ad esempio, nelle religioni monoteistiche).

Anche se i modi di definire e analizzare la morte variano diametralmente da cultura a cultura, la credenza della morte come “passaggio” – ossia l’accesso a una condizione diversa che assicura una continuità di esistenza in un’altra vita – è assai diffusa e molto remota.
In generale la morte di una persona cara è sempre vissuta con dolore, turbamento, nostalgia, senso di privazione del rapporto con lo scomparso, innescandosi il lutto. In questo senso prevale l’interpretazione dell’evento come fatto negativo, un danno sia personale sia sociale che colpisce i superstiti, oltre che ovviamente il defunto.
Attraverso comportamenti strutturati e codificati, l’angoscia di morte trova allora un contenitore nel rito e può, in buona misura, essere superata.

Sin dall’inizio della civiltà, la dipartita di una persona non riguarda unicamente l’individuo che muore, ma entrano in gioco altri fattori, quali i parenti superstiti, il gruppo sociale (o il clan o la tribù per le società primitive) nel quale il defunto aveva vissuto. Per questo la morte è considerata un “fatto sociale”, un avvenimento che determina una crisi, non soltanto nel gruppo familiare, ma anche in quello più ampio della stirpe, della discendenza, del clan, della tribù, della società locale.
La morte, dunque, rompe l’equilibrio dinamico della vita collettiva, e questo “vuoto sociale” dipende dall’intensità della posizione che il defunto aveva nella vita della società e dei suoi gruppi: la morte distrugge non solo la “persona fisica” ma anche la “persona sociale” e quindi il rapporto dell’individuo con il suo gruppo.
Per questo motivo la morte è vissuta dalla comunità come una minaccia per la coesione sociale. Per questo le strutture sociali, per lunghissimi periodi, hanno reagito alla morte attraverso una serie di mezzi mitici e rituali che inducono gli individui, attraverso comportamenti strutturati e codificati, a vivere la morte secondo i paradigmi offerti dalla società.
Ecco allora che entrano in funzione i riti delle esequie, i necrologi, l’ultimo saluto al cadavere, le veglie funebri, le messe di anniversario, il cordoglio e le espressioni di condoglianze da parte di amici e conoscenti, tutti rituali che non solo aiutano nell’elaborazione del lutto, ma trasformano lo stato negativo di defunto in quello positivo di morto.
Questi “soluzioni” – dal lutto alle dinamiche del cordoglio – hanno conosciuto nel corso della storia (soprattutto nel periodo che segna la transizione tra la società feudale-contadina e l’affermazione dell’individualismo della società urbano-industriale) trasformazioni determinanti per lo sviluppo del concetto di morte.

Nonostante viviamo in un mondo globalizzato, dove sembra non ci sia più spazio per le superstizioni, dove la morte è considerata un fatto naturale e molti non si preoccupano di cosa ci aspetta dopo la vita, il sistema dei rituali funebri continua a sopravvivere, anche se in maniera più debole rispetto al passato.

Continua …