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Siamo esseri spirituali rivestiti di un bio-corpo

I filosofi pitagorici ritenevano che il corpo fosse la prigione dell’anima, le religioni, poi, nel corso dei secoli hanno affermato con forza la componente spirituale dell’essere umano. In epoca contemporanea, la scienza si è spinta ad ipotizzare che la coscienza umana sia indipendente dal corpo.

La scienza, finalmente, sta allargando i propri confini oltre i limiti del corporeo, per cominciare ad esplorare, nell’ambito della fisica quantistica, la possibilità che la coscienza umana sia una realtà sussistente al di là del corpo fisico.

Molte persone descrivono William A. Tiller – professore emerito di Scienza e Ingegneria dei Materiali, presso la Stanford University – come uno scienziato in anticipo sui tempi. Tiller si è guadagnato la sua reputazione accademica per il suo lavoro scientifico nel campo della cristallizzazione. Ma le sue riflessioni più intriganti fanno riferimento a idee che vanno molto oltre le teorie scientifiche convenzionali sulla natura della coscienza umana: egli ipotizza l’esistenza di energie sottili che vanno al di là delle quattro forze fondamentali (la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, la forza nucleare debole e la forza nucleare forte), le quali lavorano in concerto con la coscienza umana.

Tiller, è convinto che la nostra mente e le nostre emozioni possano evolvere in modo da poter influenzare la nostra vita quotidiana, e persino modificare fisicamente la realtà. Ovviamente, si tratta di idee che affondano nella teoria quantistica della realtà, e quindi di una vera e propria sfida per la comunità scientifica ortodossa.

I pensieri possono cambiare la realtà?
Tiller considera gli esseri umani come esseri spirituali rivestiti di un bio-corpo, dotati, inoltre, di enormi poteri di cui non sono nemmeno consapevoli. Egli ritiene che la nostra coscienza sia un sottoprodotto che viene a generarsi quando lo spirito entra nella materia densa. Tiller, che ha trascorso ben 34 anni nel mondo accademico, dopo essere stato per nove anni fisico consultivo presso i Laboratori di Ricerca Westinghouse, ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici convenzionali e numerosi brevetti. Parallelamente, da oltre 30 anni, ha condotto un rigorosissimo studio sperimentale e teorico nel campo della psicoenergia, materia che probabilmente diventerà parte della fisica di domani.

Il professor Tiller sostiene che la scienza classica è spesso troppo limitata per spiegare la complessità del reale. Ad esempio, la nostra comprensione della coscienza è limitata perché l’attuale paradigma è legato essenzialmente alla prospettiva dello spazio-tempo. Egli afferma: “Non si può usare lo spazio-tempo come quadro di riferimento per comprendere la coscienza. Bisogna espandere i sistemi di riferimento in modo da poter cominciare a vedere cosa essa significhi, e come interagisca con la realtà fisica grossolana”. Secondo Tiller: “La nostra coscienza interagisce con la realtà attraverso il nostro bio-corpo: la nostra natura spirituale si esprime così su più livelli: fisico, emotivo, mentale”.
Afferma ancora il professore: “Veniamo al mondo inseriti in questo mega contenitore fisico chiamato Universo, per crescere in coerenza, sviluppare i nostri doni e diventare ciò che abbiamo intenzione di diventare. L’Universo è la scuola in cui impariamo a esprimere il nostro libero arbitrio, facendo delle scelte e accettandone le conseguenze. Queste scelte partecipano alla creazione del nostro presente e del nostro futuro, offrendoci anche la possibilità di comprendere e guarire i danni collaterali conseguenti a tali scelte. Per essere in grado di esplorare i nostri pieni poteri, dobbiamo prima capire chi e cosa siamo”.

E’ chiaro che per Tiller siamo molto più che carne e sangue:”Siamo tutti spiriti che vivono un’esperienza fisica. Siamo inseriti in questo enorme simulatore che è l’Universo, ove rappresentiamo, costituiamo esattamente il prodotto delle nostre azioni, dei nostri pensieri e atteggiamenti. In questo simulatore siamo mortali dal punto di vista corporeo, ma essenzialmente indistruttibili dal punto di vista della coscienza”.

Per realizzare noi stessi in questa vita, e quindi influenzare la nostra realtà fisica, dobbiamo prima trovare lo scopo della nostra vita. “Bisogna dare un senso alla vita, ed essere disposti a sospendere il giudizio. Essere individui aperti e imparare il più possibile su se stessi, sugli altri e sul mondo. Con la meditazione è possibile spingersi ad esplorare la propria interiorità” afferma ancora il professor Tiller.

La scienza psicoenergetica inaugurata da Tiller, assumendo le idee della Teoria Quantistica, afferma essenzialmente che la coscienza umana e la realtà fisica si influenzano reciprocamente, e che il fine della vita fisica sia quello di imparare a conoscere se stessi, gli altri e il mondo. La ricerca del professor Tiller è riassunta da lui stesso con un pensiero del Buddha: “Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato”.

Rivisto da Fisicaquantistica.it
Fonte: http://gold.libero.it/Stella112/12908144.html

 

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LE EMOZIONI NEL LUTTO

di DÉSIRÉE BOSCHETTI

Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui.

È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano.

Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita.

In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.

Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.

E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.

Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.

In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.

In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.

Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.

Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.

Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).

Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).

Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.

Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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 La Teoria Quantistica della Coscienza

La fisica quantistica potrebbe spiegare l’esistenza dell’anima.
Una teoria rivoluzionaria sostiene che l’anima umana è una delle strutture fondamentali dell’Universo e che la sua esistenza è dimostrabile grazie al funzionamento delle leggi della fisica quantistica. Con la morte fisica, le informazioni quantistiche che formano l’anima non vengono distrutte, ma lasciano il sistema nervoso per essere riconsegnate all’Universo.

Un medico e un fisico quantistico di fama mondiale, l’americano dott. Stuart Hameroffe l’inglese Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima.
Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite all’interno di microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali.
La loro idea nasce dal considerare il nostro cervello come una sorta di “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni .
Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definito “Orch-OR” (Orchestrated Objective Reduction).
Con la morte corporea, i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte. In parole povere, più legate ad un linguaggio tradizionale, l’anima non muore, ma torna alla sua sorgente.
“Quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico”, spiega il dott. Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona.
“L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, ma viene riconsegnata al cosmo. Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”, spiega Hameroff al Daily Mail.
La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa non si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato. Si tratta di quella che per secoli le religioni hanno definito “anima”.
Questa teoria scientifica si avvicina molto alla concezione religiosa orientale dell’anima. Secondo il credo buddista e induista, l’anima è parte integrante dell’Universo ed esiste al di fuori del tempo e dello spazio. L’esperienza corporea (o anche terrena, materiale), non sarebbe altro che una fase dell’evoluzione spirituale della coscienza umana.
Ma anche le religioni del libro, quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, insegnano l’immortalità dell’anima. Chissà che questa teoria non possa aprire una nuova stagione di confronto positivo tra la ragione e la fede, la religione e la scienza.

Tratto da ilnavigatorecurioso.it

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LA MORTE DAL BUCO DELLA SERRATURA

di Davide Sisto

Da qualche mese l’opinione pubblica mondiale si interroga sul “Blue Whale”, un terribile gioco a tappe che si articola in cinquanta giorni. I partecipanti devono affrontare una serie di prove, dal guardare film horror per una giornata intera al tatuarsi sulla propria pelle con un coltello una balena blu (appunto, “Blue Whale”). Il loro superamento va documentato con foto e video. Giunti al cinquantesimo giorno, occorre affrontare la prova definitiva: buttarsi dall’ultimo piano di un edificio, facendo in modo che il suicidio venga filmato e, quindi, rigorosamente condiviso sul web. In Russia si contano 130 suicidi legati a questo orribile gioco. Ma diversi casi sono stati segnalati anche nel Regno Unito, in Francia e in Romania.

I suicidi online sembrano essersi molto diffusi, soprattutto da quando i social network hanno dato la possibilità agli utenti di fare video in diretta. Un caso recente che ha destato particolare scalpore è quello della dodicenne Katelyn Nicole Davis di Polk County, in Georgia. La ragazzina, tramite l’app Live.me, usata per gli streaming video, ha girato un filmato in diretta di quaranta minuti che termina con il suo suicidio. Il filmato si è diffuso a macchia d’olio sul web, anche su Facebook e su Youtube, è stato visualizzato da milioni di persone e rimosso a fatica: su Facebook è rimasto per oltre due settimane e tutt’ora è possibile trovarlo online.
Non solo suicidi, anche omicidi in diretta, diffusi in Rete. Terribili sono, per esempio, le immagini in diretta in cui Vester Lee Flanagan uccide a colpi di pistola Alison Parker, giornalista ventiquattrenne dell’emittente Wdbj7, e Adam Ward, il cameraman ventisettenne che era con lei, i quali stavano realizzando un servizio televisivo in un centro commerciale di Smith Mountain Lake in Virginia (Usa). Immagini pubblicate – e ancora visibili, a distanza di oltre un anno – su quasi tutti i quotidiani online del mondo, per cui qualunque individuo di qualunque età ha potuto (e può) vedere e rivedere un omicidio in diretta, sentendo le urla delle vittime. È di questi giorni, infine, la notizia dell’omicidio di un passante scelto a caso, nella zona nord-orientale di Cleveland (Ohio), da parte del trentasettenne Steve Stephens, il quale ha – prima – scritto su Facebook che avrebbe commesso un crimine da imputare alla sua ex fidanzata, colpevole di averlo lasciato. Poi, ha commesso il reato, documentato con il cellulare e diffuso online, pertanto visualizzato da migliaia di persone e rimosso solo tre ore dopo.
Come sostiene Eran Alfonta, il creatore di If I Die (http://ifidie.net/), un’applicazione per Facebook che ci dà la possibilità di preparare videomessaggi di commiato, i quali verranno condivisi una volta morti, noi oggi siamo su Facebook prima di nascere, nelle immagini delle ecografie prenatali, e durante tutte le fasi della vita. Quindi, non c’è niente di strano nel morire su Facebook e sui social network in generale.
Un conto, però, è essere coscienti che l’attuale integrazione tra reale e virtuale implichi che la morte – soprattutto, per quanto concerne la memoria e il ricordo – sia un evento che riguarda necessariamente anche la dimensione digitale della nostra esistenza. Pertanto, operazioni come If I Die possono essere d’aiuto per comprendere quanto morire sia un normale, naturale evento presente nella vita.
Un conto è, invece, documentare e rendere pubblica la morte, confondendo drammaticamente la realtà che le appartiene con la sua rappresentazione teatrale o cinematografica. Questa confusione, già ampiamente evidente nell’orribile pratica degli snuff film, chiama in causa moltissimi fattori psicologici ed emotivi, tra cui il carattere eclatante di un decesso violento. Eclatante perché la società occidentale, per nostra fortuna, non è più abituata a vedere quotidianamente persone uccise o, semplicemente, decedute. L’omicida e il suicida, rendendo pubblico il proprio gesto estremo, paiono così voler evidenziare e dunque consacrare la propria “eccezionalità”: il loro gesto è “eccezionale”, vale a dire è ciò che costituisce un’eccezione rispetto alla norma. “Non è da tutti, dunque il mio gesto e la mia persona diventano memorabili”.
Ma se è chiara la presenza di seri disturbi della personalità nell’omicida e nel suicida, lascia invece basito il bisogno da parte di milioni di utenti di vedere (a volte, addirittura di condividere e commentare) i video che mostrano “senza veli” la morte in diretta di una persona. A mio avviso, tale bisogno è strettamente collegato alla rimozione sociale e culturale della morte e, quindi, alla sua trasformazione progressiva in un tabù, complice – come detto – il periodo di pace che ha segnato il Dopoguerra in Occidente.

Aprire questi videoclip equivale al gesto – divenuto un cliché nella cinematografia trash nostrana degli anni ’70 – di osservare dal buco della serratura la ragazza nuda che si fa la doccia. È il proibito a spingere molte persone a interessarsi a simili videoclip, con un rischio oggettivo piuttosto evidente: non cogliere la differenza tra l’attore suicida in un film drammatico che, finito di girare la scena, si rialza da terra e riprende la sua vita quotidiana e l’individuo suicida nella realtà. Abituati alla rappresentazione del morire, la quale ha cominciato a imperversare non appena abbiamo allontanato il fine vita dalla nostra quotidianità, rischiamo di associare mentalmente i filmati che vediamo nei social network allo spettacolo, alla dimensione mediatica. Rischiamo di rimanere intorpiditi e, al tempo stesso, affascinati, senza cogliere realmente il senso autentico, doloroso di ciò che è stato filmato.

La domanda che mi pongo e che vi pongo è questa: senza aver rimosso la morte, trasformandola in un tabù, ci sarebbe stato lo stesso questo interesse nel vedere i video che rappresentano le persone mentre uccidono se stessi o un altro individuo? Io credo che, all’interno di una società in cui è normale avere a che fare con il morire, tali filmati risulterebbero meno interessanti e molto meno richiesti.

articolo tratto dal sito “Si può dire morte” – autore: Davide Sisto

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WhatsApp e il messaggio diretto al morto

di Davide Sisto

Ero al bar con una mia amica e, a un certo momento, cominciamo a parlare a proposito dell’elaborazione del lutto. Lei mi racconta che le è morto il fidanzato qualche mese prima e di quanto fosse a lui legata. Al punto che, il giorno della sua laurea, diversi mesi dopo la morte, non appena viene proclamata Dottoressa ha l’istinto di prendere il cellulare, andare su WhatsApp e mandargli un messaggio per informarlo.

Non ho voluto chiederle perché lo abbia fatto. Non mi è sembrato lì per lì il caso. Però, questo aneddoto mi ha fatto molto riflettere, soprattutto perché – nei miei attuali studi filosofici – sto cercando di capire quanto la cultura digitale influisca sul nostro rapporto con la morte e con il lutto, modificandolo. Già a luglio 2016, su questo blog, avevo scritto a riguardo del legame tra la morte e Facebook, oggi il più grande cimitero (virtuale) che vi sia al mondo, quotidianamente davanti agli occhi di tutti.

Il messaggio diretto alla persona morta su WhatsApp apre, però, un altro orizzonte di considerazioni, molto particolare, che in un certo senso lambisce l’orizzonte dei vari social network, ma ampliandone la portata. Innanzitutto, non ha nulla a che vedere con le parole di commiato pubblicate su Facebook o, in alternativa, con la canzone e la poesia composte per esprimere la propria sofferenza e dare forma all’addio: tutti questi casi sono, che ci piaccia o no ammetterlo, documenti pubblici che, pur rivolti direttamente al morto, vogliamo vengano letti e condivisi anche dagli altri. Non ha nemmeno nulla a che vedere con il diario personale, perché il diario non presuppone vi sia un lettore. Lo scrivo per me stesso, per esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti; magari, idealmente e simbolicamente, penso che quelle parole saranno lette dalla persona che ci manca, tuttavia – anche se utilizzassi uno stile di scrittura rivolto al morto – le parole resterebbero tra me e me. Al massimo, c’è il rischio che vengano lette da chi si appropria, con o senza il mio permesso, del diario.

Il messaggio diretto al defunto su WhatsApp è un messaggio privato, confidenziale, che viene letteralmente “spedito”; la ragazza ha spedito un’informazione direttamente al compagno che non c’è più. L’ha indirizzata proprio a lui e a nessun altro. Pertanto, tale messaggio può essere letto, a rigor di logica, soltanto dalla persona viva che lo scrive e, ipoteticamente, dalla persona morta che lo riceve. Nel momento in cui viene dato sul proprio cellulare l’invio, ci può forse essere la speranza di vedere sullo schermo, prima, la comparsa della doppia spunta quale segno del messaggio recapitato e, poi, il divenire blu di questa doppia spunta quale segno del messaggio letto. Ma, al di là di una simile speranza, c’è un gesto simbolico ben preciso, apparentemente in contrasto con la razionalità e con la realtà: la volontà di comunicare una notizia gioiosa – la laurea – alla persona con cui la si sarebbe voluta maggiormente condividere.

E, allora, WhatsApp, se utilizzato in un’ottica appunto simbolica, con la chiara coscienza della realtà della morte, può divenire un tramite romantico tra chi è rimasto e chi non c’è più. Un modo per mantenere vivo, nella propria mente e nel proprio sentire, il legame. Magari immaginando la felicità e l’orgoglio che avrebbe provato lui, fosse stato lì in vita, vedendo la sua compagna laurearsi. Personalmente, non sottovaluterei la portata simbolica e romantica di questo gesto, anzi mi sembra un modo di esprimere quel “legame continuo” tra l’aldiquà e l’aldilà, teorizzato da numerosi filosofi del passato (il romanticismo tedesco ottocentesco, per esempio) e da diversi psicologi odierni e, mai come oggi, avvalorato da quel corpo tecnologico – che è il digitale – in cui si conserva lo spirito delle persone, vive o morte che siano. Inoltre, il fatto che rimanga, dinanzi agli occhi di chi ha spedito il messaggio, la sola spunta della spedizione, senza quella della ricezione, può essere un modo in più per prendere coscienza dello stato delle cose presenti. Quindi, per comprendere l’assenza e la perdita definitive, per farsi una ragione del carattere irreversibile della morte e, dunque, per unire alla natura benefica dell’immaginazione quella pratica del raziocinio.

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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LE INCREDIBILI BARE DEL GHANA

di Marco Trovato reporter indipendente (seconda parte)

UN FUNERALE INDIMENTICABILE
Ancora oggi la gente di Jamestown, caotico sobborgo di Accra, si ricorda del funerale di Ernest Tagoe, un vecchio pescatore morto qualche anno fa. La salma dell´uomo fu adagiata in una bara davvero unica, che aveva la forma di una copia piegata del “Daily Graphic”, il maggiore quotidiano ghanese. Il signor Tagoe, infatti, pur essendo analfabeta, era stato soprannominato dagli amici “Daily”, perché ogni giorno si faceva leggere dal figlio le notizie riportate su quel giornale, che poi raccontava a sua volta a tutto il vicinato, diventando in pratica l´edizione di quartiere del “Daily”. Al funerale del signor Tagoe c´erano anche i giornalisti tedeschi Klaus Muller e Ute Ritz-Muller, che hanno raccontato quella indimenticabile giornata nel loro libro “Africa riti e tradizioni di un continente” (Konemann 1999): “Chiuso il sarcofago, quattro prestanti giovanotti, resi ancora più energici dal gin, se lo caricarono in spalla e presero a correre per gli stretti vicoli di Jamestown, fermandosi ogni tanto perché amici e parenti potessero donare al defunto l´estremo saluto… Gran parte dei 16 chilometri del percorso furono coperti a passo di corsa, con la processione funebre impegnata in un faticoso inseguimento, e il cadavere trovò infine pace una volta giunto al cimitero”.

L´IMPORTANTE E´ ESAGERARE
ananasLa gente del Ghana ha una particolare propensione a fare della propria morte una specie di fuoco d´artificio, uno straordinario spettacolo pirotecnico, il cui principale scopo è impressionare, suscitare lo stupore e l´ammirazione generale. “La vita, comunque sia stata, deve terminare in magnificenza”, mi ha spiegato, tempo fa, un taxista di Accra, con cui ero rimasto intrappolato nel traffico per via di un interminabile funerale.

Alla radio, tra un talk show e un notiziario, è possibile ascoltare i necrologi che quotidianamente aggiornano il calendario delle morti e dei cortei funebri: sono tra i programmi più gettonati in assoluto.
Se la moda delle bare artistiche spopola tra i ricchi, quella dei funerali estrosi e stravaganti è una tradizione popolare. Un grande evento sociale che nasce dal fantasioso sincretismo fra la religione cristiana (qui moltiplicata in un ampio ventaglio di sette pentecostali o apocalittiche) e l´animismo delle origini.

DOLORI E DANZE
bara1Basta girovagare per le città e i villaggi della costa, specie nel fine settimana, per accorgersi delle dimensioni assunte dal fenomeno: tra ingorghi di traffico e mercati affollati, non è raro imbattersi in cortei allegri e chiassosi che seguono casse da morto a forma di pannocchie, di aerei, di pesci, di uccelli e persino di bottiglie di Coca Cola o di pile Duracell.

I pochi turisti di passaggio guardano sbigottiti, senza capire: non immaginano di trovarsi di fronte ad un funerale. La confusione in questi cortei regna sovrana: le urla e i lamenti della gente si intrecciano con il ritmo dei tamburi, la musica delle fanfare, i clacson delle auto. E c´è chi, invece di camminare, avanza a passi di danza.
Ai nostri occhi tutta questa sfacciata eccitazione appare come una mancanza di rispetto verso chi è morto e chi soffre per la perdita del proprio caro, ma è vero il contrario: secondo l´opinione corrente infatti, maggiore è il chiasso che si riesce a procurare nei funerali e maggiore è l´omaggio che si rende al defunto. Un corteo funebre misero e silenzioso, invece, potrebbe offendere e irritare il caro estinto.bara-a-forma-di-barca

I FUNERALI ASHANTI
Particolarmente gioiosi e colorati sono i funerali degli Ashanti, gli abitanti del Ghana centrale: gente fiera, nobile, molto legata ai costumi tradizionali. Ogni sabato, nella città di Kumasi, capitale del regno Ashanti, si rinnova un appuntamento con la morte, unico nel suo genere: centinaia di persone elegantissime si radunano per l´ultimo ricordo ufficiale di un amico, di un parente, di un semplice conoscente. Il funerale diventa l´occasione per una grande festa collettiva, un rito solenne e sfarzoso dove non c´è traccia di dolore, tristezza, pianti. Il fatto curioso è che il “festeggiato”, ovvero il defunto, spesso è morto anche da molti anni e ciò avviene perché il funerale può essere celebrato solo quando la famiglia è in grado di sostenere le consistenti spese della cerimonia. Gli invitati arrivano vestiti con lussuose tuniche nere e rosse, su cui spiccano monili d´oro purissimo di foggia diversa, a volte così grandi da impacciare i movimenti di chi li indossa.
Intrattenuti dalla musica e dalle danze rituali, essi presentano le loro condoglianze e i loro doni ai parenti dello scomparso. Tutti sono tenuti a offrire qualcosa alla famiglia, per contribuire, anche in piccola misura, allo sforzo economico profuso nella festa: in cambio si ottiene una benedizione e una regolare ricevuta che certifica la propria generosità. La cerimonia termina al tramonto, in un clima sereno e festoso, tra fiumi di bevande locali a base di liquore di palma. Amici e parenti si congedano soddisfatti e si danno appuntamento per il sabato seguente, per dei nuovi funerali.

I DEFUNTI ? MEGLIO TENERSELI BUONI
La buona riuscita di un rito funebre è una questione fondamentale, un aspetto centrale per gli equilibri della società, non solo tra gli Ashanti: in Ghana la morte non rappresenta la fine della vita, ma l´inizio di una nuova fase per lo spirito. E le anime degli antenati, dei parenti morti, continuano a giocare un ruolo importante nelle vicende terrene di tutti i giorni. Possono, per esempio, portare consiglio attraverso i sogni, proteggere la casa dei propri cari, garantire il benessere e concedere la fertilità.

D´altro canto possono anche ammonire i discendenti negligenti mediante segni e piccoli avvenimenti sfortunati, o punirli severamente con la malattia e la morte. Il defunto, insomma, è in grado di influenzare la sorte dei membri della famiglia molto più che quando era in vita. Ciascuno ha dunque un interesse vitale nel mantenere buoni rapporti con gli spiriti ancestrali e la buona organizzazione del funerale è la condizione indispensabile perché le cose possano mettersi bene.

IN THE MEMORY OF…
La cerimonia può durare da pochi giorni a qualche settimana, a seconda dello status del morto e del numero di persone che vogliono porgere l´ultimo saluto. Durante queste interminabili veglie funebri la camera ardente è aperta ai visitatori. Tra una preghiera e un canto, si alzano i lamenti delle donne e i bicchieri colmi di birra e rum degli uomini. Gli ospiti portano doni e banconote da offrire allo scomparso, qualcuno improvvisa un breve discorso d´addio, altri si limitano a indossare fazzoletti rossi in segno di rispetto e di dolore (il rosso, da queste parti, è il colore del lutto). Le strade del quartiere sono tappezzate di manifesti con la foto del defunto. bara-aereo

E la stessa foto compare su decine di t-shirt sgargianti, indossate con fierezza da amici e parenti (“In the memory of …” c´è scritto). Ma l´orgoglio e il prestigio della famiglia ruota attorno alla bara, che deve essere il più possibile elaborata, appariscente e costosa. “Bisogna pagare una fortuna per far felice gli spiriti dei morti e assicurarsi una posizione di riguardo nell´aldilà”, spiega Timothy, 47 anni, cameriere in un ristorante nel centro di Accra. Timothy è uscito economicamente rovinato dalle esequie di un fratello, ma non si lamenta: “I sacrifici che ho fatto saranno ripagati: i miei antenati ora vegliano sulla mia casa… E quando verrà il mio momento, si ricorderanno della mia generosità e mi accoglieranno nel migliore dei modi”.

VISITE FUNEREE
Feretri di lusso e funerali sfarzosi: il culto dei defunti si intreccia con il business senza freni del caro estinto. Avviene in tutto il mondo e non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che qui le bare artistiche stanno diventando un´attrazione turistica. Si tratta di un fenomeno di nicchia, intendiamoci, ma ci sono i segnali di un interesse destinato a crescere: ai turisti “fai da te” che si addentrano tra i caotici vicoli di Teshie in cerca delle botteghe funerarie, si sono aggiunte da qualche tempo alcune comitive di visitatori accompagnati da guide locali (il tour operator Transafrica propone nei suoi viaggi in Ghana una tappa ad Accra, al “quartiere dei fabbricanti di sarcofaghi dalle forme fantasy”: vedere al sito www.transafrica.biz). I falegnami hanno fiutato l´affare e ora chiedono un compenso per una visita ai loro magazzini: 5 euro per vedere e toccare, 10 euro per fotografare o filmare (sono previsti sconti per comitive). Ci guadagno in soldi e in pubblicità.

“L´ETERNO RIPOSO” DEL TURISTA
bare-ghana7Chissà ? Un giorno forse i loro sarcofaghi avranno successo anche in Europa. Per il momento a Teshie sono giunte ordinazioni da musei e collezionisti occidentali. Ma non sono mancati i turisti di passaggio che hanno approfittato dell´occasione per prenotarsi una bara personalizzata. A ben guardare, per il nostro portafoglio la spesa non è affatto esagerata, pur considerando il costo del trasporto via mare. Le imprese funebri di casa nostra propinano, a prezzi ancora maggiori, casse da morto sicuramente più scialbe e anonime. Deve aver pensato così un ragazzo italiano passato da queste parti il mese scorso. “Era entusiasta del nostro lavoro e non ha resistito alla tentazione…”, mi dice un giovane artigiano, che non tarda a mostrarmi la foto della bara che gli ha costruito. La forma ? E´ un telefonino, un cellulare lungo due metri, ricostruito in legno con tutti i particolari: l´antenna, la mascherina verde, i bottoni coi numeri, il display fluorescente. “Manca solo la suoneria – commenta orgoglioso l´artigiano – così potrà riposare in pace”.

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Credenze e riti tradizionali del Madagascar

Nonostante la varietà etnica e la storica suddivisione in clan dei popoli malgasci, le credenze e i riti tradizionali del Madagascar comprendono un nucleo comune che si ritrova in tutte le culture delle diverse regioni. Questa sostanziale unità (che si manifesta in modo simile anche sul piano linguistico) è il prodotto di numerosi processi di unificazione totale o quasi totale succedutisi nei secoli (soprattutto a opera dei Sakalava e dei Merina).
La religione tradizionale malgascia è ancora piuttosto diffusa, e predomina sulle religioni “importate” (Cristianesimo, Islam e religioni asiatiche).

Culto degli antenati

Sebbene le religioni malgasce identifichino un dio-creatore in Andriamanitra o Andriananahary, il culto più diffuso è quello rivolto agli antenati, o Razana. Gli antenati sono potenti e la loro protezione è necessaria ai vivi sia sul piano spirituale che materiale. Le disgrazie, le sfortune e le malattie sono in genere concepite come il risultato di inadempimenti nei confronti degli antenati, o come punizioni inflitte dagli antenati a chi si comporta in modo disonerovole (per esempio infrangendo un tabù). Gli antenati vengono invocati anche per avere protezione quando si dà inizio a un’impresa importante, come un matrimonio o la costruzione di una casa. Persino il volo inaugurale del primo Boeing 747 della Air Madagascar fu accompagnato da un sacrificio di zebù volto a proteggere l’aereo e i passeggeri.

Funerali

La morte rappresenta il passaggio dalla vita alla condizione semi-divina dei Razana, ed è accompagnata ovunque da una complessa ritualità, variabile di regione in regione. I Merina degli altopiani centrali avvolgono il defunto in un sudario di seta, e per qualche tempo riceve le visite dei parenti; in seguito, viene trasportato alla tomba. In genere, il tragitto verso la tomba include un’ultima visita ai luoghi cari al defunto. I Mahafaly e gli Antandroy danzano mentre trasportano il defunto, scuotendo la bara, e il funerale è accompagnato dal sacrificio di un certo numero di zebù (in funzione dell’importanza del morto). La cerimonia si protrae per diversi giorni e diverse notte, con danze e canti, e si conclude con un pasto in cui si mangia la carne dei bovini sacrificati; le corna invece sono in genere deposte su un monumento in onore del defunto.

Famadihana, la cerimonia del disseppellimento

disseppellimento-madagascarAl momento del decesso e del seppellimento, un Mpanandro (una sorta di astrologo) determina la data e l’ora in cui dovrà svolgersi la famadihana, ovvero il disseppelimento rituale. In genere, questo rito ha luogo molti anni dopo il decesso. Il corpo viene riesumato e portato in processione, accompagnato da canti, musica e scherzi. Si fanno regali al morto, lo si avvolge in un sudario nuovo, e gli si fa fare sette volte il giro della tomba. Nuovamente, come al funerale, si sacrificano zebù e i partecipanti alla cerimonia ne mangiano insieme la carne.

Ombiasy e Mpamosavy, gli stregoni

ombiasyGli Ombiasy sono una sorta di sciamani con un duplice ruolo. Da una parte, sono guaritori e conoscitori delle proprietà medicamentose delle erbe. Dall’altra, sono capaci di entrare in contatto con gli antenati e di comunicare ai vivi la loro parola. In virtù di questa capacità, gli Ombiasy svolgono un ruolo importantissimo anche nella vita politica e sociale dei malgasci.
Gli Ombiasy sono anche capaci di creare talismani, detti ody, che possono procurare ricchezza, potere, o successo in amore.
Una categoria affine è quella degli Mpamosavy, stregoni che utilizzano la magia con fini malvagi.

Fady e fomba, le leggi degli antenati

La parola fady si riferisce a divieti che gli antenati impongono ai vivi. Alcuni di questi “tabù” si applicano a tutti, altri solo a certe categorie di persone (per esempio le donne o i membri di un certo clan), altri ancora riguardano una persona in particolare.
La parola fomba si riferisce invece a determinati obblighi, come quello di versare qualche goccia per terra prima di bere alcolici. I fomba sono in genere usanze tradizionali, anche in questo caso attribuite agli antenati, che devono essere osservate per non incorrere nella loro punizione.

tratto da Wikipedia

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Paese che vai, rituali funebri che trovi: ecco la nuova usanza dei “morti in piedi”

Con la modernità sono cambiati anche i modi di vivere il culto dei morti e di elaborare il lutto.

Ecco che esternare i propri sentimenti al cimitero con il pianto, dimostrare la propria sofferenza o farsi il segno della croce all’ ingresso del camposanto, diventano atteggiamenti più rari o meno partecipati in alcuni territori e, mentre la commemorazione del defunto è sentita negli strati più maturi ed anziani della popolazione, il numero dei giovani emotivamente coinvolti è sempre più esiguo.

Ci sono moltissime curiosità riguardo i riti funebri nel mondo, come ad esempio quello indonesiano che prevede che il luogo di sepoltura dei bambini morti prima di sviluppare i denti sia scavato dentro i tronchi degli alberi. Si tratta, evidentemente, di creature che appartengono ancora totalmente alla natura.

Veniamo al feretro: in alcune località, fino a poco tempo fa, veniva portato a spalla dai parenti stretti, ora tale usanza sopravvive debolmente e solo in alcuni funerali emblematici.

Tale tipo di trasporto funebre sottolinea due fattori: da un lato, la prossimità tra i vivi e il defunto, dall’altro, il ritmo cadenzato e lento dell’accompagnamento. Si rende onore al morto, sostenendone il peso, ma ciò costituisce una funzione suppletiva: quella di prestare le gambe a chi non può più camminare.

Contestualmente, la lentezza dell’accompagnamento assume valore simbolico, esprimendo la connessione tra vita e morte…morte che attende ognuno piano piano, con passo lento. Le tradizioni funerarie variano a seconda dell’epoca e della sensibilità della società che le adotta.

Da qualche anno, ad esempio, nel bacino del Golfo del Messico sta prendendo piede l’usanza dei “morti in piedi” (muertos paraos). Il primo caso di “muerto parao” avvenne nel 2008 nell’isola di Porto Rico, quando le spoglie di David Morales Colon, un uomo vittima di una sparatoria, vennero allestite pittorescamente , per volere dei parenti, nella camera ardente: il cadavere venne fissato sulla sua motocicletta preferita, come se stesse ancora sfrecciando a tutto gas sulla strada .

pugileSempre nel 2008, i responsabili delle onoranze funebri bissarono questa pratica funeraria col corpo di Luis Angel Pantoja Medina, esposto in piedi nel salotto di famiglia per tutti e tre i giorni della veglia funebre. Fu poi la volta del pugile 24enne Christopher Rivera, imbalsamato e portato sul ring, allestito appositamente per il funerale, dove familiari, amici e fan gli hanno potuto dare l’ultimo saluto. Messo sul quadrilatero, il giovane venne vestito come se fosse pronto al combattimento, con guantoni, scarpe, pantaloncini e occhiali neri.

Ma la pratica funeraria dei morti in piedi sbarca anche a New Orleans, dove “Uncle” Lionel Batiste, storico morta-cantanatemusicista e cantante jazz e blues, decide di farsi imbalsamare in piedi, per l’estremo saluto. E’ poi il turno della mondana Mary Cathryn “Mickey” Easterling, gran dama di New Orleans, seduta, senza vita, tra fiori, piume di struzzo, sigarette e tutto il suo usuale armamentario di seduzione, all’interno del Saenger Theatre, del proprietario di una ditta di veicoli di pronto soccorso, colpito da un proiettile partito accidentalmente da un suo collega ed e immortalato nell’atto di guidare un’autoambulanza, dell’82enne biker Bill Standley, seppellito in Ohio in una bara di plexiglas, appositamente studiata, a cavallo della sua amata moto.

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The Sulawesi Island

Le esequie dei Toraja

Uno dei gruppi etnici più interessanti e affascinanti del mondo che vive nelle Sulawesi Meridionali (Indonesia) . Una tribù, che nonostante il progresso, riesce ancora oggi a mantenere le proprie tradizioni intatte come ad esempio il loro rituale più importante e cioè il “funerale”. Un rituale incredibile e che attira migliaia di visitatori da ogni angolo del pianeta. Stiamo parlando dei “toraja”.

Toraja è il nome che fu attribuito alla popolazione che viveva nei remoti altopiani nel sud delle Sulawesi. Questa popolazione, che ha vissuto per anni nell’isolamento totale, ha mantenuto le antiche tradizioni del culto animista ‘Aluk To Dolo’ che consiste nella venerazione degli antenati e nella pratica di alcuni rituali.

Secondo il culto Aluk To Dolo, l’universo è diviso in mondo sotterraneo o dei morti, mondo superiore o paradiso e mondo terrestre abitato dall’uomo.

Nella cultura Toraja, il rito funebre è l’evento più elaborato e più costoso di tutti e viene fatto per assicurarsi che l’anima del defunto raggiunga la terra di Puya (la terra delle anime o aldilà) situata da qualche parte negli altopiani a sudovest di Toraja.Una volta raggiunta Puya, l’anima può continuare a svolgere una vita normale, simile a quella precedente, avvalendosi dei beni offerti durante il funerale oppure continuare il viaggio nel mondo superiore dove diventerà divinità. Le anime sfortunate che non riescono a raggiungere Puya, magari perchè la famiglia non è riuscita a celebrare il funerale, diventeranno ‘Bombo’, e cioe’ degli spiriti cattivi che minacciano gli abitanti del mondo terrestre.

Le cerimonie funebri svolgono quindi un ruolo fondamentale nella società Toraja, per mantenere l’armonia dei tre mondi.

Oltre ai Bombo (coloro che sono morti senza funerale), ci sono altri spiriti cattivi che risiedono negli alberi, nelle pietre, nelle montagne e nelle sorgenti. I ‘Batitong’ sono spiriti terrificanti che mangiano lo stomaco delle persone addormentate, i ‘Po’pok’ volano di notte e i ‘Paragusi’ vagano nella foresta e si trasformano in lupi mannari.Una leggenda dice che i Toraja erano dei navigatori provenienti dalla Cambogia, che furono costretti ad approdare sulle coste delle Sulawesi durante una tempesta in mare. Non trovando nessun rifugio e non potendo tornare indietro perchè le barche erano danneggiate, le hanno utilizzate per costruire il tetto delle loro case.

Fino all’arrivo dei missionari e dei coloni Olandesi, i Toraja hanno vissuto nell’isolamento quasi totale ed erano ritenuti una delle tribù più feroci e selvagge di tutta l’Indonesia. Con l’arrivo dei missionari, fu introdotta la coltivazione del caffè, che segnò un passo importante nel processo di modernizzazione dei Toraja, che dai villaggi fortificati sulle montagne, si spostarono nelle zone pianeggianti per praticare l’agricoltura. Questo portò anche dei cambiamenti nel loro culto.Alcuni rituali come quello in cui venivano offerte teste umane durante il funerale furono proibiti. Anticamente la famiglia che organizzava il rito funebre, commissionava alcuni individui coraggiosi per andare a caccia di teste umane.

I cacciatori lasciavano il villaggio in piena notte e ritornavano all’alba con le teste mozzate che venivano consegnate al capo villaggio, che le conservava fino al giorno della purificazione. Durante la purificazione, il teschio veniva bollito e la carne rimossa. Probabilmente la carne veniva offerta agli invitati mentre il brodo di cottura spettava ai tagliatori di teste che lo bevevano mischiato al vino di palma. Il teschio veniva poi decorato con ornamenti dorati, foglie e penne di volatili.
I missionari proibirono questo rituale e imposero ai Toraja di sostituire i sacrifici umani con quelli di bufali e maiali.
Ulteriori cambiamenti avvennero con l’occupazione Giapponese durante la seconda guerra mondiale e con l’indipendenza dell’Indonesia nel 1949.
Al giorno d’oggi, nonostante la diffusione del Cristianesimo e dell’Islam, i rituali vengono ancora praticati anche se vengono mischiati con elementi della religione monoteista.
Il rito funebre dei Toraja
A Tana Toraja la morte è vista come un processo graduale, piuttosto che un evento improvviso. Una persona deceduta non viene definita morta ma ‘addormentata’ e muore ufficialmente nel momento in cui viene fatto il rituale funebre. Nella maggior parte dei casi, il rito funebre viene fatto dopo alcuni mesi o anni dalla morte effettiva. Questo dipende dallo stato sociale della famiglia e quanto impiega per mettere insieme i soldi necessari per fare un rituale sontuoso. Nel frattempo il corpo del defunto viene mummificato con la formaldeide e conservato nella casa natale.

Una volta che inizia il rito funebre il corpo viene portato fuori di casa e il suo spirito si trasforma in un’ombra nera. Nel momento in cui vengono sacrificati i bufali o maiali, l’ombra nera viene guidata fuori dal corpo e indirizzata nel regno di Puya.

Il corpo del defunto, viene lasciato nella tomba di famiglia insieme a gioielli e altri beni materiali importanti, che hanno segnato la vita della persona deceduta. Le tombe si trovano su una rupe inaccessibile e sono provviste di un piccolo balcone scavato nella roccia dove vengono poste delle statuette di legno tau che rappresentano la persona deceduta.

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Il giorno dei morti di Davide Sisto

Probabilmente pochi di voi sapranno che Schelling, il noto filosofo dell’idealismo tedesco, ha scritto, tra il 1809 e il 1810, un meraviglioso gioiello letterario, intitolato Clara, per elaborare il terribile lutto che lo aveva colpito in quel periodo: la morte prematura e improvvisa dell’amatissima moglie Caroline.

Dai colori autunnali talmente intensi da far sussultare l’anima anche del lettore più composto, Clara è un viaggio appassionato tra i cunicoli romantici che legano insieme la morte, il lutto, l’immortalità e, in generale, il senso della vita. Non è un caso che il racconto cominci il giorno dei Morti, con la processione dei cittadini verso il cimitero. “Tutte le relazioni vitali recise – osserva Schelling – si rinnovavano qui […] i fratelli si univano nuovamente ai fratelli, i figli ai genitori e tutti erano nuovamente una famiglia”. E, dopo una descrizione minuziosa del rito del 2 novembre, le cui ombre sono appena rischiarate dal sole nero della malinconia, il filosofo tedesco si chiede retoricamente, attraverso la voce di uno dei personaggi, se non sia giusto dedicare “i fiori dell’autunno ai morti che in primavera, dai loro angusti loculi, ci fanno poi dono di fiori più gioiosi, a testimonianza della vita perenne e della resurrezione eterna”.

Il 2 novembre tutte le relazioni vitali recise si rinnovano. Può sembrare banale, ma questo è il senso autentico del giorno dei Morti: non c’è recisione in grado di scalfire una volta per tutte i legami che creiamo nel corso della nostra vita. Non c’è assenza di immagine esteriore che impedisca alla silhouette della persona amata deceduta di danzare dinanzi ai nostri occhi; non c’è silenzio esteriore che metta a tacere la sua inconfondibile voce. La sua silhouette e la sua voce si riversano in noi, come – d’altra parte – le nostre in lui, anche se non esiste più fisicamente. È questo, di fatto, quel “Mondo degli Spiriti” che, a detta di Goethe, solo chi ha la mente chiusa e il cuore morto non vede e non sente.

Ora, ciò è valido tutto l’anno e, il più delle volte, per chi è in vita in modo molto doloroso. Il giorno dei Morti, nelle tradizioni di moltissimi paesi nel mondo, ridimensiona la recisione delle relazioni vitali in maniera – invece – solare.

Prendiamo il Dia de los muertos, la festa azteca in Messico, che per la sua originalità, per i suoi colori e per il suo significato ha ottenuto il titolo di Capolavoro del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO a partire dal 2003. Tra fine ottobre e inizio novembre, in Messico si festeggia la visita annuale dei defunti ai parenti e agli amici ancora in vita. E allora, in modo festoso, giovani e adulti si recano di mattino presto al cimitero e posano sulle tombe – insieme a fotografie, cibo e candele – i Cempasùchil, fiori gialli o arancioni con un intenso profumo che permette alle anime dei morti di trovare la strada del ritorno. Gli abitanti dei paesi lasciano le porte di casa aperte per facilitare questa visita o preparano dinanzi alle proprie abitazioni cibo, bevande e cuscini affinché i defunti possano saziarsi e riposare dopo il lungo viaggio.

Nel mentre, hanno luogo processioni e feste molto colorate in maschera, durante le quali protagoniste assolute sono le Calacas, gli scheletri raffigurati con abiti festosi, che danzano e suonano allegramente strumenti musicali. Il significato di questa festa è che la morte non è recisione, ma passaggio il quale non preclude la possibilità, almeno per un giorno, che i vivi e morti possano effettivamente incontrarsi, ancora una volta nel mondo presente. Qui l’audio de La Calacas, la canzone popolare del giorno, che recita: “Al suonar della mezzanotte/ i teschi fuori per una passeggiata/ molto felici saltano sulla vostra auto/ in bicicletta e con i pattini”.

Il Dia de los muertos messicano è un esempio, tra i tanti, dei modi in cui viene celebrato il giorno dei Morti, quale incontro effettivo, più gioioso che doloroso, tra i vivi e i defunti. In Italia vige, prevalentemente, un’atmosfera meno allegra, più incentrata sulla compostezza del ricordo, sulla riflessione plumbea della morte, atmosfera figlia di un rapporto – quello italiano – tutt’altro che pacificato con il Tristo Mietitore. Ma con alcune importanti eccezioni, che richiamano alla mente la ritualità messicana.

Ad esempio, in Sicilia si narra che anticamente, durante la notte tra il 1 e il 2 novembre, i defunti portassero doni ai bambini. Tradizione che viene portata avanti dai genitori, i quali comprano giocattoli che poi nascondono in casa, di modo che i figli li possano trovare la mattina del 2 novembre quale regalo, appunto, da parte dei morti. A ciò si accompagnano i biscotti tipici, come i crozzi ‘i mottu (ossa di morto), fatti di pasta garofanata a forma di osso, i pupatelli, ripieni di mandorle tostate, o i taralli, ciambelle rivestite di glassa zuccherata. Nella provincia di Massa Carrara, invece, la tradizione narra che i defunti ritornino in vita per convincere i loro familiari a distribuire prodotti alimentari ai più bisognosi. Così come in molte altre regioni, tra cui il Piemonte, le famiglie lasciano la tavola imbandita e si recano al cimitero.

Al di là delle singole tradizioni, il giorno dei Morti rappresenta una routine, con le sue processioni al cimitero, che obbliga le persone – almeno per qualche ora – a riflettere sul senso della vita e della morte (e non solo – si spera – a scegliere i fiori più belli per mettersi in mostra…).

Certo, non bisognerebbe aspettare una data sul calendario per farlo. Né occorrerebbe consumare il rito nel modo di Roland Barthes che, sul suo noto diario del lutto per la morte della madre, ammette – in data 2 novembre 1977 – la sua devastazione in preda alla presenza di spirito. Tuttavia, senza questa festa, avremmo un’occasione in meno per rinnovare tutte le relazioni vitali recise e capire che non c’è recisione che possa distruggere i legami che abbiamo costruito in vita.

E voi come vivete questa giornata? Quali sono i vostri pensieri e le vostre abitudini? Date importanza a questo giorno oppure no? Come si concilia il giorno dei Morti con la diffusa negazione della morte?

Articolo tratto www.sipuodiremorte.it  – IL GIORNO DEI MORTI di DAVIDE SISTO