LA STRADA E LE MORTI IMPROVVISE

LA STRADA E LE MORTI IMPROVVISE

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LA STRADA E LE MORTI IMPROVVISE

di MARINA SOZZI

Sapevate che ogni anno muoiono in incidenti stradali, solo in Italia, tra 3000 e 4000 persone, come fosse risucchiato nel nulla un piccolo paese?

E’ la principale causa di morte tra i 15 e i 24 anni. Queste vite spazzate via in un istante – a cui dovremmo pensare ogni volta che saliamo in auto e ci viene voglia di premere troppo l’acceleratore, o di guardare il messaggio appena arrivato sul telefono – lasciano solo il dolore terribile dei parenti e degli amici.

Sono circondate da troppo silenzio, come aveva scritto Elena Valdini in un libro pubblicato qualche anno fa, nel 2008, Strage continua. Un libro che denunciava anche una giustizia carente, che spesso chiudeva con un nulla di fatto, con qualche mese di sospensione della patente, i processi contro i responsabili degli incidenti. Oggi c’è la legge sull’omicidio stradale, che ci auguriamo contribuisca a far decrescere il numero delle vittime.

La mente umana si ribella all’insensatezza di queste morti evitabili, alla deprivazione di vita, storia e memoria cui vanno incontro le vittime, e non è un caso che si sia diffuso in Italia un rito specifico per commemorarle: è un rito che prende forma con la creazione di piccoli altari spontanei posti lungo le strade, spesso sui guard-rail dove è avvenuto lo schianto, che sono adornati con fiori di campo, foto, lettere, scritte, talvolta una lapide.

Questi altari rispondono al bisogno di costituire un luogo sacro proprio là dove una vita è stata persa, di combattere l’oblio e l’anonimato feroce di queste morti, viste troppo spesso come un “danno collaterale” alla facilità dei trasporti contemporanei. Si tratta di ricordare che c’è stata una vita, una biografia, troncata troppo presto, e per motivi così futili da richiedere un pensiero, una riflessione, un moto di solidarietà a colui che passa per quella medesima strada.

Ci sono genitori che hanno raccontato di frequentare questi altari improvvisati più della tomba al cimitero, perché è qui che trovano talvolta una parola di ricordo lasciata dagli amici, una manifestazione di nostalgia, un fiore fresco, quasi a dimostrazione che quella vita inghiottita in un secondo è stata veramente vissuta. E’ un fenomeno su cui l’antropologo Franco La Cecla aveva riflettuto già nel 1995, in un brevissimo saggio contenuto in Mente Locale, dal titolo Sacralità del guard-rail: aveva evidenziato il diritto, che gli individui si prendono senza il consenso di un’autorità religiosa, di sacralizzare un luogo, per riscattare la banalità e l’anonimato di queste morti violente e improvvise.

Mi viene spontaneo mettere in luce – oltre all’aspetto di sacralizzazione di luoghi impersonali come una strada statale o provinciale, o a volte una via nelle periferie urbane – l’esigenza di parlare di chi se ne è andato, che viene espressa con questi altari provvisori. Un’esigenza, quella di essere testimoni della vita conclusa di un proprio caro, che è presente in tutti i dolenti: ma che probabilmente, nel caso dell’incidente stradale, è esacerbata da un lato dall’inanità della morte, dall’altro dalla frequente giovane età delle vittime, dall’esiguità delle tracce che le loro biografie lasciano nel mondo.

Non a caso, un’iniziativa parallela giunge dall’Associazione Italiana familiari e vittime della strada (AIFVS), che nel suo sito dedica ampio spazio alla memoria delle vittime. Uno spazio che – a differenza dei cimiteri virtuali, che non hanno avuto seguito – appare invece vitale e molto frequentato (ogni storia, ogni foto, ogni testimonianza ha migliaia di visualizzazioni).

Nel sito dell’AIFVS, una mappa dell’Italia segnala i luoghi in cui si sono verificati gli incidenti mortali, e cliccando sulle bandierine si trova il nome e l’età di chi ha perso la vita, e il luogo e la data dell’incidente. Oltre alla mappa dei luoghi sono conservati nel sito innumerevoli “Opuscoli memorie”, in cui una foto e qualche paragrafo ricordano i tratti salienti della personalità del defunto, ciò che amava, spesso ciò che avrebbe voluto diventare. Qualcuno ha costruito un video, e innumerevoli sono le testimonianze dei superstiti, alla disperata ricerca di un senso per ciò che è accaduto, che narrano di come anche le loro vite siano state falciate via insieme a quella del loro congiunto.

Ora io mi chiedo: perché mettiamo così poche parole su queste morti, con la pregevole eccezione del libro di Elena Valdini e del sito dell’AIVFS? Un articoletto in cronaca e via, senza commenti, senza riflessione? Perché tanto silenzio?

Verrebbe da dire, per via della paura. Ciascuno di noi nel profondo sa quanto fragile sia la vita umana, la sua propria vita, ma ce ne rammentiamo raramente, cerchiamo anzi di dimenticarlo, di sottovalutarlo, di scappare. Salire in auto invece è una buona occasione per ricordarlo, per sapere che non siamo immortali, né noi né i nostri simili, ed essere prudenti. Sentire la vulnerabilità non è debolezza, al contrario, accresce la nostra umanità e la nostra possibilità di vivere appieno, di sentirci vivi, di apprezzare il fatto di essere vivi.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it scritto da Marina Sozzi