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CREMAZIONE

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Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

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IL RUMORE DEL LUTTO

La manifestazione IL RUMORE DEL LUTTO, patrocinata dal Comune e dall’Università di Parma e organizzata dall’associazione Segnali di vita, avrà luogo dal 30 ottobre al 5 novembre, con due anteprime il 20 e il 25 ottobre. Durante questo periodo in diversi luoghi della città si susseguiranno una quarantina di eventi che spazieranno dalla musica all’architettura, dall’arte al teatro, dalla letteratura al cinema, dalla psicologia alla medicina…, quasi tutti ad ingresso libero, alcuni pensati anche per i bambini.

La ormai consueta manifestazione pone l’attenzione sul tema della morte che da alcuni anni ha superato i limiti del tabù e viene trattato come parte della vita. I sempre più numerosi percorsi culturali di presa di coscienza individuale e collettiva, insieme alle esperienze di ricerca dei linguaggi da adottare e dei contenuti su cui soffermarsi, danno prova dell’affermarsi di una volontà diversa da quella tradizionale che negava e tendeva ad occultare l’evidenza e l’inevitabilità della morte.

In questo nuovo corso culturale e sociale, di cui Il Rumore del Lutto è una concreta esperienza, si inserisce il concetto di death education (o educazione alla morte), con la finalità di favorire e diffondere i significati esistenziali che scaturiscono dallo studio della morte – attraverso una metodologia di insegnamento indirizzata a tutte le età – e tesi a semplificare la riflessione sul valore della vita intesa complessivamente come inizio e fine di un percorso.

Sino alla metà del secolo scorso la morte di una persona condizionava la vita della comunità che supportava e si stringeva intorno alla famiglia, e che, attraverso una forma collettiva di apprendimento dei valori, educava alla consapevolezza della morte costruendo il senso del vivere in previsione del dover morire. Forse, la crisi attuale in cui versano i riti tradizionali e la mancanza di scripts sociali conferiscono a tale inevitabile quanto naturale condizione, i tratti della peggiore delle disgrazie e della assoluta tragedia, indipendentemente dalla causalità dell’evento.
Nei primi giorni di novembre, che per tradizione sono dedicati alla commemorazione dei defunti, a Parma – città dei vivi – è possibile individuare particolari spazi, a parte quelli religiosi in chiesa o al cimitero, in cui incontrarsi per dialogare e confrontarsi, rivalutando la morte ed il morire come elementi della vita.

 

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Antichi riti funebri… dalla sepoltura celeste alla cremazione nell’antica Roma

Sepoltura celeste (Tibet)

La sepoltura celeste è un antico rito funebre tibetano che prevede che il cadavere venga scuoiato e consumato dagli avvoltoi. La prima testimonianza storica di questo rito ci viene da un trattato buddista del XII secolo conosciuto come “Libro della Morte” (Bardo Thodol), ma è molto probabile che l’usanza risalisse a tempi molto precedenti. La sepoltura celeste prevede la recitazione di mantra seguita dalla preparazione del corpo del defunto, che deve procedere tra chiacchierate e sorrisi per sollevare l’anima del trapassato dai pesi terreni. A volte il corpo viene esposto intero agli avvoltoi, altre volte viene ridotto in pezzi per consentire anche a corvi e aquile di cibarsi.

Cremazione vichinga

Contrariamente all’idea comune diffusa da Hollywood, i Vichinghi non dicevano addio ai loro cari deponendone i corpi senza vita su un drakkar e appiccando il fuoco all’imbarcazione: le barche avevano troppo valore per poter essere bruciate ogni volta che moriva qualcuno nella comunità. Il funerale vichingo più comune prevedeva la cremazione su una pira costruita all’aperto (affinché l’anima potesse volare nel Valhalla trasportata dal vento) e la raccolta delle ceneri del defunto in un’urna che successivamente veniva sepolta. Gli individui di rango sociale più elevato potevano permettersi la sepoltura delle proprie ceneri all’interno di una grande bara decorata a forma di nave (più raramente in una nave portata sulla terraferma e poi sepolta) in compagnia di oggetti preziosi, armi e animali sacrificali. Non era raro inoltre che un corpo venisse sepolto semplicemente in un buco nel terreno in seguito riempito di terra e coperto da pietre.

Decomposizione

I riti funebri degli aborigeni australiani variano moltissimo in base al clan d’appartenenza. Uno dei rituali funerari più conosciuti, quello dei Wollaroi, prevede la costruzione di una piattaforma su cui viene deposto il corpo. Il cadavere viene quindi coperto da rami e foglie e si attende per qualche mese che la decomposizione faccia il suo corso; nel frattempo, i “succhi” che colano dal corpo vengono raccolti e usati come unguento magico che donerebbe a chi lo usa le capacità del defunto. Quando rimangono solo le ossa, queste vengono raccolte e sepolte, oppure deposte nella cavità di un albero.

Mesopotamia

I Sumeri credevano che l’aldilà ti trovasse sottoterra e la sepoltura sembrava il metodo migliore per accedere più agevolmente al mondo dei morti. Le persone comuni erano seppellite vicino alla loro residenza, ma se il rituale funerario non veniva rispettato alla lettera potevano tornare sotto forma di fantasmi.
La cremazione era considerato un rituale incapace di dare pace al defunto: salendo verso l’alto dove dimorano gli dei, l’anima umana non avrebbe mai trovato una casa per l’eternità vedendosi rifiutare l’accesso al regno divino.

Egitto

Nell’ Antico Egitto non solo veniva sepolta la gente comune, ma anche gatti e cani, che spesso subivano un processo di mummificazione. Che fosse umano o animale, il defunto veniva sepolto con i suoi oggetti più cari e dopo aver recitato alcuni incantesimi dal Libro dei Morti. I più ricchi potevano invece permettersi la mummificazione e una tomba degna di nota.

Il funerale quasi moderno

Nell’ Antica Roma (e spesso anche in Grecia), il decesso di un membro della famiglia aveva aspetti molto moderni. Il parente più vicino baciava il defunto e gli chiudeva gli occhi, dando inizio ai lamenti funebri. Il corpo veniva quindi posizionato per terra, lavato e consacrato con unguenti; dopo la preparazione, veniva disteso nell’atrio della casa con i piedi in direzione della porta d’ingresso prima di essere portato in processione (pompa funebris) al cimitero per la cremazione. Dopo un’offerta a Cerere, il corpo poteva essere cremato.
In realtà, cremazione e inumazione erano entrambe pratiche molto comuni nella Roma antica, ma indipendentemente dal metodo di sepoltura gli antichi Romani sentivano l’obbligo morale di commemorare i loro antenati ad ogni occasione possibile.

Torri del silenzio

Le Torri del Silenzio (dakhma) sono strutture in legno e argilla alte dai 10 ai 30 metri e strettamente collegate ai riti funebri dell’ Antica Persia e dello Zoroastrismo. Lo Zoroastrismo considera impuri i cadaveri, tra cui dimorerebbe il “demone dei cadaveri” che corrompe ogni cosa; per evitare la contaminazione dei cadaveri, i corpi vengono posizionati in cima ad una torre circolare per esporli al sole e agli uccelli saprofagi (“spazzini”), evitando il contatto con la terra o l’uomo. Una volta che i cadaveri sono ridotti a sole ossa, queste cadono verso il basso andando a riempire il pozzo centrale.

Bara-albero

I Caviteño, abitanti delle regioni rurali di Cavite, Filippine, seppelliscono i loro morti all’interno di alberi cavi. L’albero viene scelto in anticipo dal diretto interessato quando si ha il sentore che il punto di morte sia vicino; non appena passato a miglior vita, il corpo è inserito verticalmente all’interno dell’albero cavo.

Teschi degli antenati

A Kiribati, stato insulare dell’ Oceania, i corpi vengono riesumati mesi dopo la sepoltura per estrarre il cranio del defunto. La famiglia si occupa quindi di pulire il teschio, oliarlo, preservarlo e metterlo in mostra all’interno della casa, di tanto in tanto facendo qualche offerta simbolica al caro estinto.

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Nuova scoperta a Pompei: ritrovato l’ultimo fuggiasco

Lo scheletro rinvenuto apparteneva ad un uomo in fuga, un 35enne con una gamba malata che, forse a causa della disabilità, si era attardato nella fuga.

Ha avuto in sorte una fine orribile e l’ha guardata in faccia, investito dalla furia bollente del Vesuvio che gli ha scagliato addosso, decapitandolo, un masso di 300 chili. A Pompei- documenta in anteprima l’ANSA – gli scavi hanno restituito una nuova vittima, un 35enne con una gamba malata che forse proprio per la sua disabilità si era attardato nella fuga. Una scoperta “drammatica ed eccezionale”, commenta il direttore del Parco Archeologico Osanna. “Incredibile”, dice Franceschini.

La scoperta è avvenuta nella zona dei nuovi scavi, la Regio V, proprio all’angolo tra il Vicolo dei Balconi (la strada che il team del Parco archeologico di Pompei ha appena riportato alla luce) e il vicolo delle Nozze d’Argento. “Lo abbiamo ritrovato in un punto dove c’era uno slargo e forse una fontana- racconta Osanna- uno spicchio di terreno ancora ricoperto da un notevole strato di materiale piroplastico”. La terra gli era in parte collassata addosso, per cui, spiega, non è stato possibile ricostruirne le sembianze usando la tecnica del calco di gesso.

E’ stato possibile però, fare altri calchi tutto intorno allo scheletro. E sono serviti per capire quanto drammatici devono essere stati gli ultimi istanti di quest’uomo, che si è visto arrivare addosso la nube piroplastica “che trascinava con sé detriti, pezzi di ferro, tronchi d’albero, pezzi di selciato”.

Di sicuro, ricostruiscono gli esperti, il poveretto deve essersi attardato. La sua tibia presenta le tracce di una brutta infezione ossea che doveva procuragli dolore e rendergli difficoltosa la fuga. Quando si è convinto a scappare la situazione era precipitata, nel vicolo si erano depositati già due metri di lapillo. Il povero fuggiasco claudicante deve aver tentato il tutto per tutto. Ma non ce l’ha fatta. Un masso enorme lo ha investito colpendolo al busto, con tutta probabilità staccandogli di netto la testa.

Gli archeologi lo hanno trovato riverso sulla schiena, la parte alta del busto ancora coperta dalla pietra. Ora saranno le analisi di laboratorio a ricostruirne con più certezza la storia. Analisi e studi, sottolinea Osanna, che “aggiungeranno un nuovo importante tassello alla storia di Pompei”. La pietra che ancora lo schiaccia verrà rimossa a breve. Si sa già che doveva trattarsi di un uomo adulto, con un’altezza intorno al metro e sessantacinque e un po’ di artrosi. “Se fossimo così fortunati da ritrovare il cranio saremmo in grado di ricostruirne la fisionomia”.

 

 

 

 

articolo tratto da www.huffingtonpost.it

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“Sarò cenere”, in Italia è boom di cremazioni

 

 

Il funerale in Italia cambia stile: è boom di cremazioni. Si è passatidalle 110.710 cremazioni nel 2013 alle 141.553 del 2016 con un trend in costante crescita. In testa Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. E’ quanto emerge dagli ultimi dati raccolti dalla Sefit Utilitalia (Servizi Funerari Italiani) sulle cremazioni di cadaveri effettuate nell’anno 2016 nei crematori italiani in funzione, predisposti sulla scorta dei modelli a suo tempo inoltrati ai comuni sede di impianto e ai gestori. Dietro il fenomeno una molteplicità di fattori: dalle ragioni economiche alla questione degli spazi.
La Federazione da anni effettua una raccolta sistematica di dati statistici sullo sviluppo della cremazione, fornendo i dati a istituzioni nazionali, come l’Ispra, o internazionali, come Icf ed Effs. Nel fornire i dati la Sefit specifica che alla data di emanazione della circolare non sono pervenuti, in quanto non forniti dal gestore dell’impianto, quelli relativi ai crematori di Bagno a Ripoli, Carpanzano, Domicella e Montecorvino Pugliano; di conseguenza il dato delle cremazioni registrate sul territorio nazionale – in particolare in Campania – è da considerare sottostimato.
“Da un’analisi dei dati pervenuti si può affermare che le cremazioni effettuate in Italia nel corso del 2016 siano cresciute in maniera contenuta rispetto all’anno precedente, con un aumento percentuale del 3,2%, corrispondente a 4.388 unità, determinato in particolare dal calo della mortalità generale rispetto al 2015, anno anomalo nel trend. Nel 2016 si sono registrate a consuntivo 141.553 cremazioni di feretri, contro 137.165 del 2015” rende noto la Sefit.

“L’Istat – si ricorda – ha recentemente diffuso i dati sulla mortalità e popolazione 2016, anno in cui si sono registrati 615.261 decessi. Quindi l’incidenza della cremazione (per difetto, mancando i dati di 4 crematori) sul totale delle sepolture, per l’anno 2016, è del 23,01%, con un notevole incremento in termini percentuali (+1,83%, rispetto al dato 2015, che era del 21,18%)”.
Analizzando il dato territoriale, le regioni dove la cremazione è più sviluppata – in termini di rapporto percentuale delle cremazioni eseguite sul territorio rispetto al dato nazionale – continuano ad essere Lombardia (25,8%), Emilia-Romagna (14,6%) e Piemonte (14,3%), che dispongono del maggior numero di impianti di cremazione operativi (12 per ognuna delle tre regioni) e sono le regioni con maggiore mortalità. In particolare la Lombardia è in testa con 36.590 cremazioni, segue l’Emilia-Romagna con 20.600 e il Piemonte con 20.285 cremazioni.
La crescita percentuale maggiore nel 2016 rispetto al 2015 si è avuta a livello regionale in Sardegna (+41,8%), Puglia (+39,5%) e Sicilia (+21,3%), “anche se va detto – specificano i Servizi Funerari Italiani – che in queste incidono soprattutto la messa in funzione o il fermo/rallentamento operativo di uno o più impianti e la scarsa numerosità dell’anno precedente”. La crescita numerica regionale più elevata si è registrata invece in Emilia-Romagna (+2.777), Lazio (+829) e Veneto (+516).

L’incremento del ricorso alla cremazione continua ad avvenire soprattutto al Nord, che ha una maggiore presenza di impianti, ma anche al Centro. In particolare nei capoluoghi di provincia dotati di impianto. Anche nel 2016, così come negli anni precedenti, le città in cui viene effettuato il maggior numero di cremazioni sono Roma (12.376), Milano (10.776) e Genova (6.048), “anche se è bene chiarire – viene precisato – che si tratta di cremazioni svolte per un’area che spesso è almeno provinciale, se non ancor più estesa”. A seguire, con oltre 4.000 cremazioni Mantova (4.973), Livorno (4.719), Trecate (4.302) e Bologna (4.201).

FORME DI SEPOLTURA – Riguardo alle altre forme di sepoltura, secondo le stime del 2016, le inumazioni (in terra) sono state 203.037 (33%) mentre le tumulazioni (in loculo e in tomba) 270.671 (43,99%).

IL PERCHE’ DI UNA SCELTA – Oltre a un intimo e personale desiderio dell’individuo, dietro il boom di cremazioni esiste una molteplicità di fattori. Le ragioni economiche pesano ma all’origine della scelta vi sono anche la questione degli spazi e l’apertura della Chiesa. A spiegarlo all’Adnkronos è Pietro Barrera, responsabile Sefit.
“Il boom è molto diversificato sul territorio nazionale con una differenziazione tra Nord e Sud” premette Barrera. “Indubbiamente incide il costo delle sepolture, perché la sepoltura di un’urna cineraria costa molto poco, ma un elemento che nel nostro Paese ha contribuito ad aumentare la richiesta di cremazione – sottolinea – è stata la legittimazione di questa pratica da parte della Chiesa cattolica”. Prima infatti la percezione popolare era quella di “un atto ostile alla religione e si riteneva che fosse una pratica anticristiana. Ora questa barriera è caduta”.
C’è poi il tema della disponibilità degli spazi legato a quello dei costi. “Costruire tombe di famiglia era ed è costosissimo e richiede spazi” evidenzia. Inoltre, “in molte città c’era il problema di soddisfare la richiesta crescente di loculi, con il risultato che poi si finiva per costruire, si pensi ad alcune parti del cimitero di Prima Porta a Roma, dei modelli da edilizia intensiva, come il palazzone di edilizia residenziale popolare degli anni ’70”.

Di qui “l’idea di cercare una strada alternativa per far sì che il destino della salma non richieda di per sé grande spazio e conseguentemente anche grandi spese”. Si può scegliere l’affidamento familiare, la dispersione ma anche una collocazione cimiteriale “garbata, appropriata e decorosa”.

Al Verano di Roma, “dove da decenni non c’è più la possibilità di costruire nuove sepolture, si trovò spazio per i cosiddetti colombari – spiega ancora Barrera – piccoli loculi che non potevano ospitare una bara ma un’urna sì, attraverso i quali si è risposto a una domanda di famiglie che cercavano una sepoltura al centro di Roma e la potevano ottenere solo in quel modo perché al Verano loculi disponibili non c’erano e non ci sarebbero stati”.
Quanto al costo della cremazione, “al netto dei ricarichi che possono fare le imprese di onoranze funebri, dipende anche dalla distribuzione, efficienza e accessibilità degli impianti che non sono distribuiti in modo equilibrato sul territorio nazionale”. E, “in alcune aree del Paese”, conclude Barrera, è collegato anche al fatto “che esista una limpida e trasparente concorrenza”.

Articolo tratto da: www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/09/20/saro-cenere-italia-boom-cremazioni_gcOd3nmfGS98Oib7d6kWhK.html

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L’eredità di Umberto Veronesi: la scienza, l’etica, la dignità della persona umana

Venerdì 11 Novembre  alle ore 11, nella sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano, si sono svolti i funerali laici di Umberto Veronesi, uno dei più famosi oncologi del mondo, morto a Milano martedì 8 novembre, a 90 anni.

Il Prof. Umberto Veronesi è stato medico, filantropo, innovatore e intellettuale. È stato tutto questo insieme, in tutti gli istanti della sua vita. Come medico, negli anni ’70, ha dimostrato attraverso uno dei primi trial randomizzati in Italia che, in molti casi, fosse possibile curare il tumore al seno attraverso una resezione limitata e senza ricorrere ad un intervento radicale e demolitivo.

Quella scoperta segnò un prima e un dopo dell’oncologia mondiale: dalla massima terapia tollerabile alla minima terapia necessaria. Sarebbe tuttavia riduttivo, limitare il significato di quello studio all’avanzamento di una tecnica chirurgica. Già in quello studio fondamentale, si delineano le direttrici del suo agire che, negli anni, lo vedrà impegnato su temi sociali ed etici, nella promozione della cultura della prevenzione e della ricerca scientifica.

Se, infatti, a segnare le sue ricerche sono il rigore scientifico e la razionalità, a guidare le sue intuizioni vi è un profondo rispetto per la dignità umana e per l’integrità fisica e morale dell’individuo.
Negli anni ha declinato questi principi nella promozione di una medicina costruita intorno al paziente: ha reso le terapie sempre meno invasive nel corpo e nella vita dei pazienti, ha ripensato orari e spazi degli ospedali, ha promosso la cura di sé intesa come approccio olistico alla salute che inizi dalla prevenzione e l’informazione prima ancora che dalle terapie.

Con coerenza ha sostenuto che l’integrità psicofisica dell’individuo dovesse essere onorata fino alla fine, rispettando le volontà espresse da ciascuno attraverso un testamento biologico. Nel senso più ampio possibile ha saputo interpretare il ruolo dello scienziato nella società civile infondendo il suo pensiero di fiducia nel progresso. Questa fiducia gli derivava dalla certezza che la ricerca della verità e il miglioramento della conoscenza siano intrinsecamente etiche e debbano essere messe al servizio di una società più giusta.
Ci lascia una eredità imponente e la responsabilità di continuare il suo lavoro come medici, scienziati e cittadini, nella lotta contro i tumori, nell’avanzamento della conoscenza e nella costruzione di una società più rispettosa della dignità della persona a partire dai più fragili.

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Puntualizzazione della Chiesa in merito alla cremazione dei defunti.

La cremazione di un defunto “non è vietata dalla Chiesa” così come la Congregazione per la Dottrina della Fede conferma in un documento che ha avuto il ‘placet’ del Papa, ribadendo che tale pratica, non fatta per una scelta di contrarietà alla fede, non è vietata dalla Chiesa e che la cremazione debba avvenire “dopo la celebrazione delle esequie”.

Si legge nel documento vaticano: “Laddove ragioni di tipo igienico, economico o sociale portino a scegliere la cremazione, scelta che non deve essere contraria alla volontà esplicita o ragionevolmente presunta del fedele defunto, la Chiesa non scorge ragioni dottrinali per impedire tale prassi, poiché la cremazione del cadavere non tocca l’anima e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo e quindi non contiene l’oggettiva negazione della dottrina cristiana sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi”.
Tuttavia si precisa che “la Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti”.

In ogni caso “la cremazione non è vietata, a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana”. In questo caso “si devono negare le esequie, a norma del diritto” perché la Chiesa “non può permettere atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della reincarnazione, sia come la liberazione definitiva della ‘prigione’ del corpo”.

In assenza di motivazioni contrarie alla dottrina cristiana, invece, la Chiesa, dopo la celebrazione delle esequie, accompagna la scelta della cremazione con apposite indicazioni liturgiche e pastorali, avendo particolare cura di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso”.
Differente, invece, quanto stabilito per la dispersione delle ceneri.

Il documento, infatti recita che, “per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista” il Vaticano vieta “la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo” e ribadisce che in ogni caso “le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nei cimiteri”.

Sin dagli albori i cristiani hanno sempre desiderato che i loro defunti fossero oggetto delle preghiere e del ricordo della comunità cristiana. Le loro tombe divenivano luoghi di preghiera, della memoria e della riflessione. I fedeli defunti fanno parte della Chiesa, che crede alla comunione «di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa», si legge del documento vaticano.

Ecco perché’, viene spiegato, “la conservazione delle ceneri in un luogo sacro può contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana. In tal modo, inoltre, si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto, che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione, nonché pratiche sconvenienti o superstiziose”.

Appare chiaro, quindi, che “la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita”.

A maggior ragione anche la trasformazione delle ceneri “in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti” è contraria all’intendimento della Chiesa, “ tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione”.

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CREMAZIONE: INIZIATIVA SOCREM VARESE

Socrem Varese (società di cremazione) organizza per giovedì 25 febbraio alle 15.30 presso la sede dell’associazione Auser di Busto Arsizio (via Volta n. 5 – zona Museo del Tessile) un incontro per sensibilizzare i cittadini sulla attività di cremazione con lo scopo di lasciare “La terra ai vivi” risparmiando così territorio.

Ogni giovedì pomeriggio presso la sede di Auser (Filo d’argento) di Busto Arsizio sarà presente un consigliere della Socrem per creare una cultura della cremazione che a Busto Arsizio è poco diffusa, solo il 14 % dei defunti la sceglie mentre a Milano si arriva al 70 % , a Varese, dove si contano ben 7.400 soci, si supera il 55%, in Lombardia il 32 %, in Italia il 18,5%. In Europa la media si avvicina al 40% con punte elevatissime nei Paesi del Nord.

Nello spazio occupato da un feretro nei loculi (colombari) o nelle tombe trovano posto ben 50 urne cinerarie
L’adesione alla Socrem consente la certezza della cremazione, con la disposizione delle volontà testamentarie di cremazione e dispersione delle ceneri (in base alla Legge 130/2001).

Il Comune di Busto Arsizio ha approvato nel 2013 il “piano regolatore cimiteriale comunale” per il periodo 2012-2031 che ha evidenziato il fabbisogno di spazi nei cimiteri nel ventennio in base all’andamento demografico (incremento di popolazione e classi di età). La relazione illustrativa che accompagna il piano prevede un incremento demografico che passa da 82.063 unità del 2011 a 87.400 nel 2031 e un tasso di mortalità in ascesa (dalla media di 880 di decessi all’anno del 2011 a circa 950 anno nel ventennio).

Per contro i tre cimiteri esistenti (Busto centro, Borsano e Sacconago) non sono in grado di soddisfare le esigenze e necessitano quindi di ulteriori ampliamenti (peraltro limitati a causa della c.d. zona di rispetto verso l’edificato di case di abitazione) tanto da prevedere un quarto cimitero nel quartiere di Beata Giuliana, il tutto accompagnato da altre aree per parcheggi e viabilità. Si tratta indubbiamente di una ulteriore imponente occupazione di territorio stimata in 29.000 mq.

Gli estensori del piano auspicano altresì un incremento delle cremazioni accanto ad una politica che incentivi lo “svuotamento” di loculi in prossimità di scadenza di concessione per favorirne la rotazione.

Il Comune di Busto Arsizio eroga ai residenti che effettuano la scelta della cremazione un contributo pari al 55% del costo di cremazione (dal 1° gennaio 2016 la tariffa ministeriale applicata dal Crematorio di Busto Arsizio è pari a 608,83 euro iva compresa)

La MONZA & POZZI onoranze funebri, presso le sedi di Nerviano, Lainate, Cerro Maggiore e Barbaiana è in grado di raccogliere le adesioni alla SOCREM VARESE in qualità di impresa fiduciaria 
Logo Monza e Pozzisocrem

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La morte nell’arte ep. 1:Morte della Vergine di Caravaggio.

Caravaggio nel 1601 riceve l’incarico da Laerzio Cherubini per realizzare un dipinto da collocare sull’altare della cappella dedicata alla Vergine Maria nella Chiesa di Santa Maria della Scala a Roma.
L’artista realizzò un’opera enorme, che appena collocata nel luogo stabilito fu subito rimossa.
La scena rappresentata era scandalosa per gli uomini e le donne del Seicento!
Si trattava di una scena che descriveva la morte della Vergine nella sua cruda verità.

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Troppo simile alla morte di una donna qualsiasi, troppo somigliante la Vergine ad una donna del popolo, sicuramente raffigurata in modo poco decoroso con le gambe scoperte e il ventre gonfio.
Non s’era mai vista la Madonna rappresentata senza quelle caratteristiche che la identificano come la Madre di Cristo e Vergine senza peccato, ma soprattutto l’intera scena era ambientata in una stanza umile e questo era inammissibile.
L’unico elemento divino che Caravaggio dipinge è un sottile cerchio dorato dietro la testa di Maria, ma non bastava per far accettare un dipinto.

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Inoltre, l’opera appariva ancor più sconveniente perché la donna nei panni della Vergine a qualcuno ricordava il ritratto di una cortigiana di cui Caravaggio era l’amante, oppure ancora sembrava troppo somigliante ad una meretrice trovata morta annegata nel Tevere.

La “Morte della Vergine”  era impresentabile in una Chiesa e considerata sconveniente, ma suscitò grande interesse nel panorama artistico del tempo.
Alcuni artisti di Roma consentirono, infatti, l’esposizione al pubblico dell’opera prima che il dipinto fosse trasferito presso la corte del duca Vincenzo I Gonzaga a Mantova, che lo acquistò su segnalazione di Rubens.

L’opera, in seguito al dissesto finanziario che colpì i Gonzaga, venne venduto ed entrò a far parte della collezione del banchiere parigino Everard Jabach, che la cedette poi al re di Francia Lugi XIV e per questo motivo si trova ora al Louvre.

Tratto da THE ART POST BLOG

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Il diavolo e la morte nell’arte

L’arte è in grado di penetrare nella realtà, rappresentandola in modo impeccabile e trasferendoci così anche forti emozioni.

L’Italia è ricchissima di storia e di arte, di dipinti e sculture che sono invidiate e apprezzate da tutto il mondo.

Mettiamo da parte l’arte come i dipinti naturalistici, romantici, cubisti, e andiamo a considerare soprattutto i dipinti religiosi, posti in molte delle chiese site nel nostro Paese.

Per la religione cristiana il diavolo è il male, colui che ci tenta e vuol farci cadere nel peccato; eppure ci sono dei dipinti, anche molto grandi, che lo raffigurano e della cui presenza ci si è accorti solo in tempi recenti.

Ad esempio a Perugia, nella Chiesa di San Pietro, c’è la tela più grande del mondo che rappresenta il trionfo dell’Ordine dei Benedettini.Il-trionfo-dellordine-dei-benedettini.1200
Al centro c’è proprio San Benedetto da Norcia, circondato da santi, papi, cardinali, vescovi, ecc…
Ma in realtà, guardando bene questo dipinto, salta fuori un’immagine inquietante.

Molti hanno riconosciuto in questa rappresentazione il volto del diavolo: San Benedetto è la fossa nasale, i due squarci di cielo in cui si intravedono il Sole e la Luna rappresenterebbero proprio gli occhi e San Pietro e San Paolo, posti negli angoli alti, le corna.

Un quadro inquietante, posto proprio di fronte ai credenti che ogni giorno giungono in quella Chiesa per pregare.
Un altro esempio è un dipinto di Giotto ad Assisi: si tratta di un particolare della vita di San Francesco.
Tra le nuvole, è stato individuato il volto del demonio, forse a rappresentare le tentazioni che Francesco d’Assisi dovette affrontare nel corso della sua vita.

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E a Milano, nella chiesa di Sant’ Eustorgio, un altro dipinto ha lasciato un po’ di perplessità nei critici: si tratta di una rappresentazione inedita della Madonna con il Bambino che vengono rappresentati con le corna, come se fossero delle creature demoniache.
Oltre alla rappresentazione del diavolo, ci sono anche molti dipinti che, invece, rappresentano la morte, altro elemento negativo e triste.

EPSON DSC pictureA Clusone, in provincia di Bergamo, c’è una rappresentazione sulla facciata di una chiesa che lascia senza parole: sono raffigurati vivi e morti, occupati in una danza, nella quale la morte ricorda ai vivi che nessuno può sfuggirle.

Molti ricchi rappresentati con sguardi impauriti offrono doni alla morte, ma questa ride di loro per sottolineare il concetto che ciò che hai in vita non ha alcun valore di fronte alla morte.

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Infine, c’è un dipinto a Cremona, nella chiesa di San Sigismondo, che raffigura l’adultera davanti a Cristo: tutti i personaggi sono senza le pupille, con occhi completamente bianchi, come se fossero ciechi o zombie.

Quale sarà il messaggio che questi pittori volevano lasciarci?