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Cremazioni Nerviano

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Quali luoghi e quali riti per i funerali di domani?

Chiara Santomiero/Aleteia Team 

Cremazione, dispersione delle ceneri, personalizzazione del rito: nuove tendenze che sollecitano una rinnovata attenzione pastorale

Quali luoghi e quali riti per i funerali di domani?

E’ la riflessione proposta dal quotidiano francese La Croix  che ha esplorato come siano cambiati i luoghi della memoria con la maggiore diffusione della cremazione delle spoglie del defunto e della dispersione delle ceneri. E’ cambiato anche il rito stesso delle esequie: quando non è proprio slegato da qualsiasi appartenenza religiosa e celebrato in modo alternativo dalle agenzie di servizi funebri, sempre più spesso in ogni caso è segnato dalla personalizzazione e dal susseguirsi dei ricordi di amici e parenti del defunto insieme alla lettura di brani significativi per l’estinto, quando non si assiste alla proiezione di video che ne registrano momenti particolari della vita.

Tutto questo sollecita una rinnovata attenzione pastorale, come sottolinea don Franco Magnani, direttore dell’Ufficio liturgico della Conferenza episcopale italiana.

Nuovi luoghi e soprattutto nuovi riti per la morte: come leggere questa tendenza?

Magnani: Negli ultimi tempi si assiste a un riaffacciarsi della riflessione sulla morte, che da sempre interroga gli individui e la società ma che con il tempo sembrava essere stata sottoposta a un processo di censura e rimozione, nel tentativo di eludere le domande attorno al morire e quasi con l’occultamento dei gesti che accompagnano il lutto. Nel riproporsi di questa attenzione si colloca l’esigenza crescente di personalizzazione dei funerali, che non di rado sconfina nella ricerca di una vera e propria spettacolarizzazione. Tutto ciò chiede una sapienza pastorale capace di integrare in modo nuovo le molteplici dimensioni della morte: l’unicità della singola persona e insieme l’appartenenza all’universale condizione umana; la singolarità del corpo e l’eccedenza dell’anima; l’attaccamento che custodisce l’affetto e la necessaria conversione che esige il distacco; il dolore per la perdita e la speranza nella Risurrezione. Su questi temi ci siamo interrogati di recente nel convegno nazionale “Umbra Mortis Vitae aurora”, promosso dall’Ufficio liturgico in collaborazione con la Pontificia Università lateranense dal 23 al 25 ottobre scorsi, per presentare la seconda edizione italiana del rito delle esequie.

Quali aspetti avete affrontato in particolare?

Magnani: La presentazione delle peculiarità della seconda edizione del Rito delle Esequie ha cercato di far emergere alcune di queste dialettiche e in particolare due istanze. La prima è relativa alla diffusione di pratiche come la cremazione, la dispersione delle ceneri, o la loro custodia nelle abitazioni domestiche, che obbligano non solo ad una presa di posizione da un punto di vista giuridico, ma anche ad una presa in carico dal punto di vista pastorale e liturgico. La seconda è legata all’urgenza di formare nuove ministerialità per garantire, in uno scenario ecclesiale in rapido mutamento, lo svolgimento efficace delle tre tappe – casa/ospedale, chiesa, cimitero – che scandiscono i riti esequiali. In questa prospettiva, è stato molto utile l’ascolto e il confronto con quanto avviene oltr’Alpe, nella situazione specifica presentata dal vescovo di Saint-Étienne (Francia), dove questa attenzione pastorale è stata sollecitata prima.

Quale conclusione si può trarre rispetto a questo diverso modo di celebrare il distacco dalla vita?

Magnani: Sembra evidente che l’uomo e la donna della post-modernità non possono vivere l’esperienza del morire senza affidarsi alla dimensione della ritualità. Di fronte alla morte si riscontra una sorprendente domanda di riti, perché non bastano risposte più o meno ideologiche, non bastano i discorsi astratti, anche se fascinosi, seri e profondi. Malgrado i venti della secolarizzazione, i riti legati alla morte, anche se minacciati, resistono – magari trasformandosi – perché per affrontare il mistero della morte, come per le altre tappe esistenziali di passaggio o di crisi – come la nascita, l’ingresso nell’età adulta, lo sposarsi, la malattia –, “ci vogliono i riti” come scriveva de Saint-Exupéry. La stessa elaborazione meramente civile del lutto va quindi oggi in cerca di ritualità significative.

 

articolo tratto da aleteia.org

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“Sarò cenere”, in Italia è boom di cremazioni

 

 

Il funerale in Italia cambia stile: è boom di cremazioni. Si è passatidalle 110.710 cremazioni nel 2013 alle 141.553 del 2016 con un trend in costante crescita. In testa Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. E’ quanto emerge dagli ultimi dati raccolti dalla Sefit Utilitalia (Servizi Funerari Italiani) sulle cremazioni di cadaveri effettuate nell’anno 2016 nei crematori italiani in funzione, predisposti sulla scorta dei modelli a suo tempo inoltrati ai comuni sede di impianto e ai gestori. Dietro il fenomeno una molteplicità di fattori: dalle ragioni economiche alla questione degli spazi.
La Federazione da anni effettua una raccolta sistematica di dati statistici sullo sviluppo della cremazione, fornendo i dati a istituzioni nazionali, come l’Ispra, o internazionali, come Icf ed Effs. Nel fornire i dati la Sefit specifica che alla data di emanazione della circolare non sono pervenuti, in quanto non forniti dal gestore dell’impianto, quelli relativi ai crematori di Bagno a Ripoli, Carpanzano, Domicella e Montecorvino Pugliano; di conseguenza il dato delle cremazioni registrate sul territorio nazionale – in particolare in Campania – è da considerare sottostimato.
“Da un’analisi dei dati pervenuti si può affermare che le cremazioni effettuate in Italia nel corso del 2016 siano cresciute in maniera contenuta rispetto all’anno precedente, con un aumento percentuale del 3,2%, corrispondente a 4.388 unità, determinato in particolare dal calo della mortalità generale rispetto al 2015, anno anomalo nel trend. Nel 2016 si sono registrate a consuntivo 141.553 cremazioni di feretri, contro 137.165 del 2015” rende noto la Sefit.

“L’Istat – si ricorda – ha recentemente diffuso i dati sulla mortalità e popolazione 2016, anno in cui si sono registrati 615.261 decessi. Quindi l’incidenza della cremazione (per difetto, mancando i dati di 4 crematori) sul totale delle sepolture, per l’anno 2016, è del 23,01%, con un notevole incremento in termini percentuali (+1,83%, rispetto al dato 2015, che era del 21,18%)”.
Analizzando il dato territoriale, le regioni dove la cremazione è più sviluppata – in termini di rapporto percentuale delle cremazioni eseguite sul territorio rispetto al dato nazionale – continuano ad essere Lombardia (25,8%), Emilia-Romagna (14,6%) e Piemonte (14,3%), che dispongono del maggior numero di impianti di cremazione operativi (12 per ognuna delle tre regioni) e sono le regioni con maggiore mortalità. In particolare la Lombardia è in testa con 36.590 cremazioni, segue l’Emilia-Romagna con 20.600 e il Piemonte con 20.285 cremazioni.
La crescita percentuale maggiore nel 2016 rispetto al 2015 si è avuta a livello regionale in Sardegna (+41,8%), Puglia (+39,5%) e Sicilia (+21,3%), “anche se va detto – specificano i Servizi Funerari Italiani – che in queste incidono soprattutto la messa in funzione o il fermo/rallentamento operativo di uno o più impianti e la scarsa numerosità dell’anno precedente”. La crescita numerica regionale più elevata si è registrata invece in Emilia-Romagna (+2.777), Lazio (+829) e Veneto (+516).

L’incremento del ricorso alla cremazione continua ad avvenire soprattutto al Nord, che ha una maggiore presenza di impianti, ma anche al Centro. In particolare nei capoluoghi di provincia dotati di impianto. Anche nel 2016, così come negli anni precedenti, le città in cui viene effettuato il maggior numero di cremazioni sono Roma (12.376), Milano (10.776) e Genova (6.048), “anche se è bene chiarire – viene precisato – che si tratta di cremazioni svolte per un’area che spesso è almeno provinciale, se non ancor più estesa”. A seguire, con oltre 4.000 cremazioni Mantova (4.973), Livorno (4.719), Trecate (4.302) e Bologna (4.201).

FORME DI SEPOLTURA – Riguardo alle altre forme di sepoltura, secondo le stime del 2016, le inumazioni (in terra) sono state 203.037 (33%) mentre le tumulazioni (in loculo e in tomba) 270.671 (43,99%).

IL PERCHE’ DI UNA SCELTA – Oltre a un intimo e personale desiderio dell’individuo, dietro il boom di cremazioni esiste una molteplicità di fattori. Le ragioni economiche pesano ma all’origine della scelta vi sono anche la questione degli spazi e l’apertura della Chiesa. A spiegarlo all’Adnkronos è Pietro Barrera, responsabile Sefit.
“Il boom è molto diversificato sul territorio nazionale con una differenziazione tra Nord e Sud” premette Barrera. “Indubbiamente incide il costo delle sepolture, perché la sepoltura di un’urna cineraria costa molto poco, ma un elemento che nel nostro Paese ha contribuito ad aumentare la richiesta di cremazione – sottolinea – è stata la legittimazione di questa pratica da parte della Chiesa cattolica”. Prima infatti la percezione popolare era quella di “un atto ostile alla religione e si riteneva che fosse una pratica anticristiana. Ora questa barriera è caduta”.
C’è poi il tema della disponibilità degli spazi legato a quello dei costi. “Costruire tombe di famiglia era ed è costosissimo e richiede spazi” evidenzia. Inoltre, “in molte città c’era il problema di soddisfare la richiesta crescente di loculi, con il risultato che poi si finiva per costruire, si pensi ad alcune parti del cimitero di Prima Porta a Roma, dei modelli da edilizia intensiva, come il palazzone di edilizia residenziale popolare degli anni ’70”.

Di qui “l’idea di cercare una strada alternativa per far sì che il destino della salma non richieda di per sé grande spazio e conseguentemente anche grandi spese”. Si può scegliere l’affidamento familiare, la dispersione ma anche una collocazione cimiteriale “garbata, appropriata e decorosa”.

Al Verano di Roma, “dove da decenni non c’è più la possibilità di costruire nuove sepolture, si trovò spazio per i cosiddetti colombari – spiega ancora Barrera – piccoli loculi che non potevano ospitare una bara ma un’urna sì, attraverso i quali si è risposto a una domanda di famiglie che cercavano una sepoltura al centro di Roma e la potevano ottenere solo in quel modo perché al Verano loculi disponibili non c’erano e non ci sarebbero stati”.
Quanto al costo della cremazione, “al netto dei ricarichi che possono fare le imprese di onoranze funebri, dipende anche dalla distribuzione, efficienza e accessibilità degli impianti che non sono distribuiti in modo equilibrato sul territorio nazionale”. E, “in alcune aree del Paese”, conclude Barrera, è collegato anche al fatto “che esista una limpida e trasparente concorrenza”.

Articolo tratto da: www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/09/20/saro-cenere-italia-boom-cremazioni_gcOd3nmfGS98Oib7d6kWhK.html

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Il pianto: una peculiarità umana

Il pianto rappresenta una indispensabile peculiarità umana. Non esistono epoca o cultura nelle quali non siano state versate lacrime. Si piange durante i riti del commiato. Ovunque questa manifestazione emotiva varia da un periodo all’altro e di luogo in luogo. Ma perché piangiamo?

Le lacrime in molti casi resistono a qualsiasi tentativo di interpretazione e una spiegazione che a chi piange può sembrare perfettamente comprensibile risulta invece impenetrabile a chi si trova a svolgere il ruolo di consolatore. Di contro, ciò che ad un osservatore può sembrare evidente, spesso sfugge agli occhi annebbiati di chi piange.

In ogni caso le lacrime sviluppano una tale “presenza” e molte volte un significato così immediato da indurci, di norma, almeno ad un tentativo di interpretazione. È anche vero che vi sono lacrime impossibili da fraintendere. Persino quando il pianto è considerato normale, come durante un funerale, molti provano imbarazzo nel dover rispondere direttamente ad una persona in lutto che piange.

Il pianto si verifica generalmente quando siamo meno in grado di verbalizzare adeguatamente emozioni complesse e “travolgenti” o di articolare il nostro stato d’animo. Così riconosciamo nel pianto un prevalere dei sentimenti sul pensiero attraverso un linguaggio non verbale, quello delle lacrime.

Considerate talvolta una consuetudine o l’indice di una spiccata sensibilità, in altri casi misteriose, pericolose o ingannatrici, le lacrime attraversano tutte le culture. Di fatto, vista la loro funzione comunicativa, raramente mancano di dar luogo a conseguenze, poiché spesso comportano una spiegazione e per fornire un chiarimento è indispensabile ricorrere al linguaggio delle parole: il mondo è pieno di proverbi e di metafore che esprimono i tanti aspetti della nostra concezione delle lacrime (“un fiume di lacrime”, “mi piange il cuore”, “inutile piangere sul latte versato”, …).

In ogni epoca il pianto ha avuto un ruolo centrale nel mito, nella religione, nella letteratura. Le cerimonie del lutto ritualizzano le lacrime in modi differenti, incanalando il cordoglio in una grande varietà di forme funebri. L’essenza definitiva della morte ha generato costumi e simboli che possono apparire intensi, inadeguati, strani o indecenti agli occhi di chi osserva. Ad esempio, ai tempi di Ernesto De Martino i ceti che si definivano “moderni” consideravano assolutamente volgari e moralmente inappropriati le pratiche popolari del lutto e il pianto delle prefiche, con i loro elementi di messa in scena e di parossismo apparentemente incontrollato.

Se tracciassimo una curva ideale dell’evento lutto, potremmo rintracciarne una prima fase nel tempo in cui il dolore si poteva manifestare apertamente, ovvero fino al XIII secolo, poi una lunga fase di ritualizzazione, che comporta figure storiche come quella dei “piagnoni” e databile fino al XVIII secolo, e ancora un periodo di dolore esaltato, di manifestazione drammatica e di mitologia funebre nel XIX secolo.

Oggi, alla necessità millenaria del lutto, imposta o sentita a seconda delle epoche, è subentrata la sua proibizione. Il merito di aver individuato e compreso questa inversione di tendenza spetta al sociologo britannico Geoffry Gorer il quale, attribuendo forse importanza eccessiva alla scomparsa di forme rituali che aggregavano le persone durante la condizione del lutto, ha messo in luce come nel XX secolo la morte abbia sostituito il sesso come principale tabù. Nel suo articolo “La pornografia della morte”, pubblicato nel 1955, osservò come nella cultura inglese la morte di amici o di parenti era argomento accuratamente evitato in una conversazione educata o in presenza di bambini e affrontato solo per mezzo di eufemismi. Della morte si parlava a porte chiuse e a bassa voce, come si parlava del sesso nel XIX secolo, epoca in cui, di contro, la morte non era considerata un tabù. E mezzo secolo dopo resta vero che in gran parte delle culture le cerimonie funebri comportano molti più pianti e singhiozzi che nella nostra. Tuttavia anche noi piangiamo.

articolo tratto da Oltre Magazine di MARIA ANGELA GELATI

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