LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA di RENZO PATERNOSTER (Medioevo)

LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA di RENZO PATERNOSTER (Medioevo)

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LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA di RENZO PATERNOSTER 

Medioevo

L’atteggiamento medievale verso l’evento morte è, invece, a metà strada tra rassegnazione passiva e fiducia mistica. Per l’uomo medievale, condizionato dall’imporsi delle religioni rivelate e dalle rispettive dottrine, la morte è fonte di sicuro timore: l’anima dell’individuo morto, secondo la sua condotta in vita, poteva subire una punizione senza fine o essere premiato con la vita eterna.

cardini_danza_macabraSe la morte naturale era fonte di timore, la morte prematura era il terrore dell’uomo medievale. A subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine. Era questa la preghiera che quotidianamente i cristiani innalzavano a Dio durante il Medioevo: evitaci, Signore, di morire di colpo, senza avere nemmeno il tempo di confessarci.
Nel Medioevo la morte è anche il riconoscimento di un inevitabile destino, una ciclicità della vita paragonabile alle stagioni. Per questo essa andava “vissuta” in prima persona dal morente, nel proprio letto, e in seconda persona da tutti quelli che erano vicini al morente, donne, uomini, bambini, anziani. Tutti partecipavano a questo evento visto nella sua naturalezza e vissuto con semplicità, ordine, e calma, senza eccessiva emozione e drammaticità.

In riferimento alla nuova visione cristiana, nella morte l’uomo medievale vedeva la fine del corpo, ma anche il preludio al giudizio divino dell’anima del defunto. Per questo era indispensabile morire “in pace con Dio”, senza peccato, quindi dopo essersi confessati e aver recitato le preghiere.

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A partire dal XIV secolo, il periodo della peste nera e della grande crisi del Basso Medioevo, la morte diventa un evento quotidiano. Nel detto religioso-popolare “A peste, fame et bello libera nos, Domine” si possono riconoscere le tracce dei grandi e ricorrenti eventi tragici relativi alla crisi del Trecento.
La peste, la fame e la guerra sono eventi che portano alla morte, per questo generarono una “confidenza” impensabile con essa, anche nella sua fisicità, e un’angoscia più universale. Non deve pertanto stupire che i rituali connessi alla dipartita di un individuo fossero molti e assumessero sempre maggiore importanza.

Fin dall’inizio dell’Età medievale, soprattutto nelle zone rurali, i rituali della morte erano pregni di costumi ancestrali e pagani che il cristianesimo cercò di eliminare o, quando non era possibile, di cristianizzare. Ad esempio, la credenza popolare che la morte prematura portasse l’anima “in pena” del defunto a vagare tra i vivi, perché morto non in “pace con Dio”, portò la Chiesa a “creare” un luogo intermedio tra Inferno e Paradiso, dove le anime attendevano che i vivi, con le loro preghiere, ne ottenessero la salvezza.

La cristianizzazione di certi riti legati al culto dei morti, nei caratteri che si sono tramandati in parte fino ai nostri giorni, iniziò nell’orbita della cultura monastica per poi diffondersi rapidamente tra la popolazione. Fu Cluny a istituire la festa dei morti il 2 Novembre tra il 1024 e il 1033, punto chiave di quella nuova commemorazione liturgica dei morti.

L’ostinatezza di molti nel non voler abbandonare credenze e rituali legati alla dipartita di un caro, specie delle classi popolari, portò la Chiesa a punire alcune usanze associate alla veglia, come i canti funebri non religiosi, le danze intorno al cadavere o il banchetto funebre che aveva luogo alla presenza del cadavere o dopo la sua sepoltura.
Proprio nel Medioevo nacque la famosa credenza del “Passo di san Giacomo”, luogo di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La leggenda racconta che san Giacomo il Maggiore si lamentò con Dio perché il luogo in cui riposavano le sue spoglie, che si trova in Galizia (nel nord-ovest della Spagna), non era visitato dai pellegrini. Dio rispose di non preoccuparsi, perché «chi non ti visiterà da vivo ti visiterà da morto».

Da allora, molti pellegrini che si recano al santuario di san Giacomo in Spagna, sentono battere continuamente una porticciola invisibile: si crede siano le anime dei defunti che, per volere divino, vanno a onorare il santo prima d’avviarsi al loro destino.
La località in cui fu eretto il santuario di san Giacomo si trova esattamente nel luogo in cui furono ritrovate le spoglie del santo martire Giacomo il Maggiore. Anche il ritrovamento delle spoglie del santo è legato a una leggenda che vede un eremita attirato da una pioggia di stelle sul monte Libredòn scoprire la tomba del santo. Quel luogo oggi si chiama Santiago di Compostela, ossia san Giacomo del campo delle stelle. L’etimologia popolare del nome “Compostela” fa derivare dal latino Campus Stellae (campo di stelle), ma è poco probabile che una tale denominazione tenga conto della normale evoluzione dal latino al galiziano-portoghese. Infatti, una ipotesi più probabile relaziona la parola con il latino compositum, e il volgarismo latino locale composita tella, con il significato di “terreno per le sepolture” in senso eufemistico.
La leggenda nata intorno a san Giacomo il Maggiore è legata alla credenza che la zona di Santiago, prima del viaggio di Cristoforo Colombo nel 1492, fosse il limite estremo conosciuto della terra, la finis terrae. Quindi, il punto in cui le anime dei morti iniziavano a seguire il sole nel suo corso per attraversare il mare e giungere alla nuova dimora.
La credenza del “Passo di san Giacomo”, che sopravvive ancora oggi nella cultura popolare della Spagna e dell’Italia, si presenta come un insieme di elementi mitici di varia provenienza (presso la Grecia classica, in Persia, presso gli antichi popoli germanici e slavi e, poi, nel cristianesimo) per raffigurare il viaggio del morto nell’Aldilà, un percorso mitico che tutte le anime devono attraversare dopo la morte.

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Il “Passo di san Giacomo”, chiamato anche “Ponte delle Anime”, “Scala di san Giacomo di Galizia”, “Cammino di San Giacomo”, è creduto “sottilissimo come un capello”, o come “una lama di coltello”. È un percorso considerato piuttosto pericoloso, formato di spade, pugnali, coltelli, chiodi, spine e rovi nudi e irti sui quali l’anima cammina dopo l’agonia. Esso si innalza sopra un baratro, mettendo in comunicazione questo e l’altro mondo. Se i giusti lo attraversano agevolmente, i cattivi sono destinati a cadere nel baratro. Alla fine di questo “ponte” l’anima buona e purificata finalmente arriva alle porte del Paradiso. San Giacomo, con bordone e cappello da viaggiatore, accompagna il defunto confortandolo, quindi lo conduce aiutandolo e lasciandolo alla fine del cammino.