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Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

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Al capezzale di un defunto

Il lavoro del lutto nelle opere di E. Munch

L’esperienza del lutto entra molto precocemente e brutalmente nella vita di Munch: perde la madre all’età di cinque anni, nel 1868, assistendo, insieme alla sorella maggiore di un anno, Sophie, alla sua morte causata dalla tubercolosi. All’età di quattordici anni perde la sorella Sophie, anch’essa a causa della tubercolosi e, nel 1889, recatosi a Parigi con una borsa di studio, viene raggiunto dalla notizia della morte del padre.
Tali eventi dolorosi lasciano in Munch una ferita che non si cicatrizzerà mai del tutto, al punto da divenire un’ossessione onnipresente nella sua lunga esistenza, nelle sue tele. Esperienza al limite dell’indicibile, la perdita si accompagna all’impossibilità di comunicare e condividere il proprio dolore con qualcun altro: ciascuno è una entità isolata, avvolta in una spettrale solitudine, a cui lo spettatore, in virtù dello scorcio scenico che ci rende partecipi diretti della veglia funebre, è invitato ad assistere e prendere posto accanto al letto del defunto.


L’impressione di chi osserva il dipinto, “Al Capezzale di un defunto”, è contemporaneamente quella di farne parte e di esserne sovrastato: il mondo dei vivi e quello dei morti si fondono insieme, ma è quest’ultimo ad avere il sopravvento: il dolore è tangibile ma non assumibile. Scende sulla tela un urlo nero di disperato silenzio. La morte della madre a cinque anni espone il Munch bambino al contatto con una realtà esterna e interna soverchianti le sue capacità di pensiero. Di fronte ad un’esperienza così devastante il bambino necessiterebbe proprio dello spazio mentale della madre per mentalizzare l’esperienza che sta vivendo, per utilizzare le capacità di contenimento della mente adulta, ma è proprio questo che è venuto a mancare.
Nei lutti infantili il carattere peculiare è dato dal maggior uso della negazione spiegabile con la maggior labilità dell’Io del bambino e la sua maggiore angoscia di fronte alla morte. In Munch la perdita della madre deve aver generato uno stato mentale di terrore e di angoscia largamente soverchianti le sue capacità di bambino di tollerabilità e elaborazione. Egli deve essersi trovato a sentire il dolore senza soffrirlo, forse vivendo inizialmente attraverso la sorella Sophie la funzione della memoria, per poter soffrire il suo dolore solo nel momento in cui ne fosse stato capace.

“La madre morta e la bambina” è del 1897 – 1899, e qui Munch viene a contatto con il ricordo primario della morte della madre. In questo dipinto Munch rappresenta ciò che gli si è parato innanzi allo sguardo all’età di cinque anni, il letto di morte della madre, la sorella di sei anni con gli occhi sbarrati dal terrore, muta, le mani sulle orecchie per allontanare l’urlo silenzioso della morte. La bambina è sola e in prospettiva si può identificare lo stesso sguardo di Munch bambino, attonito, di fronte ad una rappresentazione così drammatica. In questo sguardo sembra aleggiare il vuoto di emozioni che deve essersi prodotto. Tuttavia Munch ricorda la scena, ma nel lavoro del ricordo, a posteriori, la arricchisce di significato: in questa versione l’ombra unisce la sorella col letto di morte della madre; il destino materno si proietta sulla figlia, che prende su di sé il carico di tutta questa esperienza, delle emozioni non sperimentabili di Munch stesso. Vediamo qui inoltre delinearsi uno dei temi della pittura di Munch, quello dell’ombra, che tornerà in diversi contesti, ma sempre ad indicare la presenza inquietante di uno spazio al contempo proprio e non proprio, sempre oscuro e minaccioso, dove il soggetto può continuamente rischiare di essere risucchiato.

Il primo dipinto di Munch di rilevanza internazionale, quello che provocò un succès de scandale per le caratteristiche tecniche assolutamente anomale per l’epoca, è “La bambina malata” (1885-1886). Lo scandalo fu dovuto all’imprecisione delle forme, definite dalla critica addirittura “imbrattatura”, in particolare per quel che riguarda la mano. Proprio in questa imbrattatura viceversa è il carattere più significativo di questo dipinto: la mano della bambina e quello della donna che l’assiste – in concreto la scena riguarda la sorella Sophie e la zia – sono unite in modo confusivo, come a sottolineare un passaggio senza soluzione di continuità fra l’una e l’altra, passaggio di morte e di impotenza. Tenere la mano è un gesto impotente, l’impotenza di fronte alla morte, ma soprattutto l’impotenza del bambino, solo, di fronte all’abbandono irreparabile. Il piccolo Munch è presente in questo quadro attraverso il suo sguardo, impresso nella tela nei graffi che lo solcano, ma il suo sguardo non trova nessun altro entro cui poter inviare la propria angoscia, la sorella se ne sta andando, il suo sguardo va verso la luce della vita che per lei si allontana irrimediabilmente. In Munch la funzione del lavoro artistico è quella di creare un contenitore, di poter “rappresentare l’irrapresentabile”. Nel lavoro di ricostruzione, l’ombra, rappresentativa del lutto non elaborato, ricade su di lui.

La riappropriazione del proprio lutto è rappresentata anche nel dipinto “Morte nella camera di una ammalata” (1895), la scena della morte della sorella Sophie. Qui il giovane Munch si ritrae sulla sinistra del dipinto, accomunato al dolore della famiglia, in cui tuttavia l’isolamento e l’incomunicabilità restano tangibili nelle prospettive assolutamente divergenti di ogni personaggio. E’ la messa in scena del ricordo, e i personaggi non hanno l’età che avevano al momento dell’evento, ma quello dell’anno in cui viene concepito il quadro. Il passato non è importante, perché non ci si può fare nulla: le sole cose su cui si può fare qualcosa sono i resti degli stati mentali passati. Il tempo è una dolorosa acquisizione della consapevolezza di sé.

La solitudine di Munch si esprime al suo culmine, nella massima tensione rappresentabile in “Disperazione” (1892). Egli è solo, la natura intorno a lui si esprime indifferente alla cupa perdita del senso di sé che quel soggetto senza volto manifesta nel suo fermarsi lasciando che da lui si allontanino cose vive che si muovono, anche se verso il tramonto.

 

Come si può ben vedere questo dipinto prelude al “Grido” (1893). Se questo viene considerato il capolavoro di Munch, le ragioni che ne determinano il successo sono molteplici; una su tutte con quest’opera viene sovvertito un pregiudizio classico, sostenuto fra gli altri da Schopenhauer, della irrapresentabilità del suono. Il grido di Munch trova una sua corrispondenza nella natura. Il personaggio, intriso di morte, come il suo volto mummiesco indica, riesce a far uscire il suo carico all’esterno, a pretendere di non sentirlo più come proprio, ad accettare la morte della madre senza doversi identificare in essa, tappandosi le orecchie per non sentire, ovvero far rientrare dentro di sé, il grido della madre-natura, che gli ritorna la morte, dipingendo le nuvole come sangue vero, il sangue dell’emottisi fatale della madre e della sorella, come una cosa che deve stare al di fuori di lui. Arrivando ad accettare la perdita, elaborando il lutto, dentro di sé può ritrovare un contenitore buono capace di contenere la sua angoscia.

Munch ha scritto su una copia del Grido: “solo un folle poteva dipingerlo”. Egli si dovrà confrontare ancora a lungo con la propria follia, ma in quest’opera si può ritrovare una prima apertura espressiva della follia: i “sintomi positivi”, produttivi, quelli che permettono di trovare una via, dolorosa e impervia magari, ma l’unica per uscire dalla prigione del non-pensiero.

 

 

Tratto da Psychomedia, di Luca Trabucco

 

 

 

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LE TORRI FUNERARIE DI SILLUSTANI

Sull’altopiano del Perù, nei pressi del lago Titicaca, ad una altitudine di 3.840 metri sopra il livello del mare, si erge, sulla penisola a forma di unghia del lago Umayo, il sito archeologico di Sillustani.

Il complesso archeologico è formato da maestose tombe a forma di torri, le cosiddette Chullpas, che devono la loro origine alla cultura Colla (1200-1450 d.c.). La popolazione dei Colla, che a quel tempo dominava la regione del lago Titicaca, era una tribù guerriera di lingua aymara che resistette molto agli Incas prima di venire annessa all’impero. In seguito gli Incas mantennero la tradizione (1450-1550 d.c.) fino all’arrivo della colonizzazione spagnola, ma costruirono Chullpas più poderose e destinate solo a personaggi di alto rango.
Queste torri funerarie sono costruzioni in pietra o mattoni di argilla, paglia e sabbia, alte fino a 8 metri per lo più a forma circolare e caratterizzati dal fatto che la base inferiore è più stretta di quella superiore.

Le Chullpas custodivano le spoglie di interi gruppi familiari ed erano costruite in base all’esigenza e alle possibilità dei committenti. All’interno sono stati ritrovati fino a 25 corpi mummificati posti in ceste, in posizione fetale, insieme a grandi quantità di cibo e oggetti personali destinati a servire ai defunti per la loro vita nell’aldilà. Sono stati anche rinvenuti resti ossei di cani inumati, quasi a confermare una tradizione orale contemporanea, che indica come qualsiasi essere umano che abbia avuto cura di un cane durante la sua vita, possa contare sullo stesso cane per attraversare il fiume che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. In altre parole, il cane è l’amico dell’uomo per l’accesso al Mondo Superiore. Nel caso di sepolture importanti si facevano altresì sacrifici di animali come i camelidi.
L’unica apertura della torre era alla base del monumento, un foro piccolo rivolto ad est in probabile relazione con il culto del sole, indispensabile per consentire l’accesso ad una persona, che veniva immediatamente sigillato al termine della sepoltura.

Il corpo della torre contiene la cavità interna della camera, al disopra della volta della camera c’era la cornice di coronamento e al di sopra di questa la copertura a mo’ di cupola. Le torri si ritiene venissero realizzate con il sistema delle rampe che, una volta terminata l’opera, venivano demolite.

Alcuni ricercatori, tuttavia, ritengono che queste costruzioni per le loro caratteristiche architettoniche, per la dimensioni delle pietre (in analogia con altri siti archeologici del Perù quali Ollantaytambo e Sacsayhuamán) vadano probabilmente al di là delle capacità degli uomini dell’età del bronzo Inca chiedendosi chi realmente le ha costruite, quando e per quale scopo.

Inoltre, ricercatori di metalli e di acqua nel sottosuolo con le loro strumentazioni hanno individuato linee di energia sotto queste enormi torri. Queste strutture sono molto forti e resistenti, la densità del materiale con la presenza dei cristalli di quarzo conferiscono caratteristiche di risonanza e probabilmente proprietà piezoelettriche. A cosa sarebbe servita questa fonte di energia situata nei pressi di queste strutture? Che la funzione funeraria sia venuta dopo lo scopo principale che rimane però sconosciuto? Secondo le teorie più estreme dei ricercatori le Chullpas potrebbero anche essere dei dispositivi per alimentare lampade a luce minerale.
Vere o no queste teorie è indubbio che le torri funerarie di Sillustani sono in grado di evocare tradizioni antiche, culti popolari che rendono il paesaggio magico e misterioso.

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The Sulawesi Island

Le esequie dei Toraja

Uno dei gruppi etnici più interessanti e affascinanti del mondo che vive nelle Sulawesi Meridionali (Indonesia) . Una tribù, che nonostante il progresso, riesce ancora oggi a mantenere le proprie tradizioni intatte come ad esempio il loro rituale più importante e cioè il “funerale”. Un rituale incredibile e che attira migliaia di visitatori da ogni angolo del pianeta. Stiamo parlando dei “toraja”.

Toraja è il nome che fu attribuito alla popolazione che viveva nei remoti altopiani nel sud delle Sulawesi. Questa popolazione, che ha vissuto per anni nell’isolamento totale, ha mantenuto le antiche tradizioni del culto animista ‘Aluk To Dolo’ che consiste nella venerazione degli antenati e nella pratica di alcuni rituali.

Secondo il culto Aluk To Dolo, l’universo è diviso in mondo sotterraneo o dei morti, mondo superiore o paradiso e mondo terrestre abitato dall’uomo.

Nella cultura Toraja, il rito funebre è l’evento più elaborato e più costoso di tutti e viene fatto per assicurarsi che l’anima del defunto raggiunga la terra di Puya (la terra delle anime o aldilà) situata da qualche parte negli altopiani a sudovest di Toraja.Una volta raggiunta Puya, l’anima può continuare a svolgere una vita normale, simile a quella precedente, avvalendosi dei beni offerti durante il funerale oppure continuare il viaggio nel mondo superiore dove diventerà divinità. Le anime sfortunate che non riescono a raggiungere Puya, magari perchè la famiglia non è riuscita a celebrare il funerale, diventeranno ‘Bombo’, e cioe’ degli spiriti cattivi che minacciano gli abitanti del mondo terrestre.

Le cerimonie funebri svolgono quindi un ruolo fondamentale nella società Toraja, per mantenere l’armonia dei tre mondi.

Oltre ai Bombo (coloro che sono morti senza funerale), ci sono altri spiriti cattivi che risiedono negli alberi, nelle pietre, nelle montagne e nelle sorgenti. I ‘Batitong’ sono spiriti terrificanti che mangiano lo stomaco delle persone addormentate, i ‘Po’pok’ volano di notte e i ‘Paragusi’ vagano nella foresta e si trasformano in lupi mannari.Una leggenda dice che i Toraja erano dei navigatori provenienti dalla Cambogia, che furono costretti ad approdare sulle coste delle Sulawesi durante una tempesta in mare. Non trovando nessun rifugio e non potendo tornare indietro perchè le barche erano danneggiate, le hanno utilizzate per costruire il tetto delle loro case.

Fino all’arrivo dei missionari e dei coloni Olandesi, i Toraja hanno vissuto nell’isolamento quasi totale ed erano ritenuti una delle tribù più feroci e selvagge di tutta l’Indonesia. Con l’arrivo dei missionari, fu introdotta la coltivazione del caffè, che segnò un passo importante nel processo di modernizzazione dei Toraja, che dai villaggi fortificati sulle montagne, si spostarono nelle zone pianeggianti per praticare l’agricoltura. Questo portò anche dei cambiamenti nel loro culto.Alcuni rituali come quello in cui venivano offerte teste umane durante il funerale furono proibiti. Anticamente la famiglia che organizzava il rito funebre, commissionava alcuni individui coraggiosi per andare a caccia di teste umane.

I cacciatori lasciavano il villaggio in piena notte e ritornavano all’alba con le teste mozzate che venivano consegnate al capo villaggio, che le conservava fino al giorno della purificazione. Durante la purificazione, il teschio veniva bollito e la carne rimossa. Probabilmente la carne veniva offerta agli invitati mentre il brodo di cottura spettava ai tagliatori di teste che lo bevevano mischiato al vino di palma. Il teschio veniva poi decorato con ornamenti dorati, foglie e penne di volatili.
I missionari proibirono questo rituale e imposero ai Toraja di sostituire i sacrifici umani con quelli di bufali e maiali.
Ulteriori cambiamenti avvennero con l’occupazione Giapponese durante la seconda guerra mondiale e con l’indipendenza dell’Indonesia nel 1949.
Al giorno d’oggi, nonostante la diffusione del Cristianesimo e dell’Islam, i rituali vengono ancora praticati anche se vengono mischiati con elementi della religione monoteista.
Il rito funebre dei Toraja
A Tana Toraja la morte è vista come un processo graduale, piuttosto che un evento improvviso. Una persona deceduta non viene definita morta ma ‘addormentata’ e muore ufficialmente nel momento in cui viene fatto il rituale funebre. Nella maggior parte dei casi, il rito funebre viene fatto dopo alcuni mesi o anni dalla morte effettiva. Questo dipende dallo stato sociale della famiglia e quanto impiega per mettere insieme i soldi necessari per fare un rituale sontuoso. Nel frattempo il corpo del defunto viene mummificato con la formaldeide e conservato nella casa natale.

Una volta che inizia il rito funebre il corpo viene portato fuori di casa e il suo spirito si trasforma in un’ombra nera. Nel momento in cui vengono sacrificati i bufali o maiali, l’ombra nera viene guidata fuori dal corpo e indirizzata nel regno di Puya.

Il corpo del defunto, viene lasciato nella tomba di famiglia insieme a gioielli e altri beni materiali importanti, che hanno segnato la vita della persona deceduta. Le tombe si trovano su una rupe inaccessibile e sono provviste di un piccolo balcone scavato nella roccia dove vengono poste delle statuette di legno tau che rappresentano la persona deceduta.

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Memorial Gilkey : uno scarpone per dare un nome all’alpinista morto trovato sul K2.

Il Memorial Gilkey è un monumento funebre dedicato ad Art Gilkey, alpinista americano morto durante la spedizione statunitense del 1953.

Si tratta di un semplice cumulo di pietre, ricoperto di incisioni, targhe metalliche e piatti di latta, ciascuno dei quali riportante il nome di uno o più alpinisti morti sulla montagna. È tradizione che chi muore sul K2 venga ricordato con una targa sul memoriale, spesso costituita da un semplice piatto metallico con il nome del defunto sbalzato artigianalmente.

Michele Cucchi e Paolo Petrignani, con alcuni loro collaboratori pakistani, alcuni giorni fa si trovavano al campo base del K2 per documentare lo stato ambientale del ghiacciaio e si erano spinti fin a campo base avanzato.

Erano i giorni successivi alla grande valanga che da sotto campo quatto, a 7.700 mt, aveva spazzato il pendio fino a campo 3, saltando oltre la “piramide nera” e terminando la sua corsa ai piedi del K2, sul ghiacciaio Godwin Austen.

Lì Cucchi aveva trovato alcuni resti dei campi alti, tra i quali bottiglie di ossigeno e pezzi di tenda, ed aveva anche rinvenuto uno scarpone al quale, sotto un sottile strato di ghiaccio, Michele aveva intuito attaccati i resti di un corpo.

Aveva scavato e recuperato quel poco che rimaneva del corpo, ha messo in un sacco di canapa per poi trasportarlo al Memorial Gilkey.

scarponeL’unico indizio quasi intatto, che potrebbe dare un nome a questo corpo, è lo scarpone che vediamo in fotografia, il quale indica che l’incidente può essere accaduto relativamente di recente; la taglia è il numero 8.
Crediamo utile e necessario pubblicare questa foto, affinché chi riconoscesse lo scarpone, o avesse qualche sospetto sull’appartenenza a un alpinista da lui conosciuto possa scrivere a Montagna.TV per avere ulteriori notizie da Michele Cucchi.

Anche la divulgazione su altri siti potrà essere utile. (articolo tratto da montagna.tv)

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Curiosità dal Giro d’Italia

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In questi giorni si sta correndo il famoso “Giro d’Italia”, gara ciclistica che ha ormai raggiunto la sua novantanovesima edizione.

È stato un attimo. Nel pomeriggio di Giovedì 19 u.s., durante la tappa che ha visto partire i corridori da Modena per raggiungere Asolo, la telecamera inquadra un curioso oggetto, colore rosa, il colore del giro.

baraEd eccolo: verticale, aperto, di rosa addobbato. Un cofano funebre appositamente alzato in verticale e posizionato bordostrada, foderato all’ interno di colore rosa, come il colore della maglia del primo in classifica!

Una trovata davvero singolare che ha attirato l’attenzione dei media in pochi attimi e che avrà fatto parlare milioni di italiani. L’idea di mettere un bara sulla strada vicino al passaggio di una così importante manifestazione sportiva per molti potrà essere sembrata un atto di follia ma, forse, dal punto di vista del “marketing” non è stata poi un’idea così “folle”.

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Funerale laico o non-religioso

La morte di una persona cara – che sia un parente o un amico, un anziano o un bambino, un genitore, un fratello, una sorella, un figlio o una figlia – non é meno triste, meno doloroso o meno difficile per coloro che hanno scelto di vivere la propria vita senza religione.

I funerali laici danno risposta a questa esigenza.foglie acqu

Il rito laico è forse più vicino  a chi non ha vissuto secondo i principi delle chiese, o non ha “abbracciato” una visione religiosa durante la propria vita.
Invece di credere in una ‘vita eterna’ dopo la morte, la cerimonia laica si concentra con affetto sulla vita della persona e celebra la personalità del defunto. Rende omaggio alla persona, a quello che ha vissuto e ai suoi affetti.

• Che cosa è un funerale laico?
Un funerale laico è l’occasione per dare il commiato ad una persona cara, senza riferimento alle religioni. Durante un funerale laico, si celebrano la vita e gli affetti del dipartito attraverso un breve racconto della sua vita, accompagnato da musica e da letture. Non si usano le preghiere, né letture religiose.

• Se non si è religiosi, perché serve un funerale?
I funerali sono antichi quanto la storia dell’umanità. Il funerale è un momento sociale in cui parenti, amici e conoscenti possono esprimere e condividere con gli altri il proprio cordoglio per la morte di una persona cara.
L’esperienza insegna che un funerale può essere di grande aiuto nell’elaborazione del proprio lutto. Spesso si trova sostegno e persino serenità nell’espressione sociale del cordoglio davanti al fatto assoluto della morte.

• Dove si tiene un funerale laico?
Poiché non ci vogliono permessi particolari o requisiti speciali, si può celebrare ovunque.

• Chi lo celebra?
Un funerale laico può essere condotto da un amico o da un parente, se costoro se la sentono.

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Pubblicità choc: «Babbo Natale è morto».

Esplode la polemica
Ponsacco, spot di una catena di negozi di scarpe in radio. L’azienda: «Diciamo di non credere alle fiabe», ma il web insorge di Andreas Quirici

PONSACCO. “Babbo Natale è morto e la Befana non si sente troppo bene”. Comincia più o meno così lo spot in onda su numerose radio toscane di Maxitracce, la catena di negozi di scarpe con sede a Ponsacco che sta facendo sobbalzare sui sedili delle auto e sulle sedie degli uffici gli ascoltatori. Una frase choc per migliaia di bambini che credono ciecamente al fatto che Babbo Natale porterà loro regali. E che la Befana, il 6 gennaio, donerà loro caramelle o carbone, a seconda di come si sono comportati durante l’anno.
La pubblicità, dopo l’annuncio “da infarto”, specie per i genitori che devono spiegare cosa sia successo al loro personaggio preferito di questi tempi, prosegue con una sola certezza: “Maxitracce sta alla grande e vi convince con la scala fino al 50%”, intendendo gli sconti attuati dai punti vendita.
«Volevamo giocare sul fatto che Babbo Natale rappresenta solo una fiaba, una promessa che non viene mantenuta. Mentre la nostra azienda mantiene sempre quello che dice di voler fare», spiega Laura Orsi, responsabile comunicazione e marketing della catena di negozi di calzature. «D’altra parte – prosegue – i nostri clienti più fedeli sono ironici e non hanno bisogno di credere a quello che non esiste. Ma sanno che possono contare su di noi e che sono artefici del loro destino». Come dire, «non credete alle favole, ma andate da Maxitracce», aggiunge.
Sarà, però, da piccoli si crede a Babbo Natale per una fatale fiducia nei grandi. E per il fatto che, in realtà, i regali chiesti nella fatidica letterina sotto l’albero si trovano per davvero.
Insomma, uno spot su cui si può discutere. Anzi, la polemica è già cominciata. E, manco a dirlo, con un gruppo sull’immancabile Facebook dal titolo “Stop a Babbo Natale è morto” che, in venti minuti, ha raccolto un centinaio di iscritti.

articolo apparso su : IL TIRRENO Edizione Pontederea