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Che cos’è la Messa di riuscita?

di don Antonio Rizzolo

Perché il ricordo del defunto cade nel terzo, settimo e trentesimo giorno?
Gentile direttore, mi ha sempre colpito la dizione “Messa di riuscita”, che si celebra pochi giorni dopo i funerali (a proposito: si dice funerale o funerali?). Storicamente, i parenti del defunto non uscivano di casa dopo il lutto, e questa Messa era una sorta di “via libera”. Ma, oggi, ha ancora senso?
Pina, Avezzano

Non conoscevo questa usanza. Da quanto ho capito, è una Messa di suffragio che si celebra sette giorni dopo le esequie ed è così chiamata perché i parenti, soprattutto le donne, prima non uscivano di casa, in segno di lutto. In realtà, pur nella diversità delle tradizioni, ciò che conta è tenere vivo il nostro legame con i nostri cari defunti. Nel Messale c’è solo l’indicazione per l’anniversario della morte. Tradizionalmente, però, si usa offrire il sacrifico eucaristico anche nei giorni terzo, settimo e trigesimo (cioè trentesimo). Come ricorda il Direttorio su pietà popolare e liturgia (n. 255), “è il modo cristiano di ricordare e prolungare, nel Signore, la comunione con quanti hanno varcato la soglia della morte”.

La Chiesa, inoltre, ricorda i defunti il 2 novembre e ogni giro nella preghiera eucaristica della Messa e nei Vespri. La Messa di suffragio nell’anniversario della morte è per il cristiano il ricordo del dies natalis, il giorno della nascita al Cielo. Il ricordo nel terzo, settimo e trentesimo giorno ha un’origine biblica: Gesù è risorto dopo tre giorni; Giuseppe indisse un lutto di sette giorni per la morte del padre Giacobbe (Genesi 50, 10); Aronne e Mosè furono pianti dal popolo per trenta giorni (Numeri 20,30; Deuteronomio 34,8). Circa i nomi, “funerale” si usa sia al singolare che al plurale; nella liturgia si preferisce “esequie”, che deriva dal latino e significa seguire, accompagnare: indica l’intera comunità che con la preghiera accompagna il defunto all’incontro con il Padre.

articolo tratto da ALETEIA

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Il testamento digitale

testamento-digitale 1Il problema dell’ eredità digitale è una situazione della quale solo qualche decennio fa non ci si sarebbe neppure posti il problema.

Oggi, con l’avvento di tutti i social e le piattaforme dove occorre registrarsi per poter accedere ed operare ci si inizia a porre la domanda : dopo la morte di una persona, che ne sarà dei suoi dati registrati sul web? Della sua mail? Dei suoi profili su Facebook o su Twitter?

Non di rado la questione arriva davanti a un notaio, se non addirittura a un giudice. Ed ecco allora che nasce questa nuova esigenza: stabilire la sorte degli archivi digitali di un utente della rete dopo la sua scomparsa.

In questo senso si è mosso il Consiglio nazionale del notariato, che ha lanciato la proposta di sviluppare un protocollo che agevoli gli eredi di un utente scomparso nei rapporti con l’operatore, al fine di facilitare l’accesso alle risorse online del defunto e fornire ai congiunti le informazioni in modo da ridurre, per quanto possibile, costi e tempi d’attesa.

Già, perché i dati che affidiamo al web hanno un valore economico da non sottovalutare: secondo un sondaggio curato da McAfee nel luglio del 2014, ogni utente della rete stima di conservare sui propri dispositivi digitali una serie di beni con un valore medio di 35mila dollari. 

tesamento digitale 3Qualche operatore, per esempio, Google, nell’aprile del 2013 ha attivato lo strumento “Gestione account inattivo“. A pochi piace pensare alla morte, soprattutto alla propria – recita il comunicato di lancio – Ma pianificare cosa succederà dopo che non ci sarai più è importante per le persone che ti stanno vicino.
Lo strumento permette di decidere che fine faranno i dati memorizzati dai servizi Google dopo un tot di tempo che il profilo risulta inattivo e che quindi la persona si presume morta o incapace di usarlo. Innanzitutto, l’utente può scegliere quanto tempo deve trascorrere affinché il suo account sia considerato inattivo. Poi, può decidere la sorte dei suoi dati, una volta scaduto il termine. Il patrimonio online può essere eliminato o può diventare accessibile a determinate persone scelte dall’interessato, una sorta di testamento digitale.

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LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA di RENZO PATERNOSTER

XX Secolo

Dalla metà del XX secolo l’atteggiamento nei confronti della morte conosce una rapida evoluzione. Per la moderna società capitalistica protesa, non solo verso un vitalismo produttivistico e consumistico, ma anche verso il controllo delle emozioni e della affettività, l’idea della morte – simbolo supremo dei limiti all’agire umano – quasi non esiste, è rimossa.

Relegati i funerali in forma privata, nel chiuso dei cimiteri, dimenticato spesso il cordoglio pubblico (nei manifesti funebri di frequente si legge: “si dispensa dalle visite”), la morte assume, nel mondo contemporaneo i tratti di un evento indifferibilmente presente, ma accuratamente negato, rimosso o, ancor più gravemente, travestito da un incomprensibile e impietosa quotidianità.

Ecco, allora, che quel sentimento di familiarità con la morte si affievolisce sempre di più. La “morte romantica”, le ritualità e il culto che ne contraddistinguono il sentimento, scompaiono. La morte diventa, nella società globalizzata, un tabù e al morente è negata finanche la verità sulla sua condizione di persona che sta per abbandonare questa vita.

Anche i riti funebri si svuotano della loro carica drammatica e simbolica. Il lutto rigido è ormai considerato uno stato sproporzionato che si deve abbreviare e cancellare nel più breve tempo possibile.

Dopo l’allontanamento dei morti dal luogo dei vivi (le sepolture passarono dalle chiese a luoghi specifici fuori la cinta muraria della città), imposto dalle leggi napoleoniche nel 1804, ora sembra indebolito anche il legame sociale e culturale con i defunti.

Indubbiamente la società post-moderna ha spensieratamente indebolito la propria capacità di mettere a fuoco il grande tema della morte, argomento che ha alimentato per millenni, come abbiamo studiato, lo sviluppo delle civiltà, ma rimuovendo il pensiero della morte, arrivando finanche a banalizzarla, innegabilmente svalutiamo il dono che è la vita.