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Lainate pompe funebri 02 9370938

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Quando si patisce il lutto per la morte di una parte della propria identità

di Davide Sisto

 

Al termine di una lezione sulla morte digitale che ho tenuto a un corso di Psicologia, uno studente mi si avvicina per chiedermi un parere a proposito di un tipo di lutto molto specifico: quello per la perdita di una parte della propria identità. Chiedo allo studente di spiegarmi meglio cosa intende. E lui mi risponde dicendo che sta pensando a quelle situazioni traumatiche, o semplicemente dolorose, che ci spingono a cambiare noi stessi radicalmente. A far morire per necessità un lato della nostra personalità e, di conseguenza, a svilupparne altri inediti, ritrovandoci, però, nella condizione di soffrire per la mancanza di ciò che non siamo più e che mai più saremo.

Ovviamente, è una riflessione tanto profonda da un punto di vista emotivo quanto complessa da un punto di vista psicologico. Non è un caso che provenga da uno studente di Psicologia. Resta il fatto che mi ha colpito molto e mi ha fatto pensare nel corso del tempo. In effetti, il ragionamento sembra più astratto di quanto lo sia in realtà. Decidere, più o meno consapevolmente, di lasciar morire – o addirittura di uccidere – una parte della nostra identità è la conseguenza tipica di un’esperienza dolorosa che ci obbliga, per la nostra sopravvivenza, a un sacrificio e a un cambiamento.

Questa esperienza dolorosa è di solito legata a una fine non voluta, magari legata alla morte di una persona amata o a una relazione sentimentale conclusasi male. Ma può anche essere riferita a un malessere riguardante specifiche situazioni esistenziali, le quali devono essere superate e, in parte, rimosse per il nostro benessere psicofisico. Credo che ognuno di noi, nel momento in cui ha avuto luogo uno shock o una delusione, si sia trovato nella necessità di dover sviluppare determinate prerogative della propria personalità, lasciandone sullo sfondo altre. Fa parte dei percorsi di crescita ed è anche il frutto di quella disillusione che, purtroppo, non lascia indenne nessuno a causa degli insuccessi e dei rimpianti con cui – prima o poi – tutti scendiamo a patti.

È interessante, tuttavia, soffermarsi sul lutto che si prova per una parte di noi seppellita. Non si tratta di un lutto metaforico. Ogni fine, di una vita o di una relazione sentimentale, produce contemporaneamente la conclusione di un intero mondo. Il mondo che riguardava il nostro legame unico e irripetibile con l’altro. Siamo abituati a dare una definizione univoca alla nostra identità, ma in realtà ciascuno di noi ha tante identità quanti sono i rapporti che sviluppa nella società. Difficilmente si è uguali con tutti gli interlocutori. Non si tratta di ipocrisia, ma di un normale adattamento della nostra personalità all’esigenza particolare (un partner lavorativo è diverso da uno sentimentale) o alle caratteristiche dell’altra persona (c’è chi è permaloso, chi non si prende sul serio, chi è iroso, ecc.). Tale adattamento è ancor più marcato quando l’intimità aumenta. Ed è ovvio che la fine del rapporto con l’altro si porti via tutto ciò che abbiamo creato insieme, compreso il nostro modo di stare con lui. Ciò avviene il più delle volte contro la nostra volontà. E qui si genera il lutto: l’impossibilità di ritrovare quel noi che è morto con colui che amavamo, quindi l’impossibilità di recuperare l’intero mondo terminato.

Questo è, d’altronde, il meccanismo tipico a fondamento della nostalgia per un tempo che, essendo passato, non tornerà più e che, proprio perché passato, ci sembra preferibile rispetto al tempo che verrà.

La chiave di lettura per l’elaborazione di questo particolare lutto è nell’ultimo concetto espresso. Dobbiamo, cioè, prendere coscienza che ciò che è finito non tornerà più e che ciò che verrà sarà, forse, migliore o comunque non meno importante. Riscoprire la dimensione del futuro come antidoto dell’immobilismo nostalgico provocato dalla morte. Prendiamo il caso, sempre più frequente, dell’anziano che, dopo cinquanta-sessanta anni di matrimonio, resta vedevo. Si ritrova negli ultimi anni della sua vita a fare un’esperienza che praticamente ha vissuto soltanto quando era molto giovane. I figli, il più delle volte, temono che non ce la possa fare. Ma non capita di rado che proprio questa nuova identità da “indossare” sia per l’anziano un modo per crearsi una vita differente, sperimentando ciò che mai avrebbe immaginato. A proposito, consiglio il libro “Fissando il Sole” di Irvin Yalom, in cui racconta proprio una rinascita derivante dalla morte di una parte di sé.

Alla fine, credo che l’unico modo per elaborare il lutto per la perdita di una parte di sé consista nel tentare di guardare il meno possibile al passato, attribuendo un valore superiore a ciò che sta innanzi. Ogni giorno può essere l’occasione giusta per rinascere e, dunque, per comprendere che la morte dell’altro conclude, sì, tutto un nostro mondo ma può anche aprirne un altro, che non è detto sia meno luminoso.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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Una fotografia per ingannare la morte

A chi, in genere, ci si rivolge in caso di dipartita della persona amata? Al medico? Al becchino? In epoca vittoriana si era soliti chiamare il fotografo! Certo, non tutti potevano permettersi questo lusso, retaggio di pochi ed abbienti personaggi. All’arrivo dell’artista si allestiva in casa una vera e propria scenografia, si truccava il caro estinto, agghindandolo coi suoi abiti migliori e gli si conferiva la più naturale delle pose, o almeno si provava.

La pratica della fotografia post mortem nasce nell’ambito della ritrattistica, prima che la dagherrotipia facesse il suo ingresso nel campo delle arti, rivoluzionandole completamente. Ritrattisti illustri erano, ad esempio, Picasso, Monet e Gauguin. Con l’avvento della fotografia, questa macabra usanza divenne più ricorrente, ma, se all’inizio si usava raffigurare il defunto adagiato su un letto o in una bara, col tempo i committenti chiedevano all’artista di ritrarre il soggetto come se questi scoppiasse di salute, addormentato magari, o addirittura impegnato in pose tipiche di una persona… viva.

Questa insolita richiesta tradiva forse il desiderio di esorcizzare la morte, o di staccarsi dall’amato il più tardi possibile. O mai, grazie all’illusione di un’immagine da portare sempre con sé. Nel 1800 il tasso di mortalità, soprattutto tra gli infanti, era molto alto: i soggetti più comuni erano infatti bambini e neonati.

L’aspetto più inquietante è legato al fatto che, attorno al defunto, si adunavano gli stessi parenti in una sorta di ritratto di famiglia: una mano attorno alle spalle, un accenno di sorriso, sguardi d’intesa, come se quella scena fosse fra le più naturali dentro le mura domestiche.
Ci si chiede, vedendo queste immagini, come i morti riuscissero a sembrare vivi. I ritrattisti vittoriani non avevano nulla da invidiare ai contemporanei truccatori cinematografici. Gli occhi del defunto non riuscivano a rimanere aperti? Nessun problema, bastava dipingere sopra le palpebre chiuse. Il corpo non ne voleva sapere di rimanere in piedi? Ecco che venne creato una sorta di ‘leggìo’ che lo reggeva da dietro. Il risultato è quello di non riuscire ad identificare quale, tra le persone immortalate nella foto, sia quella che ha smesso per sempre di respirare.


Per quanto oggigiorno questa tradizione possa sembrare raccapricciante, viene tuttora praticata in alcune regioni del mondo come l’Europa dell’est, sebbene sia stata spogliata del suo aspetto più scenografico, poiché si limita a rappresentare le spoglie nella loro reale condizione, ossia adagiate in un feretro. Nei cimiteri di quelle aree non è raro imbattersi in lapidi su cui troneggiano queste singolari effigi.

Articolo di Annachiara Chezzi da Cult Stories

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Thailandia: la nuova mania delle Bambole-Angelo Luk Thep

articolo tratto da blog-naturalis/expedition.com

Una nuova e inquietante tendenza che sta prendendo piede in Thailandia è quella di prendersi cura delle Luk Thep – delle bambole dai poteri soprannaturali possedute dallo spirito dei bambini che sono morti nel grembo materno.

bamboleChiamate anche bambole-angelo hanno un aspetto realistico e sono in dimensioni naturali.

I proprietari se le portano sempre appresso come un amuleto e le accudiscono proprio come se fossero un bambino vero e proprio.

Questa tendenza di avere la bambola-angelo affonda le sue origini nell’antico culto Kuman Thong dell’adorazione dei feti; in questo modo i credenti possono onorare gli spiriti dei bambini non venuti al mondo senza dover tenere in casa dei feti veri e propri.
In pratica se lo spirito della bambola viene trattato con le dovute attenzioni, sarà grato di dare in cambio fortuna, prosperità e pace spirituale al suo custode. Il risultato è che le bambole vengono trattate come bambini veri e propri.

La maggior parte delle bambole-angelo sono importate dagli USA, ma prima di essere messe in vendita in Thailandia, vengono sottopposte a un elaborato processo di spiritualizzazione dove il monaco invita lo spirito a possedere la bambola. A questo punto la normale bambola acquisisce i poteri soprannaturali e diventa una Luk Thep.

Alcuni bambole contengono reliquie mistiche, vengono cosparse perfino con le ceneri della cremazione di qualche monaco o parente, altri applicano sulle loro fronti sottili foglie d’oro come avviene con le statue dei Buddha, oppure li fanno “tatuare” con mantra e iscrizioni magiche.thailanddolls
Molti Thailandesi, tra cui alcuni personaggi famosi del jet set, sono pronti a confermare l’efficacia delle bambole-angelo, come il DJ radiofonico Bookkoh Thannatchayapan che durante un’intervista ha rivelato che il successo sia dovuto in gran parte alla Luk Thep. Il giorno che ha acquistato i vestitini alla bambola ha ricevuto una telefonata in cui veniva confermato che il suo programma, al momento annullato, sarebbe andato di nuovo in onda.

La moda delle bambole-angelo è talmente dilagata in Thailandia che ormai anche la compagnia aerea Thai Smile, da la possibilità di acquistare un posto al costo di una normale tariffa e come un regolare passeggero, devono allacciarsi le cinture e viene offerto il pasto.
Una cosa è sicura, chi può permetterselo paga, perchè non si sognerebbe mai di mettere il suo angelo nello scompartimento bagagli o sotto il sedile; sarebbe come dare un calcio alla fortuna.
Se vi recate in Thailandia per le vostre prossime vacanze, non dimenticate di inserire nella vostra lista dello shopping la bambola-angelo Luk Thep.

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Il compito di essere mortali 

di DAVIDE SISTO

Nonostante siano ormai diversi anni che si discute degli effetti negativi della rimozione della morte all’interno della società occidentale e, in particolare, sul rapporto medico-paziente, constatiamo tutti quanti – quotidianamente – le difficoltà spesso insormontabili con cui si scontra il medico quando deve prendersi cura dei malati terminali, deve sostenere le loro molteplici fragilità ed eludere – al tempo stesso – il rischio di considerarli semplicemente problemi clinici da risolvere. A dimostrazione di queste difficoltà è il grande successo editoriale di libri scritti da medici, i quali con l’esperienza clinica acquisita sottolineano quanto la società sia ancora oggi incapace di fare i conti con la morte, di accettare la morte come parte integrante della vita, quindi di riconoscere che non c’è nessuna guerra in corso tra il medico e la morte. Pensiamo, per esempio, al recente bellissimo libro del chirurgo statunitense di origine indiana Atul Gawande, Essere mortale. Come scegliere la propria vita fino in fondo , che ha creato notevole dibattito pubblico.

Le “armi” farmacologiche del medico, la sua “divisa” bianca color latte, le sue “negoziazioni” con il paziente sono strumenti con cui egli mira a fare tutto il possibile e tutto il necessario, non strumenti con cui guerreggiare eroicamente contro un nemico nero armato di falce, che dall’esterno entra nella vita delle persone per distruggerla. Passano gli anni, si disquisisce utopicamente di immortalità e di superamento dell’invecchiamento, ma non si riesce ancora a prendere coscienza che, prima o poi, la vita di ogni singolo individuo è destinata a finire, per quanto ciò ci faccia soffrire e ci sembri ingiusto, e che il medico – proprio per tale ragione – ha possibilità d’intervento limitate.

Non scendere a patti con la morte e non accettarne il ruolo all’interno della vita comportano, tra le tante conseguenze, la solitudine del morente, per citare il celeberrimo libro di Norbert Elias. E questa solitudine è il risultato della somma della negazione della morte con le caratteristiche che ha assunto la vita quotidiana. Noi siamo lì, sempre a correre avanti e indietro, sopraffatti da un lavoro (precario, quando non addirittura assente) che non ha orari né pause, insoddisfatti di noi stessi in quanto non ci sentiamo mai all’altezza delle aspettative altrui (il mito malato della performance), spesso ossessionati dal bisogno di oggetti materiali. Questa corsa furiosa, all’interno di una vita a cui non prestiamo veramente attenzione e che ci pare infinita, non collima con i tempi rallentati di chi, per malattia o per vecchiaia, sta concludendo il proprio percorso. Costui vive in una dimensione ovattata e a parte. Nessuno potrà mai indossare completamente i panni psicofisici di chi sente di essere gravemente malato e quindi di poter morire da un momento all’altro (vi ricordate l’esempio classico di Ivan Il’ic nel romanzo di Tolstoj?), ma non è lecito che il contesto sociale che abbiamo, pian piano, plasmato ultimamente renda il nostro rapporto con lui vuoto e autistico. “Vorrei dedicargli del tempo, ma ho la scadenza da rispettare e il fiato del capo sul collo”, “ma poi che imbarazzo! che cosa gli dico? Faccio finta di niente? Ma non è che se faccio finta di niente non lo rispetto?”, “E perché il medico non fa qualcosa di più? È pagato profumatamente per guarirlo!”

Sia nei casi in cui il benessere economico garantisce un’assistenza sanitaria dignitosa sia in quelli in cui bisogna arrangiarsi con i pochi soldi a disposizione, il morente – il più delle volte separato dalla società in strutture mediche asettiche e prive di calore umano – è sospeso in un limbo dominato dall’imbarazzo, dalla sofferenza, dall’incapacità di affrontare questa situazione. E a ciò si aggiunge il risentimento – anche inconscio – per colui che non è in grado di guarirlo. E, infine, una volta deceduto, ecco il naturale rimpianto perché “in fondo non ho fatto e non ho detto tutto quello che avrei voluto fare e dire”. Il menzionato Gawande, quando descrive la storia dei suoi pazienti, intrappolati tra la negazione della morte e la solitudine sociale, ricorda la vita dei suoi nonni in India, i cui ultimi anni venivano protetti dall’intera famiglia. Si creava una sorta di nido protettivo in cui far sentire il malato a suo agio, circondato dall’affetto e dall’amore dei suoi cari.

Certo, non è per niente facile riuscire a realizzare la stessa situazione, ora, in Occidente. Però dei passi in avanti si possono compiere. Si può proprio cominciare dal significato proprio di “essere mortale”. Si può, cioè, spingere la società nella direzione di un’educazione, guidata da tutti gli specialisti sia nei campi medici sia in quelli umanistici e svolta fin dall’età infantile, a capire che cosa significhi veramente essere mortali. Io sono mortale nel senso che ogni giorno che vivo è prezioso, perché non ne ho a disposizione un numero infinito. Io sono mortale perché la mia vita – che mi piaccia o no – è fatta così; ha un inizio ma anche una fine. Dunque, io per primo devo essere pronto al mio destino. Questo non significa che devo pensare di poter morire in ogni singolo istante. Significa semplicemente che devo vivere sapendo che non mi è dovuta una vita infinita. E questo vale per me e per tutti quelli che mi circondano. Pertanto, devo costruire una società che cooperi affinché io, in quel momento di grande dolore e di grande sofferenza, non sia abbandonato a me stesso. Devo capire, e lo deve fare la società intera, che il medico può e deve fare tutto ciò che è in suo potere, ma senza la pretesa che sia in guerra contro un nemico. Bisogna, in altre parole, ricreare un contesto esistenziale in cui essere mortale sia la base su cui costruire tutti i rapporti, tutti i legami, tutte le relazioni. È veramente così utopico provare a creare una simile società? Secondo me, no. Però ci va consapevolezza, sensibilità, cooperazione. È un argomento su cui si discute da tanto tempo e spesso si ripetono le stesse cose, ma proprio a ripeterle e a sforzarci tutti quanti insieme possiamo forse, un giorno, celebrare una società che sa come evitare la solitudine del morente.

ARTICOLO PUBBLICATO SUL SITO:  www.sipuodiremorte.it

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La Sindone di Torino: un lenzuolo funebre?

La Sindone di Torino, nota anche come Sacra Sindone o Santa Sindone, è un lenzuolo di lino, tessuto a spina di pesce delle dimensioni di circa m. 4,41 x 1,13, contenente la doppia immagine accostata per il capo del cadavere di un uomo morto in seguito ad una serie di maltrattamenti e torture compatibili con quelli descritti nella Passione di Gesù.

sacra-sindone (1)Il termine “sindone” deriva dal greco σινδών (sindon), che indicava un ampio tessuto, come un lenzuolo, e ove specificato, poteva essere di lino di buona qualità o tessuto d’India.

Anticamente “sindone” non aveva assolutamente un’accezione legata al culto dei morti o alla sepoltura, ma oggi il termine è ormai diventato sinonimo del lenzuolo funebre di Gesù.

Nel 1988, l’esame del carbonio 14, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390, periodo corrispondente all’inizio della storia della Sindone certamente documentata. Ciononostante, la sua autenticità continua a essere oggetto di fortissime controversie.

sindone09L’immagine che compare è contornata da due linee nere strinate e da una serie di lacune: sono i danni dovuti all’incendio avvenuto a Chambéry nel 1532.
Anche nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 aprile 1997, poco prima di mezzanotte, un furioso incendio si sviluppò nella Cappella della Sindone posta tra la Cattedrale torinese e Palazzo Reale. Le fiamme devastarono la cappella barocca seicentesca progettata da Guarino Guarini e si estesero successivamente al torrione nord-ovest del palazzo distruggendo alcune decine di quadri preziosi. Solo alle luci dell’alba i vigili del fuoco riuscirono a spegnere definitivamente le fiamme.
La Sindone non fu direttamente interessata dall’incendio poiché il 24 febbraio 1993, per consentire i lavori di restauro della Cappella, era stata provvisoriamente trasferita (unitamente alla teca che la custodiva) al centro del coro della Cattedrale, dietro all’altare maggiore, protetta da una struttura di cristallo antiproiettile e antisfondamento appositamente costruita.

Poiché durante l’incendio nella Cappella furono superati i 1000 gradi centigradi, è evidente che se al momento dell’insindone_enriecendio la Sindone fosse stata ancora conservata nell’altare progettato da Antonio Bertola al centro della Cappella, sarebbe andata completamente distrutta.

La Sindone venne immediatamente trasferita nel palazzo arcivescovile e lunedì 14 aprile fu effettuato un sopralluogo ufficiale alla presenza del Card. Giovanni Saldarini e di alcuni membri della Commissione internazionale per la conservazione della Sindone, sopralluogo che confermò che la Sindone non aveva subito alcun danno.

Dal 19 Aprile al 24 Giugno 2015 la Sindone è esposta presso il Duomo di Torino. È possibile ricevere informazioni e prenotare la visita attraverso il Call center dell’ostensione al numero 011.5295550 oppure tramite il sito www.sindone.org

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Cerro Maggiore ricorda Walter Tobagi a 35 anni dalla sua scomparsa.

Nonostante siano passati 35 anni dalla morte di Walter Tobagi, assassinato in un attentato terroristico la mattina del 28 maggio 1980, il Comune di Cerro Maggiore, città natale della moglie e luogo in cui riposano le spoglie del giornalista, continua a ricordarlo.

Erano le 11 del mattino del 28 maggio1980 quando un gruppo di brigatisti sparò cinque colpi di pistola a Walter Tobagi, un giornalista del Corriere della Sera, scomodo agli ambienti terroristi perché – come disse Leonardo Sciascia – “seppe capire che il terrorismo era il tarlo più pericoloso per il paese e per la democrazia”.

Lo uccisero il via Salaino, a Milano, non molto lontano da casa, mentre raggiungeva l’auto per andare in via Solferino. La brigata XXVIII marzo rivendicò l’assassinio qualche ora dopo con un tipico volantino brigatista.
Anche quest’anno,presso il cimitero di Cerro Maggiore, si è svolta una toccante cerimonia in ricordo di Walter Tobagi: presenti alla cerimonia di commemorazione il sindaco di Cerro Maggiore, Teresina Rossetti e lo storico segretario di redazione del Corriere della Sera Luciano Monconi, sono state deposte alcune corone di fiori per commemorare lo storico giornalista.

Proprio per sensibilizzare i più giovani, il sindaco di Cerro Maggiore Teresina Rossetti si è presa l’impegno di organizzare, il prossimo anno, una serata in ricordo di Tobagi per tutti i ragazzi delle scuole di Cerro e, perché no, magari anche di alcune di Legnano. È questa un’occasione per onorare la memoria del giornalista e per fare in modo che la sua lotta contro il terrorismo non si spenga con la sua morte, per fare in modo che la sua lotta diventi la nostra, per non permettere alla paura di farci rimanere in silenzio.