Tags Posts tagged with "pompe funebri Barbaiana 029370938 servizio 24 ore su 24;"

pompe funebri Barbaiana 029370938 servizio 24 ore su 24;

705
Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

611

STARE IN PRESENZA DELLA CONCRETEZZA DELLA MORTE

di Marina Sozzi

Data la difficoltà culturale della nostra società di fronte alla morte, non stupisce apprendere che gli operatori sanitari (cui abbiamo delegato la gestione della morte) trovino arduo avere a che fare non tanto e non solo con la morte (concetto in fondo astratto), ma con la materialità del morire, con il cadavere.

Freud aveva parlato dell’ambivalenza antropologica dell’uomo di fronte al corpo morto. Da un lato, non credendo inconsciamente alla nostra propria morte, proviamo una sorta di ammirato rispetto di fronte al cadavere, come se il defunto avesse compiuto, morendo, una missione speciale. Dall’altro lato, tale deferenza è frammista di repulsione. Il cadavere è la persona che abbiamo conosciuto e amato, ma è al contempo qualcosa di estraneo, deperibile e pericoloso, un oggetto inquietante, che appartiene al mondo inanimato delle cose. Da questa percezione nasce l’esigenza universale di dare una collocazione al morto, di smaltire il cadavere: nascondendolo alla vista (inscatolato nella bara e sottoterra), trasformandolo col fuoco, o ancora in tutti i vari modi in cui le culture umane ritualizzano la morte.

La paura del morto è una paura ancestrale, che ha interessato tutte le culture, tra cui l’Occidente cristiano. In epoca medievale e moderna era molto diffusa. Il defunto era pensato come qualcuno (i cosiddetti “revenant”) che poteva tornare tra i vivi, e che sovente non era benevolo nei confronti dei sopravvissuti. Per evitare questi indesiderati ritorni si strutturavano rituali e costumi specifici. Tuttavia, la paura del morto, nel passato della cultura europea, coesisteva (ed era quindi mitigata) con un’organizzazione della vita che creava una maggiore familiarità con i morenti e con i morti, fin dall’infanzia. Si moriva in casa, circondati dai parenti, e (fino al Settecento) anche dai vicini di casa, in locali spesso affollati, dove si svolgevano anche le normali azioni della quotidianità. Erano le donne di casa a lavare il cadavere e avvolgerlo nel sudario, che era stato confezionato da loro stesse precedentemente. Si trattava di competenze che venivano trasmesse di generazione in generazione.

Nella lunga storia del rapporto con la materialità della morte nella cultura occidentale, è soprattutto il Novecento a costituire una netta linea di demarcazione. Sovente non vediamo un cadavere fino a che non siamo adulti: per molte e complesse ragioni, la dimestichezza con la morte non appartiene alla nostra civiltà.

Oggi l’orrore che proviamo per il corpo morto è mutato rispetto alle epoche storiche cui accennavamo sopra. Grazie all’atteggiamento maggiormente razionale nei confronti della vita (e per via della secolarizzazione), è minore il timore dell’ostilità del defunto; in compenso, l’assoluta incompetenza su come avvicinarsi, toccare o manipolare un corpo morto tende a sommarsi all’antropologico sentimento di ambivalenza, aumentando le difficoltà e le paure.

Oggi la maggior parte dei decessi avviene in ospedale, ed è la medicina a gestirli. L’ospedale, però, nel frattempo, è divenuto sempre più esplicitamente “azienda”, ancorché sanitaria, con un preciso obiettivo produttivo, il ripristino della salute per il maggior numero. Tra gli obiettivi di un’azienda sanitaria c’è quindi, in modo piuttosto paradossale, il minor numero possibile di morti nel corso dell’anno. Ma la maggior parte delle persone muore ancora in ospedale.

L’istituzione, profondamente contraddittoria, non aiuta quindi il suo personale a conciliarsi con il morire dei pazienti, e la formazione è carente, sia per i medici sia per gli infermieri. L’imbarazzo regna quindi sovrano, non solo di fronte al dolore dei parenti, ma anche di fronte al cadavere. Pensiamo al percorso di un corpo morto all’interno di un ospedale: i luoghi non sono infatti neutri, e neppure le procedure. Quando muore un paziente, è ritenuto un punto d’onore allontanarlo al più presto dal reparto dove è deceduto per dargli una collocazione nelle camere mortuarie. I morti sono trasferiti in algide barelle metalliche con il coperchio, e, qualora possibile, si fa percorrere loro una strada differente rispetto ai corridoi e agli ascensori utilizzati dai pazienti e dai familiari. La morte va nascosta, occultata, deve strisciare rasente i muri di corridoi riservati al personale, per essere portata nei sotterranei, laddove c’è il luogo deputato ad accoglierli, le camere mortuarie, appunto.

La localizzazione delle camere mortuarie ci permette di cogliere il ruolo che esse rivestono nell’ambito delle aziende sanitarie: alla fine di corridoi sotterranei, vicino a magazzini ospedalieri e spesso a cassoni di rifiuti. Come non pensare che forse, inconsapevolmente, anche i corpi dei defunti siano assimilati, nella macchina ospedaliera, a dei rifiuti?

Si tratta di un contesto in cui è difficile pensare che sia possibile accogliere la morte, o costruire momenti rituali, sia per i familiari, sia per gli operatori. Eppure, a mio modo di vedere, è di questo che avremmo bisogno.

Proviamo a riflettere, a non dare per scontate le cose come sono.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

1253

LA MORTE DAL BUCO DELLA SERRATURA

di Davide Sisto

Da qualche mese l’opinione pubblica mondiale si interroga sul “Blue Whale”, un terribile gioco a tappe che si articola in cinquanta giorni. I partecipanti devono affrontare una serie di prove, dal guardare film horror per una giornata intera al tatuarsi sulla propria pelle con un coltello una balena blu (appunto, “Blue Whale”). Il loro superamento va documentato con foto e video. Giunti al cinquantesimo giorno, occorre affrontare la prova definitiva: buttarsi dall’ultimo piano di un edificio, facendo in modo che il suicidio venga filmato e, quindi, rigorosamente condiviso sul web. In Russia si contano 130 suicidi legati a questo orribile gioco. Ma diversi casi sono stati segnalati anche nel Regno Unito, in Francia e in Romania.

I suicidi online sembrano essersi molto diffusi, soprattutto da quando i social network hanno dato la possibilità agli utenti di fare video in diretta. Un caso recente che ha destato particolare scalpore è quello della dodicenne Katelyn Nicole Davis di Polk County, in Georgia. La ragazzina, tramite l’app Live.me, usata per gli streaming video, ha girato un filmato in diretta di quaranta minuti che termina con il suo suicidio. Il filmato si è diffuso a macchia d’olio sul web, anche su Facebook e su Youtube, è stato visualizzato da milioni di persone e rimosso a fatica: su Facebook è rimasto per oltre due settimane e tutt’ora è possibile trovarlo online.
Non solo suicidi, anche omicidi in diretta, diffusi in Rete. Terribili sono, per esempio, le immagini in diretta in cui Vester Lee Flanagan uccide a colpi di pistola Alison Parker, giornalista ventiquattrenne dell’emittente Wdbj7, e Adam Ward, il cameraman ventisettenne che era con lei, i quali stavano realizzando un servizio televisivo in un centro commerciale di Smith Mountain Lake in Virginia (Usa). Immagini pubblicate – e ancora visibili, a distanza di oltre un anno – su quasi tutti i quotidiani online del mondo, per cui qualunque individuo di qualunque età ha potuto (e può) vedere e rivedere un omicidio in diretta, sentendo le urla delle vittime. È di questi giorni, infine, la notizia dell’omicidio di un passante scelto a caso, nella zona nord-orientale di Cleveland (Ohio), da parte del trentasettenne Steve Stephens, il quale ha – prima – scritto su Facebook che avrebbe commesso un crimine da imputare alla sua ex fidanzata, colpevole di averlo lasciato. Poi, ha commesso il reato, documentato con il cellulare e diffuso online, pertanto visualizzato da migliaia di persone e rimosso solo tre ore dopo.
Come sostiene Eran Alfonta, il creatore di If I Die (http://ifidie.net/), un’applicazione per Facebook che ci dà la possibilità di preparare videomessaggi di commiato, i quali verranno condivisi una volta morti, noi oggi siamo su Facebook prima di nascere, nelle immagini delle ecografie prenatali, e durante tutte le fasi della vita. Quindi, non c’è niente di strano nel morire su Facebook e sui social network in generale.
Un conto, però, è essere coscienti che l’attuale integrazione tra reale e virtuale implichi che la morte – soprattutto, per quanto concerne la memoria e il ricordo – sia un evento che riguarda necessariamente anche la dimensione digitale della nostra esistenza. Pertanto, operazioni come If I Die possono essere d’aiuto per comprendere quanto morire sia un normale, naturale evento presente nella vita.
Un conto è, invece, documentare e rendere pubblica la morte, confondendo drammaticamente la realtà che le appartiene con la sua rappresentazione teatrale o cinematografica. Questa confusione, già ampiamente evidente nell’orribile pratica degli snuff film, chiama in causa moltissimi fattori psicologici ed emotivi, tra cui il carattere eclatante di un decesso violento. Eclatante perché la società occidentale, per nostra fortuna, non è più abituata a vedere quotidianamente persone uccise o, semplicemente, decedute. L’omicida e il suicida, rendendo pubblico il proprio gesto estremo, paiono così voler evidenziare e dunque consacrare la propria “eccezionalità”: il loro gesto è “eccezionale”, vale a dire è ciò che costituisce un’eccezione rispetto alla norma. “Non è da tutti, dunque il mio gesto e la mia persona diventano memorabili”.
Ma se è chiara la presenza di seri disturbi della personalità nell’omicida e nel suicida, lascia invece basito il bisogno da parte di milioni di utenti di vedere (a volte, addirittura di condividere e commentare) i video che mostrano “senza veli” la morte in diretta di una persona. A mio avviso, tale bisogno è strettamente collegato alla rimozione sociale e culturale della morte e, quindi, alla sua trasformazione progressiva in un tabù, complice – come detto – il periodo di pace che ha segnato il Dopoguerra in Occidente.

Aprire questi videoclip equivale al gesto – divenuto un cliché nella cinematografia trash nostrana degli anni ’70 – di osservare dal buco della serratura la ragazza nuda che si fa la doccia. È il proibito a spingere molte persone a interessarsi a simili videoclip, con un rischio oggettivo piuttosto evidente: non cogliere la differenza tra l’attore suicida in un film drammatico che, finito di girare la scena, si rialza da terra e riprende la sua vita quotidiana e l’individuo suicida nella realtà. Abituati alla rappresentazione del morire, la quale ha cominciato a imperversare non appena abbiamo allontanato il fine vita dalla nostra quotidianità, rischiamo di associare mentalmente i filmati che vediamo nei social network allo spettacolo, alla dimensione mediatica. Rischiamo di rimanere intorpiditi e, al tempo stesso, affascinati, senza cogliere realmente il senso autentico, doloroso di ciò che è stato filmato.

La domanda che mi pongo e che vi pongo è questa: senza aver rimosso la morte, trasformandola in un tabù, ci sarebbe stato lo stesso questo interesse nel vedere i video che rappresentano le persone mentre uccidono se stessi o un altro individuo? Io credo che, all’interno di una società in cui è normale avere a che fare con il morire, tali filmati risulterebbero meno interessanti e molto meno richiesti.

articolo tratto dal sito “Si può dire morte” – autore: Davide Sisto

829

Scoperto tumolo dell’età del bronzo

Fra tutte le recenti scoperte, la tomba di Istanbul potrebbe essere davvero la più clamorosa dell’anno. Si tratta di una costruzione funeraria risalente a più di 5000 anni fa, la più antica mai rinvenuta sul territorio e dalle caratteristiche veramente particolari.

Gli scavi diretti dagli archeologi del Museo Archeologico di Istanbul hanno portato alla luce una tomba dalla tipica forma kurgan. Questa si caratterizza per un tumulo circolare spesso contenente resti di cavalli, armi e un singolo corpo umano. La stessa costruzione funeraria usata dai russi delle steppe in epoca remota e poi diffusasi nel terzo millennio a. C. in molte altre parti d’Europa.

In effetti, la tomba trovata a Istanbul presenta le medesime caratteristiche: la tipologia monolitica è la stessa usata dai Kurgan e vi è lo scheletro di una persona (probabilmente un importante guerriero) in posizione fetale, con al suo fianco la punta di una freccia, alcuni doni funerari e vasi di terracotta. A quanto emerso, inoltre, il corpo umano rinvenuto sembra risalire all’età del bronzo.

Secondo i rapporti degli scavi archeologici (iniziati nel dicembre 2015 e durati ben 5 mesi), questa scoperta potrebbe fornire nuove informazioni sul passato non solo di Istanbul ma anche di tutta la Tracia.

Gli archeologi, inoltre, riferiscono che questa tomba tipica della Kurgan sia stata precedentemente saccheggiata da alcuni cacciatori di tesori che tuttavia non riuscirono ad accedere fino al tumulo principale. Parti dello stesso tipo di costruzione funeraria erano già stati portati alla luce nei primi anni ’80 nella zona di Kırklareli, ma niente di simile era giunto fin’ora integro e, soprattutto, così ben conservato. In quegli anni, i reperti più antichi ritrovati a seguito degli scavi di Kırklareli furono alcuni vasi di terracotta risalenti all’età del Ferro (circa 1200 anni a. C.).

Il Museo archeologico di Istanbul ha prontamente richiesto il trasferimento della tomba kurgan all’interno della struttura corredata di ogni sua parte.

1254

Easy Grave: un software per PC e smartphone consente di orientarsi nei cimiteri.

easy_grave Per non smarrirsi e trovare il percorso più breve per visitare i cari defunti.

A volte i cimiteri possono essere un labirinto di percorsi tortuosi, confusi, in apparenza tutti uguali. Per aiutare i visitatori nel loro omaggio ai cari estinti, l’Università degli Studi del Molise ha sviluppato il progetto Easy Grave: un software che semplifica la ricerca del percorso migliore fra l’ingresso del cimitero e una tomba, sepoltura o cappella.

Autore dell’opera è un giovane laureato in informatica, Filiano Di Maria. Insieme a lui Giovanni Capobianco, docente dell’ateneo molisano. L’utente inserisce gli estremi del caro estinto e, sulla mappa del cimitero, viene disegnato il percorso tra l’ingresso e la residenza eterna del corpo del defunto.

nav1-300x271

Oltre a quelle predefinite Easy Grave può utilizzare anche mappe satellitari derivate da Google Earth oppure fotografie aeree della zona, alle quali possono quindi venire applicate tecniche di georeferenziazione. Questo per permettere cioè di attribuire all’immagine, e ai luoghi ritratti, informazioni relative alla loro posizione geografica.

La sperimentazione è stata effettuata sul Cimitero comunale di Venafro, in provincia di Isernia, del quale, è stata acquisita una mappa in JPG e tramite georeferenziazione è stata quindi sovrapposta a una mappa satellitare, successivamente trasformata in un grafo sul quale poi lavora l’algoritmo. Il risultato è stato il percorso dall’ingresso del cimitero alla tomba.
Tale percorso viene calcolato tramite degli algoritmi matematici in grado di stabilire il tragitto più breve fra due punti.
Sono ancora in fase di studio estensioni del software per migliorarne le funzionalità. Fra queste, per esempio, un modulo relativo alla “gestione amministrativa del cimitero”.
Per ora Easy Grave è solo un software per pc, anche se i ricercatori stanno già lavorando a un’app per smartphone. In questo caso il GPS del telefono viene invece utilizzato per muoversi all’interno del cimitero, senza bisogno di dover tornare all’ingresso, oppure per sapere a che punto ci si trova del percorso.