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A chi segue questo blog da un certo numero di anni, sarà familiare il concetto di crisi rituale: da diversi decenni, nel nostro Paese (ma non solo) siamo di fronte a un diffuso disagio. Più volte abbiamo notato, prima della pandemia, come i riti della tradizione cattolica, in un mondo molto secolarizzato, abbiano perso l’efficacia e il potere consolatorio che avevano in passato, quando la preoccupazione per la vita ultraterrena era più rilevante. Viceversa, si è sentita molto l’esigenza di commemorare in modo più personale coloro che ci hanno lasciati, ricordando il loro ruolo, i loro affetti, il loro lascito, il loro contributo alla vita terrena.

Alcuni parroci hanno accolto questa istanza dei parenti, alcuni crematori hanno costruito cerimonie laiche, e il profilo di una nuova figura professionale, il cerimoniere, comincia a farsi strada. In tutto questo, una sottile vena antiritualista si era comunque infiltrata nelle menti dei nostri contemporanei, soprattutto relativamente all’usanza di recarsi al cimitero. «Preferisco ricordarlo com’era in vita» è una frase frequentemente ascoltata nelle interviste su questi temi, e si è parlato di una memoria della mente e del cuore.

La nostra non è certamente la prima crisi rituale della storia europea. Una molto più violenta si è avuta alla fine del Settecento, quando lo spostamento dei cimiteri fuori le mura per la scelta igienista di alcuni sovrani illuminati aveva impedito a chi aveva perduto un congiunto di seguire il feretro fino alla sepoltura. In quel periodo, inoltre, la nascita dell’individuo moderno aveva messo in crisi la prassi della fossa comune. Fu Napoleone a dare una spinta importante per la risoluzione della crisi funebre, istituendo la sepoltura individuale e dando origine ai cimiteri monumentali.

Ora, che cosa sta accadendo durante l’epidemia di Covid-19? Il divieto, per mantenere il distanziamento sociale, di celebrare riti funebri e di recarsi al cimitero ha avuto un impatto fortissimo sui cittadini italiani. Unito all’impossibilità di accompagnare i propri cari alla fine della vita, ha determinato sovente dei lutti pieni di rabbia e disperazione, che ci inducono a ripensare il panorama funebre contemporaneo alla luce del Covid -19.

La prima osservazione da fare riguarda la sottovalutazione dell’importanza del rito funebre che è stata fatta. Occorre ricomprendere l’insostituibile funzione del rito. Il rito lenisce la ferita che la morte infligge nel corpo sociale, ribadendo che la vita può continuare nonostante la morte; il rito mette ordine, laddove la morte minaccia la vita in quanto irruzione in essa del caos; il rito ci ricorda che la morte di un membro della società è un evento sociale, non un avvenimento individuale o familiare che si vive in solitudine; il rito assegna una collocazione al defunto (qualunque sia questa collocazione, tra gli antenati, in un altro mondo, o nel ricordo di chi l’ha conosciuto); il rito ci permette di smaltire il corpo morto, ma senza venir meno alla consapevolezza che quel corpo è stato persona, ancora presente nella mente dei suoi cari. Il rito, infine, dà origine al periodo del lutto, legittimandolo.
E accanto al rito occorrono luoghi funebri accoglienti, rassicuranti, pieni di bellezza (un tema, anche questo, che abbiamo trattato e che tratteremo in futuro)

E’ quindi più chiaro perché la mancanza di un rito funebre e l’impossibilità di recarsi al cimitero abbia sconvolto il rapporto con la morte dei nostri connazionali. Forse l’impatto del dolore senza nome che è entrato nelle famiglie in lutto è stato sottovalutato dalle autorità chiamate a stabilire le regole in questo terribile momento di pandemia. Forse si sarebbe potuto cercare di trovare un modo per non cancellare i riti funebri. E tuttavia, del senno del poi…

La prima considerazione che viene in mente è che il Covid – 19 abbia acceso la luce sul bisogno di riti che abbiamo. E forse potrebbe essere questa dolorosa contingenza a spingerci a modificare i nostri riti per renderli più efficaci, più adeguati ai bisogni contemporanei. Senza lasciarci trascinare dalle mode, dalla dimensione “inventiva” e creativa, in cui ciascuno costruisce il proprio addio da bricoleur.
Restando ancorati a ciò che ha una storia e radici nella coscienza collettiva, religioso o laico che sia, occorre dare spazio alla dimensione personale e individuale. Nella nostra cultura la visione dell’individuo come un unicum è molto forte, e nel commiato c’è bisogno di raccontare chi è stata la persona che è morta, cosa ha realizzato nella vita, se ha saputo amare, quale lascito etico e affettivo ci consegna.

E proprio ragionando su questa esigenza, si può riflettere a cosa si può fare per lenire il dolore di coloro che non hanno potuto celebrare riti funebri.

Ci vorrà una grande cerimonia collettiva, è indubbio. Mantenendo le debite differenze, qualcosa di simile a ciò che è stato fatto dopo la Prima guerra mondiale, con la celebrazione del milite ignoto. Tuttavia, non solo grazie a Dio non siamo in guerra, ma conosciamo i nomi di coloro che sono morti. Dovremo pronunciarli, questi nomi. Mi viene in mente a Gerusalemme, a Yad Vashem, l’edificio che conserva la memoria dei bambini morti nella Shoah. Si entra in una camera oscura attraverso un cunicolo che ci fa sprofondare nella terra, la stanza è fiocamente illuminata da lumini che si accendono nell’oscurità, e per ventiquattro ore al giorno una registrazione pronuncia i nomi dei bambini uccisi: il nome, il paese di provenienza, l’età. Si esce con un’emozione travolgente. La forza dei nomi. La pandemia non ha nulla a che fare con la Shoah, ma dovremo ricordarci la forza commemorativa del pronunciare i nomi.

Inoltre, accanto a una grande cerimonia commemorativa, ci vorranno tante piccole occasioni locali di condivisione della memoria. Alcune istituzioni, come l’associazione Maria Bianchi, ne stanno già proponendo alcune, che potete leggere qui, anche per organizzarne e immaginarne altre, in altri luoghi del Paese, soprattutto i più colpiti dal Covid-19.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

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IL FUNERALE CINESE

Quando un cinese muore il corpo viene cremato e le ceneri conservate in una urna (“gu hui xian”) che, di solito, è tenuta fino al giorno delle esequie (“zang li”) in una cella chiusa a chiave all’interno della funeral home.

La preparazione al funerale include la manifattura di piccoli quadrati di argento e di pezzetti di carta gialla poco più grandi ripiegati a forma di barca (“xi bo”) che rappresentano il denaro: in tempi antichi all’oro puro veniva data questa forma e veniva usato come moneta.

Le tombe (“mu bei”) sono lastre di marmo alte circa un metro e mezzo e sono decorate con caratteri rossi e dorati che indicano il nome e la data di morte. Spesso si può trovare una nicchia ovale intarsiata nella roccia, contenente una foto del defunto. Molti sepolcri contengono due foto in quanto rappresentano due anime e hanno due lastre orizzontali (“mu xue”) ai loro piedi. La tomba è costituita da una lastra verticale di marmo posta dietro una piattaforma orizzontale in granito o in marmo in cui è scavata un’apertura abbastanza grande per contenere l’urna. Lo spazio acquistato è approssimativamente un quadrato dal lato di un metro e mezzo. Le piccole strutture sono uguali per tutti, disposte in lunghe file e separate solo da un cammino di cemento di un metro di larghezza. Tutto è in superficie.

Durante il funerale la famiglia si raduna davanti al luogo della sepoltura, mentre un congiunto spara dei razzi (in numero dispari, di solito tre) che volano ad una altezza di sei metri e poi esplodono con uno scoppio rumoroso di buon auspicio per il defunto. I partecipanti al rito sollevano il coperchio marmoreo della tomba e mettono al suo interno gli xi bo gialli a cui viene poi dato fuoco. I familiari continuano ad alimentare il fuoco con altri xi bo: attraverso questo atto essi donano denaro al defunto affinché abbia mezzi di sostentamento nell’aldilà. Una volta estinto il fuoco, quando tutti gli xi bo sono stati consumati, viene messa una polvere bianca sopra le ceneri per colmare il dislivello del buco.
L’urna viene quindi rimossa dal piedistallo e avvolta in un panno rosso utile a mantenere all’interno lo spirito del defunto, senza farlo uscire, e poi inserita in un contenitore di plastica il cui coperchio viene chiuso ermeticamente o incollato dopo aver riempito gli spazi vuoti con monete o con banconote. Dopo questa fase il maestro di Feng Shui, con l’uso di un compasso, esegue le appropriate valutazioni per verificare che la tomba sia rivolta nella giusta direzione in modo che il defunto abbia fortuna nell’aldilà. Quindi viene temporaneamente posto sopra l’apertura un coperchio di marmo sul quale i familiari depongono alcune pietanze: pesce e carni, pere, arance, funghi, dolci, riso; si apre una bottiglia di vino che viene versato in un bicchiere e messo insieme alle pietanze, si apparecchia un coperto e si accendono candele e incenso davanti al cibo. Dopo, si dà fuoco ai quadratini d’argento ed al resto degli xi bo di carta gialla.

Quando tutti gli xi bo sono stati bruciati, il cibo viene rimosso, si ripone il coperchio e si procede alla chiusura sigillando l’apertura con della calce. Nel frattempo si accendono altri minirazzi per augurare buona fortuna al defunto, ai suoi familiari e agli amici. Una parte del cibo viene lasciata sulla tomba, il resto è riportato a casa. I fiori e le fotografie vengono riordinati. Prima della partenza vengono lanciati in aria altri razzi e, al momento del congedo, nel parcheggio vengono bruciati pezzetti di giornale, ed ognuno dei partecipanti deve calpestare le fiamme due o tre volte, in modo da scoraggiare gli spiriti maligni. L’ultimo gesto è il lavaggio delle mani dei vivi, emblema del fatto che non sono più responsabili del benessere economico del defunto: ciò che guadagneranno da quel momento sarà per il loro esclusivo godimento.
Una volta rientrati dal cimitero, il cibo avanzato diventa parte del pasto della famiglia e tutti devono servirsi delle pietanze in segno di buon auspicio. Identici riti verranno ripetuti durante la commemorazione del defunto (“ji shi”) che avviene due o quattro volte l’anno, in prossimità dei cambi di stagione.

IDA SALVITTO
OLTREMAGAZINE

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MORTE E CULTURA FUNERARIA IN CINA

Mentre nella cultura tradizionale esistevano rituali ben precisi per il rito della sepoltura, la Cina moderna sta adottando nuovi modi per affrontare efficacemente il problema. In alcuni villaggi persiste l’usanza di porre le urne nelle foreste o comunque nei pressi di alberi specifici; anche i cimiteri di importanti città come Pechino iniziano ad offrire diversi servizi di sepoltura, tra cui quelle in mare o sotto un albero, sostenute da coloro i quali credono che, così, il defunto venga ricondotto alla natura in maniera sostenibile per l’ambiente. Il cipresso e la magnolia denudata sono tra gli alberi più richiesti.

In passato, specialmente nelle aree rurali, molti preferivano la sepoltura in una tomba: un funerale sfarzoso era un vanto per il prestigio della famiglia. Ma attraverso i secoli ci si rese conto che il posizionamento “irrazionale” delle tombe rendeva impossibile l’uso di preziosa terra coltivabile, con pesanti conseguenze economiche e fisiche per il suolo.

In realtà il governo cinese si accorse di questo problema almeno mezzo secolo fa. Alcuni documenti del Ministero degli Affari Civili dimostrano che già nel 1956 Mao Zedong e altri 150 funzionari firmarono una proposta per incentivare la pratica della cremazione in un paese in cui la maggior parte della popolazione viveva ancora nelle campagne. A partire dal 1978, quando la Cina varò le riforme, le autorità lanciarono una campagna volta ad una ulteriore sensibilizzazione. Con risultati eccellenti.

Già nel 1995 il 34% della popolazione aveva scelto l’incinerazione per i propri cari defunti, risparmiando così ingenti somme. Nel 1997 il Consiglio di Stato ha pubblicato la “Provision on the Administration of Burial”, che ha portato la gestione dei funerali sotto il controllo della legge e che ha rinforzato i poteri di controllo sull’interramento. La popolazione è stata invitata a prediligere metodi più sostenibili per l’ambiente.
Oggi più di 20 province e municipalità incoraggiano i residenti ad adottare la sepoltura delle ceneri in mare o sotto gli alberi.

Più di cento milioni di vecchie tombe sparse nei campi di grano o lungo le strade e le ferrovie sono state eliminate, con il risultato di recuperare 6,7 milioni di ettari di terra coltivabile.

Le statistiche mostrano che, alla fine del 2000, la percentuale di cinesi che aveva scelto la cremazione era del 46% contro il 14,5% del 1982.
I costi della sepoltura presso alberi sono fissati su cifre che oscillano fra i 400 e i 1000 rmb (da 40 a 100 euro circa), così che anche le famiglie a basso reddito possano permetterselo.
In alcune aree rurali e remote, dove i residenti continuano ad utilizzare le tombe tradizionali, le autorità locali hanno cercato di trovare soluzioni idonee optando per seppellire la salma in profondità, senza alcuna costruzione in superficie.
Recentemente anche la Regione Autonoma del Tibet ha aperto il suo primo crematorio.

Per decenni i Tibetani hanno creduto che solo le persone cattive dovessero essere bruciate, mentre le anime buone sarebbero state assunte in cielo tramite “sepoltura celeste”, attuata esponendo il corpo del defunto agli avvoltoi, oppure tramite “sepoltura in acqua”, gettando il corpo in un fiume.

IDA SALVITTO
OLTREMAGAZINE

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Credenze e riti tradizionali del Madagascar

Nonostante la varietà etnica e la storica suddivisione in clan dei popoli malgasci, le credenze e i riti tradizionali del Madagascar comprendono un nucleo comune che si ritrova in tutte le culture delle diverse regioni. Questa sostanziale unità (che si manifesta in modo simile anche sul piano linguistico) è il prodotto di numerosi processi di unificazione totale o quasi totale succedutisi nei secoli (soprattutto a opera dei Sakalava e dei Merina).
La religione tradizionale malgascia è ancora piuttosto diffusa, e predomina sulle religioni “importate” (Cristianesimo, Islam e religioni asiatiche).

Culto degli antenati

Sebbene le religioni malgasce identifichino un dio-creatore in Andriamanitra o Andriananahary, il culto più diffuso è quello rivolto agli antenati, o Razana. Gli antenati sono potenti e la loro protezione è necessaria ai vivi sia sul piano spirituale che materiale. Le disgrazie, le sfortune e le malattie sono in genere concepite come il risultato di inadempimenti nei confronti degli antenati, o come punizioni inflitte dagli antenati a chi si comporta in modo disonerovole (per esempio infrangendo un tabù). Gli antenati vengono invocati anche per avere protezione quando si dà inizio a un’impresa importante, come un matrimonio o la costruzione di una casa. Persino il volo inaugurale del primo Boeing 747 della Air Madagascar fu accompagnato da un sacrificio di zebù volto a proteggere l’aereo e i passeggeri.

Funerali

La morte rappresenta il passaggio dalla vita alla condizione semi-divina dei Razana, ed è accompagnata ovunque da una complessa ritualità, variabile di regione in regione. I Merina degli altopiani centrali avvolgono il defunto in un sudario di seta, e per qualche tempo riceve le visite dei parenti; in seguito, viene trasportato alla tomba. In genere, il tragitto verso la tomba include un’ultima visita ai luoghi cari al defunto. I Mahafaly e gli Antandroy danzano mentre trasportano il defunto, scuotendo la bara, e il funerale è accompagnato dal sacrificio di un certo numero di zebù (in funzione dell’importanza del morto). La cerimonia si protrae per diversi giorni e diverse notte, con danze e canti, e si conclude con un pasto in cui si mangia la carne dei bovini sacrificati; le corna invece sono in genere deposte su un monumento in onore del defunto.

Famadihana, la cerimonia del disseppellimento

disseppellimento-madagascarAl momento del decesso e del seppellimento, un Mpanandro (una sorta di astrologo) determina la data e l’ora in cui dovrà svolgersi la famadihana, ovvero il disseppelimento rituale. In genere, questo rito ha luogo molti anni dopo il decesso. Il corpo viene riesumato e portato in processione, accompagnato da canti, musica e scherzi. Si fanno regali al morto, lo si avvolge in un sudario nuovo, e gli si fa fare sette volte il giro della tomba. Nuovamente, come al funerale, si sacrificano zebù e i partecipanti alla cerimonia ne mangiano insieme la carne.

Ombiasy e Mpamosavy, gli stregoni

ombiasyGli Ombiasy sono una sorta di sciamani con un duplice ruolo. Da una parte, sono guaritori e conoscitori delle proprietà medicamentose delle erbe. Dall’altra, sono capaci di entrare in contatto con gli antenati e di comunicare ai vivi la loro parola. In virtù di questa capacità, gli Ombiasy svolgono un ruolo importantissimo anche nella vita politica e sociale dei malgasci.
Gli Ombiasy sono anche capaci di creare talismani, detti ody, che possono procurare ricchezza, potere, o successo in amore.
Una categoria affine è quella degli Mpamosavy, stregoni che utilizzano la magia con fini malvagi.

Fady e fomba, le leggi degli antenati

La parola fady si riferisce a divieti che gli antenati impongono ai vivi. Alcuni di questi “tabù” si applicano a tutti, altri solo a certe categorie di persone (per esempio le donne o i membri di un certo clan), altri ancora riguardano una persona in particolare.
La parola fomba si riferisce invece a determinati obblighi, come quello di versare qualche goccia per terra prima di bere alcolici. I fomba sono in genere usanze tradizionali, anche in questo caso attribuite agli antenati, che devono essere osservate per non incorrere nella loro punizione.

tratto da Wikipedia

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The Sulawesi Island

Le esequie dei Toraja

Uno dei gruppi etnici più interessanti e affascinanti del mondo che vive nelle Sulawesi Meridionali (Indonesia) . Una tribù, che nonostante il progresso, riesce ancora oggi a mantenere le proprie tradizioni intatte come ad esempio il loro rituale più importante e cioè il “funerale”. Un rituale incredibile e che attira migliaia di visitatori da ogni angolo del pianeta. Stiamo parlando dei “toraja”.

Toraja è il nome che fu attribuito alla popolazione che viveva nei remoti altopiani nel sud delle Sulawesi. Questa popolazione, che ha vissuto per anni nell’isolamento totale, ha mantenuto le antiche tradizioni del culto animista ‘Aluk To Dolo’ che consiste nella venerazione degli antenati e nella pratica di alcuni rituali.

Secondo il culto Aluk To Dolo, l’universo è diviso in mondo sotterraneo o dei morti, mondo superiore o paradiso e mondo terrestre abitato dall’uomo.

Nella cultura Toraja, il rito funebre è l’evento più elaborato e più costoso di tutti e viene fatto per assicurarsi che l’anima del defunto raggiunga la terra di Puya (la terra delle anime o aldilà) situata da qualche parte negli altopiani a sudovest di Toraja.Una volta raggiunta Puya, l’anima può continuare a svolgere una vita normale, simile a quella precedente, avvalendosi dei beni offerti durante il funerale oppure continuare il viaggio nel mondo superiore dove diventerà divinità. Le anime sfortunate che non riescono a raggiungere Puya, magari perchè la famiglia non è riuscita a celebrare il funerale, diventeranno ‘Bombo’, e cioe’ degli spiriti cattivi che minacciano gli abitanti del mondo terrestre.

Le cerimonie funebri svolgono quindi un ruolo fondamentale nella società Toraja, per mantenere l’armonia dei tre mondi.

Oltre ai Bombo (coloro che sono morti senza funerale), ci sono altri spiriti cattivi che risiedono negli alberi, nelle pietre, nelle montagne e nelle sorgenti. I ‘Batitong’ sono spiriti terrificanti che mangiano lo stomaco delle persone addormentate, i ‘Po’pok’ volano di notte e i ‘Paragusi’ vagano nella foresta e si trasformano in lupi mannari.Una leggenda dice che i Toraja erano dei navigatori provenienti dalla Cambogia, che furono costretti ad approdare sulle coste delle Sulawesi durante una tempesta in mare. Non trovando nessun rifugio e non potendo tornare indietro perchè le barche erano danneggiate, le hanno utilizzate per costruire il tetto delle loro case.

Fino all’arrivo dei missionari e dei coloni Olandesi, i Toraja hanno vissuto nell’isolamento quasi totale ed erano ritenuti una delle tribù più feroci e selvagge di tutta l’Indonesia. Con l’arrivo dei missionari, fu introdotta la coltivazione del caffè, che segnò un passo importante nel processo di modernizzazione dei Toraja, che dai villaggi fortificati sulle montagne, si spostarono nelle zone pianeggianti per praticare l’agricoltura. Questo portò anche dei cambiamenti nel loro culto.Alcuni rituali come quello in cui venivano offerte teste umane durante il funerale furono proibiti. Anticamente la famiglia che organizzava il rito funebre, commissionava alcuni individui coraggiosi per andare a caccia di teste umane.

I cacciatori lasciavano il villaggio in piena notte e ritornavano all’alba con le teste mozzate che venivano consegnate al capo villaggio, che le conservava fino al giorno della purificazione. Durante la purificazione, il teschio veniva bollito e la carne rimossa. Probabilmente la carne veniva offerta agli invitati mentre il brodo di cottura spettava ai tagliatori di teste che lo bevevano mischiato al vino di palma. Il teschio veniva poi decorato con ornamenti dorati, foglie e penne di volatili.
I missionari proibirono questo rituale e imposero ai Toraja di sostituire i sacrifici umani con quelli di bufali e maiali.
Ulteriori cambiamenti avvennero con l’occupazione Giapponese durante la seconda guerra mondiale e con l’indipendenza dell’Indonesia nel 1949.
Al giorno d’oggi, nonostante la diffusione del Cristianesimo e dell’Islam, i rituali vengono ancora praticati anche se vengono mischiati con elementi della religione monoteista.
Il rito funebre dei Toraja
A Tana Toraja la morte è vista come un processo graduale, piuttosto che un evento improvviso. Una persona deceduta non viene definita morta ma ‘addormentata’ e muore ufficialmente nel momento in cui viene fatto il rituale funebre. Nella maggior parte dei casi, il rito funebre viene fatto dopo alcuni mesi o anni dalla morte effettiva. Questo dipende dallo stato sociale della famiglia e quanto impiega per mettere insieme i soldi necessari per fare un rituale sontuoso. Nel frattempo il corpo del defunto viene mummificato con la formaldeide e conservato nella casa natale.

Una volta che inizia il rito funebre il corpo viene portato fuori di casa e il suo spirito si trasforma in un’ombra nera. Nel momento in cui vengono sacrificati i bufali o maiali, l’ombra nera viene guidata fuori dal corpo e indirizzata nel regno di Puya.

Il corpo del defunto, viene lasciato nella tomba di famiglia insieme a gioielli e altri beni materiali importanti, che hanno segnato la vita della persona deceduta. Le tombe si trovano su una rupe inaccessibile e sono provviste di un piccolo balcone scavato nella roccia dove vengono poste delle statuette di legno tau che rappresentano la persona deceduta.

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FILOSOFIA DELLA CREMAZIONE

La cremazione è un rito antichissimo, ma è ragionevole pensare che le motivazioni che ne sostengono l’idea non si siano poi così tanto modificate nel tempo.

Ognuno, ovviamente, ha le proprie trattandosi di una scelta intimistica: ma volendo provare ad identificare quelle che ci appaiono più ricorrenti potremmo dire che la cremazione è scelta perché:
• si vuole evitare il lento processo biologico degenerativo della decomposizione;
• per motivi igienici, civici od estetici;
• c’è sempre una atavica incontrollabile paura di essere sepolti vivi;
• non piace o viene addirittura rifiutato il culto dei cimiteri e dei sepolcri come inteso oggi con tanto carico di conformismo;
• si vuole diversità anche nella morte e dopo di essa;
• la cremazione si propone con valori di nobiltà che aiutano le persone a prepararsi meglio alla perdita di chi si ama ed al proprio trapasso.
Quando poi alla cremazione segue la dispersione delle ceneri, si vedono emergere altri valori:
• il rifiuto totale del cimitero e del suo carico ,a volte cupo, di tradizioni
• il desiderio di un ultimo definitivo segno d’affetto (farsi disperdere in un luogo legato a cari ricordi) o estetico (luoghi di grande bellezza naturale o di suggestione storica)
• l’aspirazione di tipo metafisico ad un ricongiungimento globalizzante con la natura (la dispersione nel vento…)

Nel romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, di Milan Kundera, la protagonista chiede di essere cremata e poi le ceneri disperse per morire “sotto il segno della leggerezza” e non, come i suoi amici inumati, sotto il segno della pesantezza. L’Autore Kundera commenta: “Essa sarà più leggera dell’aria dato che, come insegna Parmenide – filosofo greco del V secolo a.c. – il fuoco è la trasformazione del negativo in positivo”.

ARTICOLO TRATTO DA : www.socremmilano.it

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Il compito di essere mortali 

di DAVIDE SISTO

Nonostante siano ormai diversi anni che si discute degli effetti negativi della rimozione della morte all’interno della società occidentale e, in particolare, sul rapporto medico-paziente, constatiamo tutti quanti – quotidianamente – le difficoltà spesso insormontabili con cui si scontra il medico quando deve prendersi cura dei malati terminali, deve sostenere le loro molteplici fragilità ed eludere – al tempo stesso – il rischio di considerarli semplicemente problemi clinici da risolvere. A dimostrazione di queste difficoltà è il grande successo editoriale di libri scritti da medici, i quali con l’esperienza clinica acquisita sottolineano quanto la società sia ancora oggi incapace di fare i conti con la morte, di accettare la morte come parte integrante della vita, quindi di riconoscere che non c’è nessuna guerra in corso tra il medico e la morte. Pensiamo, per esempio, al recente bellissimo libro del chirurgo statunitense di origine indiana Atul Gawande, Essere mortale. Come scegliere la propria vita fino in fondo , che ha creato notevole dibattito pubblico.

Le “armi” farmacologiche del medico, la sua “divisa” bianca color latte, le sue “negoziazioni” con il paziente sono strumenti con cui egli mira a fare tutto il possibile e tutto il necessario, non strumenti con cui guerreggiare eroicamente contro un nemico nero armato di falce, che dall’esterno entra nella vita delle persone per distruggerla. Passano gli anni, si disquisisce utopicamente di immortalità e di superamento dell’invecchiamento, ma non si riesce ancora a prendere coscienza che, prima o poi, la vita di ogni singolo individuo è destinata a finire, per quanto ciò ci faccia soffrire e ci sembri ingiusto, e che il medico – proprio per tale ragione – ha possibilità d’intervento limitate.

Non scendere a patti con la morte e non accettarne il ruolo all’interno della vita comportano, tra le tante conseguenze, la solitudine del morente, per citare il celeberrimo libro di Norbert Elias. E questa solitudine è il risultato della somma della negazione della morte con le caratteristiche che ha assunto la vita quotidiana. Noi siamo lì, sempre a correre avanti e indietro, sopraffatti da un lavoro (precario, quando non addirittura assente) che non ha orari né pause, insoddisfatti di noi stessi in quanto non ci sentiamo mai all’altezza delle aspettative altrui (il mito malato della performance), spesso ossessionati dal bisogno di oggetti materiali. Questa corsa furiosa, all’interno di una vita a cui non prestiamo veramente attenzione e che ci pare infinita, non collima con i tempi rallentati di chi, per malattia o per vecchiaia, sta concludendo il proprio percorso. Costui vive in una dimensione ovattata e a parte. Nessuno potrà mai indossare completamente i panni psicofisici di chi sente di essere gravemente malato e quindi di poter morire da un momento all’altro (vi ricordate l’esempio classico di Ivan Il’ic nel romanzo di Tolstoj?), ma non è lecito che il contesto sociale che abbiamo, pian piano, plasmato ultimamente renda il nostro rapporto con lui vuoto e autistico. “Vorrei dedicargli del tempo, ma ho la scadenza da rispettare e il fiato del capo sul collo”, “ma poi che imbarazzo! che cosa gli dico? Faccio finta di niente? Ma non è che se faccio finta di niente non lo rispetto?”, “E perché il medico non fa qualcosa di più? È pagato profumatamente per guarirlo!”

Sia nei casi in cui il benessere economico garantisce un’assistenza sanitaria dignitosa sia in quelli in cui bisogna arrangiarsi con i pochi soldi a disposizione, il morente – il più delle volte separato dalla società in strutture mediche asettiche e prive di calore umano – è sospeso in un limbo dominato dall’imbarazzo, dalla sofferenza, dall’incapacità di affrontare questa situazione. E a ciò si aggiunge il risentimento – anche inconscio – per colui che non è in grado di guarirlo. E, infine, una volta deceduto, ecco il naturale rimpianto perché “in fondo non ho fatto e non ho detto tutto quello che avrei voluto fare e dire”. Il menzionato Gawande, quando descrive la storia dei suoi pazienti, intrappolati tra la negazione della morte e la solitudine sociale, ricorda la vita dei suoi nonni in India, i cui ultimi anni venivano protetti dall’intera famiglia. Si creava una sorta di nido protettivo in cui far sentire il malato a suo agio, circondato dall’affetto e dall’amore dei suoi cari.

Certo, non è per niente facile riuscire a realizzare la stessa situazione, ora, in Occidente. Però dei passi in avanti si possono compiere. Si può proprio cominciare dal significato proprio di “essere mortale”. Si può, cioè, spingere la società nella direzione di un’educazione, guidata da tutti gli specialisti sia nei campi medici sia in quelli umanistici e svolta fin dall’età infantile, a capire che cosa significhi veramente essere mortali. Io sono mortale nel senso che ogni giorno che vivo è prezioso, perché non ne ho a disposizione un numero infinito. Io sono mortale perché la mia vita – che mi piaccia o no – è fatta così; ha un inizio ma anche una fine. Dunque, io per primo devo essere pronto al mio destino. Questo non significa che devo pensare di poter morire in ogni singolo istante. Significa semplicemente che devo vivere sapendo che non mi è dovuta una vita infinita. E questo vale per me e per tutti quelli che mi circondano. Pertanto, devo costruire una società che cooperi affinché io, in quel momento di grande dolore e di grande sofferenza, non sia abbandonato a me stesso. Devo capire, e lo deve fare la società intera, che il medico può e deve fare tutto ciò che è in suo potere, ma senza la pretesa che sia in guerra contro un nemico. Bisogna, in altre parole, ricreare un contesto esistenziale in cui essere mortale sia la base su cui costruire tutti i rapporti, tutti i legami, tutte le relazioni. È veramente così utopico provare a creare una simile società? Secondo me, no. Però ci va consapevolezza, sensibilità, cooperazione. È un argomento su cui si discute da tanto tempo e spesso si ripetono le stesse cose, ma proprio a ripeterle e a sforzarci tutti quanti insieme possiamo forse, un giorno, celebrare una società che sa come evitare la solitudine del morente.

ARTICOLO PUBBLICATO SUL SITO:  www.sipuodiremorte.it

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La morte ai tempi di Facebook

di Davide Sisto

La prima volta che ho veramente compreso quanto il digitale rivoluzioni il nostro legame con la morte è stato un giorno del novembre 2014: appena sveglio, ricevo sul mio smartphone una notifica da Facebook che mi ricorda il compleanno di un amico.

Morto, però, tre mesi prima all’improvviso. Un morboso desiderio di autolesionismo emotivo mi spinge a ritornare subito sulla bacheca del suo profilo Facebook. E non occorre uno spirito di osservazione particolarmente acuto per cogliere le tante suggestioni che quella bacheca produce, in modo del tutto casuale e senza un filo logico razionale.Morte-utente-Facebook

In primo luogo, lo spettro dell’interruzione: il classico susseguirsi quotidiano di fotografie, videoclip, pensieri personali che, di colpo, si interrompe senza più possibilità di ripresa. Sarà pur vero ciò che sostiene il filosofo coreano Byung-Chul Han, vale a dire che la bacheca di un social network non è niente più che una meccanica, fredda, morta enumerazione e addizione di eventi o di informazioni, che si accumulano senza anima. Nulla a che vedere con la narrazione viva della nostra memoria, la cui forza pulsante è tutta racchiusa nel dimenticare, quindi nel non trattenere tutte le esperienze vissute. Tuttavia, fermarsi a osservare quella bacheca virtuale, con la sua successione temporale di immagini e riflessioni, è come rendersi d’un tratto consapevoli che, con la morte, il presente viene inghiottito dal passato, il tempo non ha più né vitalità né senso. Sale, quindi, l’angoscia per la mancanza del commiato e per il senso di incompletezza che, mai così nitida come sullo schermo del computer, è tipica di una morte avvenuta all’improvviso.

L’interruzione inattesa, non calcolata né prevista solitamente all’interno di una vita scandita da ritmi e abitudini quotidiane, è senza ombra di dubbio amplificata da un social network come Facebook.
In secondo luogo, lo struggimento degli amici e dei conoscenti: la bacheca comincia a riempirsi di messaggi di saluto, di dediche musicali, di ricordi.

Messaggi diretti in forma colloquiale alla persona morta. Da una parte, sembrano tentativi di comunicazione con chi non c’è più; gli amici si rivolgono a lui come se fosse in grado ancora di leggere.
Sopra una fotografia un ragazzo scrive: “Questa appendila alla nuvoletta accanto a te. Tanti Auguri!”. Come se ci fosse una specie di anima del mondo che collega i vivi con i morti, ora, tramite Facebook. Il social network sembra farsi carico della tradizionale comunicazione simbolica tra l’aldiquà e l’aldilà, una comunicazione percepita stranamente – davanti allo schermo del computer – come reciproca.

Molto diversa da quella che creiamo sulla tomba della persona amata al cimitero, la quale è più pensata e immaginata che realmente “vista” con gli occhi.
Da un’altra parte, questi messaggi sembrano tentativi volti “a fare gruppo”. Si cerca cioè di condividere virtualmente il dolore con le altre persone, eludendo il pudore e le difficoltà che hanno spesso luogo nella realtà. Il commento sotto un messaggio di commiato sulla bacheca di Facebook, con magari il ricordo di un aneddoto o di una propria riflessione, non è invasivo perché si riesce a nascondere il proprio stato d’animo dietro allo schermo. Mentre nella realtà si fa più fatica a condividere quel dolore, quindi a vincere la vergogna di mostrare i propri sentimenti o di dire frasi banali.

faceFacebook ci pone di fronte a quella morte che rimuoviamo quotidianamente dalla nostra vita. Lo fa in moltissimi modi diversi, ben più numerosi rispetto a quelli che ho brevemente indicato. Nel bene e nel male. E dobbiamo, il prima possibile, prenderne atto e coglierne le conseguenze. Facebook, infatti, è già oggi il più grande cimitero che vi sia al mondo, facilmente accessibile tramite un computer o un telefono cellulare. A fine 2014 si contavano oltre 50 milioni di utenti morti; secondo Hachem Sadikki, esperto di statistica presso l’Università del Massachussetts, nel 2098 il numero di utenti deceduti sarà addirittura superiore a quelli ancora in vita. I dati che lo portano a tale conclusione sono principalmente due: la scelta dei gestori del social network di non eliminare in modo automatico gli account degli utenti deceduti e il rallentamento progressivo dei nuovi iscritti. Se le previsioni sono corrette, il social network più popolare al mondo sarà, alla fine di questo secolo, una distesa di profili fantasma, quindi di pensieri, fotografie e ricordi di persone che non ci sono più, a totale portata di mano di chi è invece ancora in vita.

E, tra i tanti problemi che questo comporta, vi è quello della propria privacy e dell’eredità della nostra vita virtuale. Da pochi anni, Facebook ha inventato l’opzione del “contatto erede”: ciascuno di noi può scegliere in vita se eliminare, una volta morti, il proprio account o se farlo diventare “commemorativo” tramite un erede. Si sceglie una persona di famiglia o un amico, il quale può scrivere un post fissato in alto nel profilo, magari dando informazioni agli altri amici virtuali; può rispondere alla eventuali richieste di amicizia e aggiornare l’immagine del profilo e di copertina. Non può però accedere ai dati personali. Nella pagina, in alto, compare la scritta “in ricordo di”. L’opzione del “contatto erede” dimostra quanto sia sentita la necessità di pensare a ciò che può succedere dopo la propria morte, proprio perché ormai la realtà virtuale è diventata parte integrante di quella reale.
Difficile comunque riuscire a farsi un’idea precisa se Facebook renda più traumatico il lutto o ne sia invece di aiuto, se rende più doloroso il distacco o se genera una qualche forma di sollievo, anche nell’ottica di una maggiore comprensione del significato della morte per la vita. Voi cosa ne pensate? Avete già avuto esperienza di una persona deceduta con il profilo Facebook attivo?
Come vorreste che venisse gestito dopo la vostra morte? Sono molto curioso di sentire opinioni a riguardo.
Su Facebook ci sono oltre 50 milioni di utenti morti. Avete già avuto esperienza di una persona deceduta con il profilo Facebook attivo? Come vi siete sentiti incontrandolo? Come vorreste che venisse gestito il vostro profilo dopo la vostra morte?

tratto da ww.sipuodiremorte.it

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La morte nell’arte ep.2: LA PIETA’ DI MICHELANGELO

La Pietà (1498–1499) è un capolavoro della scultura del Rinascimento di Michelangelo Buonarroti, ed è sito nella Basilica di San Pietro nella Città del Vaticano: è il primo di una serie di opere sullo stesso tema dell’autore.
La statua fu commissionata dal cardinale Francese Jean de Billheres, per il suo monumento funebre, ma fu spostata al suo sito attuale nel XVIII secolo.

cristo

La scultura ritrae il corpo di Gesù Cristo sul grembo di sua madre Maria dopo la crocefissione: è un tema di origini nordiche, popolare in Francia a quel tempo, ma non ancora in Italia: tuttavia l’interpretazione dell’autore è originale, con una Madonna giovane e bella, a simboleggiarne la purezza, invece che una cinquantenne provata dalle sofferenze, e bilancia gli ideali di bellezza classica rinascimentali col naturalismo.

La struttura è piramidale, col vertice a coincidere con il capo di Maria: scendendo si allarga madonnaprogressivamente col drappeggio della veste della Madonna, e alla base, sulla roccia del Golgota.

Le misure sono tuttavia poco proporzionate (il corpo di Cristo è piccolo rispetto alla madre), probabilmente per la difficoltà di ritrarre un uomo adulto steso completamente sul grembo di una donna: la gran parte della figura di quest’ultima infatti è composta dal monumentale drappeggio, rendendo il tutto più naturale.

I segni della crocefissione sono limitati a piccole ferite sulle mani e sul costato, mentre il viso del Cristo non rivela segni della Passione: Michelangelo non voleva che la sua Pietà rappresentasse la morte, bensì una visione religiosa di abbandono.

Tratto da: ALTERVISTA.ORG