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Nayeon è morta all’età di sette anni nel 2016 per un mare incurabile. Viveva in Corea del Sud, e aveva una mamma, un papà, dei fratelli e delle sorelle, che oggi vivono la loro vita serbandone il ricordo.

Nell’epoca pre-digitale, la sua storia – purtroppo comune a molte famiglie – sarebbe finita qui. Ma siamo nell’epoca digitale, quella della Realtà Aumentata e delle possibilità infinite che la tecnologia ci offre: e Nayeon, in un pomeriggio del 2020, è tornata a vivere almeno per qualche ora, proprio grazie a un software AR.

A rivederla e palare con lei direttamente è stata Jang, la madre, protagonista di un documentario dal titolo I MET YOU, prodotto dalla Munhwa Broadcasting, che ha reso possibile l’esperimento. Da dietro il monitor, a seguire l’incontro con l’avatar, tutta la famiglia di Nayeon, che ha potuto rivivere per qualche attimo la sensazione di rivedere e riascoltare la propria piccola, sfortunata congiunta.

La notizia è di qualche mese fa e se ne è parlato molto in tutto il mondo, al di là dell’emozione che l’iniziativa ha suscitato, per le potenzialità sviluppate dalla tecnologia AR. Addirittura “riportare in vita” una persona morta: incredibile.

Eppure, dopo l’entusiasmo iniziale, rimane una generale sensazione di disorientamento. Da cosa è causata?

Vita e morte ai tempi del digitale

Se dovessimo dire una delle cose che più sono mutate nell’epoca digitale, è il valore del Tempo.

Viviamo vite interconnesse, completamente dissociate dai cicli di vita cui la Natura ci ha abituato. Rispondiamo alle email di notte e raccontiamo ogni frammento della nostra esistenza a qualsiasi ora, potenzialmente senza fermarci mai neanche per dormire.

Mano a mano che gli ecosistemi digitali si sono moltiplicati, si sono moltiplicate le nostre esistenze.

Oggi ognuno di noi vive più spazi talvolta spezzettando la propria identità, declinando il proprio essere in forme e contesti che esulano dal concetto di Tempo: ognuno di questi ambienti, infatti, è tecnicamente infinito a livello spaziale, e appunto, a livello temporale. Sono pensati per non finire mai, e accogliere chiunque.

I primi a porsi il problema della durata dell’individuo nel mondo dei social network furono i giornalisti della BBC, che denunciarono come Facebook nel giro di qualche decennio sarebbe diventato “Il più grande cimitero al mondo”.

Un mancato ricambio degli oltre 2 miliardi di utenti che lo abitano non sarà automatico, a maggior ragione considerando la disaffezione dei più giovani verso questa piattaforma. Pian piano, saranno di più i morti che i vivi all’interno di esso.

Non è un caso che la piattaforma di Zuckerberg sia stata la prima ad approntare delle soluzioni per quei profili riconducibili a persone decedute: bacheche “in memory of”, gestite dai parenti, che diventano santuari digitali più efficaci di qualsiasi lapide o memoriale.
La vita in dati nel Tempo del digitale

Questa mole di dati rilasciati in Rete o immagazzinati nei nostri device, oltre a essere il più grande back-up probabilmente che l’uomo abbia avuto a disposizione, presenta un’altra faccia della medaglia: oggi ognuno di noi è “replicabile”, almeno a livello digitale. Ogni persona potrebbe, anche in un futuro non troppo lontano, “vivere e rivivere” sotto forma di avatar, tornando in un certo senso dall’aldilà.

È lecito ed etico? Cosa significa il poter riproporre qualcuno che non più in questo mondo, sotto una forma virtuale? Ma soprattutto, che risvolti potrebbe avere tutto questo?

Siamo nel campo delle ipotesi, anche forse delle interpretazioni di un mondo che a livello di valori sta scoprendo molti cavilli, in principio non previsti. Un po’ come la Gig Economy, con lo sfruttamento nascosto (volontariamente o in modo imprevisto) dietro modelli apparentemente snelli e vantaggiosi.

Il digitale è così: apre delle porte che si credeva impossibili da aprire e che, una volta spalancate, non sempre sono in grado di richiudersi ermeticamente lasciando spifferi difficili da sigillare.

Cambiare la logica del Tempo: sembra troppo anche per la scienza.

Einstein, quando ragiona sulla Relatività, lo fa sedendo a tavoli scientifici, senza però entrare nel campo dell’intimità dell’animo: la morte, quella veniva considerata appalto di altre dimensioni, da guardare con rispetto, tanto che ebbe a dire : “La nostra morte non è una fine se possiamo vivere nei nostri figli e nella giovane generazione. Perché essi sono noi: i nostri corpi non sono che le foglie appassite sull’albero della vita.”

Anche il medico che combatte contro la malattia gioca una partita dove le regole sono condivise: il Tempo, fautore dell’invecchiamento cellulare e portatore di patologie, viene combattuto con una logica di dilatazione, non di arresto. Un dottore che ti cura cerca di darti più tempo, non di fermarlo. Non a caso, si è romanzato su quel dottore che sognava di riportare in vita i morti.

Il digitale no: lì, il Tempo è indifferente. Non c’è momento in cui la dimensione digitale si fermi e, dopo che saremo morti, i nostri profili social, i contenuti che avremo creato, tutto ciò che online ci riguarda potrebbe rimanere lì, a continuare ad esistere, per certi versi continuando a farci vivere.

L’esperimento di I met you della “rinascita virtuale” di Nayeon ci pone interrogativi diversi: è possibile, grazie a una tecnologia, andare anche oltre all’accettazione di un decesso, trovando un surrogato per farvi fronte? Domande che, sotto altri piani, si poneva Her (2013), il film di Spike Jonze in cui un bravissimo Joaquin Phoenix si innamorava di un sistema operativo.

La rielaborazione del lutto nell’era della realtà virtuale

Che conseguenze può avere il ritrovare un feticcio virtuale di una persona cara? Cosa può cambiare nel concetto di vita e morte, di prima e dopo, di percepito del reale e del virtuale?

Non abbiamo la risposta a questo quesito, anche se, come per tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale, è possibile che siano queste le vere domande che ci si debba porre a proposito di un’evoluzione tecnologica che sta toccando sfere apparentemente irraggiungibili fino a qualche anno fa.

Una cosa però la possiamo già prevedere: se è vero che l’Esperienza è un valore sempre più tangibile, e se questa deve configurarsi come concreta e contrassegnata da un’empatia che sia indiscutibile secondo canoni umani (e non virtuali), questa nuova evoluzione tecnologica allora agirà prima di tutto sui criteri con cui definiamo e giudichiamo ciò che viviamo.

È possibile che come avvenuto con il concetto di Tempo, dilatatosi oltre misura e per certi versi cambiato, e di Spazio, completamente annullato grazie al digitale – si pensi al senso di immediatezza che offre un acquisto su Amazon, o anche al fenomeno dello Smart Working come tentativo di annullare gli spazi e le distanze-, anche il concetto di Esperienza muti verso una logica più “digitale”, contrassegnata quindi da una sostituibilità del valore di reale e non reale.

Le fake news, con i loro universi paralleli e le loro narrazioni, vere per chi ci crede anche a discapito del reale, potrebbero non essere che l’inizio: in futuro, si potrebbe depotenziare anche lo stesso concetto di morte, in virtù di un generale senso di onnipotenza dato dal fatto che grazie al digitale si può anche simulare la “resurrezione dei morti”.

Forse è catastrofico come pensiero: vedendo il video teaser di I met you, è inquietante osservare una madre che per affrontare il dolore immane di una perdita come quella di una figlia sceglie di interagire con una proiezione frutto di un calcolo matematico, commuovendosi e toccandola come se di fronte avesse un’estensione della persona stessa.

Siamo davanti a un qualcosa di diverso dai semplici contenuti mediati come fotografie e video, che possono evidentemente far rivivere emozioni molto forti: qui in gioco c’è la capacità di comprendere dove finisca il reale e cominci il non reale.

ARTICOLO TRATTO DA NINJA

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WhatsApp e il messaggio diretto al morto

di Davide Sisto

Ero al bar con una mia amica e, a un certo momento, cominciamo a parlare a proposito dell’elaborazione del lutto. Lei mi racconta che le è morto il fidanzato qualche mese prima e di quanto fosse a lui legata. Al punto che, il giorno della sua laurea, diversi mesi dopo la morte, non appena viene proclamata Dottoressa ha l’istinto di prendere il cellulare, andare su WhatsApp e mandargli un messaggio per informarlo.

Non ho voluto chiederle perché lo abbia fatto. Non mi è sembrato lì per lì il caso. Però, questo aneddoto mi ha fatto molto riflettere, soprattutto perché – nei miei attuali studi filosofici – sto cercando di capire quanto la cultura digitale influisca sul nostro rapporto con la morte e con il lutto, modificandolo. Già a luglio 2016, su questo blog, avevo scritto a riguardo del legame tra la morte e Facebook, oggi il più grande cimitero (virtuale) che vi sia al mondo, quotidianamente davanti agli occhi di tutti.

Il messaggio diretto alla persona morta su WhatsApp apre, però, un altro orizzonte di considerazioni, molto particolare, che in un certo senso lambisce l’orizzonte dei vari social network, ma ampliandone la portata. Innanzitutto, non ha nulla a che vedere con le parole di commiato pubblicate su Facebook o, in alternativa, con la canzone e la poesia composte per esprimere la propria sofferenza e dare forma all’addio: tutti questi casi sono, che ci piaccia o no ammetterlo, documenti pubblici che, pur rivolti direttamente al morto, vogliamo vengano letti e condivisi anche dagli altri. Non ha nemmeno nulla a che vedere con il diario personale, perché il diario non presuppone vi sia un lettore. Lo scrivo per me stesso, per esprimere i miei pensieri e i miei sentimenti; magari, idealmente e simbolicamente, penso che quelle parole saranno lette dalla persona che ci manca, tuttavia – anche se utilizzassi uno stile di scrittura rivolto al morto – le parole resterebbero tra me e me. Al massimo, c’è il rischio che vengano lette da chi si appropria, con o senza il mio permesso, del diario.

Il messaggio diretto al defunto su WhatsApp è un messaggio privato, confidenziale, che viene letteralmente “spedito”; la ragazza ha spedito un’informazione direttamente al compagno che non c’è più. L’ha indirizzata proprio a lui e a nessun altro. Pertanto, tale messaggio può essere letto, a rigor di logica, soltanto dalla persona viva che lo scrive e, ipoteticamente, dalla persona morta che lo riceve. Nel momento in cui viene dato sul proprio cellulare l’invio, ci può forse essere la speranza di vedere sullo schermo, prima, la comparsa della doppia spunta quale segno del messaggio recapitato e, poi, il divenire blu di questa doppia spunta quale segno del messaggio letto. Ma, al di là di una simile speranza, c’è un gesto simbolico ben preciso, apparentemente in contrasto con la razionalità e con la realtà: la volontà di comunicare una notizia gioiosa – la laurea – alla persona con cui la si sarebbe voluta maggiormente condividere.

E, allora, WhatsApp, se utilizzato in un’ottica appunto simbolica, con la chiara coscienza della realtà della morte, può divenire un tramite romantico tra chi è rimasto e chi non c’è più. Un modo per mantenere vivo, nella propria mente e nel proprio sentire, il legame. Magari immaginando la felicità e l’orgoglio che avrebbe provato lui, fosse stato lì in vita, vedendo la sua compagna laurearsi. Personalmente, non sottovaluterei la portata simbolica e romantica di questo gesto, anzi mi sembra un modo di esprimere quel “legame continuo” tra l’aldiquà e l’aldilà, teorizzato da numerosi filosofi del passato (il romanticismo tedesco ottocentesco, per esempio) e da diversi psicologi odierni e, mai come oggi, avvalorato da quel corpo tecnologico – che è il digitale – in cui si conserva lo spirito delle persone, vive o morte che siano. Inoltre, il fatto che rimanga, dinanzi agli occhi di chi ha spedito il messaggio, la sola spunta della spedizione, senza quella della ricezione, può essere un modo in più per prendere coscienza dello stato delle cose presenti. Quindi, per comprendere l’assenza e la perdita definitive, per farsi una ragione del carattere irreversibile della morte e, dunque, per unire alla natura benefica dell’immaginazione quella pratica del raziocinio.

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Curiosità del mondo funerario

Non é vero che “i funerali sono sempre uguali”, o – almeno – non sempre….
Tra il 2014 e fino a ottobre 2015 nel mondo sono stati registrati alcuni funerali che si potrebbero considerare “eccezionali”.

Il primo – avvenuto a maggio 2014 – riguarda la cerimonia funebre per la persona più vecchia del mondo. Infatti alla periferia di Detroit (USA) è deceduta una donna di ben 116 anni.
Subito dopo – alla fine di giugno 2014 – nella città di Monterrey (Messico) si sono dovuti affrontare e risolvere il problema del trasporto funebre dall’abitazione alla casa funeraria dell’uomo più “pesante” del mondo (certificato da Guinness in 394 kg, dopo la cura dimagrante dagli originali 560 kg !!). I problemi erano – ovviamente – quello di come trasportarlo e dove cremarlo.

Per il trasporto si è “imballato” il letto dove giaceva negli ultimi 10 anni e vi era deceduto, per porlo su uno speciale automezzo. Più complicato quello della cremazione dovendo trovare un forno con una apertura tale da consentire l’ingresso della salma “speciale”. L’unico che – dopo qualche opportuna specifica modifica – lo ha accettato è stato localizzato nella periferia della città.

Nel settembre 2015 nelle isole americane di Samoa ha avuto luogo il funerale per l’uomo più piccolo del mondo (certificato da Guiness con 54,6 cm di altezza). Il defunto, Chandra Bahadur Danji, era nativo del Nepal (dove, dopo la cremazione, sono state inviate le ceneri) ed era l’attrazione di un famoso circo. Data la particolarità del defunto, alla cerimonia funebre hanno partecipato le autorità locali compreso il governatore con la moglie. Un’altra “curiosità” funeraria.

In ottobre 2015 è deceduto a Palmerston (Nuova Zelanda) uno stimato professore che insegnava nella locale High School. Tutti gli allievi (ma anche qualche altro docente) hanno voluto onorarlo eseguendo la famosa danza tradizionale maori conosciuta come “Haka” (quella che fanno anche i giocatori di rugby prima della partita), mentre l’autofunebre entrava nel cortile della scuola dove – nell’aula magna – avrebbe avuto luogo la cerimonia funebre.

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“Perchè la Chiesa ha ammesso la cremazione”: intervista a Don Sciortino

Dal libro La morale, la fede e la ragione. Dialogo con don Antonio Sciortino sulla nuova Chiesa di papa Francesco di Giovanni Valentini – Imprimatur, 2013

Perché prima la Chiesa era contraria alla cremazione e poi ha cambiato orientamento?

È vero, la Chiesa ha cambiato disposizioni a riguardo della cremazione o incenerimento dei corpi. Tuttavia, non ha mai condannato la cremazione in sé, ma l’ideologia antireligiosa e anticristiana che la accompagnava.
Del resto, in casi di emergenza come le pestilenze o le guerre, la Chiesa ha sempre ammesso che venissero bruciati i corpi. Senza mai affermare che ciò sia incompatibile con l’immortalità dell’anima e la re¬surrezione dei corpi. L’incenerimento è un rito antichissimo, una consuetudine millenaria presente in Asia, soprattutto in India.
Nell’Occidente, invece, la sepoltura (o l’inumazione) è stata, da sempre, l’unica modalità. Almeno fino al diciannovesimo secolo, quando anche in Europa si regolamentò la cremazione, per ragioni soprattutto igienico sanitarie.

La Chiesa vi si oppose perché l’introduzione dell’incenerimento alimentò campagne di propaganda antireligiosa e anticristiana che irridevano l’usanza cristiana della sepoltura. C’era la volontà di affermare che con la morte tutto finisce, che non esiste l’immortalità e tanto meno la resurrezione dei corpi. Anche in epoca romana, i pagani usavano bruciare i corpi dei martiri e sbeffeggiavano i cristiani perché credevano nella resurrezione e nell’immortalità.

Al tempo dell’Illuminismo, la cremazione era un modo per manifestare il proprio ateismo e per ribadire la ribellione contro la Chiesa.

La massoneria, in particolare, aveva fatto della cremazione la sua bandiera contro la Chiesa. Al punto che, nel 1886, il Sant’Uffizio fu quasi costretto a condannare la cremazione.
Ma non per ragioni dottrinali.

croce

Fino a quando, nel 1963, passato il pericolo dell’ambiguità e, soprattutto, il motivo dell’«odio contro la fede», lasciò ai cattolici la libertà di scegliere di poter essere cremati. Essa non è «cosa intrinsecamente cattiva o di per sé contraria alla religione cattolica». Soprattutto se è richiesta «per ragioni igieniche, economiche o di altro genere, di ordine pubblico o privato». Non contro le usanze e il credo cristiano.

L’incenerimento è, quindi, per la Chiesa una modalità di sepoltura rispettosa del cadavere allo stesso modo dell’inumazione. Del resto, il fuoco non tocca l’anima, distrugge solo più in fretta la parte corruttibile della persona. Fa in poche ore ciò che la natura impiega più tempo a compiere. Ma per la resurrezione dei corpi, non c’è alcuna differenza tra la polvere e la cenere. La resurrezione non sarà un nuovo inizio a partire dalla vecchia esistenza, ma si tratterà di una nuova realtà. In sintesi, dice il Codice di diritto canonico (can. 1176), «la Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione, a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cattolica».

cremazione dispersione

Quanto alle ceneri, pur essendo la dispersione permessa dalle leggi civili, la Chiesa mette in guardia da questa usanza, sempre più diffusa. La dispersione al vento, nel mare o nei boschi è molto suggestiva e fascinosa. Ma c’è il rischio di voler emulare o rincorrere teorie di una religiosità new age, che crede a una fusione cosmica e impersonale, che nulla ha che spartire con il Dio cristiano.

È sbagliato, tuttavia, enfatizzare la cremazione come una conquista di civiltà, rispetto all’inumazione, considerata un’usanza del passato. Ancora oggi, la sepoltura è una scelta maggioritaria. E ha una ricca tradizione e simbologia che non va ignorata o abbandonata. In una società che tende a esorcizzare e nascondere la morte, i cimiteri ci ricordano i nostri limiti e la nostra precarietà di persone umane. Le tombe che conservano i resti mortali (ma anche le urne con le ceneri), corredate di foto, nome, cognome e qualche scritta, sono uno strumento visibile per rafforzare il legame affettivo con coloro, parenti e amici, che ci hanno preceduto.

La Chiesa, infine, raccomanda la consuetudine di seppellire i defunti, rifacendosi all’esempio di Gesù che fu inumato. Affidare la salma alla terra ha un valore simbolico. La morte è considerata come un sonno, e la resurrezione come un risveglio. La polvere, poi, più che la cenere, ha un richiamo biblico: «Tornerai alla terra perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Genesi 3,19).

Tratto da: La morale, la fede e la ragione. Dialogo con don Antonio Sciortino sulla nuova Chiesa di papa Francesco di Giovanni Valentini – Imprimatur, 2013