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onoranze funebri Nerviano

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L’aro titano o aro gigante è una pianta appartenente alla famiglia delle Araceae, endemica dell’isola di Sumatra.

Questa pianta possiede la più grande infiorescenza non ramificata del mondo vegetale.

L’aro titano è un fiore a dir poco insolito: raggiunge i 3 metri di altezza, pesa una settantina di chili e per vederlo sbocciare si devono attendere anche 20 anni.

la crescita poi è molto veloce e la fioritura non dura più di 4 giorni. Il titolo di fiore “cadavere” deriva dal peculiare odore di Carne in avanzato stato di decomposizione che il fiore emana durante la fioritura. Dopo la scomparsa del fiore, la pianta produce una sola foglia che cresce su un gambo verde; la struttura fogliare in questa fase può raggiungere i 6 metri di altezza e 5 di larghezza. Al Royal Botanic Garden di Edimburgo una pianta delle dimensioni iniziali di un’arancia dopo 7 anni ha raggiunto il peso record di 153,9 kg. La fioritura più recente è di circa una settimana fa (tra il 13 e 14 Giugno 2021) ed è avvenuta in Polonia nel giardino botanico di Varsavia. L’evento è talmente raro che centinaia se non migliaia di persone si sono ritrovate in coda per ore per fare uno scatto o un breve video di questo rarissimo fiore gigantesco con un odore terribile.

La pianta cresce spontaneamente solo nelle foreste pluviali di Sumatra, ma è in pericolo di estinzione a causa della deforestazione. Piantare nei giardini botanici, dove sono una grande attrazione per i visitatori, ha contribuito a preservarli.
In Italia lo si può ammirare presso il Giardino dei semplici di Firenze, che è stato teatro di una spettacolare fioritura nell’agosto 2007

Fonti: Wikipedia;TGfuneral24

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Novità nei cimiteri di Nerviano,Garbatola e S. Ilario

Con il mese di febbraio è entrata in vigore una novità nei cimiteri di Nerviano,Garbatola e S. Ilario : dal primo del mese, infatti, nei campisanti di capoluogo e frazioni è presente un addetto alla custodia.
Il custode è presente sette giorni su sette al cimitero di Nerviano, mentre solo il martedì dalle 8 alle 12 a Sant’Ilario e il giovedì dalle 8 alle 12 a Garbatola.

Al camposanto di Nerviano gli orari dell’addetto alla custodia sono i seguenti: il lunedì dalle 8 alle 12:30, il martedì dalle 14 alle 17, il mercoledì dalle 8 alle 12:30 e dalle 14 alle 17, il giovedì dalle 14 alle 17, il venerdì dalle 8 alle 12:30, il sabato dalle 8 alle 12:30 e dalle 14 alle 17 e la domenica dalle 8 alle 12.

Inoltre dal 25 Marzo, giorno di entrata in vigore l’ora legale, anche i cimiteri nervianesi adegueranno il proprio orario di apertura che sarà dalle ore 8.00 alle ore 18.30.
Si tornerà all’ orario di apertura invernale che sarà dalle ore 8.00 alle ore 17.00 dal 28 di Ottobre, giorno di entrata in vigore dell’ora solare.

 

ufficio cimiteri comune di Nerviano

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Nella morte, la sintesi della nostra vita

di ENZO BIANCHI

Morte, giudizio, inferno, paradiso: così suonava la risposta del Catechismo alla domanda sui novissimi, cioè sulle realtà ultimissime che attendono ogni uomo. Su queste colonne abbiamo già sostato sul giudizio e sul paradiso, ma in questi giorni che precedono la memoria dei morti vorremmo tentare di leggere la morte come evento umano e cristiano, sapendo che oggi viviamo in un’atmosfera culturale che della morte non vuole più saperne. È perfino banale questa constatazione: la morte è rimossa, è diventata l’unica realtà concretamente “oscena”, che non deve cioè essere vista, contemplata, considerata. Oggi vogliamo evitare di essere testimoni della morte, che tuttavia continua a essere presente nelle nostre vite familiari e di relazione; soprattutto, vogliamo evitare di pensare alla nostra propria morte, che è l’unico evento certo che ci sta davanti.
È significativo un invito fatto da André Comte-Sponville al suo lettore, proprio in un libro che vuole essere una “saggezza” per tutti: “Lettore, coraggio! Per la morte hai tutto il tempo. Innanzitutto impegnati a vivere!”. Non è un caso che anche il vocabolario della morte sia poco frequentato. Si ha una sorta di ritegno a parlare di “morto, morte”; si preferisce dire: “Se n’è andato. È passato di là. Non è più con noi”… Questo accade anche nei funerali, che si dicono ancora cristiani, ma che sovente, soprattutto nel caso di qualche persona importante o di una disgrazia pubblica, sono “eventi” con accenti di spettacolo. In essi, invece di accogliere il mistero della morte, si parla del defunto, ci si indirizza a lui come se fosse ancora vivo, si tenta quasi una rianimazione di cadavere, magari facendo ascoltare a tutti qualche sua parola o, se era un cantante, una sua canzone. Così si cancella la morte dalla nostra vita e dalla prospettiva tanto necessaria nella ricerca di un senso, di una direzione verso cui camminare.
Ma ciò che appare follia è il fatto che, accanto a questa rimozione della morte, avvenga la sua spettacolarizzazione nei mezzi di comunicazione. In questi la morte sembra regnare, in un flusso di immagini che la esibiscono, la mostrano, insistono su di essa per “dare la notizia” efficace di catastrofi, guerre, torture, omicidi… Non vogliamo vedere la morte, e poi rallentiamo in auto per guardare gli effetti di un incidente e vederne le vittime. Abituandoci alle immagini della morte in scena, crediamo di allontanare la possibilità della nostra propria morte. Insomma, anche per il cristiano la tentazione è quella di fare tacere i novissimi, di dimenticarli, e tra di essi in particolare la morte. Eppure la morte continua ad avere l’ultima parola su di noi, almeno nella realtà visibile, continua a essere un traguardo, una meta che ci attende: è l’unica direzione (senso) della vita che non possiamo mutare, perché sempre la vita va verso la morte. Martin Heidegger in questa lettura è giunto ad affermare che l’uomo “vive per la morte”.
La mia generazione ha ancora ricevuto dalla grande tradizione cristiana il consiglio spirituale dell’esercitarsi a morire, del prepararsi all’evento finale, del vivere la morte. La morte era un tema di meditazione, non funereo, non dolorista, ma andava pensata come “ora” che ci attende, ora del giudizio di Dio su ciascuno di noi, incontro con il volto di Dio tanto cercato. Nella memoria mortis c’era una tristezza, quella di dover morire; c’era il timore di Dio (cosa diversa dalla paura!), per il suo giudizio che è misericordia ma anche giustizia; c’era la consolazione per l’incontro definitivo con il Signore, la vita eterna. Nella memoria della morte occorreva soprattutto esercitarsi a pensare che il proprio morire deve essere “un atto”. Questo mi era di difficile comprensione quando ero bambino, ma nella maturità ho poi compreso. Per un cristiano la morte non può essere un evento passivo: non è possibile lasciarsi morire ma è assolutamente necessario poter fare un atto di quell’evento finale al quale non si sfugge. Certo, nella fede, e forse anche con molti dubbi e nell’angoscia, ma occorre poter dire al Signore: “Padre, quella vita che tu mi hai dato e per la quale ti ringrazio, te la rendo puntualmente, te la offro in sacrificio vivente (cf. Rm 12,1), sperando solo nella tua misericordia”. In tal modo la morte diventa un atto, e così si muore nell’obbedienza, magari accogliendo le parole di chi accompagna il morente, che, se è intelligente, sa dirgli al momento giusto: “Parti, vai al Padre, nel nome del Padre che ti ha creato, nel nome del Figlio che ti ha redento, nel nome dello Spirito santo che ti ha santificato”.
Forse questo fare della morte un atto è ciò che ci rimette i peccati, come affermava con audacia Marco il monaco (fine V-inizio VI secolo). Forse è l’estrema possibilità di “obbedienza della fede” (Rm 1,5; 16,26) per il cristiano, che così confessa di credere nella misericordia infinita di Dio. Proprio per predisporre tutto affinché questo sia possibile, occorrerebbe che chi è nella malattia fosse avvertito, se lo vuole, della sua situazione di uomo o donna giunto/a alle soglie della morte, al termine della vita. Operazione delicata, che non va fatta sempre, in ogni caso e per tutti, ma solo quando c’è una certa maturità di fede, e allora il credente morente desidera essere consapevole dell’incontro ormai prossimo con il suo Signore. La morte quindi diventa “azione”, atto puntuale, vera operazione di “adorazione” del Creatore, di riconoscimento dell’essere una creatura voluta da Dio nel suo amore e che torna a Dio il quale è amore per sempre (cf. 1Gv 4,8.16; 1Cor 13,8). È in questa fede che l’uomo confessa di non essere proprietario della propria vita, di non decidere lui la propria fine, ma di accoglierla rimettendo a Dio il suo respiro, il suo spirito (cf. Sal 31,6; Lc 23,46).
Al cristiano – occorre ricordarlo – non è chiesto di soffrire e neppure di accogliere i patimenti fisici come se fossero voluti da Dio. Dio non ci chiede nemmeno di espiare i nostri peccati con tormenti fisici, perché solo lui sa come restaurare la giustizia che abbiamo offeso e violato con i nostri peccati. È compito suo, non nostro: lasciamo che sia lui il Signore nella nostra vita e nella nostra morte. Per questo occorre che le sofferenze fisiche siano il più possibile evitate al malato morente, in modo che possa attraversare l’ora della morte semplicemente rispondendo a ciò che è sua umanizzazione e che è compimento della volontà di Dio: possa cioè vivere la malattia e la morte continuando ad amare chi resta e accettando di essere a sua volta amato. Nient’altro. Questo è il comandamento ultimo e definitivo: amare fino alla fine, fino all’estremo (cf. Gv 13,1), per quanto è possibile a un umano.
La vita è un dono di Dio, anzi è il dono di Dio per eccellenza, e questo dono va riconosciuto e ridato a colui che ci è Padre. Sì, oggi sull’evento della morte – lo dobbiamo dire – si gioca la fedeltà dei cristiani al loro Signore: i cristiani sanno, perché nel battesimo sono stati immersi nella morte del Signore, sono “con-morti con Cristo”, che con Cristo risorgeranno (cf. Rm 6,4-5.8; Col 2,12) e che questo télos sta davanti a loro come una promessa per chi persevera sempre, seppur cadendo in peccati, nella sequela del Signore. Proprio per questo non giudicheranno altri che non hanno la luce della fede, anche se, proprio per il cammino di umanizzazione che spetta a tutti, mostreranno e diranno che la morte può essere un atto, l’atto apice dell’umanizzazione percorsa con tutta la vita.
Già Platone parlava della necessità della “meléte thanátou” (Fedro 81a), dell’esercitarsi a morire, e tutta la tradizione cristiana ha pensato e indicato in cosa ciò può consistere. La morte non può essere privata del morire, e ciascuno di noi deve avere il coraggio di dire a se stesso: “Io morirò”. Giunto alla vecchiaia, deve pensare di più alla morte, evento che può essere l’ultima grande azione della nostra vita. Nessuno di noi può prevedere la propria morte, se improvvisa o dopo una lunga malattia, se nella pace e nella dolcezza di chi muore senza gravi sofferenze fisiche o nel tormento di chi soffre patimenti che quasi non si possono lenire con le medicine. Nessuno di noi può sapere, nonostante le dichiarazioni fatte al riguardo, se morirà nel dubbio o nella fede.
Non è un caso che nella preghiera più semplice e più conosciuta tra i cattolici, l’Ave Maria, si chieda (e ciò avviene ripetutamente nel rosario): “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Pensare di avere chi nella morte intercede per noi come una madre, e intercede presso il Cristo che incontriamo, è un buon esercizio per sentire la morte come sorella e lodare Dio “per sora nostra morte corporale”.

Tratto da : Avvenire del 27 ottobre 2013

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Curiosità: Il cimitero dei gusti di gelato di Waterbury, Vermont

Molte compagnie di alimenti dolciari lanciano prodotti nuovi sul mercato e poi li ritirano per svariati motivi. Ma questa compagnia di gelati fa di più: quando “uccide” un gusto lo tratta con rispetto, dedicandogli addirittura una sepoltura vera e propria in quello che è il cimitero dei gusti di gelato. Non facciamo il nome dell’azienda per ovvi motivi pubblicitari: ma la sua presenza sul mercato è decennale, e in questo periodo ha fatto fuori parecchi gusti.

Sapori che erano amati dalle persone, ma che hanno smesso di essere prodotti perché un tale ingrediente diventava troppo costoso, o perché il procedimento di elaborazione troppo complicato.

Forse in linea con quella che è la moda attuale degli zombi, ma sul sito web della compagnia vi è anche un format per “risuscitare” dei gusti. Naturalmente non è detto che la richiesta venga accolta. Anche perché ci sono stati svariati casi di gusti che non hanno incontrato i favori del pubblico, e che è meglio che rimangano sottoterra dove si trovino. La morte in questo caso è una metafora, ma il cimitero è reale, con tanto di epitaffi sulle lapidi. E ogni giorno il luogo riceve sempre i suoi piccoli gruppi di visitatori che portano gli omaggi al loro gusto preferito scomparso.

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SABATO SANTO

Oggi è l’uomo il riposo di Dio

Una riflessione sul sabato santo dello scrittore Alessandro D’Avenia.

L’ultimo sabato di Cristo sulla terra conferma il primo sabato della storia: Dio riposa e contempla ciò che ha fatto.

Nel sepolcro Dio riposa, dopo aver ricreato il mondo e l’uomo in lui, fatto e disfatto della materia del mondo e dell’uomo.

pietà rondaniniHa rinnovato dall’interno gli atomi, con la vera particella di Dio, l’Amore che non può essere isolato da nessun acceleratore perché è l’acceleratore di quelle particelle (Amor che move il Sole e l’altre stelle), non può essere ulteriormente diviso perché è l’elemento degli elementi, la sostanza di tutta la tavola periodica. Dio impadronendosi da dentro di ogni atomo di materia lo rende nuovo, ogni atomo adesso appartiene alla vita di Dio e non può più decadere: è salvo. Tutto è rinnovato dal di dentro oggettivamente, e lo sarà anche soggettivamente grazie a chi aderirà: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo». Ma che gran lavoro è costato tutto questo: ci vuole un momento di silenzio e di riposo, uno di quei momenti in cui l’umanità si chiede: dov’è Dio? Ed è in quel silenzio: contempla che quanto è stato fatto è cosa definitivamente bella e buona. Quel corpo distrutto dalla violenza umana, senza apparenza né bellezza per attirare lo sguardo, ha in sé tutta la bellezza possibile, perché adesso la bellezza porta su di sé anche i segni dell’incompiutezza: dolore, solitudine, tristezza, malattia, ferita, sangue, abbandono… tutto è bello adesso, perché quel corpo distrutto contiene dentro di sé tutto ciò che è brutto al mondo, trasformato da dentro, cioè realmente. Se solo ci soffermassimo a considerare che cosa è significato per l’estetica (e quindi per la vita) aver reso bello un crocifisso, smetteremmo di staccarli per ragioni puramente estetiche.

Alcune cose continueranno a decadere come prima, perché la ferita inferta dal peccato all’uomo e al creato non è del tutto cancellata, e ciò che deve decadere continuerà a decadere, ma una creazione nuova comincia a ergersi, sottile, silenziosa, ma inarrestabile, da quel corpo distrutto coinvolgendo, insieme alle cose che in noi marciscono, chi a lui si volgerà.

Quel corpo è il corpo di un morto, ma in Dio la morte è solo riposo: come si riposò dopo aver creato, adesso riposa dopo aver ri-creato. C’è un unico sabato, adesso, in cui Dio, guardando tutta la storia, vede il suo riposo nel giardino della nuova creazione. C’è un gran silenzio nel giardino, attorno a quel sepolcro. Eppure, proprio quando sembra che Dio riposi, egli opera più di ogni altro giorno, perché il suo guardare le cose, dopo averle fatte, in realtà è un modo umano di dire che nel guardarle è lui che le fa esistere, le conserva nell’essere e le fa essere belle. Il riposo di Dio è la restaurazione continua della bellezza, la ri-creazione inesausta della bellezza, tutto più bello di prima, come pallidamente dice quell’arte giapponese di riparare i vasi rotti iniettando vene d’oro dentro le crepe.

Nelle mani del Padre riposa il Figlio per tutto quel sabato, ma intanto quelle stesse mani operano su ogni elemento di quel corpo e quindi della realtà, rinnovandola da dentro. E questo vale per tutti i nostri sabati di dolore, attesa e prostrazione. «Nelle tue mani consegno il mio spirito», dice il Figlio al Padre. «Ecco io faccio nuove tutte le cose», risponde il Padre al Figlio, ricevendo nella sua vita incorruttibile la materia e lo spirito del Figlio e, attraverso di lui, quella di chi a lui si unirà, credendo in lui e lasciandolo entrare nella propria camera del cuore. E il Padre che vede nel segreto lo ricompenserà: con se stesso. Dio vide che ciò che aveva fatto per l’uomo era cosa buona-e-bellissima e lo sarebbe stato in ogni angolo della Terra in cui un uomo e una donna avessero accettato di far riposare Dio, perché ancora una volta era l’uomo la via di Dio: «Io salirò fino ai piedi della Croce, mi stringerò al Corpo freddo, al cadavere di Cristo, con il fuoco del mio amore, lo schioderò con i miei atti di riparazione e con le mie mortificazioni, lo avvolgerò nel lenzuolo nuovo della mia vita limpida, e lo seppellirò nel mio cuore di roccia viva, dal quale nessuno me lo potrà strappare, e lì, Signore, puoi riposare! Quand’anche tutto il mondo ti abbandoni e ti disprezzi, serviam! ti servirò, Signore!» (San Josemaría Escrivá, Via Crucis, XIV stazione).

Quando Dio sembra tacere nella nostra vita, quello è il momento in cui chiede di riposare proprio grazie alla nostra vita. Solo così sarà di nuovo creata, di nuovo bella, pur con tutta la sua fatica e, a volte sconsolata, sensazione di abbandono. La vita di un cristiano sulla terra è un sabato in cui far riposare Dio in noi, un tempo che intercorre tra il dire – qualsiasi cosa accada – «Padre nelle tue mani consegno la mia vita» e l’ascoltare la risposta «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», anche le più oscure. E in noi Dio vedrà di aver fatto una cosa bellissima. E saremo il suo riposo.

tratto da AVVENIRE.IT

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La scomparsa di Don Ugo Mocchetti

1 settembre 2007

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Mons. Ugo Mocchetti, parroco di Nerviano dal 1968 al 1983, si spense nella sua abitazione sabato 1 settembre 2007 alle ore 16,05.
I funerali si svolsero lunedì 3 settembre 2007 nella Chiesa parrocchiale S. Stefano di Nerviano e la salma venne sepolta nella cappella del Cimitero del capoluogo.

Una grande folla partecipò alle esequie, segno del grande affetto della stima che la gente e non solo quella di Nerviano aveva nei Suoi confronti.

Nato a Castellanza il 13 gennaio 1916, era stato ordinato Sacerdote dal Cardinale Schuster il 13 giugno 1939. Svolse le funzioni di Vice Rettore nel Seminario di Venegono dal 1939 al 1944. Nel 1944 ricoprì la carica di Direttore spirituale nel Collegio Rotondi di Gorla Minore.
Sempre nel 1944 conseguì una prima laurea in Teologia presso la Facoltà Teologica di Milano presentando la tesi “La grazia di Sant’Ambrogio”. Professore di Teologia e di Filosofia nel Collegio Arcivescovile di Tradate dal 1944 al 1949, conseguì nel 1947 la seconda laurea in Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano presentando la tesi “Il pensiero di Francesco Bonatelli”.
Negli anni dal 1949 al 1968 fu Parroco di Solbiate Olona, per poi giungere a Nerviano con la nomina di Prevosto Parroco il 1° marzo 1968, ricoprendo questa carica fino al 1983 con la scelta poi di rimanere ad abitare a Nerviano,tra la sua gente. Nel 1993 fu nominato Cappellano di Sua Santità e nel 1994 divenne Monsignore. Il 3 giugno 1999 vennero festeggiati i suoi 60 anni di Sacerdozio.
Il 1° settembre 2007, all’età di 91 anni, morì a Nerviano dove la salma venne esposta presso la Chiesa Parrocchiale S. Stefano per due giorni affinchè tutte le persone che lo desiderassero potessero stargli vicino ancora una volta.

Uomo “del sorriso e della tenerezza” Don Ugo, come i nervianesi amavano chiamarlo, ha lasciato un segno indelebile nella sua quarantennale presenza a Nerviano.

Amato da tutti ha sempre fatto della sua umiltà il vero punto di forza per incontrare le persone: chiunque lo incontrava aveva la possibilità di una parola di affetto, vicinanza, quasi da “fratello maggiore”.

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S. GIOVANNI PAOLO II: un funerale per non dimenticare

Le cerimonie funebri legate alla morte dei papi che si sono susseguiti nel corso dei secoli, hanno sempre rappresentato un momento molto particolare nella vita della Chiesa e della società civile.

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Roma 1917: funerali Papa Benedetto XIV

 

Per la Chiesa, infatti, subito dopo la morte di un papa inizia il periodo di sede vacante ed il processo di successione. Il suo “anello piscatorio” ed il sigillo vengono distrutti dal cardinale camerlengo, a significare la fine della sua autorità papale. L’appartamento papale e tutto ciò che era sotto la diretta autorità e giurisdizione di Sua Santità viene sigillato ed inizia il cerimoniale di nove giorni di esequie.

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Cerimonia di esposizione della salma di Papa PIO IX

Certamente, in ordine di tempo, i funerali di S. Giovanni Paolo II hanno rappresentato per la società civile un momento importante: ebbero luogo sei giorni dopo la sua morte avvenuta il 2 aprile 2005 e vennero celebrati dal cardinale Joseph Ratzinger in piazza San Pietro, con la partecipazione di un altissimo numero di capi di stato e di governo (più di 200 delegazioni ufficiali) oltre ai rappresentanti di tutte le religioni.
Per consentire a tutti i Paesi di avere una propria delegazione presente alle celebrazioni delle onoranze funebri, la Santa Sede limitò il numero massimo consentito di rappresentanti per ogni nazione, eccezione fatta per la Polonia, patria natia del papa Giovanni Paolo II che poté presenziare con dieci persone, e per l’Italia. Altri esponenti di spicco di ogni nazione potevano unirsi alle celebrazioni rimanendo all’esterno della basilica con il pubblico comune, presenziando come pellegrini.

Quando la bara lasciò la piazza affollata da almeno trecentomila persone, i rintocchi della campana di San Pietro si mescolano al coro dei “Papa boys” che battendo ritmicamente le mani scandivano: “Giovanni Paolo”.
Sembrò fuori luogo quel modo “da stadio” di vivere un funerale, il più partecipato e sentito funerale della storia.
Eppure quel coro era il segno di come proprio Karol Wojtyla abbia lasciato il segno nella storia del mondo e nel cuore di milioni di persone a Roma e nel resto del pianeta.

Perché proprio così, con quei cori, centinaia di migliaia di giovani erano abituati ad acclamarlo durante gli incontri delle Giornate della Gioventù.
Non era mai accaduto che l’addio a un Papa avesse una partecipazione così ampia e soprattutto che la folla dei fedeli avesse una parte così diretta, sentita ed espressa in questi modi.

La cerimonia,malgrado imponente, fu caratterizzata anche da alcuni particolari di semplicità come ad esempio la scelta del feretro: realizzato in cipresso con linee essenziali, severe, “pulite”, proprio come papa Giovanni Paolo II.

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La nostra Azienda ha deciso di proporre la replica di questo tipo di feretro rendendolo disponibile nei nostri uffici di Nerviano, Lainate, Cerro Maggiore e Barbaiana