La morte e i social nel tempo del coronavirus

La morte e i social nel tempo del coronavirus

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Intervista. Davide Sisto è uno dei pochi intellettuali italiani che in questi anni si è occupato di morte e digitale. A lui abbiamo chiesto una visione di questo rapporto straniante ma quotidiano, fuori e dentro la crisi da covid-19. Una questione tutt’altro che chiusa, soprattutto nei suoi risvolti psichici

scritto da Luca Barachetti
Coordinatore dei contenuti di Eppen.

I tanti profili Facebook delle persone decedute come fantasmi di una dimensione pubblica e virtuale. I racconti tramite post delle persone scomparse. Ma anche le iniziative memoriali come “Ogni vita è un racconto”. La morte prima del covid-19 era stata allontanata dal discorso pubblico. Tuttavia con il digitale si è riavvicinata, per poi tornare con prepotenza nelle nostre vite a causa dell’epidemia. Una morte in solitudine (ad esempio nelle terapie intensive) senza un’ultima parola o un gesto conclusivo, privata anche della ritualità religiosa o laica alla base della nostra società. Ci è rimasto il web, con le tracce di chi non c’è più e di chi c’è ancora e ricorda.

Ne abbiamo parlato con Davide Sisto, tanatologo e filosofo presso l’Università di Torino, nonché autore di “La morte si fa social” (Bollati Boringhieri, 2018) e del più recente “Ricordati di me” (Bollati Boringhieri, 2020), due libri fondamentali qualora si voglia affrontare la questione della Fine nelle nostre esistenze onlife.

LB: Che rapporto avevamo con la morte prima del coronavirus?

DS: Un rapporto molto problematico a causa della sua radicale rimozione sociale e culturale dallo spazio pubblico all’interno di cui svolgiamo le nostre attività quotidiane. Nominarla in pubblico risulta essere inopportuno o addirittura di cattivo gusto. Nel mio libro “La morte si fa social” ho menzionato una ricerca scientifica australiana che ha analizzato, nel 2017, le decine di espressioni linguistiche utilizzate nel mondo occidentale per non usare il termine “morte”. Questa rimozione ci ha spinto a credere che la morte non sia parte della vita, ma sia un Male che dall’esterno ci attacca, per cui è obbligo della medicina e della tecnologia sconfiggerla con tutte le armi a disposizione. Pensiamo alla pessima espressione “stroncato da un male incurabile” utilizzata per spiegare che una persona è morta a causa di un tumore. Un simile immaginario sociale e culturale, che attribuisce un valore morale negativo alla mortalità e affida i sogni di immortalità alla medicina, genera una serie di conseguenze negative da anni evidenziate nel campo della Death Education.
Davide Sisto

LB: Poi è arrivato il virus: avevamo lasciato la morte fuori dalla porta, affidando alla tecnica il compito di posticiparla, fino all’immortalità (come racconta Don DeLillo in “Zero K”). È rientrata dalla finestra. Abbiamo continuato a ripeterci #andratuttobene, ma non è andato tutto bene. Pensa che questa abolizione della morte abbia reso più difficile il nostro rapportarsi ad essa?

DS: Sicuramente. L’hashtag #andratuttobene è paradigmatico a proposito. Per quanto sia più che lecito crearsi delle vie di fuga dal terrore del momento, non è tuttavia salutare evitare di guardare in faccia la realtà. Le immediate reazioni impulsive delle persone, prima tramite il ridimensionamento del pericolo (penso a chi sosteneva a inizio marzo che infrangere il lockdown era un atto rivoluzionario), poi tramite azioni irrazionali (lo svuotamento dei supermercati, l’aggressiva caccia ai runner, ecc.), hanno evidenziato la totale impreparazione psicologica ed emotiva ad affrontare le conseguenze della nostra innata fragilità esistenziale. Una maggiore coscienza della propria mortalità non avrebbe, certo, diminuito la paura ma avrebbe sicuramente aiutato a essere maggiormente lucidi e razionali dinanzi al pericolo inaspettato.

LB: Il digitale però, prima ancora del coronavirus, ci ha un rimesso di fronte alla morte abolita.

DS: Le tecnologie digitali, senza volerlo, stanno riportando dinanzi ai nostri occhi la morte tenuta lontana dallo spazio pubblico. La ricercatrice inglese Stacey Pitsillides scrive, come introduzione al suo sito digitaldeath.eu, che la morte fa parte della vita e la vita è divenuta digitale. Il fatto di plasmare, nel corso degli anni, le nostre identità digitali all’interno dei social network ci ha messo di fronte al fatto che non vi è vita senza morte. Basti pensare che Facebook include oltre cinquanta milioni di profili di utenti deceduti. Addirittura, si prevede già nel 2070 che ci saranno su Facebook più profili dei morti che dei vivi. Questo, ovviamente, produce sia conseguenze positive (i social network rappresentano un punto di partenza per una rinnovata consapevolezza della nostra mortalità) sia effetti negativi (le identità digitali restano online, dandoci l’impressione di vivere spettralmente per sempre).

LB: Con l’epidemia la morte è solitaria, è cambiato il paradigma: niente ultima parola d’addio, niente ritualità dell’ultimo saluto. I social e il web sono stati un soccorso?

DS: Assolutamente sì. Penso soprattutto alle video-chiamate che hanno permesso ai malati, intubati nei reparti ospedalieri, di dare un ultimo saluto ai loro cari, anche se solo tramite gli schermi. Senza ombra di dubbio, il contatto fisico resta insostituibile. Tuttavia, i social e il web in generale hanno rappresentato un ottimo mezzo per sopperire alla scomparsa improvvisa e drammatica dei corpi. E dobbiamo farne tesoro in futuro.

LB: Che funzione hanno avuto?

DS: Nel mio ultimo libro, “Ricordati di me”, evidenzio come i social network siano diventati veri e propri esperimenti di autobiografia culturale collettiva. Che ci piaccia o no, la nostra vita è ampiamente presente all’interno dei social network. Dunque, in circostanze così drammatiche, essi permettono di fare gruppo e di darsi reciproco supporto, limitando quell’imbarazzo che spesso ha luogo nella dimensione offline. Pensiamo alla pagina Facebook “Noi denunceremo”, colma di storie personali e di interazioni benefiche tra chi ha vissuto lo stesso identico trauma. Inoltre, i social permettono di conservare i ricordi dei propri cari, aspetto che alla lunga può essere anche traumatico a causa del meccanismo della registrazione. La registrazione del ricordo lo rende infatti sempre presente, dunque rende più difficile il superamento del dolore ad esso associato. A parte questo, il ruolo dei social network è basilare in questo periodo di gigantesca solitudine. Inoltre, ciascuno di noi, con le proprie storie personali, sta contribuendo a creare un vero e proprio archivio digitale delle memorie della pandemia. Gli storici, in futuro, non potranno che trarne enormi benefici.

LB: Lei parla spesso di spettri digitali, presenze / assenze in forma di big data…

DS: Dal momento in cui l’uomo ha preso coscienza della morte di sé e dei propri cari ha cercato, altresì, di mantenere presenti coloro divenuti assenti. A partire dalla scrittura, ogni invenzione che cerca di far permanere, tramite la registrazione, colui che scompare rappresenta un modo di opporsi alla morte. Da questo punto di vista, gli spettri digitali non sono altro che una modalità innovativa di conservare il ricordo delle persone amate che non ci sono più. Gli spettri digitali diventano paurosi se, invece di rappresentare una sorta di scrigno tecnologico dei ricordi, mirano a sostituire i morti. In tal caso, gli esiti sono problematici, come nel famoso episodio “Torna da me” di Black Mirror, in cui allo spettro digitale del fidanzato la compagna rinfaccia di essere solo un accenno di ciò che era il suo fidanzato in carne e ossa, dunque di non avere nessuna storia.

LB: L’Eco di Bergamo ha avviato il progetto “Ogni vita è un racconto”, un memoriale online dove tutti possono lasciare il loro ricordo di una persona morta.

DS: Mi sembra un’operazione molto utile e intelligente tanto sul piano della consolazione quanto sul piano della memoria storica. Rafforza il senso dell’appartenenza alla propria comunità, offre ai tanti defunti uno spazio digitale per “stare insieme”, soprattutto tenuto conto della mancanza in molti casi dei riti funebri, e simbolicamente limita il senso di solitudine dei dolenti. In più, crea un archivio digitale delle storie delle persone comuni, assai prezioso da un punto di vista storico.

LB: La memoria è sempre d’aiuto dinanzi alla morte? O è importante pure l’oblio?

DS: Anche l’oblio può rappresentare una scelta salutare. Ma la scelta tra la memoria e l’oblio di sé o dei propri cari è assolutamente una questione soggettiva, che non può valere per tutti allo stesso identico modo.

LB: In questi giorni c’è una grande attenzione verso la crisi economica conseguente al virus, ma pochissima cura della crisi psichica data da lutti, isolamento, angoscia verso un qualcosa che ancora oggi fatichiamo a definire.

DS: Sarebbe opportuno che lo stato italiano comprendesse, una buona volta, l’importanza della Death Education. Mai come oggi serve il lavoro delle persone che si occupano di lutto e di morte e che possono offrire un sostegno fondamentale a chi ha vissuto questo incubo. L’errore madornale consiste nell’abbandonare ogni dolente alla sua solitudine, senza offrigli un supporto sociale che è fondamentale per affrontare le conseguenze psicologiche dei lutti, dell’isolamento e di tutto ciò che ci sta facendo soffrire, non solo sul piano economico.

LB: Per comprendere l’importanza del digitale dinanzi alla morte, soprattutto quando il deceduto è assente, è necessario superare la dicotomia reale / virtuale per andare verso quel mondo ibrido e osmotico che è l’onlife, come l’ha definito il filosofo Luciano Floridi… non crede che sia una questione da affrontare fino dalla scuola?

DS: Assolutamente sì. Aggiungo un appunto: noi viviamo da anni una vita onlife, pur ignorandola e credendo che vi sia una distinzione tra reale e virtuale, che di fatto esiste solo nei nostri pregiudizi. La pandemia, paradossalmente, ci ha fatto vivere una vita online senza quella offline, a causa del congelamento dei nostri corpi dentro le abitazioni. Ciò ha creato non pochi problemi di natura lavorativa, psicologica, emotiva, ecc. Ecco perché questa esperienza dovrebbe spingere le scuole a educare all’uso del digitale, evidenziando l’importanza della sua integrazione nelle nostre vite e insegnando – al tempo stesso – i rischi che derivano dall’iperconnessione. Mi chiedo se, prima o poi, ci sarà questa lungimiranza statale e si capirà che non si può più vivere in un mondo che di fatto non esiste, quello che distingue ancora il reale dal virtuale.

intervista tratta da L’ECO DI BERGAMO