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Messico: Dia de los muertos

Anche se noi italiani siamo abituati a commemorare i nostri defunti in maniera triste, mesta e riflessiva, in Messico invece è uno dei momenti più felici e gioiosi dell’anno!
E sia chiaro, questo giorno non ha niente a che vedere con la festa di Halloween improntata su spiriti maligni e fantasmi. Secondo la loro tradizione infatti, il día de los muertos è il giorno in cui i morti tornano a trovare parenti ed amici.

Le celebrazioni hanno luogo tra il 31 Ottobre e il 2 Novembre; prima erano festeggiate in agosto ma con l’arrivo degli spagnoli in America nel 1500, si fusero i riti mescolando tradizioni europee a quelle degli indigeni locali.

Dopo la conquista del Messico infatti, si assistette all’incontro e alla mescolanza delle credenze del Vecchio e del Nuovo mondo. In realtà fu un periodo molto confuso in cui gli sforzi di evangelizzazione cristiana dovettero per forza cedere alla forza radicata delle credenze indigene facendo nascere così nelle Americhe un cattolicesimo proprio fatto da un incontro di religioni: la preispanica e la cristiana.

Da questo incontro nasce questa ricorrenza ancora oggi sentitissima.Una festa che inizia all’alba con il suono delle campane della Chiesa e con la meticolosa pratica di adornare tombe e allestire santuari sulle lapidi dei propri cari.Ma una cosa più di tutte ha importanza: l’altare dei morti.
Abbiamo detto che in questi giorni lo spirito dei cari estinti torni dal mondo dei morti per vivere un giorno con la famiglia, confortandola e incoraggiandola; bene, l’altare è lo strumento per fare tutto ciò. E’ la porta tra la vita e la morte. E allestirlo ha delle precise regole e scrupolosi rituali.
Viene predisposto in santuari, nelle abitazioni, nelle scuole. Ovunque un defunto debba arrivare a trovare i congiunti.

L’altare dei morti è una cosa tanto pittoresca, tanto originale, tanto unica, tanto meravigliosamente colorata e accurata da essere stato proclamato nel 2008 patrimonio culturale dell’umanità dall’UNESCO.

Qui, è perfettamente tangibile la fusione di elementi religiosi e vecchie tradizioni e l’ostilità di quest’ultime a non soccombere.

L’altare dei morti è foderato con tessuto bianco o nero, ed è fatto di un’ara di sette livelli che simboleggiano i passi necessari per riposare in pace e ogni strato ha la sua funzione e il suo significato.
Nel primo:
– L’immagine del Santo a cui è dedicato
il secondo
– è dedicato alle anime del purgatorio: nel caso un’anima fosse ancora bloccata in quella casa o in quel luogo, avrebbe così il permesso di lasciarla
nel terzo:
– il sale che simboleggia la purificazione dello spirito per i bambini
nel quarto:
– il pane offerto come cibo per le anime che sosteranno lì. Rappresenta
l’eucarestia: un’aggiunta dei missionari spagnoli, ma anche qui la resistenza alle tradizioni locali è evidente: la croce nel mezzo infatti è fatta a forma di ossa
nel quinto:
– il cibo, la frutta e tutte le pietanze preferite in vita dal defunto
nel sesto:
– le sue fotografie. Collocate alle spalle, all’indietro, con uno specchio di fronte affinché si possa vedere solo il riflesso del defunto e che quest’ultimo veda solo nel riflesso i parenti
nel settimo:
– la croce. Sagomata di da semi o frutti; simbolo anch’esso introdotto dai missionari

Nella parte superiore, a simboleggiare l’ingresso nel mondo dei morti vi è un arco quasi sempre ornato da fiori di calendula. Questi infatti per la loro fragranza sono considerati la guida per gli spiriti che devono raggiungere questo mondo. Ma ci sono altri elementi che non devono mancare: il coppale e l’incenso ad esempio; il primo è un elemento preispanico che purifica e il secondo per santificare l’ambiente. I confetti, che rappresentano la gioia della festa e il vento.

Le candele e i ceri che evocano luce divina. Sono viola e bianchi a rappresentare il lutto e la purezza. Vanno collocati a nord sud ovest est e per terra a formare un percorso per raggiungere l’altare. Altro elemento essenziale è l’acqua: riflette la purezza dell’anima. Inoltre un bicchiere d’acqua viene lasciato per il defunto affinché possa dissetarsi dopo il viaggio. Vengono lasciati anche una saponetta, uno specchietto da toletta e un asciugamano.

Intorno all’altare vengono anche posizionati dei pittoreschi teschi chiamati Calavera che possono essere fatti di gesso, zucchero, pietra o argilla e alludono che la Signora Morte è sempre presente tra i vivi.

Infine bevande alcoliche e oggetti personali, quelli appartenuti ai defunti, e per i bambini i loro giocattoli preferiti.
La visione dei messicani della morte è affascinante; consolatoria: viene festeggiata, non temuta, non evitata; non è per loro mancanza o assenza: èsolo una nuova tappa.

E’ una costante rinascita. I morti sentono, ascoltano e perfino consolano. Sono presenze vive più che mai. Presenze che ci ricordano che oggi siamo noi ad offrire ma domani in un ciclo continuo, saremo noi gli invitati alla festa. E torneremo. Torneremo sempre finché qualcuno ci ricorderà e preparerà per noi un altare.

 

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Ecco come San Michele ci protegge al momento della morte

di don Marcello Stanzione

Nell’angelologia è lui che accompagna l’anima da Dio al momento del trapasso

Secondo la dottrina cattolica in punto di morte noi riceviamo l’aiuto degli angeli e di san Michele. Se vi è infatti un’ora nella quale il cristiano abbia bisogno di soccorso e di protezione, è sicuramente l’ora della morte. L’inferno si sforza in quell’istante nel rapire a Dio l’anima il cui tempo di prova sta per arrivare alla sua fine, egli dirige contro di essa tutte le sue forze ed ingaggia l’assalto supremo e definitivo.

E’ questo che spiega le angosce ed i terrori dell’agonia. Come l’uomo non sarebbe spaventato, quando si vede circondato da nemici accaniti nella sua perdita, quando già sente venire il suo Giudice con le sue terribili rivendicazioni? Ammiriamo una volta di più le attenzioni della divina Provvidenza: ella non ha voluto che nell’ultima ora noi fossimo isolati nella lotta contro l’inferno. Se quest’ora è attesa dall’angelo della morte eterna, essa è augurata anche dall’angelo della vita eterna. Il pio diacono Pantaleone diceva nel VII secolo, che la funzione attribuita a san Michele di proteggere i morenti, è un privilegio secolare e riconosciuto da tutti.

Secondo un autore del III secolo, gli apostoli avrebbero insegnato ai primi cristiani che “san Michele è l’angelo la cui intercessione procura una santa morte davanti a Dio, ch’egli assiste le anime desiderose di morire in Cristo”. Tale è ben, del resto, la tradizione, e tale è l’insegnamento dei teologi. Un culto particolare è infine tributato a Michele da chi si trova in procinto di morire. Nella storia araba di San Giuseppe il Falegname (prima del IV secolo), il Santo prega in questi termini: “Se la mia vita, o Signore, è al termine; se per me è venuto il momento di lasciare questo mondo, mandami Michele, il Principe degli Angeli. Che egli si fermi presso di me, perché la mia povera anima esca in pace, senza pena o timore da questo corpo addolorato”.

Il Sacramentarlo Gelasiano (fine V secolo) registra la seguente preghiera dopo la morte della persona: “Ricevi, Signore, l’anima del tuo servo che a te ritorna, le sia presente l’Angelo della tua Alleanza, Michele”, colui che nell’antichità veniva definito Praepositus paradisi. Nelle raccomandazioni dei moribondi per le comunità di rito ambrosiano, si invoca espressamente il nostro Arcangelo: “Lo assista (il moribondo) San Michele, l’Angelo della tua Alleanza, e per mano dei santi Angeli degnati di collocarlo tra i tuoi santi e i tuoi eletti, nel grembo dei tuoi patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe.

Un testo liturgico che risale al X secolo contiene questa invocazione: “Signore Gesù Cristo, Re della gloria, libera le anime di tutti i fedeli defunti dalle pene dell’inferno e dal profondo abisso; liberale dalle fauci del leone, affinché non siano preda del tartaro e non cadano nelle tenebre; ma le conduca il Vessillifero San Michele alla Luce santa, che un giorno promettesti ad Abramo e alla sua discendenza”. Bellarmino e Suarez, poggiandosi su san Tommaso, dichiarano che san Michele è delegato da Dio per presiedere alla morte dei cristiani, ch’egli libera i suoi servitori dalle astuzie del demonio e dona loro la pace e l’eterna gloria. Sant’Alfonso de Liguori dice a sua volta: “San Michele è incaricato in modo speciale dal Signore di assisterci nel momento della morte”. A tutte queste autorità si aggiunge la pratica della Chiesa.

Quando il ministro dell’unzione degli infermi si avvicina al morente, egli chiede a Dio “d’inviare dal cielo il suo santo angelo perché custodisca, conservi, visiti e difenda questo malato”. Infine questa preghiera che la Chiesa pone sulle nostre labbra: “San Michele arcangelo, difendeteci nella lotta, affinché non periamo nel temibile giudizio”, non è essa per attrarre su di noi la protezione di san Michele nel tempo della grande lotta il cui pegno sarà la nostra eternità? La Chiesa riconosce dunque al glorioso Arcangelo questa funzione.

Ecco perché essa ha approvato le confraternite erette sotto il titolo di San Michele della Buona Morte, così numerose una volta, e le ha arricchite d’indulgenze. I santi si raccomandavano istantaneamente al Principe degli Angeli, al fine di ottenere da lui la grazia d’una buona morte. Sant’Anselmo, assistendo un suo monaco morente, vide il demonio tormentarlo. Ma l’Arcangelo apparve e lo confuse: “Impara, disse a Satana, che tu non avrai mai alcun potere sui miei servitori, i miei protetti, i miei amici”.

Incoraggiato da quella visione, il santo chiese all’Arcangelo la sua protezione per l’ora della morte. San Michele è l’angelo del transitus che riceve le anime dei giusti e le accompagna davanti a Dio, in particolare l’anima di Adamo ed Eva e di Mosé, di Giuseppe e di Maria che Cristo stesso gli affida. Come angelo della morte e conduttore delle anime compare in tutte le opere giudaiche apocrife relative al trapasso dei giusti e in questo ruolo compare presto nella Tradizione cristiana accolta anche nell’Antifona dell’Offertorio della Messa pre-conciliare dei defunti. Per questo spesso le cappelle dei cimiteri e gli ossari sono dedicati a San Michele.

Nelle Litanie di San Michele troviamo dei titoli per San Michele quali: “Aiuto di coloro che sono in agonia”, “Luce e fiducia delle anime all’ora della morte”, “consolatore delle anime trattenute tra le fiamme del purgatorio”. Poiché Michele è anche il “potente intercessore dei cristiani” e “guaritore dei malati”, tutti questi ministeri o favori operano insieme per salvare le anime da satana, per ottenere vittoria eterna e per offrire protezione sulla terra; l’intercessione di Michele continua mentre le anime sono in purgatorio e le scorta in paradiso di cui è pure il protettore.

 

articolo tratto dal sito  aleteia.org

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Sapete che cos’è la “buona morte”? Ce lo spiega Papa Francesco

di Gelsomino Del Guercio

E’ un esercizio che simula il momento del trapasso, quando il corpo viene meno. “In quell’istante vorrei la Madonna vicina”, rivela Bergoglio
Papa Francesco spiega la “buona morte”. E lo fa nel libro “Ave Maria” (Rizzoli) che riprende la serie di interviste rilasciate su Tv2000 a Don Marco Pozza – curatore della pubblicazione – ispirate alla preghiera mariana.

In cosa consiste

Papa Francesco ha detto di aver fatto l’esercizio della “buona morte” e ha raccontato in cosa consiste. In pratica si “simula” il momento del trapasso, quando si sente il corpo venir ormai meno. In quell’istante si stimolava questo esercizio:
«Si cominciava a chiedere pietà al Signore, ma c’era proprio la descrizione del momento della morte. Quando incomincia il sudore: “Gesù misericordioso, abbi pietà di noi..”. Quando manca il respiro: “Gesù misericordioso, abbi pietà di noi…”. Era tutto un po’ tetro. Ma si usava così a quel tempo, era realistico».

San Domenico Savio

San Domenico Savio –Morì di malattia a 14 anni ed è santo patrono di chi è accusato ingiustamente per aver imitato Gesù, che rimase in silenzio quando venne accusato in modo ingiusto.
Il significato della “buona morte”, evidenzia il Papa, consisteva nell’ «abituarsi al fatto di dover morire. C’era anche un esercizio spirituale: pensare alla propria morte. Fare quell’esercizio durante la giornata, per sottolinearne la normalità. Ci raccontavano di san Domenico Savio, a cui, mentre giocava coi compagni, avevano chiesto: “Se in questo momento il Signore ti dicesse che stai per morire, cosa faresti?”.“Mah, continuerei a giocare» aveva risposto lui. Per un santo, la morte è così naturale da non modificare per niente la normalità della vita».

Non “sorella” ma “atto di giustizia finale”

Papa Francesco ha anche ammesso di avere un desiderio. Un domani, quando sarà prossimo a lasciare la vita terrena, vorrebbe che Maria «mi stia vicina e mi dia pace».
«Riuscire a chiamarla sorella, come Francesco d’Assisi?», gli ha chiesto Don Marco Pozza. E Francesco ha risposto così:
«È un’espressione che a me non dice molto. Certo, fa parte della mia cultura, Francesco è geniale, ma non chiamerei “sorella” la morte. Mi piace pensare alla morte come all’atto di giustizia finale. La morte è così da un lato il salario del peccato, ma dall’altro apre la porta alla redenzione. Convivere con la morte non fa parte della mia cultura, ma ognuno di noi ha la propria».

“Sarà una grazia”

In un’udienza a piazza San Pietro (novembre 2017) si era espresso ancora una volta “positivamente” sulla morte.
Di fronte alla morte, aveva detto, dobbiamo comprendere che «per chi crede» è una «porta che si spalanca completamente». Per chi dubita, invece, essa è uno «spiraglio di luce» che filtra da un uscio non chiuso «del tutto». Comunque, per tutti, «sarà una grazia, quando questa luce ci illuminerà».

“In quel momento Gesù verrà da noi”

«Ognuno di noi pensi alla propria morte e si immagini quel momento che – aveva spiegato il Papa – avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà a ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”».

articolo tratto da: it.aleteia.org

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Adolescenti e sfide mortali, cosa scatta nella mente di un giovane?

di Eleonora Lorusso

Dal Blackout challenge ai selfie estremi, dal parkour alle gare in auto a tutta velocità: ecco cosa spinge gli adolescenti a sfidare la morte.

Pochi casi in altrettanti giorni hanno riportato all’attenzione il fenomeno delle cosiddette sfide degli adolescenti, pronti a lanciarsi in cosiddetti challenge che possono mettere a serio rischio la loro vita e che infatti in almeno due casi a Milano sono finite con la morte di due ragazzi. Un 14enne è rimasto vittima del Blackout game, dopo essersi avvolto la testa in un cellophane per comprimere la carotide, perdere i sensi e provare l’ebbrezza del risveglio, che in questo caso però non c’è stato. Un 15enne, invece, dopo aver eluso i controlli della sicurezza, è salito con alcuni amici sul tetto di un centro commerciale per poi scattarsi un selfie nel punto più alto dell’edificio. Scoperto dai vigilantes, però, nella fuga è precipitato in una condotta dell’aerazione, morendo poi in ospedale per la gravità delle ferite riportate.

Ma cosa spinge gli adolescenti a sfidare la morte o a esporli a comportamenti così a rischio? “Questo tipo di comportamento si può manifestare in molte forme: lo ritroviamo, ad esempio, anche nel parkour o nei casi, che hanno fatto discutere mesi fa, della cosiddetta Blue Whale, la Balena Blu (un “gioco”, che dilagava sui social e in particolare su Facebook, nel quale i ragazzi si sarebbero sfidati fino al suicidio, NdR).

Fortunatamente non riguarda la maggior parte degli adolescenti, ma soltanto quelli più fragili, nei quali spesso è in atto una forma di patologia, magari in modo latente” spiega a Donna Moderna la psichiatra e psicoterapeuta Maria Sneider, autrice insieme a Cecilia Di Agostino e Marzia Fabi del libro Depressione. Quando non è solo tristezza (L’Asino d’oro edizioni).

Gli adolescenti, la morte e il senso di onnipotenza

“Negli adolescenti è frequente trovare forme di sfide alla morte: sia va coloro che sfrecciano a tutta velocità in auto a quelli che fanno parkour” spiega Sneider, riferendosi alla pratica di saltare da un tetto all’altro di palazzi nelle città o esibirsi in acrobazie al limite. Un fenomeno nato in Francia negli anni ’90 e poi cresciuto nel tempo fino a quando, nell’estate del 2017, l’Inghilterra ha riconosciuto – primo Paese al mondo a farlo – il parkour come disciplina sportiva, scatenando polemiche per il rischio di mettere in pericolo la propria vita.
“Per i giovani è tipico sfidarsi, dunque, ma chi è sano di mente sa anche quando raggiunge il limite e deve fermarsi. Negli altri casi, invece, non si riesce a porre un freno: si può essere in presenza di una patologia, che può manifestarsi come forma depressiva o un senso di onnipotenza.
Nel primo caso può anche essere che il ragazzo non abbia dato segnali preoccupanti o evidenti in passato, ma che soffra di una certa fragilità. Nel secondo spesso si tratta di giovani anche ben integrati, ma che credono di poter sfidare la morte, vincendola, anche perché in adolescenza capita che la morte sia mitizzata” spiega l’esperta.

Casi in crescita?

“Io ritengo che siano casi molto rari rispetto alla maggioranza degli adolescenti, nonostante fin dalla pubertà in molti si sentano già grandi e in qualche modo in competizione con gli adulti” dice Sneider. “Vanno comunque seguiti, perché alla base dei loro comportamenti non ci sono motivazioni organiche, ma disagi che possono e devono essere affrontati, possibilmente per tempo” – spiega la psicoterapeuta. “Si può trattare di giovani che soffrono di malattie mentali che, come tali, possono essere curate e guarite. Ad esempio nel caso dell’onnipotenza, se si perde il rapporto con la realtà, si può essere in presenza di una forma di psicosi, che può essere seguita e curata” conclude l’esperta, aggiungendo: “Occorrerebbe evitare gli effetti di emulazione, evitare cioè di dare troppa enfasi a casi del genere”.

Ma cosa scatta nella mente di un adolescente?

Esiste anche una scuola di pensiero che attribuisce maggiore responsabilità alle cause fisiologiche che determinerebbero il comportamento degli adolescenti. Si tratta del “filone organicistico” della psicoterapia. Daniel J. Siegel, professore di psichiatria alla University of California di Los Angeles (UCLA) e autore di La mente adolescente (Cortina Raffaello), spiega come il cervello da un punta di vista fisico cambi la propria struttura durante l’adolescenza, abbandonando certe caratteristiche per creare nuove “connessioni”. Questo spiegherebbe molti dei comportamenti tipici di questa età, compresi quelli aggressivi, incoscienti, dissoluti o provocatori. Nel caso specifico, a gestire alcune reazioni, come la rabbia e la paura, è una parte specifica del cervello, l’amigdala. Ad esempio, se un adulto viene guardato negli occhi, questo comportamento può essere visto come neutro (così come per un bambino): in un adolescente invece può essere percepito come minaccioso o persino “nemico”.
Un altro aspetto da non sottovalutare è la produzione di dopamina. Il cervello nell’adolescenza presenta un livello medio di produzione di questo ormone, responsabile del senso di soddisfazione e gratificazione, inferiore a quello di bambini e adulti. È ciò che viene a volte chiamato “droga naturale”. Normalmente viene prodotta quando ci si dedica ad attività che danno senso di benessere (come sport o cibo, divertimento, compagnia, ecc). Il suo livello inferiore è una delle cause di quel senso di “noia” di cui soffrirebbero maggiormente i teenager. Per compensare una minor produzione, gli adolescenti sarebbero spinti a comportamenti a rischio, che diano gratificazioni: dal ricorso alle droghe al bisogno di “brivido”.
“Del funzionamento del cervello conosciamo ancora una piccola parte, ma gli studi sono sempre più approfonditi. Quello che si è scoperto finora porta a dire che sicuramente la dopamina è coinvolta, così come le sinapsi, che tendono a formarsi definitivamente intorno ai 20/25 anni, quindi gli adolescenti non hanno ancora la funzionamento cerebrale di adulto. Questo fa sì che il giovane abbia l’incapacità di capire quali saranno le conseguenze dei propri gesti, quindi tende a non sapere come comportarsi per evitare quelli a rischio” spiega a Donna moderna Emanuele Lucchetti, psicoterapeuta presso il Centro Leonardo di Genova, specializzato in disturbi dello sviluppo.
“Il Blackout game non è una novità assoluta: proprio in provincia di Milano qualche anno fa era successo che alcuni liceali si ‘strozzavano’ l’un l’altro per provare la stessa sensazione. Questo anche perché gli adolescenti sono più soggetti alle conseguenze delle dipendenze, dalla nicotina all’alcol alle droghe: gli effetti vengono percepiti dal ragazzo in modo maggiore sia in termini di intensità che di durata nei giorni successivi. Ad esempio, se un adulto li smaltisce in 24 ore, in un ragazzo possono durare molti più giorni” spiega l’esperto, che aggiunge: “E’ chiaro, quindi, che l’adolescente tende a voler provare esperienze forti, a provarne piacere, è più soggetto alle conseguenze e incapace di prevederne le conseguenze, con un effetto finale che lo porta a vivere situazioni pericolose”.
“A livello sociale, poi, si aggiunge una sorta di abbandono dei valori familiari per trovarne di propri, che l’adolescente cerca inevitabilmente nel gruppo dei pari” conclude Lucchetti.

I consigli per i genitori

Ad occuparsi del fenomeno è anche Ivano Zoppi, Presidente di Pepita Onlus, che spiega: “I nostri ragazzi cercano la botta di adrenalina e noi non possiamo stigmatizzare il gesto, considerandolo fuori dagli schemi. Leggiamo il disagio tra le righe, senza avere il timore di parlare di argomenti forti con i ragazzi. Apriamo con loro il dialogo e rispettiamo i loro spazi, ma soprattutto, basta dire “non so, non sapevo, non conosco”. Dobbiamo essere presenti nei momenti della loro vita in cui l’asticella viene spostata troppo avanti”.

Come aiutare i ragazzi?

Ecco qualche consiglio:
• Avviare il dialogo quando i bambini sono molto piccoli, mettendo al centro l’importanza del gioco come strumento di relazione;
• Capire momenti giusti e rispettare gli spazi dei figli adolescenti, tenendo questo dialogo attivo;
• Osservare a distanza comportamenti anomali e sofferenze: quando i ragazzi si chiudono in camera troppo a lungo, non escono con gli amici, cambiano umore;
• Vigilare sui loro profili social e con loro concordare tempi e modi di utilizzo, stabilendo insieme regole, ricordando loro che sono i genitori gli intestatari del contratto e i proprietari dello smartphone e l’utilizzo da parte loro è una concessione (da parte dei genitori);
• Aprire la propria casa ai loro amici per parlare insieme attorno a un tavolo e comunicare stabilità e fiducia;
• Cercare l’alleanza educativa con docenti a scuola, condividendo la responsabilità educativa senza demandarla, a vantaggio dei figli, che altrimenti giocheranno sulla distanza tra le parti per evitare il dialogo.

 

Tratto da Donnamoderna.com

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IL RUMORE DEL LUTTO

La manifestazione IL RUMORE DEL LUTTO, patrocinata dal Comune e dall’Università di Parma e organizzata dall’associazione Segnali di vita, avrà luogo dal 30 ottobre al 5 novembre, con due anteprime il 20 e il 25 ottobre. Durante questo periodo in diversi luoghi della città si susseguiranno una quarantina di eventi che spazieranno dalla musica all’architettura, dall’arte al teatro, dalla letteratura al cinema, dalla psicologia alla medicina…, quasi tutti ad ingresso libero, alcuni pensati anche per i bambini.

La ormai consueta manifestazione pone l’attenzione sul tema della morte che da alcuni anni ha superato i limiti del tabù e viene trattato come parte della vita. I sempre più numerosi percorsi culturali di presa di coscienza individuale e collettiva, insieme alle esperienze di ricerca dei linguaggi da adottare e dei contenuti su cui soffermarsi, danno prova dell’affermarsi di una volontà diversa da quella tradizionale che negava e tendeva ad occultare l’evidenza e l’inevitabilità della morte.

In questo nuovo corso culturale e sociale, di cui Il Rumore del Lutto è una concreta esperienza, si inserisce il concetto di death education (o educazione alla morte), con la finalità di favorire e diffondere i significati esistenziali che scaturiscono dallo studio della morte – attraverso una metodologia di insegnamento indirizzata a tutte le età – e tesi a semplificare la riflessione sul valore della vita intesa complessivamente come inizio e fine di un percorso.

Sino alla metà del secolo scorso la morte di una persona condizionava la vita della comunità che supportava e si stringeva intorno alla famiglia, e che, attraverso una forma collettiva di apprendimento dei valori, educava alla consapevolezza della morte costruendo il senso del vivere in previsione del dover morire. Forse, la crisi attuale in cui versano i riti tradizionali e la mancanza di scripts sociali conferiscono a tale inevitabile quanto naturale condizione, i tratti della peggiore delle disgrazie e della assoluta tragedia, indipendentemente dalla causalità dell’evento.
Nei primi giorni di novembre, che per tradizione sono dedicati alla commemorazione dei defunti, a Parma – città dei vivi – è possibile individuare particolari spazi, a parte quelli religiosi in chiesa o al cimitero, in cui incontrarsi per dialogare e confrontarsi, rivalutando la morte ed il morire come elementi della vita.

 

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Paura di morire, è affrontabile?

di Marina Sozzi

Nessun essere umano ignora il timore suscitato dalla morte, buco nero che tutto assorbe, ignoto, misterioso e inquietante. Anche i bambini e gli adolescenti hanno un’apprensione nei suoi confronti, spesso mista all’attrazione per ciò che è pericoloso e sconosciuto. Spesso ripetiamo che occorre reintegrare la morte nella vita: ma questo non significa affermare che sia possibile superare la paura della morte, connaturata con l’uomo in quanto essere consapevole della propria mortalità.

Tuttavia, se, come a molti accade, la paura della morte diventa un’emozione dominante nell’equilibrio della vita, senza che vi sia un’imminenza della morte o un rischio di vita con una concreta base di realtà, vale la pena occuparsene con maggiore attenzione.

E c’è qualcosa che possiamo fare per capirla meglio. Possiamo cominciare a guardarla da vicino, questa paura, e ad analizzarla, spacchettandola, per così dire, dividendola in parti. Che cosa mi fa paura nel fatto di morire?
Non è tautologico. La paura della morte si compone di diverse paure più piccole, che, se comprese, possono contribuire a rendere più accettabile la grande Paura. Tutte le componenti del terrore della morte riguardano la vita.

Una delle più frequenti è quella di non sentire la propria vita come gratificante, di non essere soddisfatti di ciò che si è realizzato. La nostra cultura, che ci spinge a credere di essere individui assolutamente liberi nel mondo, capaci di creare la propria vita dal nulla, come un’opera d’arte, non aiuta a comprendere il limite intrinseco nelle nostre biografie. Siamo invece persone con un radicamento e una storia familiare, sociale e culturale che fanno di noi esseri determinati, che hanno solo alcune possibilità di realizzazione. Se riusciamo a cogliere il senso di quest’affermazione, ad accettare senza rimpianti eccessivi alcune sconfitte e frustrazioni, potremo essere persone più felici, vivere appieno la vita che abbiamo, e vedremo allontanarsi un po’ la paura di morire.

Vivere con consapevolezza sembra un altro elemento centrale. Se siamo sempre proiettati solo nel futuro, senza nulla assaporare del presente, rinviando continuamente le gratificazioni e la felicità, immaginando che arriveranno con la prossima vacanza, con la promozione attesa, con una nuova relazione, l’idea di morire si presenterà come una mannaia che cade su un’opportunità perduta, quella di godere della vita. Se proviamo a essere più presenti, più appagati di quello che abbiamo, più consapevoli e maturi, avremo meno paura di morire.

L’amore è l’altra questione cruciale. La profonda gioia del dare e ricevere amore, amore in senso lato, è un buon antidoto contro la paura di morire. Se abbiamo sperimentato la gioia di dare amore disinteressato e pieno almeno una volta, se ne abbiamo ricevuto in cambio, il senso della nostra vita ci appare più chiaro. E se il significato è compreso, lasciare la vita incute meno panico.

Poi ci sono tante altre paure che non riguardano il fatto in sé di non vivere più, ma il timore di come arriveremo alla nostra morte. La paura di perdere l’autonomia, di dover dipendere da altri, di avere lunghi periodi di sofferenza fisica e spirituale. In una parola, di perdere la propria identità e la propria dignità.
Ma cosa è la dignità? Occorre distinguere tra la paura di perdere la dignità e la percezione, o l’esperienza di perderla. Chi ha studiato l’esperienza di perdere la dignità (come Harvey Max Chochinov nel suo Terapia della dignità) ha messo in luce il fatto che tale percezione non dipende dalle numerose perdite che alla fine della vita indubbiamente si presentano, ma da come si relazionano con noi coloro che si prendono cura della nostra vecchiaia, o della nostra malattia. Il Royal College of Nursing inglese ha dato un’interessante definizione della dignità, affermando che nessun essere umano la perde se coloro che lo circondano continuano a considerarlo un individuo di valore, degno di stima. La dignità ha a che fare con la relazione, non è realtà oggettiva, non esiste a prescindere dagli altri.

Ma se così stanno le cose, come facciamo a essere certi che chi si prenderà cura di noi ci guarderà come esseri dotati di valore? Non è, naturalmente, una certezza che possiamo avere (anche se stendere le nostre disposizioni anticipate di trattamento può aiutare), e tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Quel che possiamo fare per rassicurarci è attribuire sempre a ogni singolo essere umano, qualunque sia la situazione in cui ci si presenta, quello stesso valore che vorremmo che gli altri attribuissero a noi. E’ l’imperativo categorico kantiano, formulato nella Metafisica dei costumi, e quanto mai attuale: “agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale”. Universalizzando, con Kant, il nostro comportamento (agisci come vorresti che gli altri agissero nei tuoi confronti), possiamo contribuire a creare una cultura del rispetto dell’essere umano e della salvaguardia della sua dignità. Ricordiamolo, quando incontriamo persone che hanno bisogno del nostro sostegno, o anche solo della nostra considerazione. Poveri, immigrati, malati, disabili, morenti, eccetera eccetera. La nostra paura di morire decrescerà.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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Antichi riti funebri… dalla sepoltura celeste alla cremazione nell’antica Roma

Sepoltura celeste (Tibet)

La sepoltura celeste è un antico rito funebre tibetano che prevede che il cadavere venga scuoiato e consumato dagli avvoltoi. La prima testimonianza storica di questo rito ci viene da un trattato buddista del XII secolo conosciuto come “Libro della Morte” (Bardo Thodol), ma è molto probabile che l’usanza risalisse a tempi molto precedenti. La sepoltura celeste prevede la recitazione di mantra seguita dalla preparazione del corpo del defunto, che deve procedere tra chiacchierate e sorrisi per sollevare l’anima del trapassato dai pesi terreni. A volte il corpo viene esposto intero agli avvoltoi, altre volte viene ridotto in pezzi per consentire anche a corvi e aquile di cibarsi.

Cremazione vichinga

Contrariamente all’idea comune diffusa da Hollywood, i Vichinghi non dicevano addio ai loro cari deponendone i corpi senza vita su un drakkar e appiccando il fuoco all’imbarcazione: le barche avevano troppo valore per poter essere bruciate ogni volta che moriva qualcuno nella comunità. Il funerale vichingo più comune prevedeva la cremazione su una pira costruita all’aperto (affinché l’anima potesse volare nel Valhalla trasportata dal vento) e la raccolta delle ceneri del defunto in un’urna che successivamente veniva sepolta. Gli individui di rango sociale più elevato potevano permettersi la sepoltura delle proprie ceneri all’interno di una grande bara decorata a forma di nave (più raramente in una nave portata sulla terraferma e poi sepolta) in compagnia di oggetti preziosi, armi e animali sacrificali. Non era raro inoltre che un corpo venisse sepolto semplicemente in un buco nel terreno in seguito riempito di terra e coperto da pietre.

Decomposizione

I riti funebri degli aborigeni australiani variano moltissimo in base al clan d’appartenenza. Uno dei rituali funerari più conosciuti, quello dei Wollaroi, prevede la costruzione di una piattaforma su cui viene deposto il corpo. Il cadavere viene quindi coperto da rami e foglie e si attende per qualche mese che la decomposizione faccia il suo corso; nel frattempo, i “succhi” che colano dal corpo vengono raccolti e usati come unguento magico che donerebbe a chi lo usa le capacità del defunto. Quando rimangono solo le ossa, queste vengono raccolte e sepolte, oppure deposte nella cavità di un albero.

Mesopotamia

I Sumeri credevano che l’aldilà ti trovasse sottoterra e la sepoltura sembrava il metodo migliore per accedere più agevolmente al mondo dei morti. Le persone comuni erano seppellite vicino alla loro residenza, ma se il rituale funerario non veniva rispettato alla lettera potevano tornare sotto forma di fantasmi.
La cremazione era considerato un rituale incapace di dare pace al defunto: salendo verso l’alto dove dimorano gli dei, l’anima umana non avrebbe mai trovato una casa per l’eternità vedendosi rifiutare l’accesso al regno divino.

Egitto

Nell’ Antico Egitto non solo veniva sepolta la gente comune, ma anche gatti e cani, che spesso subivano un processo di mummificazione. Che fosse umano o animale, il defunto veniva sepolto con i suoi oggetti più cari e dopo aver recitato alcuni incantesimi dal Libro dei Morti. I più ricchi potevano invece permettersi la mummificazione e una tomba degna di nota.

Il funerale quasi moderno

Nell’ Antica Roma (e spesso anche in Grecia), il decesso di un membro della famiglia aveva aspetti molto moderni. Il parente più vicino baciava il defunto e gli chiudeva gli occhi, dando inizio ai lamenti funebri. Il corpo veniva quindi posizionato per terra, lavato e consacrato con unguenti; dopo la preparazione, veniva disteso nell’atrio della casa con i piedi in direzione della porta d’ingresso prima di essere portato in processione (pompa funebris) al cimitero per la cremazione. Dopo un’offerta a Cerere, il corpo poteva essere cremato.
In realtà, cremazione e inumazione erano entrambe pratiche molto comuni nella Roma antica, ma indipendentemente dal metodo di sepoltura gli antichi Romani sentivano l’obbligo morale di commemorare i loro antenati ad ogni occasione possibile.

Torri del silenzio

Le Torri del Silenzio (dakhma) sono strutture in legno e argilla alte dai 10 ai 30 metri e strettamente collegate ai riti funebri dell’ Antica Persia e dello Zoroastrismo. Lo Zoroastrismo considera impuri i cadaveri, tra cui dimorerebbe il “demone dei cadaveri” che corrompe ogni cosa; per evitare la contaminazione dei cadaveri, i corpi vengono posizionati in cima ad una torre circolare per esporli al sole e agli uccelli saprofagi (“spazzini”), evitando il contatto con la terra o l’uomo. Una volta che i cadaveri sono ridotti a sole ossa, queste cadono verso il basso andando a riempire il pozzo centrale.

Bara-albero

I Caviteño, abitanti delle regioni rurali di Cavite, Filippine, seppelliscono i loro morti all’interno di alberi cavi. L’albero viene scelto in anticipo dal diretto interessato quando si ha il sentore che il punto di morte sia vicino; non appena passato a miglior vita, il corpo è inserito verticalmente all’interno dell’albero cavo.

Teschi degli antenati

A Kiribati, stato insulare dell’ Oceania, i corpi vengono riesumati mesi dopo la sepoltura per estrarre il cranio del defunto. La famiglia si occupa quindi di pulire il teschio, oliarlo, preservarlo e metterlo in mostra all’interno della casa, di tanto in tanto facendo qualche offerta simbolica al caro estinto.

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Cimitero dei bimbi mai nati

Cimitero dei bimbi mai nati: dove seppellire i piccoli scomparsi prima delle 28 settimane di gestazione

È stato istituito nel cimitero di Torri di Quartesolo, in provincia di Vicenza, un luogo dove anche i feti abortiti prima della 28° settimana potranno riposare in pace.

Nell’area del camposanto nella quale potranno essere tumulate le salme, sia derivanti da aborto spontaneo che da scelte consenzienti, sono stati predisposti per il momento cinque/sei posti.

A dare la notizia dell’istituzione di una sezione per i piccoli mai nati è il Corriere della Sera che, nel suo articolo, inquadra come promotori dell’iniziativa adottata dal municipio di Torri di Quartesolo l’Azienda Sanitaria di Vicenza e la Regione Veneto.

La scelta di creare uno spazio per accogliere quei piccoli coinvolti tragicamente in gravidanze non andate a buon fine deriva proprio dalla volontà dei loro papà e delle loro mamme. Alcuni genitori infatti, che non hanno avuto la possibilità di stringere il proprio piccolo, hanno chiesto di avere una tomba dove collocare le sue spoglie mortali.

 

articolo tratto da  https://tuttofunerali.it/

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Nuova scoperta a Pompei: ritrovato l’ultimo fuggiasco

Lo scheletro rinvenuto apparteneva ad un uomo in fuga, un 35enne con una gamba malata che, forse a causa della disabilità, si era attardato nella fuga.

Ha avuto in sorte una fine orribile e l’ha guardata in faccia, investito dalla furia bollente del Vesuvio che gli ha scagliato addosso, decapitandolo, un masso di 300 chili. A Pompei- documenta in anteprima l’ANSA – gli scavi hanno restituito una nuova vittima, un 35enne con una gamba malata che forse proprio per la sua disabilità si era attardato nella fuga. Una scoperta “drammatica ed eccezionale”, commenta il direttore del Parco Archeologico Osanna. “Incredibile”, dice Franceschini.

La scoperta è avvenuta nella zona dei nuovi scavi, la Regio V, proprio all’angolo tra il Vicolo dei Balconi (la strada che il team del Parco archeologico di Pompei ha appena riportato alla luce) e il vicolo delle Nozze d’Argento. “Lo abbiamo ritrovato in un punto dove c’era uno slargo e forse una fontana- racconta Osanna- uno spicchio di terreno ancora ricoperto da un notevole strato di materiale piroplastico”. La terra gli era in parte collassata addosso, per cui, spiega, non è stato possibile ricostruirne le sembianze usando la tecnica del calco di gesso.

E’ stato possibile però, fare altri calchi tutto intorno allo scheletro. E sono serviti per capire quanto drammatici devono essere stati gli ultimi istanti di quest’uomo, che si è visto arrivare addosso la nube piroplastica “che trascinava con sé detriti, pezzi di ferro, tronchi d’albero, pezzi di selciato”.

Di sicuro, ricostruiscono gli esperti, il poveretto deve essersi attardato. La sua tibia presenta le tracce di una brutta infezione ossea che doveva procuragli dolore e rendergli difficoltosa la fuga. Quando si è convinto a scappare la situazione era precipitata, nel vicolo si erano depositati già due metri di lapillo. Il povero fuggiasco claudicante deve aver tentato il tutto per tutto. Ma non ce l’ha fatta. Un masso enorme lo ha investito colpendolo al busto, con tutta probabilità staccandogli di netto la testa.

Gli archeologi lo hanno trovato riverso sulla schiena, la parte alta del busto ancora coperta dalla pietra. Ora saranno le analisi di laboratorio a ricostruirne con più certezza la storia. Analisi e studi, sottolinea Osanna, che “aggiungeranno un nuovo importante tassello alla storia di Pompei”. La pietra che ancora lo schiaccia verrà rimossa a breve. Si sa già che doveva trattarsi di un uomo adulto, con un’altezza intorno al metro e sessantacinque e un po’ di artrosi. “Se fossimo così fortunati da ritrovare il cranio saremmo in grado di ricostruirne la fisionomia”.

 

 

 

 

articolo tratto da www.huffingtonpost.it

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La legge 219 sul Consenso Informato: quali novità?

di Marina Sozzi

American doctor talking to senior man in surgeryLa legge 219, sul Consenso informato e sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, approvata alla fine del 2017 ed entrata in vigore a fine gennaio 2018, contiene in sé due innovazioni culturali molto importanti: in questo articolo parliamo della prima (il Consenso informato), e un secondo post sarà dedicato alle DAT.

L’articolo 1 della legge afferma il diritto dei cittadini a conoscere le proprie condizioni di salute e a essere informati in modo completo, aggiornato e comprensibile su diagnosi, prognosi e conseguenze dei trattamenti sanitari consigliati dal medico. Ciò significa che il soggetto delle scelte sulla salute è l’individuo malato, con i suoi familiari e i suoi cari. Non si tratta di un’affermazione scontata o di poco conto. Storicamente, dai tempi della scuola medica di Ippocrate (V secolo a.C.) agli anni Sessanta del Novecento, il rapporto medico-paziente ha seguito un modello paternalistico: la relazione è stata sempre considerata fortemente asimmetrica, così che stabilire cosa fosse bene per il paziente spettava solo al medico. Nel corso dei secoli quasi nulla è mutato. Ancora nei codici deontologici degli anni 70 e 80 del Novecento, si raccomanda di nascondere al paziente la malattia grave, e semmai di comunicare alla famiglia la prognosi infausta. In tale atteggiamento era anche presente l’idea (verrebbe da dire, il pensiero magico) che togliere la speranza della guarigione al malato avrebbe peggiorato le sue condizioni fisiche. Quindi, viva la menzogna (anche diverse correnti all’interno della Chiesa – con l’eccezione di Agostino – ritenevano che tale menzogna a fin di bene non fosse peccato).

Solo molto recentemente il modello paternalistico è stato messo in discussione, e oggi si tende a pensare, erroneamente, che sia tramontato. Ma chiunque di noi abbia dovuto firmare un modulo di consenso informato, per un esame invasivo o un’operazione chirurgica, sa che la propria firma si riduce a mero adempimento burocratico, e raramente comporta un’autentica comunicazione tra medico e paziente.

Sono inoltre disponibili alcuni dati sconcertanti, raccolti negli Usa negli anni 2000, riguardo alla percentuale di verità detta ai pazienti sulla diagnosi (i dati si trovano nel volume di Marzio Barbagli, Fine della vita. Morire in Italia). I medici hanno parlato apertamente della diagnosi al 93% dei pazienti con cancro al seno o alla prostata, ma solo all’84% di quelli con cancro ai polmoni, al 78% dei malati di Parkinson, al 48% di quelli malati di ictus, al 45% degli affetti da Alzheimer, al 27% di quelli che soffrono di altre forme di demenza.

Come leggere questi dati? Se la prognosi si fa infausta, o se si tratta di malattie rispetto alle quali la medicina si sente impotente, come le demenze, la verità viene detta più raramente: non solo sulla prognosi, ma anche sulla diagnosi. E i medici americani hanno ammesso la loro difficoltà nel dire la verità al malato. In Italia, dati come questi non sono neppure raccolti, e non oso immaginare cosa emergerebbe da una tale indagine.

Inutile ricordare anche che nella maggioranza dei casi il consenso informato è oggi un foglio che ha come principale ruolo quello di proteggere il medico da eventuali rivendicazioni legali da parte dei pazienti. Venuto meno il paternalismo, non è stato sostituito da una relazione aperta e sincera tra medico e paziente, dall’auspicata alleanza terapeutica. Anzi. Entrambi sono sulla difensiva, due diffidenze si incrociano. Il paziente teme l’incompetenza del medico, non accetta che la medicina possa fallire, e non è più paziente, ma esigente, come scrive Ivan Cavicchi. E il medico, che da un lato pensa di dover essere onnipotente, e dall’altro sa di poter fallire, cerca di proteggersi da eventuali denunce.

In questa pessima situazione, che fortunatamente ha un certo numero di felici eccezioni, era senz’altro indispensabile una legge che spiegasse bene in cosa consiste il consenso informato, quali sono i diritti dei cittadini e i doveri dei medici. E tuttavia, non possiamo dare un giudizio positivo su questa legge, neppure su questo prezioso articolo 1.

Quando si vuole cambiare una prassi, infatti, non è sufficiente enunciare come dovrebbero andare le cose. Occorre stabilire come fare perché le cose cambino. In questo caso, è indispensabile (la legge lo dice) fare formazione ai medici, affinché imparino a parlare con i loro pazienti, e a comunicare anche le cattive notizie. Affinché i dottori comprendano che la speranza non è necessariamente aspettativa di guarigione, e che i pazienti hanno tanti altri tipi di speranza che possono coltivare, anche alla fine della vita. Affinché i dottori riescano a mettere in gioco anche la loro umanità, la loro umana fragilità, nel parlare con i pazienti (e allora si vedrebbero le denunce contro i medici diminuire vertiginosamente). Il tempo della comunicazione è tempo di cura, recita la legge. Bellissima affermazione di principio, ma come ottenere che entri nella prassi clinica?

Senza un’adeguata e sistematica formazione, non c’è speranza che le cose cambino, se non con enorme lentezza: i tempi lunghi dei cambiamenti spontanei di mentalità.

Ma questa legge non fa nulla per essere motore di cambiamento: non indica quali enti dovrebbero fare formazione, e neppure stanzia denaro, neppure un euro, a tal fine. Neppure auspica che una vasta campagna di informazione sia dedicata ai cittadini e ai pazienti, che continuano a delegare ai medici scelte che non sanno di poter fare in prima persona e che non ritengono di avere la capacità di fare. Peccato. L’ennesimo contentino a chi voleva la legge, l’ennesima occasione perduta.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it