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onoranze funebri cerro maggiore

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L’aro titano o aro gigante è una pianta appartenente alla famiglia delle Araceae, endemica dell’isola di Sumatra.

Questa pianta possiede la più grande infiorescenza non ramificata del mondo vegetale.

L’aro titano è un fiore a dir poco insolito: raggiunge i 3 metri di altezza, pesa una settantina di chili e per vederlo sbocciare si devono attendere anche 20 anni.

la crescita poi è molto veloce e la fioritura non dura più di 4 giorni. Il titolo di fiore “cadavere” deriva dal peculiare odore di Carne in avanzato stato di decomposizione che il fiore emana durante la fioritura. Dopo la scomparsa del fiore, la pianta produce una sola foglia che cresce su un gambo verde; la struttura fogliare in questa fase può raggiungere i 6 metri di altezza e 5 di larghezza. Al Royal Botanic Garden di Edimburgo una pianta delle dimensioni iniziali di un’arancia dopo 7 anni ha raggiunto il peso record di 153,9 kg. La fioritura più recente è di circa una settimana fa (tra il 13 e 14 Giugno 2021) ed è avvenuta in Polonia nel giardino botanico di Varsavia. L’evento è talmente raro che centinaia se non migliaia di persone si sono ritrovate in coda per ore per fare uno scatto o un breve video di questo rarissimo fiore gigantesco con un odore terribile.

La pianta cresce spontaneamente solo nelle foreste pluviali di Sumatra, ma è in pericolo di estinzione a causa della deforestazione. Piantare nei giardini botanici, dove sono una grande attrazione per i visitatori, ha contribuito a preservarli.
In Italia lo si può ammirare presso il Giardino dei semplici di Firenze, che è stato teatro di una spettacolare fioritura nell’agosto 2007

Fonti: Wikipedia;TGfuneral24

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Nella morte, la sintesi della nostra vita

di ENZO BIANCHI

Morte, giudizio, inferno, paradiso: così suonava la risposta del Catechismo alla domanda sui novissimi, cioè sulle realtà ultimissime che attendono ogni uomo. Su queste colonne abbiamo già sostato sul giudizio e sul paradiso, ma in questi giorni che precedono la memoria dei morti vorremmo tentare di leggere la morte come evento umano e cristiano, sapendo che oggi viviamo in un’atmosfera culturale che della morte non vuole più saperne. È perfino banale questa constatazione: la morte è rimossa, è diventata l’unica realtà concretamente “oscena”, che non deve cioè essere vista, contemplata, considerata. Oggi vogliamo evitare di essere testimoni della morte, che tuttavia continua a essere presente nelle nostre vite familiari e di relazione; soprattutto, vogliamo evitare di pensare alla nostra propria morte, che è l’unico evento certo che ci sta davanti.
È significativo un invito fatto da André Comte-Sponville al suo lettore, proprio in un libro che vuole essere una “saggezza” per tutti: “Lettore, coraggio! Per la morte hai tutto il tempo. Innanzitutto impegnati a vivere!”. Non è un caso che anche il vocabolario della morte sia poco frequentato. Si ha una sorta di ritegno a parlare di “morto, morte”; si preferisce dire: “Se n’è andato. È passato di là. Non è più con noi”… Questo accade anche nei funerali, che si dicono ancora cristiani, ma che sovente, soprattutto nel caso di qualche persona importante o di una disgrazia pubblica, sono “eventi” con accenti di spettacolo. In essi, invece di accogliere il mistero della morte, si parla del defunto, ci si indirizza a lui come se fosse ancora vivo, si tenta quasi una rianimazione di cadavere, magari facendo ascoltare a tutti qualche sua parola o, se era un cantante, una sua canzone. Così si cancella la morte dalla nostra vita e dalla prospettiva tanto necessaria nella ricerca di un senso, di una direzione verso cui camminare.
Ma ciò che appare follia è il fatto che, accanto a questa rimozione della morte, avvenga la sua spettacolarizzazione nei mezzi di comunicazione. In questi la morte sembra regnare, in un flusso di immagini che la esibiscono, la mostrano, insistono su di essa per “dare la notizia” efficace di catastrofi, guerre, torture, omicidi… Non vogliamo vedere la morte, e poi rallentiamo in auto per guardare gli effetti di un incidente e vederne le vittime. Abituandoci alle immagini della morte in scena, crediamo di allontanare la possibilità della nostra propria morte. Insomma, anche per il cristiano la tentazione è quella di fare tacere i novissimi, di dimenticarli, e tra di essi in particolare la morte. Eppure la morte continua ad avere l’ultima parola su di noi, almeno nella realtà visibile, continua a essere un traguardo, una meta che ci attende: è l’unica direzione (senso) della vita che non possiamo mutare, perché sempre la vita va verso la morte. Martin Heidegger in questa lettura è giunto ad affermare che l’uomo “vive per la morte”.
La mia generazione ha ancora ricevuto dalla grande tradizione cristiana il consiglio spirituale dell’esercitarsi a morire, del prepararsi all’evento finale, del vivere la morte. La morte era un tema di meditazione, non funereo, non dolorista, ma andava pensata come “ora” che ci attende, ora del giudizio di Dio su ciascuno di noi, incontro con il volto di Dio tanto cercato. Nella memoria mortis c’era una tristezza, quella di dover morire; c’era il timore di Dio (cosa diversa dalla paura!), per il suo giudizio che è misericordia ma anche giustizia; c’era la consolazione per l’incontro definitivo con il Signore, la vita eterna. Nella memoria della morte occorreva soprattutto esercitarsi a pensare che il proprio morire deve essere “un atto”. Questo mi era di difficile comprensione quando ero bambino, ma nella maturità ho poi compreso. Per un cristiano la morte non può essere un evento passivo: non è possibile lasciarsi morire ma è assolutamente necessario poter fare un atto di quell’evento finale al quale non si sfugge. Certo, nella fede, e forse anche con molti dubbi e nell’angoscia, ma occorre poter dire al Signore: “Padre, quella vita che tu mi hai dato e per la quale ti ringrazio, te la rendo puntualmente, te la offro in sacrificio vivente (cf. Rm 12,1), sperando solo nella tua misericordia”. In tal modo la morte diventa un atto, e così si muore nell’obbedienza, magari accogliendo le parole di chi accompagna il morente, che, se è intelligente, sa dirgli al momento giusto: “Parti, vai al Padre, nel nome del Padre che ti ha creato, nel nome del Figlio che ti ha redento, nel nome dello Spirito santo che ti ha santificato”.
Forse questo fare della morte un atto è ciò che ci rimette i peccati, come affermava con audacia Marco il monaco (fine V-inizio VI secolo). Forse è l’estrema possibilità di “obbedienza della fede” (Rm 1,5; 16,26) per il cristiano, che così confessa di credere nella misericordia infinita di Dio. Proprio per predisporre tutto affinché questo sia possibile, occorrerebbe che chi è nella malattia fosse avvertito, se lo vuole, della sua situazione di uomo o donna giunto/a alle soglie della morte, al termine della vita. Operazione delicata, che non va fatta sempre, in ogni caso e per tutti, ma solo quando c’è una certa maturità di fede, e allora il credente morente desidera essere consapevole dell’incontro ormai prossimo con il suo Signore. La morte quindi diventa “azione”, atto puntuale, vera operazione di “adorazione” del Creatore, di riconoscimento dell’essere una creatura voluta da Dio nel suo amore e che torna a Dio il quale è amore per sempre (cf. 1Gv 4,8.16; 1Cor 13,8). È in questa fede che l’uomo confessa di non essere proprietario della propria vita, di non decidere lui la propria fine, ma di accoglierla rimettendo a Dio il suo respiro, il suo spirito (cf. Sal 31,6; Lc 23,46).
Al cristiano – occorre ricordarlo – non è chiesto di soffrire e neppure di accogliere i patimenti fisici come se fossero voluti da Dio. Dio non ci chiede nemmeno di espiare i nostri peccati con tormenti fisici, perché solo lui sa come restaurare la giustizia che abbiamo offeso e violato con i nostri peccati. È compito suo, non nostro: lasciamo che sia lui il Signore nella nostra vita e nella nostra morte. Per questo occorre che le sofferenze fisiche siano il più possibile evitate al malato morente, in modo che possa attraversare l’ora della morte semplicemente rispondendo a ciò che è sua umanizzazione e che è compimento della volontà di Dio: possa cioè vivere la malattia e la morte continuando ad amare chi resta e accettando di essere a sua volta amato. Nient’altro. Questo è il comandamento ultimo e definitivo: amare fino alla fine, fino all’estremo (cf. Gv 13,1), per quanto è possibile a un umano.
La vita è un dono di Dio, anzi è il dono di Dio per eccellenza, e questo dono va riconosciuto e ridato a colui che ci è Padre. Sì, oggi sull’evento della morte – lo dobbiamo dire – si gioca la fedeltà dei cristiani al loro Signore: i cristiani sanno, perché nel battesimo sono stati immersi nella morte del Signore, sono “con-morti con Cristo”, che con Cristo risorgeranno (cf. Rm 6,4-5.8; Col 2,12) e che questo télos sta davanti a loro come una promessa per chi persevera sempre, seppur cadendo in peccati, nella sequela del Signore. Proprio per questo non giudicheranno altri che non hanno la luce della fede, anche se, proprio per il cammino di umanizzazione che spetta a tutti, mostreranno e diranno che la morte può essere un atto, l’atto apice dell’umanizzazione percorsa con tutta la vita.
Già Platone parlava della necessità della “meléte thanátou” (Fedro 81a), dell’esercitarsi a morire, e tutta la tradizione cristiana ha pensato e indicato in cosa ciò può consistere. La morte non può essere privata del morire, e ciascuno di noi deve avere il coraggio di dire a se stesso: “Io morirò”. Giunto alla vecchiaia, deve pensare di più alla morte, evento che può essere l’ultima grande azione della nostra vita. Nessuno di noi può prevedere la propria morte, se improvvisa o dopo una lunga malattia, se nella pace e nella dolcezza di chi muore senza gravi sofferenze fisiche o nel tormento di chi soffre patimenti che quasi non si possono lenire con le medicine. Nessuno di noi può sapere, nonostante le dichiarazioni fatte al riguardo, se morirà nel dubbio o nella fede.
Non è un caso che nella preghiera più semplice e più conosciuta tra i cattolici, l’Ave Maria, si chieda (e ciò avviene ripetutamente nel rosario): “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”. Pensare di avere chi nella morte intercede per noi come una madre, e intercede presso il Cristo che incontriamo, è un buon esercizio per sentire la morte come sorella e lodare Dio “per sora nostra morte corporale”.

Tratto da : Avvenire del 27 ottobre 2013

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Curiosità: Il cimitero dei gusti di gelato di Waterbury, Vermont

Molte compagnie di alimenti dolciari lanciano prodotti nuovi sul mercato e poi li ritirano per svariati motivi. Ma questa compagnia di gelati fa di più: quando “uccide” un gusto lo tratta con rispetto, dedicandogli addirittura una sepoltura vera e propria in quello che è il cimitero dei gusti di gelato. Non facciamo il nome dell’azienda per ovvi motivi pubblicitari: ma la sua presenza sul mercato è decennale, e in questo periodo ha fatto fuori parecchi gusti.

Sapori che erano amati dalle persone, ma che hanno smesso di essere prodotti perché un tale ingrediente diventava troppo costoso, o perché il procedimento di elaborazione troppo complicato.

Forse in linea con quella che è la moda attuale degli zombi, ma sul sito web della compagnia vi è anche un format per “risuscitare” dei gusti. Naturalmente non è detto che la richiesta venga accolta. Anche perché ci sono stati svariati casi di gusti che non hanno incontrato i favori del pubblico, e che è meglio che rimangano sottoterra dove si trovino. La morte in questo caso è una metafora, ma il cimitero è reale, con tanto di epitaffi sulle lapidi. E ogni giorno il luogo riceve sempre i suoi piccoli gruppi di visitatori che portano gli omaggi al loro gusto preferito scomparso.

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SABATO SANTO

Oggi è l’uomo il riposo di Dio

Una riflessione sul sabato santo dello scrittore Alessandro D’Avenia.

L’ultimo sabato di Cristo sulla terra conferma il primo sabato della storia: Dio riposa e contempla ciò che ha fatto.

Nel sepolcro Dio riposa, dopo aver ricreato il mondo e l’uomo in lui, fatto e disfatto della materia del mondo e dell’uomo.

pietà rondaniniHa rinnovato dall’interno gli atomi, con la vera particella di Dio, l’Amore che non può essere isolato da nessun acceleratore perché è l’acceleratore di quelle particelle (Amor che move il Sole e l’altre stelle), non può essere ulteriormente diviso perché è l’elemento degli elementi, la sostanza di tutta la tavola periodica. Dio impadronendosi da dentro di ogni atomo di materia lo rende nuovo, ogni atomo adesso appartiene alla vita di Dio e non può più decadere: è salvo. Tutto è rinnovato dal di dentro oggettivamente, e lo sarà anche soggettivamente grazie a chi aderirà: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo». Ma che gran lavoro è costato tutto questo: ci vuole un momento di silenzio e di riposo, uno di quei momenti in cui l’umanità si chiede: dov’è Dio? Ed è in quel silenzio: contempla che quanto è stato fatto è cosa definitivamente bella e buona. Quel corpo distrutto dalla violenza umana, senza apparenza né bellezza per attirare lo sguardo, ha in sé tutta la bellezza possibile, perché adesso la bellezza porta su di sé anche i segni dell’incompiutezza: dolore, solitudine, tristezza, malattia, ferita, sangue, abbandono… tutto è bello adesso, perché quel corpo distrutto contiene dentro di sé tutto ciò che è brutto al mondo, trasformato da dentro, cioè realmente. Se solo ci soffermassimo a considerare che cosa è significato per l’estetica (e quindi per la vita) aver reso bello un crocifisso, smetteremmo di staccarli per ragioni puramente estetiche.

Alcune cose continueranno a decadere come prima, perché la ferita inferta dal peccato all’uomo e al creato non è del tutto cancellata, e ciò che deve decadere continuerà a decadere, ma una creazione nuova comincia a ergersi, sottile, silenziosa, ma inarrestabile, da quel corpo distrutto coinvolgendo, insieme alle cose che in noi marciscono, chi a lui si volgerà.

Quel corpo è il corpo di un morto, ma in Dio la morte è solo riposo: come si riposò dopo aver creato, adesso riposa dopo aver ri-creato. C’è un unico sabato, adesso, in cui Dio, guardando tutta la storia, vede il suo riposo nel giardino della nuova creazione. C’è un gran silenzio nel giardino, attorno a quel sepolcro. Eppure, proprio quando sembra che Dio riposi, egli opera più di ogni altro giorno, perché il suo guardare le cose, dopo averle fatte, in realtà è un modo umano di dire che nel guardarle è lui che le fa esistere, le conserva nell’essere e le fa essere belle. Il riposo di Dio è la restaurazione continua della bellezza, la ri-creazione inesausta della bellezza, tutto più bello di prima, come pallidamente dice quell’arte giapponese di riparare i vasi rotti iniettando vene d’oro dentro le crepe.

Nelle mani del Padre riposa il Figlio per tutto quel sabato, ma intanto quelle stesse mani operano su ogni elemento di quel corpo e quindi della realtà, rinnovandola da dentro. E questo vale per tutti i nostri sabati di dolore, attesa e prostrazione. «Nelle tue mani consegno il mio spirito», dice il Figlio al Padre. «Ecco io faccio nuove tutte le cose», risponde il Padre al Figlio, ricevendo nella sua vita incorruttibile la materia e lo spirito del Figlio e, attraverso di lui, quella di chi a lui si unirà, credendo in lui e lasciandolo entrare nella propria camera del cuore. E il Padre che vede nel segreto lo ricompenserà: con se stesso. Dio vide che ciò che aveva fatto per l’uomo era cosa buona-e-bellissima e lo sarebbe stato in ogni angolo della Terra in cui un uomo e una donna avessero accettato di far riposare Dio, perché ancora una volta era l’uomo la via di Dio: «Io salirò fino ai piedi della Croce, mi stringerò al Corpo freddo, al cadavere di Cristo, con il fuoco del mio amore, lo schioderò con i miei atti di riparazione e con le mie mortificazioni, lo avvolgerò nel lenzuolo nuovo della mia vita limpida, e lo seppellirò nel mio cuore di roccia viva, dal quale nessuno me lo potrà strappare, e lì, Signore, puoi riposare! Quand’anche tutto il mondo ti abbandoni e ti disprezzi, serviam! ti servirò, Signore!» (San Josemaría Escrivá, Via Crucis, XIV stazione).

Quando Dio sembra tacere nella nostra vita, quello è il momento in cui chiede di riposare proprio grazie alla nostra vita. Solo così sarà di nuovo creata, di nuovo bella, pur con tutta la sua fatica e, a volte sconsolata, sensazione di abbandono. La vita di un cristiano sulla terra è un sabato in cui far riposare Dio in noi, un tempo che intercorre tra il dire – qualsiasi cosa accada – «Padre nelle tue mani consegno la mia vita» e l’ascoltare la risposta «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», anche le più oscure. E in noi Dio vedrà di aver fatto una cosa bellissima. E saremo il suo riposo.

tratto da AVVENIRE.IT

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S. GIOVANNI PAOLO II: un funerale per non dimenticare

Le cerimonie funebri legate alla morte dei papi che si sono susseguiti nel corso dei secoli, hanno sempre rappresentato un momento molto particolare nella vita della Chiesa e della società civile.

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Roma 1917: funerali Papa Benedetto XIV

 

Per la Chiesa, infatti, subito dopo la morte di un papa inizia il periodo di sede vacante ed il processo di successione. Il suo “anello piscatorio” ed il sigillo vengono distrutti dal cardinale camerlengo, a significare la fine della sua autorità papale. L’appartamento papale e tutto ciò che era sotto la diretta autorità e giurisdizione di Sua Santità viene sigillato ed inizia il cerimoniale di nove giorni di esequie.

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Cerimonia di esposizione della salma di Papa PIO IX

Certamente, in ordine di tempo, i funerali di S. Giovanni Paolo II hanno rappresentato per la società civile un momento importante: ebbero luogo sei giorni dopo la sua morte avvenuta il 2 aprile 2005 e vennero celebrati dal cardinale Joseph Ratzinger in piazza San Pietro, con la partecipazione di un altissimo numero di capi di stato e di governo (più di 200 delegazioni ufficiali) oltre ai rappresentanti di tutte le religioni.
Per consentire a tutti i Paesi di avere una propria delegazione presente alle celebrazioni delle onoranze funebri, la Santa Sede limitò il numero massimo consentito di rappresentanti per ogni nazione, eccezione fatta per la Polonia, patria natia del papa Giovanni Paolo II che poté presenziare con dieci persone, e per l’Italia. Altri esponenti di spicco di ogni nazione potevano unirsi alle celebrazioni rimanendo all’esterno della basilica con il pubblico comune, presenziando come pellegrini.

Quando la bara lasciò la piazza affollata da almeno trecentomila persone, i rintocchi della campana di San Pietro si mescolano al coro dei “Papa boys” che battendo ritmicamente le mani scandivano: “Giovanni Paolo”.
Sembrò fuori luogo quel modo “da stadio” di vivere un funerale, il più partecipato e sentito funerale della storia.
Eppure quel coro era il segno di come proprio Karol Wojtyla abbia lasciato il segno nella storia del mondo e nel cuore di milioni di persone a Roma e nel resto del pianeta.

Perché proprio così, con quei cori, centinaia di migliaia di giovani erano abituati ad acclamarlo durante gli incontri delle Giornate della Gioventù.
Non era mai accaduto che l’addio a un Papa avesse una partecipazione così ampia e soprattutto che la folla dei fedeli avesse una parte così diretta, sentita ed espressa in questi modi.

La cerimonia,malgrado imponente, fu caratterizzata anche da alcuni particolari di semplicità come ad esempio la scelta del feretro: realizzato in cipresso con linee essenziali, severe, “pulite”, proprio come papa Giovanni Paolo II.

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La nostra Azienda ha deciso di proporre la replica di questo tipo di feretro rendendolo disponibile nei nostri uffici di Nerviano, Lainate, Cerro Maggiore e Barbaiana

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La chiesa ortodossa greca contraria alla cremazione

La cremazione è rimasta rara in Europa occidentale fino al XIX secolo, tranne in casi eccezionali: ad esempio, durante l‘epidemia di peste nera del 1656, i corpi di 60.000 vittime furono bruciati a Napoli in una sola settimana.

Nel 1963, a seguito del Concilio Vaticano II, anche la Chiesa cattolica, con l‘istruzione «Piam et constantem» della Suprema Congregazione del Sant‘Uffizio, ha ribadito l‘invito ai vescovi di predicare l‘inumazione, che è la pratica tradizionale della Chiesa.

Nel contempo però ha disposto che ai propri fedeli che scegliessero di farsi cremare possano avere la sepoltura ecclesiastica.

La Chiesa ortodossa greca, da sempre contraria alla cremazione, che e’ legale nel Paese solo dal 2006, ha annunciato che neghera’ le esequie religiose a chi si fa cremare. “La cremazione e’ contraria alla tradizione e all’azione della Chiesa per ragioni antropologiche e teologiche”, afferma una circolare inviata oggi dalla Chiesa di Grecia, che non e’ separata dallo Stato.

Nello stesso documento definisce “nichiliste alcune disposizioni di una legge recente sulle procedure per la cremazione perché non rispettose del corpo umano”.
“Chi ha espresso l’intenzione di essere cremato – prosegue la circolare – afferma la separazione dalla Chiesa e pertanto non ha diritto alle esequie religiose”.

Nessun governo greco e’ ancora riuscito a far costruire un crematorio a causa delle reazioni locali o della Chiesa.

I sindaci di Atene e Salonicco, Georges Kaminis e Yannis Butaris, insistono da tempo sulla necessita’ di dotare le due citta’ di crematori che con cinque milioni di abitanti in totale, quasi la meta’ della popolazione dell’intero Paese, da anni devono far fronte ad una cronica mancanza di spazio per le sepolture nei cimiteri.

(tratto da www.euroact.net)

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TripAdvisor si occupa di cimiteri stilando la classifica di quelli più suggestivi

TripAdvisor, il noto portale di viaggi e turismo, ha stilato l’elenco dei cimiteri più suggestivi d’Italia, luoghi storici e molto interessanti anche da un punto di vista architettonico ed artistico. Una lista perfetta per questo periodo in cui, a pochi giorni di distanza troviamo sia Halloween che la Festa dei morti.

La prima è un’usanza importata dagli Stati Uniti, la seconda, invece, è particolarmente sentita in Sicilia e c’è naturalmente chi preferisce l’una e chi l’altra: in entrambi i casi, l’elenco è perfettamente “in tema”.

Questi luoghi, una volta destinati solo al ricordo dei defunti, sono ora segnalati per il loro valore artistico e monumentale.

Ecco la “specialissima” classifica: 

Catacombe dei Cappuccini (Palermo) – Soltanto pochi mesi fa sono state al centro di molti articoli, per via del “miracolo” della mummia della piccola Rosalia, ma da sempre attraggono numerosi turisti.

Catacombe di San Sebastiano (Roma) – Un vero e proprio labirinto sotterraneo, con 3 piani di loculi e tombe familiari.

Cimitero di Staglieno (Genova) – Uno dei cimiteri monumentali d’Europa: adagiato ai piedi di una collina, ospita anche personaggi illustri.

Catacombe di San Giovanni (Siracusa) – Ricavate da un antico acquedotto, offrono un viaggio nei cunicoli della Siracusa sotterranea.

Camposanto (Pisa) – Posto all’ombra della famosa Torre, affascina i visitatori.

Catacombe di San Callisto (Roma) – Qui, a parlare, sono i numeri: 50 martiri e 16 pontefici sepolti in un complesso di 15 ettari, per una lunghezza di quasi 20 chilometri.

Cimitero Acattolico per stranieri (Roma) – Si trova nel quartiere Testaccio ed è nato per ospitare protestanti, ebrei ed ortodossi.

Cimitero delle Fontanelle (Napoli) – Si tratta di un ossario che accoglie circa 40.000 vittime della grande peste del 1656 e del colera del 1836.

Cimitero Monumentale (Milano) – Ospita nomi celebri, come Alessandro Manzoni e Filippo Tommaso Marinetti, ed è considerato un vero e proprio museo all’aperto.

Catacombe di San Gennaro (Napoli) – Sono considerate uno dei principali monumenti di Napoli e nascondono sepolcri, cripte e basiliche.

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Ingresso Cimitero di Cerro Maggiore

ESUMAZIONI NEL CIMITER0 DI CERRO MAGGIORE

Nel corrente mese di ottobre, dal giorno 7 al giorno 15, la ditta SCM, cooperativa che gestisce i cimiteri di Cerro Maggiore e Cantalupo, effettuerà le esumazioni del cimitero parco di Cerro Maggiore .

Il cimitero parco è un campo verde, di ispirazione nord europea, in cui le salme vengono inumate, cioè deposte nel terreno senza opere murarie. Periodicamente, a cicli quindicennali, le salme vengono esumate e i resti mortali deposti in cassettine di zinco che possono essere collocate in appositi ossari oppure in loculi o tombe di famiglia.

Cerro Maggiore: Le esumazioni riguarderanno le salme dei deceduti negli anni 1992 – 1993 -1994.

In caso di salme non completamente mineralizzate le famiglie, avvalendosi delle onoranze funebri di propria fiducia, potranno avviarle al tempio crematorio. Le urne cinerarie saranno poi collocate nelle suddette sepolture.
Le onoranze funebri incaricate dalle famiglie, avranno il compito di collocare i resti mortali in apposite casse di cellulosa, accompagnarle al crematorio e successivamente ritirare le ceneri per la tumulazione in cimitero.

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Chiesa Onoranze funebri Cerro Maggiore

Il segreto del Convento dei frati Cappuccini di Cerro Maggiore

La costruzione del Convento dei Frati Cappuccini di Cerro Maggiore ebbe inizio nel 1583 grazie al contributo economico del mercante cerrese Pompeo Legnani. Intorno alla metà del 1600, grazie alla reggenza di Padre Sempliciano da Milano, un nobile della famiglia dei Visconti, il convento raggiunse il suo “massimo splendore”.
La biblioteca del convento era ricca di volumi consultati da studiosi di tutto il territorio. I frati mantennero la proprietà fino al 1810, quando Napoleone soppresse conventi e ordini religiosi. I frati ripresero possesso del convento 90 anni più tardi.

Questo convento è noto anche per aver ospitato dal 1946 al 1957 la salma di Benito Mussolini. Proprio così: per 11 anni, dentro il convento dei frati Cappuccini di Cerro Maggiore, vennero conservate le sue spoglie.

Un po di storia: 25 Aprile 1945, gli ultimi giorni di Mussolini e la fuga da Milano e poi Dongo, il giallo della fucilazione, l’esposizione a piazzale Loreto dei cadaveri il 29 aprile 1945.

A questo punto la salma di Mussolini diventa un problema e per difenderla da profanazioni e dal furto, mossa dalla carità cristiana, interviene la Curia milanese guidata dal cardinale Ildefonso Schuster.

Da quanto si è potuto ricostruire, è padre Carlo da Milano, cerrese d’adozione, insegnante di teologia nel convento della cittadina, a indicare a Schuster quella comunità di Cappuccini lombardi: un luogo di clausura, fuori da Milano, quindi “sicuro” e discreto.
Il Governo italiano accetta. La cassa arriva in gran segreto il 25 agosto 1946. La prende in consegna Padre Mauro da Cornate d’Adda e viene deposta davanti all’altare della cappella al primo piano del convento di Cerro Maggiore accessibile solo ai frati.
Una realtà che, per anni, conoscono solo i frati che si susseguono nella reggenza del convento. A loro è affidato il compito di mantenere il segreto.
Nel 1957, il Governo italiano decide che i tempi per la riconsegna alla famiglia sono maturi. Il 29 agosto, i funzionari della Questura prelevano da Cerro Maggiore la cassa che, a bordo di una misteriosa auto americana Packard, sotto scorta, viene trasferita al cimitero di Predappio.