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pompe funebri cerro maggiore

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Stanno arrivando le vacanze estive, e come sempre si tratta di un momento particolarmente difficile per chi ha perso una persona cara e si trova immerso nel dolore. Quest’anno, chi ha perduto un congiunto a causa del Covid o durante il Covid, ha un peso ulteriore da sopportare, l’angoscia di non aver potuto accompagnare, salutare, celebrare le vite concluse, o purtroppo talvolta spezzate, con riti funebri degni di tale nome. Abbiamo già scritto molto a tal proposito su questo blog.

Ma vogliamo rivolgere il pensiero anche a quei lutti che nella nostra società sono meno riconosciuti o non sono riconosciuti affatto.

Esiste infatti, in ogni cultura, una sorta di gerarchia della gravità dei lutti, stabilita in funzione dell’importanza attribuita a ogni relazione. Siamo naturalmente, nell’ambito delle norme non scritte, e anche non dette, che tuttavia condizionano gli individui. Per fare un esempio, nel Seicento – quando la mortalità infantile era molto elevata e la rilevanza della famiglia di origine molto forte (la famiglia non era ancora nucleare) – la perdita di un bambino entro i dieci anni era considerata un evento avverso ma tollerabile; oggi, in una società in cui si fanno pochi figli e la mortalità infantile si è fortunatamente quasi azzerata, la morte di un bambino è vissuta come l’esperienza più insopportabile che si possa attraversare. Non si tratta solo di affermare che il dolore per la perdita di un figlio non era espresso nel Seicento, mentre può essere manifestato ai giorni nostri. È proprio la percezione del dolore che è diversa, perché, come è spiegato nel bel libro di David Le Breton, Antropologia del dolore, tale percezione non è né universale né atemporale: anzi, è culturalmente determinata.

Ora, la nostra società, fondata sulla famiglia ristretta, considera lutti gravi e gravissimi la perdita dei figli e dei coniugi, dei genitori (specie se avviene quando i figli sono ancora giovani), dei fratelli e delle sorelle, e legittima emozioni di grande dolore per questi lutti.

Invece, ritiene che la morte di una persona al di fuori di questa cerchia di “soggetti importanti” nella nostra vita non dovrebbe dar luogo allo sviluppo di un vero e proprio lutto, inteso come quell’insieme di processi psicologici, consci o inconsci, suscitati dalla perdita di una persona amata (così Bowlby definiva il lutto).

Il lutto per i nonni è il primo ad essere misconosciuto nella nostra cultura. Si cerca di proteggere i bambini dal dolore della perdita, e si mente frequentemente sulla morte dei nonni. Una morte che viene sovente dapprima occultata (non si permette ai bambini di dare un ultimo addio e non li si porta ai funerali) e poi sottovalutata, da genitori che spesso non sono in grado di sostenere il dolore dei bambini. E si tratta di una trascuratezza che può dare esiti problematici, specialmente quando la relazione con i nonni era stretta e quotidiana. I bambini si trovano così ad affrontare da soli la perdita dei nonni, con un malessere che non riescono a interpretare. In questi mesi, con la morte di molti anziani per Covid 19, abbiamo perso molti nonni. È importante non nascondere l’accaduto ai bambini, non dissimulare il proprio dolore: facendolo, si impedisce ai bambini di riconoscere e processare la propria sofferenza.

Anche la perdita di un amico si inscrive nel novero dei lutti poco riconosciuti: per quanto stretta sia stata la relazione amicale, la perdita non gode dello stesso riconoscimento di quella di un membro della famiglia. Ben diversa era la considerazione della perdita di un amico nella cultura greca e romana, ad esempio, dove l’amicizia godeva di uno status di particolare importanza. Si pensi all’Etica Nicomachea di Aristotele, due libri della quale sono dedicati all’amicizia; o al De Amicitia di Cicerone, opera nella quale Lucio tollerava la morte dell’amico Scipione solo in nome della memoria: “mi godo il ricordo della nostra amicizia, così che mi sembra d’aver vissuto felicemente, perché sono vissuto con Scipione, col quale ho condiviso le cure pubbliche e private, col quale ho avuto in comune la casa e la vita militare, e, cosa in cui è tutta l’essenza dell’amicizia, il massimo accordo delle volontà, delle propensioni, delle opinioni.”

Un altro lutto non ancora del tutto culturalmente accolto è quello della cosiddetta “morte perinatale”, la morte del feto o del neonato: è un tema delicato, di cui talvolta abbiamo parlato in questo blog. Accade ancora che i ginecologi, le ostetriche, in generale i curanti che stanno intorno alla donna che ha perso il figlio minimizzino, e dicano: “ma lei è giovane, può farne un altro”. Lentamente, sta emergendo un altro tipo di comportamento, che prevede la sepoltura del bambino morto, e interpreta la perdita perinatale come lutto. Ma è una sensibilità ancora poco diffusa. Erika Zerbini, una mamma che ha deciso di occuparsi di lutto perinatale a partire dalla propria esperienza, afferma in un’intervista : “Molto raramente si hanno le parole per poter spiegare questo tipo di lutto e quasi mai si hanno le parole legate alla morte. Non ci viene mai detto: “tuo figlio è morto”. Ci viene detto: “il battito non c’è più”. Le parole sono importanti per identificare chiaramente quale sia la situazione e per poter mettere in atto quelle dinamiche utili ad accettarla. Le faccio un altro esempio: il parto del nostro bambino morto viene chiamato “espulsione”.

L’esempio più eclatante di lutto non riconosciuto è la morte dell’amante, etero od omosessuale, in quanto i legami clandestini non godono di quel riconoscimento sociale che è essenziale, essendo gli umani animali sociali, per rielaborare la perdita e condividere il dolore. Una relazione non riconosciuta con il defunto rende difficoltoso il lavoro del lutto, compromettendo quindi il benessere psico-sociale della persona, a breve e lungo termine.

Ma, come abbiamo visto, a essere private del diritto a un lutto pienamente riconosciuto socialmente non sono solo le relazioni irregolari o segrete. La nostra cultura fatica ad accogliere diversi lutti, che si fondano su legami del tutto “alla luce del sole”, come quello dei nonni con i nipoti o dei genitori con il nascituro. La cultura condiziona, certo, ma la consapevolezza culturale è in grado, seppure lentamente, di cambiare le cose.

Quello che è accaduto col Covid è che tutte le persone in lutto hanno dovuto sostenere la mancanza di condivisione che è solitamente caratteristica dei lutti non riconosciuti. Tutti non hanno potuto dire addio, non hanno potuto organizzare riti, hanno dovuto elaborare la perdita nell’isolamento.
Questa esperienza può forse portarci a ripensare i nostri stereotipi culturali riguardanti il lutto, cercando di esserne consapevoli, e immedesimandoci nel dolore di chi ha perso qualcuno che amava, a prescindere dal ruolo che il defunto aveva nella vita di chi resta.

ARTICOLO TRATTO DA WWW.SIPUODIREMORTE.IT di MARINA SOZZI

di MARINA SOZZI

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Durante i mesi più oscuri dell’epidemia di Covid-19, ci siamo interrogati più volte su cosa stesse accadendo della negazione della morte che caratterizza la nostra cultura. Da un lato, l’intera popolazione del nostro paese, soprattutto nelle regioni più colpite, è stata investita da un’acuta angoscia di morte, difficilmente ignorabile. Dall’altro lato, abbiamo assistito a diverse manifestazioni di negazione della paura e dell’angoscia, con i concerti sui balconi, così poco in accordo con le sirene delle ambulanze, e con l’hashtag #andràtuttobene.

Ora che l’epidemia ci ha dato un po’ di respiro, gli individui cercano di dimenticare quello che hanno vissuto, ignorando le precauzioni, col rischio di farci nuovamente precipitare in una seconda ondata epidemica in autunno. Pare quindi che non si possa parlare di una maggiore coscienza della mortalità indotta dalla pandemia: come spesso accade, e come sanno coloro che hanno sperimentato il rischio della vita, tale coscienza dura finché il pericolo è attuale. Una più profonda consapevolezza della finitezza richiede un processo di crescita e di riflessione personale che non deriva solo dall’angoscia di morte.

Non stiamo parlando soltanto di gente comune, di giovani che si affollano nei bar per lo spritz serale. Vi sono intellettuali di primissimo piano che hanno dimostrato di mettere in atto raffinati processi di negazione della paura. Caso emblematico, il filosofo Giorgio Agamben, teorico della biopolitica, ossia di quell’insieme di pratiche con le quali la rete dei poteri capitalistici gestisce i corpi e le vite degli individui.

Durante il lockdown, Agamben ha pubblicato numerosi brevi articoli sul sito dell’editore Quodlibet dai titoli emblematici: “Biosicurezza”, “La medicina come religione”, “L’invenzione di un’epidemia”, ecc. Il fulcro teorico di questi articoli consiste nell’evidenziare come la maggior parte dei cittadini italiani abbia accettato supinamente ogni tipo di limitazione della propria libertà – “limitazione decisa con decreti ministeriali privi di ogni legalità e che nemmeno il fascismo aveva mai sognato di poter imporre”, scrive Agamben – per evitare un pericolo di natura sanitaria. Addirittura, il filosofo italiano definisce “frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate” le misure di emergenza adottate per questa “supposta epidemia”. Egli è convinto che il comportamento comunemente adottato nel corso del lockdown rispecchi la trasformazione della scienza e della medicina nelle religioni del nostro tempo, le quali riconoscono nella malattia “un dio o un principio maligno […] i cui agenti specifici sono i batteri e i virus” a cui va contrapposto “un dio o un principio benefico, che non è la salute, ma la guarigione, i cui agenti cultuali sono i medici e la terapia”. Il 17 marzo ha scritto: «È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa.»

Siccome nulla è semplice e lineare, parte del ragionamento di Agamben è vicino a quello che facciamo, anche all’interno di questo blog, sulla necessità di ripensare il ruolo della morte e della malattia nella vita. È vero che la malattia è sovente trasformata in un dio maligno contro cui occorre combattere sempre e in ogni situazione fino allo stremo delle forze, usando le armi della scienza e della medicina; è vero che va sfatato il mito della medicina come onnipotente artefice di guarigione, e che occorre sottoporre a critica alcuni aspetti della biomedicina. Tuttavia, il ragionamento di Agamben ha esiti radicalmente differenti dai nostri, proprio perché, da uomo del Novecento, non riesce a fare i conti con la propria angoscia di morte, non la riconosce come componente ineludibile della stessa vita umana, componente antropologica e non prodotto di una società malata. Non entreremo nel merito della filosofia di Agamben e delle sue riflessioni sulla biopolitica. Ci sembra tuttavia che sia un buon esempio di quanto sia radicata, nella nostra cultura e nel nostro pensiero, la negazione della morte. Viene in mente anche Sartre, peraltro allievo di Heidegger come Agamben, quando scriveva che è impossibile prepararsi alla morte. La morte non fa parte delle possibilità dell’uomo, anzi è ciò che interrompe bruscamente l’arco delle possibilità di ciascuno, ne rappresenta l’annullamento. Sartre scrive che la morte appare come l’assurdo che costeggia e minaccia la vita umana: “Così la morte non è mai quello che dà il suo senso alla vita; è invece ciò che le toglie ogni significato”.

Queste, che possono sembrare astratte dissertazioni filosofiche, ci servono per comprendere che la negazione della morte, la difficoltà della nostra cultura ad includerla nella vita, ha profonde e complesse radici nella nostra storia, e non credo che possa essere scalfita dall’esperienza del Coronavirus. Piuttosto, la pandemia potrebbe portarci a riflettere sull’esigenza di fare educazione alla morte, fin da bambini, a tutti i cittadini. Insieme all’educazione civica. Perché solo un individuo consapevole della propria finitezza può diventare un cittadino responsabile.

articolo tratto da sipuodiremorte

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Intervista. Davide Sisto è uno dei pochi intellettuali italiani che in questi anni si è occupato di morte e digitale. A lui abbiamo chiesto una visione di questo rapporto straniante ma quotidiano, fuori e dentro la crisi da covid-19. Una questione tutt’altro che chiusa, soprattutto nei suoi risvolti psichici

scritto da Luca Barachetti
Coordinatore dei contenuti di Eppen.

I tanti profili Facebook delle persone decedute come fantasmi di una dimensione pubblica e virtuale. I racconti tramite post delle persone scomparse. Ma anche le iniziative memoriali come “Ogni vita è un racconto”. La morte prima del covid-19 era stata allontanata dal discorso pubblico. Tuttavia con il digitale si è riavvicinata, per poi tornare con prepotenza nelle nostre vite a causa dell’epidemia. Una morte in solitudine (ad esempio nelle terapie intensive) senza un’ultima parola o un gesto conclusivo, privata anche della ritualità religiosa o laica alla base della nostra società. Ci è rimasto il web, con le tracce di chi non c’è più e di chi c’è ancora e ricorda.

Ne abbiamo parlato con Davide Sisto, tanatologo e filosofo presso l’Università di Torino, nonché autore di “La morte si fa social” (Bollati Boringhieri, 2018) e del più recente “Ricordati di me” (Bollati Boringhieri, 2020), due libri fondamentali qualora si voglia affrontare la questione della Fine nelle nostre esistenze onlife.

LB: Che rapporto avevamo con la morte prima del coronavirus?

DS: Un rapporto molto problematico a causa della sua radicale rimozione sociale e culturale dallo spazio pubblico all’interno di cui svolgiamo le nostre attività quotidiane. Nominarla in pubblico risulta essere inopportuno o addirittura di cattivo gusto. Nel mio libro “La morte si fa social” ho menzionato una ricerca scientifica australiana che ha analizzato, nel 2017, le decine di espressioni linguistiche utilizzate nel mondo occidentale per non usare il termine “morte”. Questa rimozione ci ha spinto a credere che la morte non sia parte della vita, ma sia un Male che dall’esterno ci attacca, per cui è obbligo della medicina e della tecnologia sconfiggerla con tutte le armi a disposizione. Pensiamo alla pessima espressione “stroncato da un male incurabile” utilizzata per spiegare che una persona è morta a causa di un tumore. Un simile immaginario sociale e culturale, che attribuisce un valore morale negativo alla mortalità e affida i sogni di immortalità alla medicina, genera una serie di conseguenze negative da anni evidenziate nel campo della Death Education.
Davide Sisto

LB: Poi è arrivato il virus: avevamo lasciato la morte fuori dalla porta, affidando alla tecnica il compito di posticiparla, fino all’immortalità (come racconta Don DeLillo in “Zero K”). È rientrata dalla finestra. Abbiamo continuato a ripeterci #andratuttobene, ma non è andato tutto bene. Pensa che questa abolizione della morte abbia reso più difficile il nostro rapportarsi ad essa?

DS: Sicuramente. L’hashtag #andratuttobene è paradigmatico a proposito. Per quanto sia più che lecito crearsi delle vie di fuga dal terrore del momento, non è tuttavia salutare evitare di guardare in faccia la realtà. Le immediate reazioni impulsive delle persone, prima tramite il ridimensionamento del pericolo (penso a chi sosteneva a inizio marzo che infrangere il lockdown era un atto rivoluzionario), poi tramite azioni irrazionali (lo svuotamento dei supermercati, l’aggressiva caccia ai runner, ecc.), hanno evidenziato la totale impreparazione psicologica ed emotiva ad affrontare le conseguenze della nostra innata fragilità esistenziale. Una maggiore coscienza della propria mortalità non avrebbe, certo, diminuito la paura ma avrebbe sicuramente aiutato a essere maggiormente lucidi e razionali dinanzi al pericolo inaspettato.

LB: Il digitale però, prima ancora del coronavirus, ci ha un rimesso di fronte alla morte abolita.

DS: Le tecnologie digitali, senza volerlo, stanno riportando dinanzi ai nostri occhi la morte tenuta lontana dallo spazio pubblico. La ricercatrice inglese Stacey Pitsillides scrive, come introduzione al suo sito digitaldeath.eu, che la morte fa parte della vita e la vita è divenuta digitale. Il fatto di plasmare, nel corso degli anni, le nostre identità digitali all’interno dei social network ci ha messo di fronte al fatto che non vi è vita senza morte. Basti pensare che Facebook include oltre cinquanta milioni di profili di utenti deceduti. Addirittura, si prevede già nel 2070 che ci saranno su Facebook più profili dei morti che dei vivi. Questo, ovviamente, produce sia conseguenze positive (i social network rappresentano un punto di partenza per una rinnovata consapevolezza della nostra mortalità) sia effetti negativi (le identità digitali restano online, dandoci l’impressione di vivere spettralmente per sempre).

LB: Con l’epidemia la morte è solitaria, è cambiato il paradigma: niente ultima parola d’addio, niente ritualità dell’ultimo saluto. I social e il web sono stati un soccorso?

DS: Assolutamente sì. Penso soprattutto alle video-chiamate che hanno permesso ai malati, intubati nei reparti ospedalieri, di dare un ultimo saluto ai loro cari, anche se solo tramite gli schermi. Senza ombra di dubbio, il contatto fisico resta insostituibile. Tuttavia, i social e il web in generale hanno rappresentato un ottimo mezzo per sopperire alla scomparsa improvvisa e drammatica dei corpi. E dobbiamo farne tesoro in futuro.

LB: Che funzione hanno avuto?

DS: Nel mio ultimo libro, “Ricordati di me”, evidenzio come i social network siano diventati veri e propri esperimenti di autobiografia culturale collettiva. Che ci piaccia o no, la nostra vita è ampiamente presente all’interno dei social network. Dunque, in circostanze così drammatiche, essi permettono di fare gruppo e di darsi reciproco supporto, limitando quell’imbarazzo che spesso ha luogo nella dimensione offline. Pensiamo alla pagina Facebook “Noi denunceremo”, colma di storie personali e di interazioni benefiche tra chi ha vissuto lo stesso identico trauma. Inoltre, i social permettono di conservare i ricordi dei propri cari, aspetto che alla lunga può essere anche traumatico a causa del meccanismo della registrazione. La registrazione del ricordo lo rende infatti sempre presente, dunque rende più difficile il superamento del dolore ad esso associato. A parte questo, il ruolo dei social network è basilare in questo periodo di gigantesca solitudine. Inoltre, ciascuno di noi, con le proprie storie personali, sta contribuendo a creare un vero e proprio archivio digitale delle memorie della pandemia. Gli storici, in futuro, non potranno che trarne enormi benefici.

LB: Lei parla spesso di spettri digitali, presenze / assenze in forma di big data…

DS: Dal momento in cui l’uomo ha preso coscienza della morte di sé e dei propri cari ha cercato, altresì, di mantenere presenti coloro divenuti assenti. A partire dalla scrittura, ogni invenzione che cerca di far permanere, tramite la registrazione, colui che scompare rappresenta un modo di opporsi alla morte. Da questo punto di vista, gli spettri digitali non sono altro che una modalità innovativa di conservare il ricordo delle persone amate che non ci sono più. Gli spettri digitali diventano paurosi se, invece di rappresentare una sorta di scrigno tecnologico dei ricordi, mirano a sostituire i morti. In tal caso, gli esiti sono problematici, come nel famoso episodio “Torna da me” di Black Mirror, in cui allo spettro digitale del fidanzato la compagna rinfaccia di essere solo un accenno di ciò che era il suo fidanzato in carne e ossa, dunque di non avere nessuna storia.

LB: L’Eco di Bergamo ha avviato il progetto “Ogni vita è un racconto”, un memoriale online dove tutti possono lasciare il loro ricordo di una persona morta.

DS: Mi sembra un’operazione molto utile e intelligente tanto sul piano della consolazione quanto sul piano della memoria storica. Rafforza il senso dell’appartenenza alla propria comunità, offre ai tanti defunti uno spazio digitale per “stare insieme”, soprattutto tenuto conto della mancanza in molti casi dei riti funebri, e simbolicamente limita il senso di solitudine dei dolenti. In più, crea un archivio digitale delle storie delle persone comuni, assai prezioso da un punto di vista storico.

LB: La memoria è sempre d’aiuto dinanzi alla morte? O è importante pure l’oblio?

DS: Anche l’oblio può rappresentare una scelta salutare. Ma la scelta tra la memoria e l’oblio di sé o dei propri cari è assolutamente una questione soggettiva, che non può valere per tutti allo stesso identico modo.

LB: In questi giorni c’è una grande attenzione verso la crisi economica conseguente al virus, ma pochissima cura della crisi psichica data da lutti, isolamento, angoscia verso un qualcosa che ancora oggi fatichiamo a definire.

DS: Sarebbe opportuno che lo stato italiano comprendesse, una buona volta, l’importanza della Death Education. Mai come oggi serve il lavoro delle persone che si occupano di lutto e di morte e che possono offrire un sostegno fondamentale a chi ha vissuto questo incubo. L’errore madornale consiste nell’abbandonare ogni dolente alla sua solitudine, senza offrigli un supporto sociale che è fondamentale per affrontare le conseguenze psicologiche dei lutti, dell’isolamento e di tutto ciò che ci sta facendo soffrire, non solo sul piano economico.

LB: Per comprendere l’importanza del digitale dinanzi alla morte, soprattutto quando il deceduto è assente, è necessario superare la dicotomia reale / virtuale per andare verso quel mondo ibrido e osmotico che è l’onlife, come l’ha definito il filosofo Luciano Floridi… non crede che sia una questione da affrontare fino dalla scuola?

DS: Assolutamente sì. Aggiungo un appunto: noi viviamo da anni una vita onlife, pur ignorandola e credendo che vi sia una distinzione tra reale e virtuale, che di fatto esiste solo nei nostri pregiudizi. La pandemia, paradossalmente, ci ha fatto vivere una vita online senza quella offline, a causa del congelamento dei nostri corpi dentro le abitazioni. Ciò ha creato non pochi problemi di natura lavorativa, psicologica, emotiva, ecc. Ecco perché questa esperienza dovrebbe spingere le scuole a educare all’uso del digitale, evidenziando l’importanza della sua integrazione nelle nostre vite e insegnando – al tempo stesso – i rischi che derivano dall’iperconnessione. Mi chiedo se, prima o poi, ci sarà questa lungimiranza statale e si capirà che non si può più vivere in un mondo che di fatto non esiste, quello che distingue ancora il reale dal virtuale.

intervista tratta da L’ECO DI BERGAMO

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Nayeon è morta all’età di sette anni nel 2016 per un mare incurabile. Viveva in Corea del Sud, e aveva una mamma, un papà, dei fratelli e delle sorelle, che oggi vivono la loro vita serbandone il ricordo.

Nell’epoca pre-digitale, la sua storia – purtroppo comune a molte famiglie – sarebbe finita qui. Ma siamo nell’epoca digitale, quella della Realtà Aumentata e delle possibilità infinite che la tecnologia ci offre: e Nayeon, in un pomeriggio del 2020, è tornata a vivere almeno per qualche ora, proprio grazie a un software AR.

A rivederla e palare con lei direttamente è stata Jang, la madre, protagonista di un documentario dal titolo I MET YOU, prodotto dalla Munhwa Broadcasting, che ha reso possibile l’esperimento. Da dietro il monitor, a seguire l’incontro con l’avatar, tutta la famiglia di Nayeon, che ha potuto rivivere per qualche attimo la sensazione di rivedere e riascoltare la propria piccola, sfortunata congiunta.

La notizia è di qualche mese fa e se ne è parlato molto in tutto il mondo, al di là dell’emozione che l’iniziativa ha suscitato, per le potenzialità sviluppate dalla tecnologia AR. Addirittura “riportare in vita” una persona morta: incredibile.

Eppure, dopo l’entusiasmo iniziale, rimane una generale sensazione di disorientamento. Da cosa è causata?

Vita e morte ai tempi del digitale

Se dovessimo dire una delle cose che più sono mutate nell’epoca digitale, è il valore del Tempo.

Viviamo vite interconnesse, completamente dissociate dai cicli di vita cui la Natura ci ha abituato. Rispondiamo alle email di notte e raccontiamo ogni frammento della nostra esistenza a qualsiasi ora, potenzialmente senza fermarci mai neanche per dormire.

Mano a mano che gli ecosistemi digitali si sono moltiplicati, si sono moltiplicate le nostre esistenze.

Oggi ognuno di noi vive più spazi talvolta spezzettando la propria identità, declinando il proprio essere in forme e contesti che esulano dal concetto di Tempo: ognuno di questi ambienti, infatti, è tecnicamente infinito a livello spaziale, e appunto, a livello temporale. Sono pensati per non finire mai, e accogliere chiunque.

I primi a porsi il problema della durata dell’individuo nel mondo dei social network furono i giornalisti della BBC, che denunciarono come Facebook nel giro di qualche decennio sarebbe diventato “Il più grande cimitero al mondo”.

Un mancato ricambio degli oltre 2 miliardi di utenti che lo abitano non sarà automatico, a maggior ragione considerando la disaffezione dei più giovani verso questa piattaforma. Pian piano, saranno di più i morti che i vivi all’interno di esso.

Non è un caso che la piattaforma di Zuckerberg sia stata la prima ad approntare delle soluzioni per quei profili riconducibili a persone decedute: bacheche “in memory of”, gestite dai parenti, che diventano santuari digitali più efficaci di qualsiasi lapide o memoriale.
La vita in dati nel Tempo del digitale

Questa mole di dati rilasciati in Rete o immagazzinati nei nostri device, oltre a essere il più grande back-up probabilmente che l’uomo abbia avuto a disposizione, presenta un’altra faccia della medaglia: oggi ognuno di noi è “replicabile”, almeno a livello digitale. Ogni persona potrebbe, anche in un futuro non troppo lontano, “vivere e rivivere” sotto forma di avatar, tornando in un certo senso dall’aldilà.

È lecito ed etico? Cosa significa il poter riproporre qualcuno che non più in questo mondo, sotto una forma virtuale? Ma soprattutto, che risvolti potrebbe avere tutto questo?

Siamo nel campo delle ipotesi, anche forse delle interpretazioni di un mondo che a livello di valori sta scoprendo molti cavilli, in principio non previsti. Un po’ come la Gig Economy, con lo sfruttamento nascosto (volontariamente o in modo imprevisto) dietro modelli apparentemente snelli e vantaggiosi.

Il digitale è così: apre delle porte che si credeva impossibili da aprire e che, una volta spalancate, non sempre sono in grado di richiudersi ermeticamente lasciando spifferi difficili da sigillare.

Cambiare la logica del Tempo: sembra troppo anche per la scienza.

Einstein, quando ragiona sulla Relatività, lo fa sedendo a tavoli scientifici, senza però entrare nel campo dell’intimità dell’animo: la morte, quella veniva considerata appalto di altre dimensioni, da guardare con rispetto, tanto che ebbe a dire : “La nostra morte non è una fine se possiamo vivere nei nostri figli e nella giovane generazione. Perché essi sono noi: i nostri corpi non sono che le foglie appassite sull’albero della vita.”

Anche il medico che combatte contro la malattia gioca una partita dove le regole sono condivise: il Tempo, fautore dell’invecchiamento cellulare e portatore di patologie, viene combattuto con una logica di dilatazione, non di arresto. Un dottore che ti cura cerca di darti più tempo, non di fermarlo. Non a caso, si è romanzato su quel dottore che sognava di riportare in vita i morti.

Il digitale no: lì, il Tempo è indifferente. Non c’è momento in cui la dimensione digitale si fermi e, dopo che saremo morti, i nostri profili social, i contenuti che avremo creato, tutto ciò che online ci riguarda potrebbe rimanere lì, a continuare ad esistere, per certi versi continuando a farci vivere.

L’esperimento di I met you della “rinascita virtuale” di Nayeon ci pone interrogativi diversi: è possibile, grazie a una tecnologia, andare anche oltre all’accettazione di un decesso, trovando un surrogato per farvi fronte? Domande che, sotto altri piani, si poneva Her (2013), il film di Spike Jonze in cui un bravissimo Joaquin Phoenix si innamorava di un sistema operativo.

La rielaborazione del lutto nell’era della realtà virtuale

Che conseguenze può avere il ritrovare un feticcio virtuale di una persona cara? Cosa può cambiare nel concetto di vita e morte, di prima e dopo, di percepito del reale e del virtuale?

Non abbiamo la risposta a questo quesito, anche se, come per tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale, è possibile che siano queste le vere domande che ci si debba porre a proposito di un’evoluzione tecnologica che sta toccando sfere apparentemente irraggiungibili fino a qualche anno fa.

Una cosa però la possiamo già prevedere: se è vero che l’Esperienza è un valore sempre più tangibile, e se questa deve configurarsi come concreta e contrassegnata da un’empatia che sia indiscutibile secondo canoni umani (e non virtuali), questa nuova evoluzione tecnologica allora agirà prima di tutto sui criteri con cui definiamo e giudichiamo ciò che viviamo.

È possibile che come avvenuto con il concetto di Tempo, dilatatosi oltre misura e per certi versi cambiato, e di Spazio, completamente annullato grazie al digitale – si pensi al senso di immediatezza che offre un acquisto su Amazon, o anche al fenomeno dello Smart Working come tentativo di annullare gli spazi e le distanze-, anche il concetto di Esperienza muti verso una logica più “digitale”, contrassegnata quindi da una sostituibilità del valore di reale e non reale.

Le fake news, con i loro universi paralleli e le loro narrazioni, vere per chi ci crede anche a discapito del reale, potrebbero non essere che l’inizio: in futuro, si potrebbe depotenziare anche lo stesso concetto di morte, in virtù di un generale senso di onnipotenza dato dal fatto che grazie al digitale si può anche simulare la “resurrezione dei morti”.

Forse è catastrofico come pensiero: vedendo il video teaser di I met you, è inquietante osservare una madre che per affrontare il dolore immane di una perdita come quella di una figlia sceglie di interagire con una proiezione frutto di un calcolo matematico, commuovendosi e toccandola come se di fronte avesse un’estensione della persona stessa.

Siamo davanti a un qualcosa di diverso dai semplici contenuti mediati come fotografie e video, che possono evidentemente far rivivere emozioni molto forti: qui in gioco c’è la capacità di comprendere dove finisca il reale e cominci il non reale.

ARTICOLO TRATTO DA NINJA

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Il 6 febbraio 2020 l’emittente sudcoreana MBC ha trasmesso una parte sostanziosa di un documentario, intitolato I Met You, il quale mostra l’incontro – tramite Realtà Virtuale – tra una donna, Jang Ji-sung, e la figlia Nayeon, morta nel 2016 a sette anni a causa di un tumore. Il progetto, portato avanti dall’emittente sudcoreana per oltre otto mesi, si è occupato innanzitutto della graduale ricostruzione delle fattezze e della voce di Nayeon, a partire dalle fotografie e dai documenti audiovisivi che l’hanno immortalata nel corso della sua breve vita. In secondo luogo, ha usufruito del sostegno offerto da un’altra bambina della stessa età, la quale è stata sottoposta a più sessioni di motion capture per rendere realistici i movimenti dell’avatar. Quindi, ha creato un ambiente virtuale specifico che, simile a un parco, risulta composto da un prato, da un numero significativo di alberi e da un cielo costellato da molteplici nuvole bianche. All’interno di questa specie di parco è stato inserito l’avatar di Nayeon, una volta integrate insieme le sue personali memorie digitali e le movenze dell’altra bambina sottopostasi al progetto.

Il risultato, visibile anche su YouTube all’interno di un video condiviso dalla MBC stessa e visualizzato da quasi venti milioni di utenti, è sconvolgente: il documentario, infatti, sovrappone costantemente la presenza “fisica” della madre nell’asettico studio di registrazione alla sua presenza “virtuale” nel mondo creato a tavolino, al quale si accede tramite un visore. Il video mostra Nayeon che si muove verso la madre, comincia a dialogare con lei, le dona un fiore e poi le offre una fetta di torta, dal momento che l’incontro ha avuto luogo nel giorno del compleanno della bambina. Jang Ji-sung, in lacrime, muove le mani nel vuoto, in direzione del volto della figlia che le appare sullo schermo del visore: l’alternanza delle riprese tra il mondo reale e il mondo virtuale mette lo spettatore nella condizione di cogliere gli effetti che produce l’immersione in un mondo immaginario. La vicenda di Jang Ji-sung e Nayeon evidenzia i giganteschi progressi nell’ambito di quella “presenza psicologica” che – secondo Jeremy Bailenson, direttore del Virtual Human Interaction Lab in California – dovrebbe rappresentare la caratteristica fondamentale della Realtà Virtuale, annullando la distanza tra il mondo reale e quello virtuale. Non a caso, Jang Ji-sung, una volta superata la commozione, descrive l’esperienza vissuta con queste parole: “Forse è davvero il Paradiso. Ho visto Nayeon, che mi ha chiamata, mi ha sorriso, è stato molto breve ma è stato un bel momento. Penso di aver vissuto il sogno che ho sempre voluto. Spero che tante persone si ricordino di Nayeon dopo aver visto lo show”.

Le parole usate da Jang Ji-sung sono, a mio avviso, molto importanti per cercare di comprendere una simile iniziativa senza assumere una posizione – anche comprensibilmente – solo negativa. Chiunque lavori, infatti, nel campo dell’elaborazione del lutto sa bene quali siano i pericoli di questo esperimento tecnologico: in una situazione di particolare fragilità emotiva e psichica, si rischia di confondere la rappresentazione virtuale con la realtà “fisica”, maturando una dipendenza che vanifica il ruolo salubre del rito funebre. Si mette da parte il significato positivo della rottura tra il mondo terminato (vissuto insieme alla persona deceduta) e il nuovo mondo (vissuto senza la persona deceduta), rimanendo imprigionati nel ricordo e nella sofferenza per l’assenza di un legame che è venuto fisicamente a mancare.

Le parole di Jang Ji-sung portano alla luce, tuttavia, un altro significato da attribuire a questo esperimento: esso rappresenta un breve momento di ricongiunzione, simile a un sogno, che permette alla madre di interagire – almeno, una volta ancora – con la figlia deceduta. Dagli albori dei tempi, ogni innovazione tecnologica nasconde implicitamente in sé il desiderio di mantenere un legame, non solo spirituale, con il morto. Pensiamo, banalmente, alle numerose diatribe sui pericoli che le invenzioni della fotografia e del fonografo generavano all’interno del fragile legame tra i vivi e i morti. L’uso della Realtà Virtuale, in questo senso, permette di rendere più vivido il ricordo delle movenze, dello sguardo e della voce del morto, impendendo che il tempo ne determini la lenta e malinconica cancellazione dalla memoria. Permette, da un altro punto di vista, di ritagliarsi una piccola via di fuga dalle leggi della vita, riprendendo il contatto desiderato con la persona che non c’è più, anche se all’interno di un contesto finzionale.

Ora, sono ampiamente consapevole dei tanti rischi che ne derivano: innanzitutto, la potenza della Realtà Virtuale non è paragonabile a quella della fotografia, dal momento che la prima a differenza della seconda permette una vera e propria interazione con il morto. In secondo luogo, non tutti hanno la lucidità e la razionalità per non rimanerne intrappolati. In terzo luogo, non tutti maturano lo stesso tipo di rapporto con il proprio passato: c’è chi è più propenso a rimanerne nostalgicamente legato e, in tal caso, l’esperimento di I Met You può generare solo conseguenze negative. Infine, bisogna tener conto delle differenze culturali: i paesi orientali come la Corea del Sud, il Giappone e la Cina hanno un legame tradizionalmente più intimo e complesso con le rappresentazioni tecnologiche delle persone (gli ologrammi, per esempio, svolgono un ruolo sociale molto più sviluppato rispetto al nostro paese). Pertanto, ciò che funziona all’interno di determinate culture e società non è detto che funzioni in altre culture, portate a una maggiore diffidenza nei confronti delle innovazioni tecnologiche.

In conclusione, soppesando i pro e i contro, ci tengo a provare a interpretare I Met You senza un atteggiamento eccessivamente impaurito o pregiudizievole. Mi piace vederlo come un tentativo molto innovativo, quasi utopico, di mantenere vivo il ricordo dei propri cari, pur essendo consapevole che ogni innovazione porta con sé una serie di pericoli che mai vanno sottovalutati. Credo che al pregiudizio sia necessario contrapporre quell’apertura mentale che permette di affrontare la rivoluzione digitale in corso con razionalità, di modo da offrire alle persone che rischiano di rimanerne intrappolate il migli

ARTICOLO TRATTO DA sipuodiremorte.it

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Solitamente questo blog pubblica solo testi originali, scritti per “Si può dire morte”. Tuttavia, per l’importanza e l’utilità di questa riflessione sul lutto di Nicola Ferrari, abbiamo deciso di pubblicarlo anche qui, nonostante si trovi sul sito dell’associazione Maria Bianchi.

“È stato ricoverato d’urgenza e da allora non ci ha più visto, non ha sentito le nostre voci, non ha più sentito la nostra forza. E quando è morto me lo hanno detto con una chiamata, al cellulare, neanche ti possono guardare negli occhi. Ho richiamato il dottore una, due, dieci volte perché volevo sapere cosa ha detto, cosa ha fatto prima di morire. Come sono stati gli ultimi momenti? Quali sono state le sue ultime parole? Mi hanno detto che voleva andare a casa, che voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi.”

Questa testimonianza è solo una delle tante che in queste settimane si possono trovare in rete e sui giornali e molte altre ne compariranno prossimamente. A tutt’oggi ci sono circa 17.600 decessi in Italia e 72.700 nel mondo: calcolando che in molti Stati l’epidemia è solo a livello iniziale, quante famiglie nel giro di pochi mesi saranno in lutto?
Quante società sportive, gruppi di vario tipo, colleghi di lavoro, amici d’infanzia, comunità religiose e laiche si troveranno senza uno di loro? È del tutto realistico pensare a cifre con sei zeri.

E tutta questa immane quantità di persone in lutto si ritroverà accomunata da un’esperienza molto simile: non aver potuto stare accanto a chi stava morendo, non avergli fatto sentire l’amore, il sostegno, l’amicizia; non essere riuscito ad ascoltarlo, a farsi vedere, ad abbracciarlo, aver vissuto la consapevolezza ora dopo ora che il decesso di chi amo sta arrivando ed essere costretto a restare lontano, a casa, impotente e incapace.

Ma non finisce qui: perché poi c’è la vestizione del corpo, che non si può fare, non lo si può preparare con dignità e cura e poi c’è la salma che non si può vedere perché la bara va chiusa in fretta per motivi sanitari e poi c’è il funerale che non c’è: non c’è il rito, non c’è il saluto, non c’è il piangere con chi è disperato come me, non c’è il sentirsi parte di una piccola comunità o di una grande famiglia. Non c’è la possibilità di sapere che sei seppellito dove ti spetta di stare ma, molto spesso, ammucchiato dove c’è posto, insieme ad altri anonimi defunti. E pure se si è tra quelli che hanno un posto dove andare a ricordare o pregare chi hai perso, non lo puoi nemmeno vedere da lontano.
– Ha finito di soffrire – è la consolazione di chi rimane. E ovunque collochiamo il nostro caro, probabile che sia così.
Per lui.
Non per chi rimane, non per chi l’ha amato o gli ha voluto bene, non per chi lo stimava, lo desiderava o anche solo lo sopportava e lo accettava così, come era, come lui faceva con noi. Cosa accade allora a chi resta?

Dinamiche del lutto da Coronavirus

Nei tempi immediatamente successivi al decesso, come stiamo constatando dal nostro osservatorio tramite i contatti che ci arrivano, nei parenti-famigliari-amici di chi è morto per Coronavirus si manifestano:

– un intenso senso di colpa (avrei potuto cercare di vederlo, potevo pensare di fargli avere un cellulare per comunicare, dovevo mandargli un messaggio tramite un infermiere o un dottore…);

– sensazione di sconforto dovuta al pensiero di avere mancato, di avere fallito umanamente nei confronti di chi è morto (non sono stato in grado di dirti che sono qui con te, di proteggerti, di consolarti);

– pensieri frequentissimi, a volte snervanti e molto acuti, fortemente deprimenti e carichi di angoscia perché riferiti in maniera continua a ricostruire o immaginare come la persona deceduta avrà vissuto gli ultimi giorni (cosa avrà pensato? Come si sarà sentito restando da solo?);

– ira e rabbia per il senso di ingiustizia che si prova dovuto proprio alla causa della morte (non è giusto che mio padre sia morto così, non si può morire di qualcosa che non si vede, di un virus che arriva da lontano, non è possibile morire perché la scienza non trova un vaccino…).

E poi ci saranno, di certo più complesse da decifrare ed affrontare, tutte le conseguenze nei tempi più lunghi, quando l’emergenza finirà e si potrà tornare ad una graduale normalità: con le bare già interrate, sarà possibile svolgere un ‘secondo’ funerale? E se non lo sarà, come si può salutare chi amiamo senza la ritualità confortante e aggregante che da sempre genera un funerale religioso o civile?

Quanto inciderà la gioia di poterci riabbracciare, essere liberi e uscire, il desiderio di riprendere quegli impegni che almeno un po’ ci avvicinano alla vita di prima, con il dolore e lo strazio represso di dover andare, settimane dopo il decesso, nella casa del papà, del nonno, nell’incontrare i parenti del nostro amico o collega defunto, nello svolgere le pratiche burocratiche ineliminabili?

Si vivrà un secondo lutto condiviso ed espresso, dopo il primo chiuso e quasi totalmente taciuto?
Questi sono solo alcuni degli interrogativi che emergono; molti altri ne appariranno presumibilmente con il protrarsi dell’isolamento e con la modificazione di alcune variabili (la questione economica, ad esempio, sarà uno di quegli aspetti della vita dei prossimi mesi che inevitabilmente creerà ripercussioni a vari livelli, così come la durata del periodo di chiusura lavorativa e distanziamento sociale e la maggior o minore capacità della gente di riattivare forme di coesione sociale sul territorio).

Ma se di fronte a queste e altre difficoltà, quello che possiamo fare è al massimo ipotizzarle e prepararci ad intercettarle se si manifesteranno, tanto invece si può ora mettere in campo.

Cosa fare adesso?

Ossigenare il lutto.
Infondergli l’aria, quella stessa che passa attraverso i bocchettoni, i tubi, il casco che vedevamo solo nei film strappalacrime e che ora sono il simbolo della guerra in corso.

Bisogna creare le condizioni perché lo strazio di questo lutto soffocato possa respirare a pieni polmoni: il dolore che si narra, che ha pieno diritto di cittadinanza quando trova luoghi, persone, momenti per essere raccontato e accolto da altri, diminuisce, nell’immediato, la sua carica angosciante, permettendo un iniziale senso di maggior sollievo e minore solitudine; se questo processo narrativo si riesce a proseguirlo e a condividerlo con altri nella mia stessa situazione, diventa allora possibile continuare a ricordare il proprio caro, o almeno iniziare a farlo, e a recuperare il suo lascito esistenziale (vero obbiettivo di un percorso rielaborativo) nonostante l’isolamento in casa, l’impossibilità di svolgere il funerale, di incontrarsi con altri parenti o amici affranti.

Le possibilità sono varie, oltre a quelle più evidenti e utilizzate spontaneamente che si riferiscono cioè all’uso della rete, dei social, dei cellulari e di tutto quello che può essere utilizzato per creare contatti:

– individuare un tempo preciso durante la giornata da dedicare a chi abbiamo perso. Può essere un momento anche breve, magari ripetuto più di una volta durante le settimane ma è importante, soprattutto se non si è in casa da soli, che sia concordato, preparato, atteso. Un momento specifico, apposta solo per te che non ci sei più, che definisce una pausa nella quotidianità imposta e che sottolinea che ora niente è più importante di te;

– preparare lo spazio nel quale staremo per ricordarti: non c’è bisogno di nulla di complesso, servono segni che rendano questo luogo intimo, dedicato, rispettoso. Può bastare una candela, una diversa disposizione delle sedie, la ricerca di una luce calda, una semplice attenzione e novità per terra, appesa al muro, sul divano, nel tavolino;

– narrare quello che si prova: a voce alta, ognuno agli altri ma anche senza suono alcuno, sapendo comunque che tutti sappiamo che stiamo raccontando. Riempire di parole il dolore, farlo emergere, dettagliarlo, permettere che la sofferenza interna acquisisca forma e caratteristiche perché tutto ciò che si nomina, se le parole usate sono cor-rispondenti a ciò che viviamo interiormente, si può affrontare, diventa contemporaneamente dentro e fuori di noi. Oppure si può scrivere (ma il processo è identico): messaggi brevi e lettere lunghe, anche queste da condividere tra i presenti, da leggere a voce alta o da passarsi l’un l’altro in silenzio o da tenere gelosamente tutte per sé;

– mantenere viva la memoria del nostro caro e ricordare l’intera sua vita, non solo l’ultimo periodo di malattia, per evitare proprio che questa fase finale si fissi in noi diventando totalizzante, dominante e invasiva; chi abbiamo perso era una persona che ha il diritto di non essere ricordata solo per lo strazio degli ultimi suoi giorni perché la sua esistenza è stata assolutamente più ricca e significativa. Aiutarci quindi a ripensarlo come era pienamente: la sua personalità, le sue passioni, i doni e i limiti, i momenti indimenticabili, i viaggi, il cibo che amava… Quando è possibile recuperare fotografie o oggetti a lui appartenuti o comunque significativi, utilizzando anche cellulari, eventuali profili in rete, materiale digitale presenti in computer o tablet: l’impatto è spesso molto intenso e coinvolgente e crea una immediata vicinanza e senso di appartenenza fra tutti i presenti;

– creare rituali, anche semplici, per salutare e ringraziare il defunto: l’accensione di una candela, l’ascolto di una musica, la lettura di una poesia, la libera espressione di ognuno con una frase, la ripetizione di un gesto particolare appartenuto al suo modo di fare, piantare un nuovo fiore, seme o albero se si ha un giardino o dei vasi…;

– progettare il futuro: una volta finito l’isolamento, ci saranno tante incombenze da svolgere legate al funerale, eredità, casa, altre persone coinvolte…. Decidere insieme come gestire tutto quanto come modo da un lato per ‘continuare’ la vita e dall’altro per testimoniare concretamente l’amore per chi abbiamo perso prendendoci cura di tutte le conseguenze.

“Voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi” è la testimonianza inserita all’inizio, ma che corrisponde all’esperienza che hanno avuto migliaia di persone in riferimento ad un loro caro deceduto da solo in ospedale.

E anche se non ho potuto esserci, se non ci sono state le condizioni oggettive per restare con te, tenerti la mano, farti sentire il mio amore e la mia vicinanza concreta, posso dirlo ugualmente anche adesso: “sono qui, sono qui per te, sono sempre qui.”

Lo posso fare adesso, anche se non ci sei più, e lo posso dire a testa alta se decido che no, no padre mio, no nonna, no figlio mio: non te andrai da questa terra, non te ne andrai definitivamente da questa terra.
Perché fino a quando sarò vivo, io ti ricorderò.
Dirò a chi ho intorno che persona eri, lo dirò onestamente, senza enfatizzare; e per quel poco che sarò capace di fare, trasmetterò ciò che hai lasciato alla mia vita e a quella di chi ancora amo.

Non è indispensabile uscire di casa per iniziare tutto questo.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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La professoressa e consulente Ana Cristina Frias ha deciso quattro anni fa di offrirsi volontaria per quest’opera di misericordia svolta dalla confraternita, dopo aver partecipato a una celebrazione eucaristica per le anime delle persone morte in stato di abbandono.

La Confraternita di San Rocco e della Misericordia di Lisbona seppellisce le persone il cui corpo non è stato reclamato da nessuno
In occasione dell’ultima solennità dei defunti, l’agenzia cattolica portoghese Ecclesia ha pubblicato un reportage sulla Confraternita di San Rocco e della Misericordia di Lisbona, che nella capitale portoghese ha dato sepoltura a 128 uomini, donne e bambini i cui corpi non erano stati reclamati da nessuno.

“Non giudichiamo nessuno e nessuna circostanza”, ha commentato. “Per i volontari è un onore realizzare questo accompagnamento spirituale e partecipare alla preghiera del sacerdote. Ho pensato che era una cosa che potevo fare e che mi sarei sentita onorata. Il passato e il contesto di vita della persona non contano. Dobbiamo conoscerne il nome per una questione di dignità e perché fa parte del compito della confraternita garantire che i rituali siano seguiti adeguatamente per conferire questa dignità, ma è irrilevante quello che una persona faceva, dove si trovava, se è morta per strada o in quali circostanze”.

Circa 30 volontari affidano simbolicamente a Dio l’anima delle persone abbandonate al cui funerale partecipano.

“Alcuni cristiani possono non sentirsi chiamati a questo tipo di volontariato, perché in generale le persone fuggono dalla morte, dai funerali… Solo andare in un cimitero o a un funerale provoca disagio. È una realtà anche per molti cristiani. Superato questo, tutti possono farlo”.

Quando un corpo resta più di 30 giorni senza essere reclamato da nessuno, l’agenzia funebre contatta la Confraternita di San Rocco e della Misericordia di Lisbona per informare sulla data e l’ora del funerale in uno dei quattro cimiteri della città, e chiede un volontario per l’accompagnamento. Alla cerimonia partecipano sempre un sacerdote o un ministro delle esequie e un volontario.

Il costo della sepoltura è a carico della Santa Casa della Misericordia e dell’agenzia funebre. Le difficoltà finanziarie sono tra le cause del mancato reclamo di un corpo. Ci sono situazioni in cui i parenti semplicemente non hanno risorse per pagare la sepoltura di un familiare. Ana Cristina Frias commenta che questa situazione è più frequente nelle grandi città, perché nei centri più piccoli i legami sono più stretti.

ar/ticolo tratto da ALETEIA.ORG

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Natale accendi una lanterna per i tuoi cari defunti

Una bellissima tradizione che viene dal sud-ovest americano: la vigilia di Natale, le famiglie accendono lanterne per ricordare i cari defunti…

Lanterne accese la Vigilia di Natale per ricordare i defunti

Nel sud-ovest americano, infatti, la vigilia di Natale le famiglie si recano in visita alle tombe dei propri cari per decorarle con luci e lanterne di vario tipo.

«Le luci più semplici e belle sono le Luminarias – spiega la tanatologa Gail Rubin – delle lanterne da esterno create con sacchetti di carta, sabbia e una candela votiva. Quando centinaia di tombe sono piene di migliaia di Luminarias, il risultato è un suggestivo e sereno campo illuminato dall’amore».

Alcune famiglie, dopo aver visitato il cimitero e ricordato i propri defunti, si riuniscono a casa per cenare assieme; altre invece portano cibo direttamente al cimitero, per mangiare e bere durante la visita alle tombe.

«Mi rendo conto che la tradizione non è semplice da importare in altri Paesi – conclude la tanatologa – perché ogni cimitero ha precise regole e orari.

«Allo stesso tempo, però, chiunque può fare propria questa tradizione, accendendo una lanterna nel giardino di casa, oppure sul terrazzo, su un davanzale. Un piccolo gesto per onorare e ricordare i defunti».

Un rito, aggiungiamo noi, che si può portare avanti insieme a tutta la famiglia, coinvolgendo anche i bambini, mantenendo vivo il ricordo di chi abbiamo amato.

 

articolo tartto da socrem.bologna.it

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Halloween la festa cattolica di cui non aver paura

Cantuale Antonianum
Fra pochi giorni la vigilia di Tutti i Santi riproporrà le solite diatribe sulla festa di “importazione” chiamata Halloween. Carnevalata autunnale piena lanterne scavate nelle zucche, dove giovani e bambini si vestono da fantasmi e zombie orripilanti, e vanno in giro di notte a spaventarsi a vicenda, chiedendo ad ogni casa (dove si può fare): “Dolcetto o scherzetto?”.

Ma questa festività è davvero satanica come alcuni pensano, o è semplicemente una sbiadita e secolarizzata riproposizione di una festa cristiana da rievangelizzare?

Dirò di più: è in radice una festa cattolica, con più di 1300 anni di storia, ma la banalizzazione attuale la sta stravolgendo.

Iniziamo dal nome: Halloween viene dall’antico inglese All Hallows eve, indica cioè la vigilia della festa di tutti i Santi (Hallow è l’antico modo di dire santo, come si vede ancora nel Padre Nostro inglese: hallowed be thy name, sia santificato il tuo nome). Questa vigilia è festeggiata fin dall’VIII secolo, da quando cioè il Papa di Roma Gregorio III spostò al 1° Novembre la solennità di Tutti i Santi, pare su richiesta di monaci irlandesi (Papa Gregorio VI, su istanza del Re franco, estese la festività a tutto l’Occidente nell’835).

Il collegamento con feste autunnali di origine celtiche non è affatto così popolare prima della fine del XIX secolo, quando si inizia a parlare dell’apparentamento di Halloween con Samhain. Piuttosto si potrebbe dire che nell’area celtica sono sopravvissuti nella festa cristiana alcuni costumi del tempo pagano (per es. il falò, le lanterne, come è avvenuto per la festa di Natale e il suo albero). E’ vero infatti che la data del 1° Novembre, fino all’epoca di Carlo Magno e oltre, era una specie di capodanno pagano dei paesi nordici, e lo spostamento a questa data della festa di Ognissanti, a cui presto si unì il ricordo dei defunti, poteva servire anche a battezzare e risignificare usi e tradizioni. Ma come vedremo in un prossimo post, la vigilia di Tutti i Santi e le sue tradizioni non sono un’esclusiva celtica, anzi.

L’aspetto che più inquieta oggi, cioè i travestimenti da demoni, fantasmi e zombie, è invece certamente più cristiano che pagano. Non sto parlando delle streghe! Halloween non ha niente a che vedere con una “notte delle streghe”. Questa sì che è una nota spuria, entrata con l’inganno nell’immaginario contemporaneo per aver dato credito proprio ai detrattori della festa.
Sono invece di casa spiriti e anime dei morti, e anche qualche diavolo, perchè no. Non dimentichiamo che la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione dei Defunti sono parenti stretti non solo nella liturgia, ma anche nell’immaginario popolare. Ci sono dei giorni particolari nel calendario antico, quando il velo che separa la terra dei vivi e quella dei morti si fa più sottile ed è possibile che questi ultimi passino di nuovo dalla “nostra” parte.

I primi attacchi alla festa di Halloween vengono dai cristiani protestanti dell’Inghilterra posr-riforma. Essi cercano – vittoriosamente – di far abolire la cattolicissima festività di Ognissanti insieme alle tradizioni esterne del Natale. Questo accade nel 1647. I cattolici irlandesi fuggiti in America un paio di secoli dopo per cercare un luogo di libertà religiosa e un rifugio dalla carestia porteranno con sè le ataviche tradizioni.
Alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, le proteste anti-Halloween avvengono proprio negli Stati Uniti e sono segnatamente anti-cattoliche (specificamente anti-irlandesi). La commercializzazione delle festività e la moda dei film horror degli anni ’70 e ’80, hanno contribuit, infine, a dare una cattiva nomea alla vigilia di Tutti i Santi.

La seconda persecuzione anti-cattolica di Halloween avviene negli anni ’80, condita di leggende metropolitane come il veleno nei dolcetti o le lame di rasoio nascoste nei lecca-lecca. Le accuse di paganesimo (cavalcate dal movimento New Age e Wiccan, che vi ha inserito abbondantemente le streghe), e di satanismo, insisti e insisti, fecero presa, rendendo sospetta la festività nata invece proprio per esorcizzare la paura della morte e del demonio. Jack Chick, famoso fumettista e fondamentalista anticattolico, guidò questo attacco.

Tanto potente fu l’aggressione culturale e mediatica alla festività, che anche molti genitori americani di origine cattolica, negli anni ’90, finirono per credere alla propaganda. E’ da allora che nelle parrocchie cattoliche americane si cercano dei sostituti e delle alternative alla “macabra mascherata”.

Si sono imposte due alternative:

a) Una festività di ringraziamento per il raccolto, e questa ha in realtà più punti di contatto con il mondo pagano di quanti ne abbia la festa infantile dei morti.
b) Un party a base di bambini vestiti da angioletti e santi celebri: un modo simpatico per cristianizzare una festa già cristiana.

In verità, la festa di Halloween, con il suo contorno funerario, non sarebbe altro che un modo di insegnare “ritualmente” ai bambini a non aver paura della morte. Forse è proprio l’esplicita menzione della morte e la sua esposizione che fa paura agli adulti, e la vogliono nascondere. Ma il medioevo conviveva quotidianamente con la morte e la popolazione ne aveva certo meno timore da quando il cristianesimo le aveva insegnato che essa non è definitiva, ma è già stata sconfitta dalla Risurrezione di Cristo.
Ogni cattedrale cattolica nordica, se notate, ha quegli orrendi gargoiles di pietra: mostri sì, ma pietrificati. I codici miniati e i grandi dipinti nelle chiese sono pieni di demoni che svolazzano ai margini. Queste immagini sono assolutamente cattoliche. Perché? Perché Cristo ha vinto la morte e il diavolo, e l’ha incatenati. Dopo Cristo, la morte ha perso il suo pungiglione e ci si può scherzare insieme: abbaia come un cane alla catena, che a volte, se ti prende di sorpresa, ti può spaventare, ma non ti può azzannare. Il diavolo, pensando di poter fare prigioniero Cristo nella morte sulla croce, si è ritrovato ad afferrare Dio stesso. E questo si è messo a girare per gli inferi, abbattendo le porte dell’inferno e liberando i morti.

I defunti di Halloween tornano per ricordarci che vivi e i morti non sono così lontani come alla cultura odierna piacerebbe farci credere: “Quali siete voi, eravamo anche noi; e come siamo noi, domani sarete pure voi”, continuano a dirci i trapassati.

Perciò se la festa di Halloween, ben preparata con le sue lanterne di zucca e i suoi fantasmini che bussano alle porte, viene opportunamente evangelizzata, può diventare un potente alleato culturale per parlare e celebrare la sconfitta del diavolo e della morte, ridotti ormai a ombre di se stessi, presi in giro anche dai bambini. In fondo è tutto merito di Colui che ha fornito a tutti la possibilità della Santità, riaprendo le porte del Paradiso con la sua stessa morte e risurrezione. E il ricordo dei morti che vivono tra noi si sdoppi nel cristiano ringraziamento per tanti fratelli Santi in cielo e nella preghiera per tanti fratelli in via di purificazione per giungere alla meta.

Non lasciamo che i piccoli crescano senza prendere “confidenza” con la realtà delle cose ultime. Il paradiso di Ognissanti deve essere visto nella prospettiva del purgatorio e anche dell’inferno. Confidiamo nell’intelligenza dei più piccoli e nella loro capacità di distinguere la fantasia, anche un tantino macabra – come a loro piace -, dalla realtà. E dopo le scorribande notturne, non teniamoli lontani da una visita al cimitero, a trovare i cari morti, quelli veri, di famiglia, che riposano in attesa del risveglio, non per spaventare, ma per gioire insieme a noi per sempre.
Fonti:
http://catholicism.about.com/od/thecatholicfamily/p/Halloween.htm

articolo tratto da aleteia.org

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La morte è uno scandalo o un evento naturale?

di Davide Sisto

Due delle principali obiezioni filosofiche mosse alla Death Education, quindi al tentativo di spiegare il ruolo imprescindibile e naturale della morte per lo sviluppo della vita, sono le seguenti: innanzitutto, la morte è uno scandalo, un evento che di per sé è terribile e non ha nulla di naturale. In secondo luogo, ciò che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è proprio quella coscienza della propria mortalità che lo spinge a non accettarla, utilizzando la propria ragione per tentare di sconfiggerla una volta per tutte.

L’idea della morte come scandalo, quindi come evento o processo innaturale, è strettamente legata alla nostra tradizione cristiana: la morte, infatti, non prevista dal progetto originario di Dio, è la conseguenza prima del peccato originale, quindi di un uso deleterio della libertà da parte dell’uomo. Da qui deriva il carattere negativo e angoscioso del morire, il quale permane a tempo indeterminato nonostante il sacrificio di Cristo renda il morire un passaggio obbligato per la salvezza e la resurrezione. Il carattere scandaloso della morte è, pertanto, dovuto al fatto che essa non è il frutto della volontà divina.

L’idea, invece, che l’uomo si distingua da tutti gli esseri viventi in quanto l’unico a essere cosciente della morte e, dunque, da sempre impegnato a sconfiggerla attraverso le sue attività razionali e spirituali è un retaggio filosofico tipicamente occidentale, figlio tanto della cultura che separa la mente dal corpo quanto della convinzione che la ragione sia una nostra esclusiva prerogativa. Pertanto, consapevoli razionalmente di essere mortali, cerchiamo ogni giorno di non pensarci, svolgendo attività lavorative, culturali, artistiche, ecc. per mezzo delle quali proviamo a renderci – in un modo o nell’altro – immortali.

Queste sono due obiezioni che mi è capitato di ricevere più volte durante convegni o incontri pubblici in cui ho parlato di Death Education. Ora, se, da una parte, non sono convinto che l’uomo disponga di un’esclusiva coscienza della propria mortalità, semmai ogni essere vivente ne ha consapevolezza secondo le sue irripetibili caratteristiche specifiche, dall’altra non credo che lo scandalo cristiano della morte non possa collimare con l’idea della sua naturalità.

Siamo abituati a tener conto del celeberrimo sillogismo in base al quale tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale. La mortalità è, in altre parole, una cifra che definisce – nel qui e ora – non solo la nostra condizione di esistenza, ma la vita stessa nel suo fluire. Qualche giorno fa, Emanuele Severino, durante un convegno, sottolineava una cosa tanto banale quanto fondamentale: se la giornata di ieri non fosse terminata, la giornata di oggi non sarebbe mai iniziata. Tutto quello che facciamo e che siamo segue un percorso preciso, segnato da un inizio, da un suo svolgimento e dalla sua fine. La gioia del primo giorno di vacanza e la malinconia dell’ultimo giorno; l’angoscia nel momento in cui comincia un’operazione chirurgica e il sollievo, anche solo momentaneo, per la sua conclusione. L’emozione per l’inizio della scrittura di un libro e la sensazione agrodolce quando è terminato. Non c’è azione quotidiana che non segua naturalmente questo percorso. E se tale percorso venisse meno? La dilatazione radicale dei ritmi temporali renderebbe la nostra vita simile a un film al rallentatore. Il mutamento perde di significato, il pulsare eccitato delle emozioni si inaridisce lentamente, tutta l’energia che mettiamo in ciò che facciamo, consapevoli del rapporto dialettico tra l’inizio e la fine, si spegne. Non è un caso che, secondo uno psicopatologo come Minkowski, l’idea dell’immortalità terrena si manifesta puntualmente nel delirio melanconico.

Ora, considerare come naturale l’integrazione tra la vita e la morte, evidenziandone il cospicuo valore pedagogico, non necessariamente contraddice lo scandalo cristiano del morire: possiamo, infatti, riconoscere questa integrazione come un dato di fatto, a cui avremmo voluto volentieri fare a meno ma che rappresenta, nel mondo in cui viviamo, il punto di partenza basilare per costruire giorno dopo giorno le nostre attività e per sviluppare il nostro modo di essere. Pertanto, la nostra ragione, il nostro spirito non hanno senso se le utilizziamo come fossimo dei novelli Gilgamesh alla ricerca ossessiva di un antidoto contro la mortalità; piuttosto, diventano prerogative irrinunciabili se messe al servizio della fragilità che ci costituisce, di modo da rendere qualitativamente luminoso lo spazio temporale che si distribuisce tra l’istante dell’inizio e il momento della fine.

 

articolo tratto da sipuodiremorte