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Death Café: un nuovo modo per superare la rimozione della morte?

di Davide Sisto

La scorsa primavera sono stato ospite, per la prima volta, di un Death Café. L’evento si è svolto nel centro storico di Genova, nel tardo pomeriggio e all’interno di una rinomata pasticceria locale. Insieme a un pubblico eterogeneo, composto da alcune decine di persone, ho dialogato per un paio di ore intorno al tema della morte nell’età digitale, con tè e pasticcini a rendere la conversazione più familiare.

I Death Café, arrivati in Italia da pochi anni, sono un evento pubblico non profit, inventato dal programmatore inglese Jon Underwood con l’obiettivo – chiaramente indicato nel sito web deathcafe.com – di rendere le persone consapevoli della propria mortalità all’interno di una cornice in grado di metterle a proprio agio: quindi, luoghi pubblici in cui accompagnare i propri pensieri sulla fine della vita con torte, pasticcini, caffè e tè.

Il primo Death Café risale al 2010 ed è stato tenuto a Parigi, per poi diffondersi in tutta Europa e negli Stati Uniti. Solitamente, vi è un facilitatore, che può essere un tanatologo, uno psicologo, un sociologo o un filosofo, che tira le fila del discorso e permette ai partecipanti di dare coerenza ai loro interventi, creando così un contesto in cui le riflessioni sulla morte non sono confuse né sfilacciate. Ma capitano anche situazioni di totale autogestione in cui il motivo della riuscita o del fallimento dell’incontro è la capacità dei partecipanti a organizzare i propri ragionamenti.

L’aspetto più interessante è la tipologia molto varia dei partecipanti: studenti universitari, anziani che hanno patito il lutto per il loro coniuge, figli che hanno perso da poco i propri genitori, persone che sono semplicemente curiose. Questo è il punto fondamentale: la curiosità di parlare di morte all’interno di una pasticceria.

La scelta strategica del luogo, che tiene distante l’austerità tipica dei classici centri in cui si svolgono le conferenze, è finalizzata a normalizzare un dialogo sulla morte. Rappresenta, in altre parole, un modo per prendere di petto la rimozione sociale e culturale che ha segnato il morire durante il secolo scorso e dimostrare che non c’è nulla di inusuale o di “alternativo” nel discutere insieme di questi temi in un contesto quotidiano in cui solitamente si parla di tutt’altro. Dopo un’iniziale timidezza, si rompe il ghiaccio e ciascuno racconta le proprie esperienze personali, le proprie paure, i propri rimpianti. La differenza di età dei partecipanti non è un problema, almeno per l’esperienza che ho avuto a Genova. Ciascuno riesce a porsi dal punto di vista altrui, anche perché sono il più delle volte simili le reazioni di fronte alla perdita di una persona amata o dinanzi alla consapevolezza che si è mortali. Alla fine, i partecipanti si sentono rilassati e tornano a casa con la stessa sensazione di chi è andato in palestra: si sono allenati a far rientrare nella propria vita ciò che, solitamente, si tiene alla larga e, per tale ragione, provoca enorme disagio psicologico.

Ora, non sono ovviamente convinto che bastino i Death Café a superare la rimozione. Occorre, infatti, agire in più luoghi della nostra società: sarebbe opportuno incrementare le lezioni di tanatologia all’interno delle Università e i corsi specializzati per gli infermieri e per i medici negli ospedali, quindi sviluppare percorsi educativi e pedagogici per i bambini, nonché aumentare le attività di sostegno per coloro che hanno patito un lutto. Ciò detto, quello dei Death Café è un buon modo per rendersi conto che c’è un problema e per provare, in modo semplice, ad affrontarlo affinché – un giorno, temo ancora lontano – non siano più necessari.

Sono fermamente convinto che sarebbe il caso di svilupparli e renderli capillari in tutta Italia, creando una rete che li trasformi in eventi capaci di coinvolgere tutti i cittadini, senza distinzioni di età, di nazionalità e di classe sociale. Lenendo la sofferenza che provoca un discorso sulla morte con un buon pasticcino al cioccolato.

articolo tratto da SIPUODIREMORTE.IT

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Elaborare il lutto grazie alla musicoterapia

Intervista di Alice Spiga, direttrice di SO.CREM Bologna a Ferdinando Suvini.

Nell’intervista a Ferdinando Suvini, musicista e musico-terapeuta, docente presso il Centro Studi Musica & Arte, approfondiamo il ruolo della musica nel processo di elaborazione del lutto.

Dott. Suvini, prima di entrare nel merito della musicoterapia, potrebbe spiegarci per quale motivo è così importante affrontare il lutto e tutti i sentimenti – il dolore, la nostalgia, la rabbia, il senso di perdita, di inutilità, ecc. – ad esso correlati?
«La premessa fondamentale è che se non si riesce a vivere l’esperienza del dolore della perdita, si perde anche l’amore. Quando si perde qualcuno a cui eravamo affettivamente legati, si corre il rischio di rimanere congelati nel rapporto con un oggetto idealizzato che, se da un lato impedisce l’esperienza del dolore e della sofferenza, dall’altro impedisce anche la fiducia e l’amore.
«L’idealizzazione ci tiene fuori del mondo reale, rende difficili tutti i rapporti e rafforza quindi il senso di solitudine. È dunque importante l’accettazione della perdita perché permette di recuperare l’oggetto amato – e perduto – attraverso una sofferenza che apre alla vita e alla creatività. Evitare il dolore, invece, non porta ad altro che all’impoverimento della propria vita emotiva e chiude quindi alla possibilità di vivere in modo pieno e creativo (Cancrini, 2002)».

Per quanto riguarda invece l’elaborazione del lutto, può segnalarci i tratti essenziali che costituiscono questo processo?
«Quando si parla di elaborazione del lutto, ci tengo a fare una distinzione importante. Nel lutto normale, infatti, il lavoro psichico procede attraverso immagini, sensazioni, memorie, affetti, pensieri e viene svolto dalla persona in stretta interdipendenza con l’ambiente; nel lutto patologico, invece, possono essere presenti aspetti di destrutturazione della personalità per tempi estremamente prolungati o apparire accentuate forme di difesa con fasi prolungate di rimozione o negazione.
«Nel contesto così delineato mi preme sottolineare l’importanza della nostalgia, che è espressione di una positiva elaborazione del lutto; tramite la relazione nostalgica, il soggetto è infatti in grado di recuperare aspetti del rapporto con l’oggetto, conservandoli e allo stesso tempo accettandone la perdita, per quanto dolorosa essa sia.»

La nostalgia ha quindi un ruolo centrale nell’elaborazione del lutto e nella musicoterapia?
«Sì, certamente, ma non bisogna fraintendere. Con il termine “nostalgia” qui non s’intende il rimanere incollati passivamente ai ricordi, ma attingere ad essi attivamente, così da far emergere un nuovo senso della realtà.
«La nostalgia è quindi da considerare per l’essere umano prevalentemente una risorsa. È un modo positivo di afferrare il senso della caducità della vita che, come affermava Freud, non rende un fiore meno bello per il solo fatto che sia presto destinata a sfiorire. La nostalgia espressa nell’opera d’arte è tutta in questo sentimento della bellezza della vita, che sa conservarsi nonostante sia destinata a terminare a causa della sua caducità.
«Il riferimento a un’esperienza può aiutare a comprendere il processo al quale mi riferisco. Nelle sedute di musicoterapia può essere proposto a un paziente di portare una musica personale, riferita a un momento vissuto con la persona perduta. L’ascolto condiviso con il gruppo apre nella persona stessa la possibilità di contattare sensazioni, emozioni, ricordi, pensieri e fantasie che forse in nessun altro modo avrebbero potuto emergere con tale forza e intensità.

«La restituzione e la successiva elaborazione dei temi emersi attraverso improvvisazioni a tema, improvvisazioni in coppia o improvvisazioni del gruppo possono favorire l’approfondimento e la elaborazione di contenuti e vissuti. L’esperienza non è qui riferita alla musica in sé, ma alla relazione tra le persone e la musica. Questo processo attiva un rapporto profondo e intenso con la dimensione nostalgica. In questo senso l’esperienza è per il paziente nello stesso momento estremamente vivida, piacevole e intensamente dolorosa.»

Nell’esperienza da lei citata emerge l’importanza del gruppo nell’elaborazione del lutto, quale ruolo può assumere in questo processo?
«Il gruppo ha una funzione di comprensione, condivisione e contenimento nei confronti del paziente. La coesione del gruppo, il senso di appartenenza, il legame reciproco di fiducia e la possibilità di condividere esperienze emotive personali sono strettamente correlati a un alleviamento delle proprie condizioni di sofferenza.
«Il gruppo permette anche di esprimersi a livello emotivo, che è considerato uno dei fattori terapeutici fondamentali sul piano intrapersonale e interpersonale: i pazienti sperimentano un senso di accettazione, comprensione e protezione, creando una molteplicità relazionale.»

Nel contesto delineato fino a questo momento, come si inserisce la musicoterapia e come può essere d’aiuto nell’elaborazione del lutto?
«L’arte in generale contiene in sé una potenzialità integrativa e riparatrice; è stimolo alla conoscenza e alla comprensione di sé e dell’altro. Attraverso la musica, l’arte, la letteratura sono evocate emozioni, pensieri e fantasie inconsce non altrimenti contattabili o dicibili. La forma artistica viene infatti indicata come via privilegiata alla comunicazione di esperienze attraverso una dimensione pre-logica, prelinguistica e pre-verbale.
«Nelle sedute di musicoterapia quello che conta è aprire una finestra sull’inconscio senza intenzione di guidare o di incanalare le pulsioni del fruitore in una o in altra direzione; e questo compito è affidato al musico-terapeuta. La terapia musicale è prevalentemente basata sull’ascolto, dove ascoltare significa sospendere l’azione e privilegiare una posizione recettiva di osservatore, significa essere ascoltati ed essere compresi.
«L’ascolto presuppone un silenzio esterno e soprattutto un silenzio interno. Le sedute di musicoterapia nell’ambito della elaborazione del lutto creano una integrazione dinamica tra corpo, voce, suono, musica e parola. Oggetto del nostro ascolto può essere la corporeità nelle sue diverse manifestazioni. Il musico-terapeuta ascolta il corpo del paziente ascoltando il proprio corpo, ascoltando come la presenza del paziente modifica la sua percezione corporea e il suo mondo interno affettivo ed emotivo.
«Ruolo fondamentale è rivestito dal rapporto empatico, inteso sia come capacità di sperimentare internamente emozioni e stati d’animo sperimentati dal paziente sia come condivisione emotiva. Condivisione e immedesimazione vengono seguiti da un momento di distanziamento riflessivo, che permette di oscillare tra identificazione e controllo.

«Per questo, come accennato in precedenza, nel processo di elaborazione del lutto tramite musicoterapia, si rivela indispensabile il silenzio. La musica, per esistere, ha bisogno di pause. Nasce dalle pause. Si tratta di un silenzio che segna un confine, che argina il troppo, che cancella il rumore.

«Ma il silenzio va oltre a questo: se si supera la paura del nulla che il silenzio richiama, se non si ha orrore di riconoscere quel vuoto che ci si affretta a riempire e lo si lascia agire, si può infatti trovare la strada verso un’apertura, nuovi orizzonti di senso, un gioco di pieni e di vuoti, un movimento verso ciò che non può essere espresso. Non soltanto quindi il silenzio in se stesso, ma silenzio come movimento, come viaggio verso qualcosa: movimento che scava silenzio intorno ai suoni, che trova il silenzio all’interno del suono. Un divenire silenti e scoprire l’ascolto (Rovatti, 1992).


«In questo silenzio nutrito dai corpi, dai suoni, dalla musica e dalle parole nasce, poco alla volta, uno spazio dedicato ai principali bisogni e desideri delle persone che partecipano ai gruppi di elaborazione del lutto: protezione, fiducia, appartenenza, rispetto e condivisione. Il silenzio offre l’opportunità di dare voce e parole a chi, immerso nel dolore immenso e non consolabile che appartiene al percorso esistenziale dell’essere umano, prova a trovare un senso per la propria esistenza ferita».

 

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Cimiteri virtuali una nuova forma di ritualità

Innovativi e futuristi sono gli attuali percorsi tecnologici e le diverse forme che permettono, attraverso l’utilizzo di specifici canali, l’inserimento del “sacro” e dei “rituali funebri” in molti aspetti della vita quotidiana.

In tal senso trovano identità i “cimiteri virtuali” che esprimono un modo nuovo di dare forma alla ritualità, condivisa e partecipata dalle comunità che navigano all’interno della rete, dove vi è l’opportunità, in siti dedicati, di seppellire e di commemorare persone, animali o addirittura oggetti dei defunti.

Per coloro che non ne hanno mai visitato uno la rappresentazione può risultare improbabile o addirittura stravagante: a differenza di quelli reali i “nuovi cimiteri creati dall’informatica” non si deteriorano con il trascorrere del tempo e possono essere visitati facilmente da chiunque e da qualsiasi punto del mondo.
Accedere ad un cimitero virtuale è molto semplice, senza necessità di alcuna procedura burocratica e tanto meno di alcun certificato medico: l’unica e imprescindibile condizione è quella della perdita del soggetto.

Ciò vale sia per il normale visitatore, sia per chi invece desidera iscrivere solo virtualmente un congiunto o un amico.

La funzione più diretta ed evidente è quella di esprimere la celebrazione di un rituale di sepoltura o di commemorazione. Come nel cimitero reale così in quello virtuale si celebra la morte di un individuo attraverso l’omaggio alla sua memoria.

Nel cimitero virtuale possono essere rese disponibili differenti informazioni sul caro estinto. Se nella realtà le pietre tombali, per evidenti limiti di spazio, riportano solo la data di nascita e di morte con una fotografia e con qualche breve nota sulla vita o sulla personalità del defunto, nel cimitero virtuale invece si costruisce una memoria del defunto ricca di notizie aggiuntive, sempre disponibile e inattaccabile.

Questa modalità corrisponde alla commemorazione, formalmente intesa come l’insieme di tutte le celebrazioni successive a quella del rituale di sepoltura, assumendo per coloro che, utilizzano tali servizi cimiteriali, lo stesso significato e  lo stesso valore di quella compiuta nella realtà.