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La morte è uno scandalo o un evento naturale?

di Davide Sisto

Due delle principali obiezioni filosofiche mosse alla Death Education, quindi al tentativo di spiegare il ruolo imprescindibile e naturale della morte per lo sviluppo della vita, sono le seguenti: innanzitutto, la morte è uno scandalo, un evento che di per sé è terribile e non ha nulla di naturale. In secondo luogo, ciò che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è proprio quella coscienza della propria mortalità che lo spinge a non accettarla, utilizzando la propria ragione per tentare di sconfiggerla una volta per tutte.

L’idea della morte come scandalo, quindi come evento o processo innaturale, è strettamente legata alla nostra tradizione cristiana: la morte, infatti, non prevista dal progetto originario di Dio, è la conseguenza prima del peccato originale, quindi di un uso deleterio della libertà da parte dell’uomo. Da qui deriva il carattere negativo e angoscioso del morire, il quale permane a tempo indeterminato nonostante il sacrificio di Cristo renda il morire un passaggio obbligato per la salvezza e la resurrezione. Il carattere scandaloso della morte è, pertanto, dovuto al fatto che essa non è il frutto della volontà divina.

L’idea, invece, che l’uomo si distingua da tutti gli esseri viventi in quanto l’unico a essere cosciente della morte e, dunque, da sempre impegnato a sconfiggerla attraverso le sue attività razionali e spirituali è un retaggio filosofico tipicamente occidentale, figlio tanto della cultura che separa la mente dal corpo quanto della convinzione che la ragione sia una nostra esclusiva prerogativa. Pertanto, consapevoli razionalmente di essere mortali, cerchiamo ogni giorno di non pensarci, svolgendo attività lavorative, culturali, artistiche, ecc. per mezzo delle quali proviamo a renderci – in un modo o nell’altro – immortali.

Queste sono due obiezioni che mi è capitato di ricevere più volte durante convegni o incontri pubblici in cui ho parlato di Death Education. Ora, se, da una parte, non sono convinto che l’uomo disponga di un’esclusiva coscienza della propria mortalità, semmai ogni essere vivente ne ha consapevolezza secondo le sue irripetibili caratteristiche specifiche, dall’altra non credo che lo scandalo cristiano della morte non possa collimare con l’idea della sua naturalità.

Siamo abituati a tener conto del celeberrimo sillogismo in base al quale tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale. La mortalità è, in altre parole, una cifra che definisce – nel qui e ora – non solo la nostra condizione di esistenza, ma la vita stessa nel suo fluire. Qualche giorno fa, Emanuele Severino, durante un convegno, sottolineava una cosa tanto banale quanto fondamentale: se la giornata di ieri non fosse terminata, la giornata di oggi non sarebbe mai iniziata. Tutto quello che facciamo e che siamo segue un percorso preciso, segnato da un inizio, da un suo svolgimento e dalla sua fine. La gioia del primo giorno di vacanza e la malinconia dell’ultimo giorno; l’angoscia nel momento in cui comincia un’operazione chirurgica e il sollievo, anche solo momentaneo, per la sua conclusione. L’emozione per l’inizio della scrittura di un libro e la sensazione agrodolce quando è terminato. Non c’è azione quotidiana che non segua naturalmente questo percorso. E se tale percorso venisse meno? La dilatazione radicale dei ritmi temporali renderebbe la nostra vita simile a un film al rallentatore. Il mutamento perde di significato, il pulsare eccitato delle emozioni si inaridisce lentamente, tutta l’energia che mettiamo in ciò che facciamo, consapevoli del rapporto dialettico tra l’inizio e la fine, si spegne. Non è un caso che, secondo uno psicopatologo come Minkowski, l’idea dell’immortalità terrena si manifesta puntualmente nel delirio melanconico.

Ora, considerare come naturale l’integrazione tra la vita e la morte, evidenziandone il cospicuo valore pedagogico, non necessariamente contraddice lo scandalo cristiano del morire: possiamo, infatti, riconoscere questa integrazione come un dato di fatto, a cui avremmo voluto volentieri fare a meno ma che rappresenta, nel mondo in cui viviamo, il punto di partenza basilare per costruire giorno dopo giorno le nostre attività e per sviluppare il nostro modo di essere. Pertanto, la nostra ragione, il nostro spirito non hanno senso se le utilizziamo come fossimo dei novelli Gilgamesh alla ricerca ossessiva di un antidoto contro la mortalità; piuttosto, diventano prerogative irrinunciabili se messe al servizio della fragilità che ci costituisce, di modo da rendere qualitativamente luminoso lo spazio temporale che si distribuisce tra l’istante dell’inizio e il momento della fine.

 

articolo tratto da sipuodiremorte

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Death Café: un nuovo modo per superare la rimozione della morte?

di Davide Sisto

La scorsa primavera sono stato ospite, per la prima volta, di un Death Café. L’evento si è svolto nel centro storico di Genova, nel tardo pomeriggio e all’interno di una rinomata pasticceria locale. Insieme a un pubblico eterogeneo, composto da alcune decine di persone, ho dialogato per un paio di ore intorno al tema della morte nell’età digitale, con tè e pasticcini a rendere la conversazione più familiare.

I Death Café, arrivati in Italia da pochi anni, sono un evento pubblico non profit, inventato dal programmatore inglese Jon Underwood con l’obiettivo – chiaramente indicato nel sito web deathcafe.com – di rendere le persone consapevoli della propria mortalità all’interno di una cornice in grado di metterle a proprio agio: quindi, luoghi pubblici in cui accompagnare i propri pensieri sulla fine della vita con torte, pasticcini, caffè e tè.

Il primo Death Café risale al 2010 ed è stato tenuto a Parigi, per poi diffondersi in tutta Europa e negli Stati Uniti. Solitamente, vi è un facilitatore, che può essere un tanatologo, uno psicologo, un sociologo o un filosofo, che tira le fila del discorso e permette ai partecipanti di dare coerenza ai loro interventi, creando così un contesto in cui le riflessioni sulla morte non sono confuse né sfilacciate. Ma capitano anche situazioni di totale autogestione in cui il motivo della riuscita o del fallimento dell’incontro è la capacità dei partecipanti a organizzare i propri ragionamenti.

L’aspetto più interessante è la tipologia molto varia dei partecipanti: studenti universitari, anziani che hanno patito il lutto per il loro coniuge, figli che hanno perso da poco i propri genitori, persone che sono semplicemente curiose. Questo è il punto fondamentale: la curiosità di parlare di morte all’interno di una pasticceria.

La scelta strategica del luogo, che tiene distante l’austerità tipica dei classici centri in cui si svolgono le conferenze, è finalizzata a normalizzare un dialogo sulla morte. Rappresenta, in altre parole, un modo per prendere di petto la rimozione sociale e culturale che ha segnato il morire durante il secolo scorso e dimostrare che non c’è nulla di inusuale o di “alternativo” nel discutere insieme di questi temi in un contesto quotidiano in cui solitamente si parla di tutt’altro. Dopo un’iniziale timidezza, si rompe il ghiaccio e ciascuno racconta le proprie esperienze personali, le proprie paure, i propri rimpianti. La differenza di età dei partecipanti non è un problema, almeno per l’esperienza che ho avuto a Genova. Ciascuno riesce a porsi dal punto di vista altrui, anche perché sono il più delle volte simili le reazioni di fronte alla perdita di una persona amata o dinanzi alla consapevolezza che si è mortali. Alla fine, i partecipanti si sentono rilassati e tornano a casa con la stessa sensazione di chi è andato in palestra: si sono allenati a far rientrare nella propria vita ciò che, solitamente, si tiene alla larga e, per tale ragione, provoca enorme disagio psicologico.

Ora, non sono ovviamente convinto che bastino i Death Café a superare la rimozione. Occorre, infatti, agire in più luoghi della nostra società: sarebbe opportuno incrementare le lezioni di tanatologia all’interno delle Università e i corsi specializzati per gli infermieri e per i medici negli ospedali, quindi sviluppare percorsi educativi e pedagogici per i bambini, nonché aumentare le attività di sostegno per coloro che hanno patito un lutto. Ciò detto, quello dei Death Café è un buon modo per rendersi conto che c’è un problema e per provare, in modo semplice, ad affrontarlo affinché – un giorno, temo ancora lontano – non siano più necessari.

Sono fermamente convinto che sarebbe il caso di svilupparli e renderli capillari in tutta Italia, creando una rete che li trasformi in eventi capaci di coinvolgere tutti i cittadini, senza distinzioni di età, di nazionalità e di classe sociale. Lenendo la sofferenza che provoca un discorso sulla morte con un buon pasticcino al cioccolato.

articolo tratto da SIPUODIREMORTE.IT

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Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

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Quando si patisce il lutto per la morte di una parte della propria identità

di Davide Sisto

 

Al termine di una lezione sulla morte digitale che ho tenuto a un corso di Psicologia, uno studente mi si avvicina per chiedermi un parere a proposito di un tipo di lutto molto specifico: quello per la perdita di una parte della propria identità. Chiedo allo studente di spiegarmi meglio cosa intende. E lui mi risponde dicendo che sta pensando a quelle situazioni traumatiche, o semplicemente dolorose, che ci spingono a cambiare noi stessi radicalmente. A far morire per necessità un lato della nostra personalità e, di conseguenza, a svilupparne altri inediti, ritrovandoci, però, nella condizione di soffrire per la mancanza di ciò che non siamo più e che mai più saremo.

Ovviamente, è una riflessione tanto profonda da un punto di vista emotivo quanto complessa da un punto di vista psicologico. Non è un caso che provenga da uno studente di Psicologia. Resta il fatto che mi ha colpito molto e mi ha fatto pensare nel corso del tempo. In effetti, il ragionamento sembra più astratto di quanto lo sia in realtà. Decidere, più o meno consapevolmente, di lasciar morire – o addirittura di uccidere – una parte della nostra identità è la conseguenza tipica di un’esperienza dolorosa che ci obbliga, per la nostra sopravvivenza, a un sacrificio e a un cambiamento.

Questa esperienza dolorosa è di solito legata a una fine non voluta, magari legata alla morte di una persona amata o a una relazione sentimentale conclusasi male. Ma può anche essere riferita a un malessere riguardante specifiche situazioni esistenziali, le quali devono essere superate e, in parte, rimosse per il nostro benessere psicofisico. Credo che ognuno di noi, nel momento in cui ha avuto luogo uno shock o una delusione, si sia trovato nella necessità di dover sviluppare determinate prerogative della propria personalità, lasciandone sullo sfondo altre. Fa parte dei percorsi di crescita ed è anche il frutto di quella disillusione che, purtroppo, non lascia indenne nessuno a causa degli insuccessi e dei rimpianti con cui – prima o poi – tutti scendiamo a patti.

È interessante, tuttavia, soffermarsi sul lutto che si prova per una parte di noi seppellita. Non si tratta di un lutto metaforico. Ogni fine, di una vita o di una relazione sentimentale, produce contemporaneamente la conclusione di un intero mondo. Il mondo che riguardava il nostro legame unico e irripetibile con l’altro. Siamo abituati a dare una definizione univoca alla nostra identità, ma in realtà ciascuno di noi ha tante identità quanti sono i rapporti che sviluppa nella società. Difficilmente si è uguali con tutti gli interlocutori. Non si tratta di ipocrisia, ma di un normale adattamento della nostra personalità all’esigenza particolare (un partner lavorativo è diverso da uno sentimentale) o alle caratteristiche dell’altra persona (c’è chi è permaloso, chi non si prende sul serio, chi è iroso, ecc.). Tale adattamento è ancor più marcato quando l’intimità aumenta. Ed è ovvio che la fine del rapporto con l’altro si porti via tutto ciò che abbiamo creato insieme, compreso il nostro modo di stare con lui. Ciò avviene il più delle volte contro la nostra volontà. E qui si genera il lutto: l’impossibilità di ritrovare quel noi che è morto con colui che amavamo, quindi l’impossibilità di recuperare l’intero mondo terminato.

Questo è, d’altronde, il meccanismo tipico a fondamento della nostalgia per un tempo che, essendo passato, non tornerà più e che, proprio perché passato, ci sembra preferibile rispetto al tempo che verrà.

La chiave di lettura per l’elaborazione di questo particolare lutto è nell’ultimo concetto espresso. Dobbiamo, cioè, prendere coscienza che ciò che è finito non tornerà più e che ciò che verrà sarà, forse, migliore o comunque non meno importante. Riscoprire la dimensione del futuro come antidoto dell’immobilismo nostalgico provocato dalla morte. Prendiamo il caso, sempre più frequente, dell’anziano che, dopo cinquanta-sessanta anni di matrimonio, resta vedevo. Si ritrova negli ultimi anni della sua vita a fare un’esperienza che praticamente ha vissuto soltanto quando era molto giovane. I figli, il più delle volte, temono che non ce la possa fare. Ma non capita di rado che proprio questa nuova identità da “indossare” sia per l’anziano un modo per crearsi una vita differente, sperimentando ciò che mai avrebbe immaginato. A proposito, consiglio il libro “Fissando il Sole” di Irvin Yalom, in cui racconta proprio una rinascita derivante dalla morte di una parte di sé.

Alla fine, credo che l’unico modo per elaborare il lutto per la perdita di una parte di sé consista nel tentare di guardare il meno possibile al passato, attribuendo un valore superiore a ciò che sta innanzi. Ogni giorno può essere l’occasione giusta per rinascere e, dunque, per comprendere che la morte dell’altro conclude, sì, tutto un nostro mondo ma può anche aprirne un altro, che non è detto sia meno luminoso.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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IL CIMITERO DI KEY WEST … L’ESTREMO SUD D’AMERICA

Juan Ponce De León, un avventuriero spagnolo, pare sia stato il primo europeo a mettere piede in Florida, attirato dalla leggenda caraibica che narra di una Fontana della Giovinezza nascosta da qualche parte a nord di Cuba. Così, uscendo da Miami e spingendosi verso l’estremo sud, si incontra il mondo incantato delle Florida Keys, un tempo paradiso dei pirati. Si tratta di una serie di 42 isolette, collegate da ponti di rara geometria, che si prolungano per oltre duecento chilometri tra le acque dell’Oceano Atlantico e il Golfo del Messico. Al “termine della strada” sorge Key West, il luogo che ha fatto della libertà e della tolleranza una sorta di bandiera.

L’America termina qui. Qualcuno direbbe “zero miles”!

A qualche passo dal cuore della cittadina, nei pressi della chiesa cattolica St. Mary, si trova il Key West City Cemetery. Aperto nel 1847 il piccolo cimitero non viene a trovarsi fuori dal centro abitato, ma eccezionalmente inserito nel luogo come “presenza integrante”. La forma geometrica, racchiusa da un sottile recinto in art déco, ritaglia lo spazio per la sepoltura dei morti dal vivere quotidiano. Sappiamo bene quanto nella separazione ci sia parte della acquisizione della conoscenza implicita della morte, ma l’area finemente racchiusa sembra qui esprimere la volontà di non separare il vivere civile dal morire. Tuttavia le palme e il vento sembrano concedere al visitatore un certo senso di protezione.

Privilegiando l’itinerario spaziale più o meno regolare delle sepolture, il cimitero di Key West evidenzia un proprio stile, attraverso bizzarre incisioni tombali, come «Te l’avevo detto che non mi sentivo bene», impressa sulla tomba di B.P. “Pearl” Roberts (1929-1979), e la chiara ripetizione di viali, disposti secondo assi di simmetria, spesso cosparsi di terra o di sabbia fra le tombe. In ogni “isolato”, dunque, l’iconografia interna stempera la propria voce, a seconda degli spazi percorsi.

Tra i monumenti più interessanti ricordiamo il Maine Monument, voluto dai cittadini di Key West e inaugurato il 15 marzo del 1900 in memoria delle vittime della corazzata americana Maine, fatta saltare in aria mentre si trovava all’ancora nel porto della Havana, nel febbraio 1898. Non lontano dal Maine Monument si trova Los Martires de Cuba, una scultura commemorativa eretta nel 1892 in onore di coloro che hanno dato la propria vita per liberare Cuba dalla Spagna. Attraverso i piccoli viali che si intersecano ad angolo retto è inoltre possibile raggiungere l’area delle sepolture cattoliche, al centro delle quali sono inumati alcuni sacerdoti della Saint Mary’s Catholic Church: S. Huningo (1862), J.E. McDonald (1869), J.B. Allard (1875) e J.M. Fourcade (1878).

Il cimitero di Key West è senza dubbio ragione di orgoglio per gli abitanti locali, oltre che meta obbligata per quei visitatori che rincorrono il fascino, la cultura e lo stile di vita di una America alternativa. Di fatto, in passato, artisti e scrittori come Ernest Hemingway, Tennessee Williams, Robert Frost, sono stati attratti dal mito di Key West, trovandovi l’ispirazione per molti loro capolavori.

Maria Angela Gelati

 

articolo trato da OLTREMAGAZINE.COM

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Messico: Dia de los muertos

Anche se noi italiani siamo abituati a commemorare i nostri defunti in maniera triste, mesta e riflessiva, in Messico invece è uno dei momenti più felici e gioiosi dell’anno!
E sia chiaro, questo giorno non ha niente a che vedere con la festa di Halloween improntata su spiriti maligni e fantasmi. Secondo la loro tradizione infatti, il día de los muertos è il giorno in cui i morti tornano a trovare parenti ed amici.

Le celebrazioni hanno luogo tra il 31 Ottobre e il 2 Novembre; prima erano festeggiate in agosto ma con l’arrivo degli spagnoli in America nel 1500, si fusero i riti mescolando tradizioni europee a quelle degli indigeni locali.

Dopo la conquista del Messico infatti, si assistette all’incontro e alla mescolanza delle credenze del Vecchio e del Nuovo mondo. In realtà fu un periodo molto confuso in cui gli sforzi di evangelizzazione cristiana dovettero per forza cedere alla forza radicata delle credenze indigene facendo nascere così nelle Americhe un cattolicesimo proprio fatto da un incontro di religioni: la preispanica e la cristiana.

Da questo incontro nasce questa ricorrenza ancora oggi sentitissima.Una festa che inizia all’alba con il suono delle campane della Chiesa e con la meticolosa pratica di adornare tombe e allestire santuari sulle lapidi dei propri cari.Ma una cosa più di tutte ha importanza: l’altare dei morti.
Abbiamo detto che in questi giorni lo spirito dei cari estinti torni dal mondo dei morti per vivere un giorno con la famiglia, confortandola e incoraggiandola; bene, l’altare è lo strumento per fare tutto ciò. E’ la porta tra la vita e la morte. E allestirlo ha delle precise regole e scrupolosi rituali.
Viene predisposto in santuari, nelle abitazioni, nelle scuole. Ovunque un defunto debba arrivare a trovare i congiunti.

L’altare dei morti è una cosa tanto pittoresca, tanto originale, tanto unica, tanto meravigliosamente colorata e accurata da essere stato proclamato nel 2008 patrimonio culturale dell’umanità dall’UNESCO.

Qui, è perfettamente tangibile la fusione di elementi religiosi e vecchie tradizioni e l’ostilità di quest’ultime a non soccombere.

L’altare dei morti è foderato con tessuto bianco o nero, ed è fatto di un’ara di sette livelli che simboleggiano i passi necessari per riposare in pace e ogni strato ha la sua funzione e il suo significato.
Nel primo:
– L’immagine del Santo a cui è dedicato
il secondo
– è dedicato alle anime del purgatorio: nel caso un’anima fosse ancora bloccata in quella casa o in quel luogo, avrebbe così il permesso di lasciarla
nel terzo:
– il sale che simboleggia la purificazione dello spirito per i bambini
nel quarto:
– il pane offerto come cibo per le anime che sosteranno lì. Rappresenta
l’eucarestia: un’aggiunta dei missionari spagnoli, ma anche qui la resistenza alle tradizioni locali è evidente: la croce nel mezzo infatti è fatta a forma di ossa
nel quinto:
– il cibo, la frutta e tutte le pietanze preferite in vita dal defunto
nel sesto:
– le sue fotografie. Collocate alle spalle, all’indietro, con uno specchio di fronte affinché si possa vedere solo il riflesso del defunto e che quest’ultimo veda solo nel riflesso i parenti
nel settimo:
– la croce. Sagomata di da semi o frutti; simbolo anch’esso introdotto dai missionari

Nella parte superiore, a simboleggiare l’ingresso nel mondo dei morti vi è un arco quasi sempre ornato da fiori di calendula. Questi infatti per la loro fragranza sono considerati la guida per gli spiriti che devono raggiungere questo mondo. Ma ci sono altri elementi che non devono mancare: il coppale e l’incenso ad esempio; il primo è un elemento preispanico che purifica e il secondo per santificare l’ambiente. I confetti, che rappresentano la gioia della festa e il vento.

Le candele e i ceri che evocano luce divina. Sono viola e bianchi a rappresentare il lutto e la purezza. Vanno collocati a nord sud ovest est e per terra a formare un percorso per raggiungere l’altare. Altro elemento essenziale è l’acqua: riflette la purezza dell’anima. Inoltre un bicchiere d’acqua viene lasciato per il defunto affinché possa dissetarsi dopo il viaggio. Vengono lasciati anche una saponetta, uno specchietto da toletta e un asciugamano.

Intorno all’altare vengono anche posizionati dei pittoreschi teschi chiamati Calavera che possono essere fatti di gesso, zucchero, pietra o argilla e alludono che la Signora Morte è sempre presente tra i vivi.

Infine bevande alcoliche e oggetti personali, quelli appartenuti ai defunti, e per i bambini i loro giocattoli preferiti.
La visione dei messicani della morte è affascinante; consolatoria: viene festeggiata, non temuta, non evitata; non è per loro mancanza o assenza: èsolo una nuova tappa.

E’ una costante rinascita. I morti sentono, ascoltano e perfino consolano. Sono presenze vive più che mai. Presenze che ci ricordano che oggi siamo noi ad offrire ma domani in un ciclo continuo, saremo noi gli invitati alla festa. E torneremo. Torneremo sempre finché qualcuno ci ricorderà e preparerà per noi un altare.

 

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Paura di morire, è affrontabile?

di Marina Sozzi

Nessun essere umano ignora il timore suscitato dalla morte, buco nero che tutto assorbe, ignoto, misterioso e inquietante. Anche i bambini e gli adolescenti hanno un’apprensione nei suoi confronti, spesso mista all’attrazione per ciò che è pericoloso e sconosciuto. Spesso ripetiamo che occorre reintegrare la morte nella vita: ma questo non significa affermare che sia possibile superare la paura della morte, connaturata con l’uomo in quanto essere consapevole della propria mortalità.

Tuttavia, se, come a molti accade, la paura della morte diventa un’emozione dominante nell’equilibrio della vita, senza che vi sia un’imminenza della morte o un rischio di vita con una concreta base di realtà, vale la pena occuparsene con maggiore attenzione.

E c’è qualcosa che possiamo fare per capirla meglio. Possiamo cominciare a guardarla da vicino, questa paura, e ad analizzarla, spacchettandola, per così dire, dividendola in parti. Che cosa mi fa paura nel fatto di morire?
Non è tautologico. La paura della morte si compone di diverse paure più piccole, che, se comprese, possono contribuire a rendere più accettabile la grande Paura. Tutte le componenti del terrore della morte riguardano la vita.

Una delle più frequenti è quella di non sentire la propria vita come gratificante, di non essere soddisfatti di ciò che si è realizzato. La nostra cultura, che ci spinge a credere di essere individui assolutamente liberi nel mondo, capaci di creare la propria vita dal nulla, come un’opera d’arte, non aiuta a comprendere il limite intrinseco nelle nostre biografie. Siamo invece persone con un radicamento e una storia familiare, sociale e culturale che fanno di noi esseri determinati, che hanno solo alcune possibilità di realizzazione. Se riusciamo a cogliere il senso di quest’affermazione, ad accettare senza rimpianti eccessivi alcune sconfitte e frustrazioni, potremo essere persone più felici, vivere appieno la vita che abbiamo, e vedremo allontanarsi un po’ la paura di morire.

Vivere con consapevolezza sembra un altro elemento centrale. Se siamo sempre proiettati solo nel futuro, senza nulla assaporare del presente, rinviando continuamente le gratificazioni e la felicità, immaginando che arriveranno con la prossima vacanza, con la promozione attesa, con una nuova relazione, l’idea di morire si presenterà come una mannaia che cade su un’opportunità perduta, quella di godere della vita. Se proviamo a essere più presenti, più appagati di quello che abbiamo, più consapevoli e maturi, avremo meno paura di morire.

L’amore è l’altra questione cruciale. La profonda gioia del dare e ricevere amore, amore in senso lato, è un buon antidoto contro la paura di morire. Se abbiamo sperimentato la gioia di dare amore disinteressato e pieno almeno una volta, se ne abbiamo ricevuto in cambio, il senso della nostra vita ci appare più chiaro. E se il significato è compreso, lasciare la vita incute meno panico.

Poi ci sono tante altre paure che non riguardano il fatto in sé di non vivere più, ma il timore di come arriveremo alla nostra morte. La paura di perdere l’autonomia, di dover dipendere da altri, di avere lunghi periodi di sofferenza fisica e spirituale. In una parola, di perdere la propria identità e la propria dignità.
Ma cosa è la dignità? Occorre distinguere tra la paura di perdere la dignità e la percezione, o l’esperienza di perderla. Chi ha studiato l’esperienza di perdere la dignità (come Harvey Max Chochinov nel suo Terapia della dignità) ha messo in luce il fatto che tale percezione non dipende dalle numerose perdite che alla fine della vita indubbiamente si presentano, ma da come si relazionano con noi coloro che si prendono cura della nostra vecchiaia, o della nostra malattia. Il Royal College of Nursing inglese ha dato un’interessante definizione della dignità, affermando che nessun essere umano la perde se coloro che lo circondano continuano a considerarlo un individuo di valore, degno di stima. La dignità ha a che fare con la relazione, non è realtà oggettiva, non esiste a prescindere dagli altri.

Ma se così stanno le cose, come facciamo a essere certi che chi si prenderà cura di noi ci guarderà come esseri dotati di valore? Non è, naturalmente, una certezza che possiamo avere (anche se stendere le nostre disposizioni anticipate di trattamento può aiutare), e tuttavia c’è qualcosa che possiamo fare. Quel che possiamo fare per rassicurarci è attribuire sempre a ogni singolo essere umano, qualunque sia la situazione in cui ci si presenta, quello stesso valore che vorremmo che gli altri attribuissero a noi. E’ l’imperativo categorico kantiano, formulato nella Metafisica dei costumi, e quanto mai attuale: “agisci soltanto secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga una legge universale”. Universalizzando, con Kant, il nostro comportamento (agisci come vorresti che gli altri agissero nei tuoi confronti), possiamo contribuire a creare una cultura del rispetto dell’essere umano e della salvaguardia della sua dignità. Ricordiamolo, quando incontriamo persone che hanno bisogno del nostro sostegno, o anche solo della nostra considerazione. Poveri, immigrati, malati, disabili, morenti, eccetera eccetera. La nostra paura di morire decrescerà.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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Un fenomeno chiamato Caitlin Doughty: la curiosità per la morte

di Marina Sozzi

C’è un “fenomeno”, negli Stati Uniti, che si chiama Caitlin Doughty. Dico fenomeno nel senso etimologico del termine: un evento, un’apparizione, che nella nostra cultura ha un significato non banale. Caitlin è una giovane donna laureata in storia medievale, nata nel 1984 alle isole Haway, bruna, solare, robusta, con un sorriso aperto, che vive a Los Angeles. Il suo primo libro l’ha scritto a trent’anni, nel 2014. Sto parlando di una studiosa, ma piuttosto atipica.

Tutti i bambini, qualsiasi cosa credano i loro genitori in merito, pensano alla morte e ne sono affascinati e curiosi. Caitlin però ebbe un’esperienza traumatica legata alla morte, a soli otto anni: in un centro commerciale dove si era recata coi genitori, vide una bambina precipitare dal secondo piano, cadere a faccia in avanti su un bancone laminato e morire sul colpo. I genitori di Caitlin non furono in grado di aiutarla a elaborare quel trauma.

Fu così che Caitlin dovette cavarsela da sé, e scelse di affrontare la morte da vicino, andando a lavorare a ventitré anni in un’impresa di pompe funebri con annesso crematorio, a ritirare, preparare e bruciare cadaveri. Quest’esperienza l’ha portata a contatto con il morire nella sua cruda e materiale espressione, e il suo libro è traboccante di immagini e dettagli piuttosto macabri, dove si narra (ma con pietas, senza alcun compiacimento) l’aspetto che ha un cadavere e come avviene la sua decomposizione. Intanto Caitlin non ha smesso di studiare, e accanto all’esperienza concreta troviamo nel suo scritto la profonda conoscenza della storia della morte di Ariès, delle artes moriendi e delle danze macabre, delle considerazioni sulla “pornografia” della morte del sociologo inglese Gorer, della critica di Jessica Mitford sull’usanza americana di imbalsamare i cadaveri, e di molti altri testi, classici o meno, sulla morte nella nostra cultura.

La combinazione dei due fattori, l’esperienza da un lato e il sapere dall’altro, fanno di Caitlin una miscela unica. La sua consapevolezza di come la negazione della morte sia uno dei problemi più seri dell’occidente contemporaneo non si trasforma in moralistico appunto critico, ma diviene scopo militante della sua vita: Caitlin ha fondato a Los Angeles un’impresa funebre non profit, e non perde occasione per opporsi alla pratica dell’imbalsamazione chimica (pratica tradizionale negli Stati Uniti, ma che non rispetta i corpi morti e non permette ai familiari di entrare in contatto con la realtà della morte).

Da brava americana, Caitlin non è diventata seriosa, trattando del tema della morte, anzi. Ha creato una serie di video youtube educativi, ironici e spassosi allo stesso tempo, intitolati Ask a Mortician (e Mortician è appunto, negli Stati Uniti, l’impresario di pompe funebri). Guardatene uno, tanto per farvi un’idea, ad esempio quello in cui spiega come si fa a tenere chiusa la bocca di un morto.

“I video – mi scrive Doughty in un’intervista che le ho fatto via mail – sono stati visti quasi 40 milioni di volte, e quasi mezzo milione di persone si è iscritta al canale” (anche io l’ho fatto, e sono stata la 462.776esima persona). “E’ stupefacente pensare che video che parlano di come cucire una bocca per farla stare chiusa o cosa è accaduto ai corpi delle persone morte nel Titanic siano stati visti così tante volte. Probabilmente è proprio vero che le persone sono affascinate dalla morte, anche se non ritengono educato menzionarla nelle conversazioni. La maggior parte della gente che guarda i miei video – aggiunge Caitlin – sono giovani donne”.

Questa fascinazione è una questione davvero non trascurabile. Noi intellettuali che ci occupiamo della morte assumiamo troppo spesso un atteggiamento austero, considerando di cattivo gusto tutto ciò che richiama troppo da vicino la carnalità della morte. E’ anche questo che Caitlin ci dice, nel suo libro e nei suoi video, e con tutta la sua testimonianza: non disprezziamo l’umana curiosità per i dettagli cadaverici.

“La gente ama i particolari macabri – mi dice Caitlin. “Moriremo tutti, ed è razionale e ragionevole voler sapere che cosa accadrà al tuo corpo. La gente vuole sapere come un corpo si decompone, cosa succede in un forno crematorio, come un corpo si trasforma in cenere. Credo che ci sia un modo di scrivere della morte che non è raccapricciante e disgustoso, ma basato sulla scienza, la storia e la psicologia”.

C’è, infatti, e Caitlin l’ha trovato.

In italiano il libro di Caitlin Doughty, col titolo Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio, è pubblicato dall’editore Carbonio, un giovane editore nato a Milano nel 2016, ma che promette davvero di diventare una pietra miliare di una nuova editoria non conformista e capace di dare un contributo ai problemi del presente.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Elaborare il lutto grazie alla musicoterapia

Intervista di Alice Spiga, direttrice di SO.CREM Bologna a Ferdinando Suvini.

Nell’intervista a Ferdinando Suvini, musicista e musico-terapeuta, docente presso il Centro Studi Musica & Arte, approfondiamo il ruolo della musica nel processo di elaborazione del lutto.

Dott. Suvini, prima di entrare nel merito della musicoterapia, potrebbe spiegarci per quale motivo è così importante affrontare il lutto e tutti i sentimenti – il dolore, la nostalgia, la rabbia, il senso di perdita, di inutilità, ecc. – ad esso correlati?
«La premessa fondamentale è che se non si riesce a vivere l’esperienza del dolore della perdita, si perde anche l’amore. Quando si perde qualcuno a cui eravamo affettivamente legati, si corre il rischio di rimanere congelati nel rapporto con un oggetto idealizzato che, se da un lato impedisce l’esperienza del dolore e della sofferenza, dall’altro impedisce anche la fiducia e l’amore.
«L’idealizzazione ci tiene fuori del mondo reale, rende difficili tutti i rapporti e rafforza quindi il senso di solitudine. È dunque importante l’accettazione della perdita perché permette di recuperare l’oggetto amato – e perduto – attraverso una sofferenza che apre alla vita e alla creatività. Evitare il dolore, invece, non porta ad altro che all’impoverimento della propria vita emotiva e chiude quindi alla possibilità di vivere in modo pieno e creativo (Cancrini, 2002)».

Per quanto riguarda invece l’elaborazione del lutto, può segnalarci i tratti essenziali che costituiscono questo processo?
«Quando si parla di elaborazione del lutto, ci tengo a fare una distinzione importante. Nel lutto normale, infatti, il lavoro psichico procede attraverso immagini, sensazioni, memorie, affetti, pensieri e viene svolto dalla persona in stretta interdipendenza con l’ambiente; nel lutto patologico, invece, possono essere presenti aspetti di destrutturazione della personalità per tempi estremamente prolungati o apparire accentuate forme di difesa con fasi prolungate di rimozione o negazione.
«Nel contesto così delineato mi preme sottolineare l’importanza della nostalgia, che è espressione di una positiva elaborazione del lutto; tramite la relazione nostalgica, il soggetto è infatti in grado di recuperare aspetti del rapporto con l’oggetto, conservandoli e allo stesso tempo accettandone la perdita, per quanto dolorosa essa sia.»

La nostalgia ha quindi un ruolo centrale nell’elaborazione del lutto e nella musicoterapia?
«Sì, certamente, ma non bisogna fraintendere. Con il termine “nostalgia” qui non s’intende il rimanere incollati passivamente ai ricordi, ma attingere ad essi attivamente, così da far emergere un nuovo senso della realtà.
«La nostalgia è quindi da considerare per l’essere umano prevalentemente una risorsa. È un modo positivo di afferrare il senso della caducità della vita che, come affermava Freud, non rende un fiore meno bello per il solo fatto che sia presto destinata a sfiorire. La nostalgia espressa nell’opera d’arte è tutta in questo sentimento della bellezza della vita, che sa conservarsi nonostante sia destinata a terminare a causa della sua caducità.
«Il riferimento a un’esperienza può aiutare a comprendere il processo al quale mi riferisco. Nelle sedute di musicoterapia può essere proposto a un paziente di portare una musica personale, riferita a un momento vissuto con la persona perduta. L’ascolto condiviso con il gruppo apre nella persona stessa la possibilità di contattare sensazioni, emozioni, ricordi, pensieri e fantasie che forse in nessun altro modo avrebbero potuto emergere con tale forza e intensità.

«La restituzione e la successiva elaborazione dei temi emersi attraverso improvvisazioni a tema, improvvisazioni in coppia o improvvisazioni del gruppo possono favorire l’approfondimento e la elaborazione di contenuti e vissuti. L’esperienza non è qui riferita alla musica in sé, ma alla relazione tra le persone e la musica. Questo processo attiva un rapporto profondo e intenso con la dimensione nostalgica. In questo senso l’esperienza è per il paziente nello stesso momento estremamente vivida, piacevole e intensamente dolorosa.»

Nell’esperienza da lei citata emerge l’importanza del gruppo nell’elaborazione del lutto, quale ruolo può assumere in questo processo?
«Il gruppo ha una funzione di comprensione, condivisione e contenimento nei confronti del paziente. La coesione del gruppo, il senso di appartenenza, il legame reciproco di fiducia e la possibilità di condividere esperienze emotive personali sono strettamente correlati a un alleviamento delle proprie condizioni di sofferenza.
«Il gruppo permette anche di esprimersi a livello emotivo, che è considerato uno dei fattori terapeutici fondamentali sul piano intrapersonale e interpersonale: i pazienti sperimentano un senso di accettazione, comprensione e protezione, creando una molteplicità relazionale.»

Nel contesto delineato fino a questo momento, come si inserisce la musicoterapia e come può essere d’aiuto nell’elaborazione del lutto?
«L’arte in generale contiene in sé una potenzialità integrativa e riparatrice; è stimolo alla conoscenza e alla comprensione di sé e dell’altro. Attraverso la musica, l’arte, la letteratura sono evocate emozioni, pensieri e fantasie inconsce non altrimenti contattabili o dicibili. La forma artistica viene infatti indicata come via privilegiata alla comunicazione di esperienze attraverso una dimensione pre-logica, prelinguistica e pre-verbale.
«Nelle sedute di musicoterapia quello che conta è aprire una finestra sull’inconscio senza intenzione di guidare o di incanalare le pulsioni del fruitore in una o in altra direzione; e questo compito è affidato al musico-terapeuta. La terapia musicale è prevalentemente basata sull’ascolto, dove ascoltare significa sospendere l’azione e privilegiare una posizione recettiva di osservatore, significa essere ascoltati ed essere compresi.
«L’ascolto presuppone un silenzio esterno e soprattutto un silenzio interno. Le sedute di musicoterapia nell’ambito della elaborazione del lutto creano una integrazione dinamica tra corpo, voce, suono, musica e parola. Oggetto del nostro ascolto può essere la corporeità nelle sue diverse manifestazioni. Il musico-terapeuta ascolta il corpo del paziente ascoltando il proprio corpo, ascoltando come la presenza del paziente modifica la sua percezione corporea e il suo mondo interno affettivo ed emotivo.
«Ruolo fondamentale è rivestito dal rapporto empatico, inteso sia come capacità di sperimentare internamente emozioni e stati d’animo sperimentati dal paziente sia come condivisione emotiva. Condivisione e immedesimazione vengono seguiti da un momento di distanziamento riflessivo, che permette di oscillare tra identificazione e controllo.

«Per questo, come accennato in precedenza, nel processo di elaborazione del lutto tramite musicoterapia, si rivela indispensabile il silenzio. La musica, per esistere, ha bisogno di pause. Nasce dalle pause. Si tratta di un silenzio che segna un confine, che argina il troppo, che cancella il rumore.

«Ma il silenzio va oltre a questo: se si supera la paura del nulla che il silenzio richiama, se non si ha orrore di riconoscere quel vuoto che ci si affretta a riempire e lo si lascia agire, si può infatti trovare la strada verso un’apertura, nuovi orizzonti di senso, un gioco di pieni e di vuoti, un movimento verso ciò che non può essere espresso. Non soltanto quindi il silenzio in se stesso, ma silenzio come movimento, come viaggio verso qualcosa: movimento che scava silenzio intorno ai suoni, che trova il silenzio all’interno del suono. Un divenire silenti e scoprire l’ascolto (Rovatti, 1992).


«In questo silenzio nutrito dai corpi, dai suoni, dalla musica e dalle parole nasce, poco alla volta, uno spazio dedicato ai principali bisogni e desideri delle persone che partecipano ai gruppi di elaborazione del lutto: protezione, fiducia, appartenenza, rispetto e condivisione. Il silenzio offre l’opportunità di dare voce e parole a chi, immerso nel dolore immenso e non consolabile che appartiene al percorso esistenziale dell’essere umano, prova a trovare un senso per la propria esistenza ferita».

 

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Una fotografia per ingannare la morte

A chi, in genere, ci si rivolge in caso di dipartita della persona amata? Al medico? Al becchino? In epoca vittoriana si era soliti chiamare il fotografo! Certo, non tutti potevano permettersi questo lusso, retaggio di pochi ed abbienti personaggi. All’arrivo dell’artista si allestiva in casa una vera e propria scenografia, si truccava il caro estinto, agghindandolo coi suoi abiti migliori e gli si conferiva la più naturale delle pose, o almeno si provava.

La pratica della fotografia post mortem nasce nell’ambito della ritrattistica, prima che la dagherrotipia facesse il suo ingresso nel campo delle arti, rivoluzionandole completamente. Ritrattisti illustri erano, ad esempio, Picasso, Monet e Gauguin. Con l’avvento della fotografia, questa macabra usanza divenne più ricorrente, ma, se all’inizio si usava raffigurare il defunto adagiato su un letto o in una bara, col tempo i committenti chiedevano all’artista di ritrarre il soggetto come se questi scoppiasse di salute, addormentato magari, o addirittura impegnato in pose tipiche di una persona… viva.

Questa insolita richiesta tradiva forse il desiderio di esorcizzare la morte, o di staccarsi dall’amato il più tardi possibile. O mai, grazie all’illusione di un’immagine da portare sempre con sé. Nel 1800 il tasso di mortalità, soprattutto tra gli infanti, era molto alto: i soggetti più comuni erano infatti bambini e neonati.

L’aspetto più inquietante è legato al fatto che, attorno al defunto, si adunavano gli stessi parenti in una sorta di ritratto di famiglia: una mano attorno alle spalle, un accenno di sorriso, sguardi d’intesa, come se quella scena fosse fra le più naturali dentro le mura domestiche.
Ci si chiede, vedendo queste immagini, come i morti riuscissero a sembrare vivi. I ritrattisti vittoriani non avevano nulla da invidiare ai contemporanei truccatori cinematografici. Gli occhi del defunto non riuscivano a rimanere aperti? Nessun problema, bastava dipingere sopra le palpebre chiuse. Il corpo non ne voleva sapere di rimanere in piedi? Ecco che venne creato una sorta di ‘leggìo’ che lo reggeva da dietro. Il risultato è quello di non riuscire ad identificare quale, tra le persone immortalate nella foto, sia quella che ha smesso per sempre di respirare.


Per quanto oggigiorno questa tradizione possa sembrare raccapricciante, viene tuttora praticata in alcune regioni del mondo come l’Europa dell’est, sebbene sia stata spogliata del suo aspetto più scenografico, poiché si limita a rappresentare le spoglie nella loro reale condizione, ossia adagiate in un feretro. Nei cimiteri di quelle aree non è raro imbattersi in lapidi su cui troneggiano queste singolari effigi.

Articolo di Annachiara Chezzi da Cult Stories