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Parlare della morte ai bambini: le parole da dire e quelle da evitare

di Mathilde De Robien
Visto che non è sempre facile parlare della morte ai bambini, e poiché ci sono alcune cose da dire e altre da tacere, ecco alcune dritte per abbordare l’argomento, con semplicità e verità, parlando ai propri figli.

Le feste di Ognissanti e di Tutti i morti sono occasioni per andare al cimitero, per riempire di fiori le tombe e pregare per le anime dei defunti delle nostre famiglie. Sono anche momenti per rispondere alle domande dei nostri figli, e per interrogarci anche noi sulla morte e sul senso della vita. Poiché non è sempre automatico trovare le parole giuste, Aleteia ha tratto dal libro Prune et Séraphin ont peur de la mort [Prune e Séraphin hanno paura della morte, N.d.T.] (Mame) alcune tracce per rispondere in modo semplice, vero e preciso alle attese dei più piccoli.

Le parole da dire

I bambini possiedono una naturale curiosità e una spontaneità che talvolta ci disarmano o c’imbarazzano, quando si tratta della morte. I loro interrogativi manifestano il bisogno di comprendere, e di là il loro bisogno di essere rassicurati. Vi è la necessità di parlar loro in tutta franchezza, con parole adatte alla loro età ma non per questo meno vere. Senza di ciò la loro comprensione sarebbe imperfetta e il loro bisogno di sicurezza resterebbe soddisfatto per metà.

Molto spesso chiedono spiegazioni concrete. Esempio: «Che succede quando uno muore?». Non c’è alcun bisogno di lanciarsi in una lunga spiegazione metafisica. Impiegate parole precise, concrete, che  descrivano la morte il più sobriamente possibile: «Quando uno muore, il suo cuore non batte più. Lui non respira più, non si muove più. Non sente più nulla».

I bambini si immedesimano e immaginano la loro  morte o quella dei loro genitori. E allora chiedono “Anche io morirò?” oppure “Anche tu morirai?”. Abbiamo l’obbligo della sincerità, non possiamo mentire su questo argomento. Però, senza negare l’ineluttabilità della morte né le difficoltà della vita, possiamo rispondere: «Noi moriremo tra tanto tempo. Saremo vecchi e tu sarai già grande. E se le cose andranno diversamente tutta la famiglia avrà cura di te». È pure l’occasione buona per spiegare il ciclo della vita:

Tutto quello che vive finisce per morire. Da principio si è piccoli, poi si cresce, si invecchia, si muore quando il corpo è troppo affaticato. Ma è meraviglioso crescere, si fanno cose nuove ogni giorno.

Parlare della morte è anche un momento in cui i bambini possono esprimere le proprie emozioni, quali la paura o la tristezza. Sta a noi rassicurarli: «È normale avere paura della morte. Anche i grandi spesso ne hanno paura». Se siamo cristiani, possiamo trasmettere loro la nostra fede e la nostra speranza nella risurrezione e nella vita eterna:

La morte è triste perché non vediamo più quelli che amiamo. Ma noi, però, crediamo che dopo la morte ci sia una vita meravigliosa con Dio, una vita di gioia e di amore che dura per sempre e che niente può fermare.

Le parole da evitare

Alcune parole, inadatte o inappropriate, utilizzate molto spesso con l’intento di addolcire la realtà, hanno poi conseguenze sulle considerazioni – consce o inconsce – del bambino. Quindi evitate di utilizzare espressioni come “addormentarsi”, “partire” o “andarsene” per spiegare la morte. Se dite a vostro figlio che suo nonno si è “addormentato”, rischia di avere molta paura di andare a letto, cioè di morire anch’egli. Allo stesso modo, se gli dite che la bisnonna “è partita” per un lungo viaggio, quello attenderà il suo ritorno oppure starà in ansia quando qualcuno di caro partirà in viaggio.

A vostro figlio non dovreste dire neppure che la nonna è morta perché era malata. Potrebbe credere che al prossimo raffreddore sia il suo turno. Preferite la verità, impiegando parole semplici: «Nonna aveva un cancro. È una malattia molto grave. Alle volte c’è qualcuno che guarisce, ma non sempre».

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

articolo tratto da aleteia

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Sicilia, il ricordo di Tusa. “Dall’Etiopia al posto dei resti solo un sacchetto di terra”

A tre mesi dalla scomparsa in un incidente aereo in Etiopia, ieri a Palermo si è tenuta la cerimonia per ricordare Sebastiano Tusa, archeologo di fama e assessore regionale in Sicilia proprio per la tutela dei Beni Culturali.

“In ciascuno di noi domina un sentimento di dolore, di sconforto di impotenza, di rabbia. Avremmo voluto questa cerimonia davanti a una bara sulla quale depositare un fiore. Per questo abbiamo atteso tre mesi, una illusione che abbiamo inseguito tutti. Non sappiamo se quella bara un giorno arriverà o se dovremo accontentarci di ricordare Sebastiano per la sua nobile esistenza”. Così il presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, parlando con tono commosso alla cerimonia in ricordo di Sebastiano Tusa, l’archeologo che fu assessore ai Beni culturali morto nel disastro dell’Ethiopian Airlines dello scorso 10 marzo.

Alla cerimonia, a Palazzo d’Orleans, erano presenti la vedova Patrizia Livigni, i figli Vincenzo e Andrea e altri familiari di Sebastiano Tusa, oltre all’intera giunta Musumeci, al presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè, al sindaco Leoluca Orlando è a numerosi dirigenti regionali. In cattedrale, prima della cerimonia, c’è stata una messa officiata dall’arcivescovo Corrado Lorefice, anche questa molto partecipata e commossa.

“Solo nella fede in Dio – ha detto l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice durante la messa – può spiegare l’improvvisa e prematura morte di Sebastiano Tusa. I gesti di bellezza umana che il professore Tusa ha espresso nella sua breve ma meravigliosa permanenza nella casa degli uomini che è la terra – ha proseguito – sono indistruttibili e votati all’eternità. Questa è la consolazione che ci dà la fede e di cui ci parla l’apostolo Paolo: ‘la nostra speranza nei vostri riguardi è salda. sappiamo che come siete partecipi delle sofferenze lo siete anche della consolazione”.

“Sebastiano Tusa era la buona politica, era un ottimo politico perché era straordinariamente umano con tutti i difetti di una persona umana e senza i difetti di quei politici imbiancati che funzionano come i jubox” ha aggiunto il sindaco Leoluca Orlando.

I resti di Tusa sono contenuti in un sacchetto di terra nera. Terra bruciata da quintali di kerosene. Il terriccio di un campo a pochi chilometri da Addis Abeba dove il 10 marzo si schiantò il Boeing 737 Max 8 di Ethiopian Airlines con 157 persone a bordo, compreso Sebastiano Tusa.
Valeria Patrizia Livigni è tornata da Roma con quel sacchetto consegnato alla Farnesina da funzionari commossi.
«Un simbolo. Qualcosa da tenere in mano, in attesa di quanto potrà arrivare solo dopo l’esame del Dna su poveri resti…», sussurra la direttrice del Museo Riso di Palermo che con Tusa ha condiviso vita affettiva e vita lavorativa. Incredula per i ritardi accumulati nelle operazioni sul campo in Etiopia, sul silenzio che avvolge la vicenda, sulle cause del disastro. Adesso turbata da quella consegna, grata all’ufficiale della Guardia di Finanza che l’ha accompagnata ai controlli di Fiumicino per non spiegare cosa fosse quel terriccio raccolto in Etiopia e custodito in borsa….

 

articolo tratto da TP24.it

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Giappone, una telefonata per l’aldilà

Un vecchio apparecchio davanti al mare. Dopo lo tsunami sono in migliaia a chiamare i morti
di Paolo Salom

Parlare al vento perché il vento è uno spirito amico, compassionevole, l’unico in grado di portare conforto ai sofferenti. Sussurrare parole d’amore dirette a chi non c’è più, perché la Natura — infuriata — ha stravolto la realtà degli uomini scatenando uno tsunami capace di annichilire ventimila vite. Entrare in una cabina del telefono collegata con il nulla e tuttavia proprio per questo capace di connettere il mondo di qui e quello del nostro cuore, dove tutto è possibile.

L’apparecchio in fòrmica, nero, contrasta con il candore della struttura che lo contiene. Il bianco, in Giappone, è il colore del lutto, oltre che della purezza. E il signor Itaru Sasaki, pensando a uno stratagemma per vincere il dolore provocato dalla prematura scomparsa del cugino, nel 2010 — un anno esatto prima del terremoto-tsunami che avrebbe devastato il Nordest del Sol Levante — aveva deciso di sistemare nel suo giardino una cabina telefonica collegata soltanto con l’aldilà. «Avevo bisogno di elaborare la sofferenza — ha poi dichiarato Sasaki alla televisione Nhk —. Trasformare i miei pensieri in parole trasportate dal vento».

Chiuso nella cabina, l’uomo aveva preso l’abitudine di comporre il numero del cugino, usando il disco che per decenni ha scandito la «magia» del dialogo a distanza: zzzz-toc, zzzz-toc. Poi, la connessione immaginaria permetteva di condurre il flusso dei ragionamenti, le parole non dette in vita, la richiesta di perdono per quel piccolo sgarbo che aveva, per qualche tempo, guastato il legame.

Per molti a Otsuchi, cittadina che si affaccia sull’Oceano Pacifico nella prefettura di Iwate, il comportamento di Itaru Sasaki poteva essere considerato bizzarro. Ma nemmeno troppo: per un giapponese il dialogo tra umani e spiriti è una possibilità, una caratteristica dell’insieme di credenze della religione shintoista, che attribuisce a ogni cosa, vivente o meno, un kami (spirito) vitale. È così che la Natura stessa prende forma ed è capace di «parlare» con l’uomo, spaventarlo o coccolarlo. Tutto dipende dal nostro rapporto con questo mondo fantastico, dalla capacità di aderire alle sue regole millenarie. Così, la notizia del concittadino che ogni tanto entrava nella cabina, da lui chiamata kaze no denwa, il telefono del vento, non aveva creato grande scompiglio in paese. Almeno fino all’11 marzo 2011, quando uno tsunami scatenato da un terremoto del nono grado della scala Richter, in mezzo all’oceano, aveva spazzato via città e vite, separando per sempre i destini di famiglie intere: mogli che avevano perso il marito; mariti senza più mogli; figli e figlie senza genitori; genitori senza più figli.

Una volta superata l’emergenza, quando una parvenza di normalità è tornata a scandire le giornate dei sopravvissuti, di chi cercava di ricostruirsi un’esistenza, a qualcuno è venuto in mente quella cabina con il telefono senza fili in un giardino privato di Otsuchi.

Chissà se è stato lo stesso spirito del vento (in giapponese: kamikaze) a diffondere la notizia. Fatto sta che piano piano una piccola folla accomunata dal dolore per un lutto inimmaginabile si è recata in pellegrinaggio da Itaru Sasaki. Tutti avevano le medesima richiesta, pronunciata dopo un inchino e una lacrima impossibile da trattenere: «Posso fare una telefonata dalla sua cabina? È tanto che non parlo con…».

Possiamo sostituire i puntini con moglie, marito, figlio, figlia, madre, padre. Negli anni la piccola folla è diventata un fiume in piena di dolore: migliaia e migliaia di esseri umani che attendevano pazientemente il loro turno per entrare nella cabina bianca su cui soffia costantemente una brezza dal mare. E poi comporre il numero usando un apparecchio a disco che non squillerà mai. Ma sarà sempre capace di spargere parole di affetto e nostalgia nel vento dei sentimenti.

Alleggerendo così il peso dei ricordi, di tante vite che non sono più. La signora Mitsu Kumagai è una dei molti che ancora oggi provano a parlare come se nulla fosse stato. È arrivata da Hanamaki, cento chilometri nell’entroterra, per parlare con la sorella scomparsa nell’onda nera arrivata dall’oceano. Il disco del telefono gira lentamente e scatta all’indietro, numero dopo numero. Mitsu Kumagai avvicina la cornetta all’orecchio. Per poi sussurrare: «Sorella mia, volevo dirti che…».

 

articolo tratto da CORRIERE DELLA SERA

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Anche la morte è parte della vita

articolo tratto da : www.lifegate.it

Anche la morte fa parte del ciclo della vita di una persona. Per questo è importante accettare ed avere un atteggiamento positivo nei confronti della morte.

Andando a fare un giro in un terreno incolto, noteremo la rigogliosità della natura, noteremo anche piante e alberi morti, secchi, caduti, altri in putrefazione. Ma se andiamo a vedere nel dettaglio cosa c’è vicino, dentro, sotto, noteremo dell’altra vita che sta per nascere: piccole erbe, formiche che scavano il legno, germogli, altri insetti che freneticamente si muovono, l’aria che si muove, le piccole gocce di rugiada…

Non c’è fine senza inizio

In ogni cosa che finisce c’è l’inizio di qualcos’altro. La morte non è in opposizione alla vita, non c’è dualità in questo, come invece noi pensiamo. La morte è complementare alla nascita, almeno in questo mondo. Dove c’è la nascita c’è anche la morte, e la vita include tutto questo. La vita in qualche modo è eterna, perché è il ciclo della nascita e della morte, tutti i cicli compongono ed appartengono alla vita. Come la nostra anima, che appartiene alla vita, non solo dalla nascita e fino alla morte.

Non c’è cultura della morte

Mentre scriviamo questa frase, il correttore del programma di scrittura ci suggerisce di usare anziché “fino alla morte” la frase “fino all’ultimo”: sembra che sia veramente insita nel mondo occidentale la paura della morte, anche solo nominarla può dare fastidio. Vediamo la morte come momento disperato, perché ci identifichiamo con il corpo, con gli oggetti e gli affetti che sono esterni a noi. Pensiamo che con la morte perdiamo tutto questo, ed effettivamente è vero, ma la casa, l’auto, i parenti, il lavoro non siamo noi. Nella vita diamo molto peso alle cose materiali, ci identifichiamo con queste, e trascuriamo il valore della vita interiore. Per questo motivo la morte ci spaventa, pensiamo che sia una perdita totale, l’annientamento completo di noi.

Oltre l’ego

Ed in parte è così, con la morte se ne va l’ego, ma noi non siamo solo il nostro ego, siamo molto di più, siamo quello che è stato con noi fin dal momento della nascita e che ci accompagnerà anche nella morte. Questo non è l’ego, perché quando nasciamo non abbiamo nessuna esperienza personale, eppure ci siamo, esistiamo e da subito diamo il nostro contributo alla vita.

Un’anima immortale

Non è necessario avere “fede” per comprendere queste cose, non è necessario seguire una religione, basta fare un viaggio dentro di noi, per scoprire e sperimentare il nostro collegamento con l’anima, quella parte di noi che può sopravvivere in ogni circostanza, quella dimensione trascendentale che è insita in noi stessi.

Oltre il corpo

Nel ricordare che dobbiamo morire, ricordiamo anche che abbiamo una dimensione invisibile, non collegata al corpo, ricordiamo la nostra pura essenza, che va oltre i nomi e le forme. Ricordiamo che abbiamo la possibilità di scegliere in questa vita: possiamo decidere se vivere in conformità alle regole, all’educazione, alla socializzazione che ha formato il nostro ego, oppure vivere in collegamento diretto con la nostra anima, con quella parte più profonda che è venuta sulla terra per evolversi, per completare fino alla fine il suo compito.

Come affrontare la morte

Le persone che hanno avuto esperienze di premorte, sanno come ci si sente senza corpo: non è la fine del mondo, è l’inizio di qualche cosa di diverso, che non possiamo nemmeno immaginare se rimaniamo sempre ancorati alla nostra realtà. Se ci dimentichiamo chi siamo veramente, affronteremo la morte con paura, rabbia e dolore, e penseremo che è la fine di tutto. Questo ci porta ad essere a disagio per tutta la vita, perché la morte prima o poi si avvicina a noi, attraverso la scomparsa di qualche persona cara, di qualche famigliare o anche attraverso gravi perdite della vita, quali divorzi, fallimenti, perdita di beni.

Vivere al massimo

Sapere affrontare la morte con serenità aiuta moltissimo ad affrontare la vita con serenità, ogni attimo diventa quello buono per non lasciare niente in sospeso, di inconcluso, per terminare ogni giorno con una profonda pace. Dobbiamo morire, perciò il nostro ego è destinato ad andarsene, come tutte le forme cui lo abbiamo associato, come le relazioni sociali con cui ci siamo identificati. Accettare la morte, imparare a morire, a lasciare andare le cose, sapere che possono avere una fine, ci aiuta anche nella vita pratica quotidiana. Ogni piccola sconfitta può essere vista come una piccola morte, come la conclusione di un ciclo, all’interno del ciclo della nostra vita. Potremo pensare che sia penoso, perché sentiamo la perdita, il disorientamento dentro di noi, avere dei dubbi “chi siamo veramente”, senza quella determinata cosa.

Affrontare le perdite

Abbiamo la possibilità invece di affrontare ogni piccola perdita con la cognizione che è necessario accedere dalla nostra parte più profonda per poter rinascere. Dentro alla nostra anima c’è la vera forza della vita, c’è la pura essenza che non ha bisogno di identificarsi con la materia e le emozioni, c’è la possibilità di rinascere, di ricominciare in ogni momento dall’inizio, ed attingere al potere di guarigione, che è in collegamento con tutto l’universo, e necessario nella nostra vita.

Morire è naturale

Se siamo vicini ad una persona morente, non ci dobbiamo sentire arrabbiati, delusi, impotenti. La morte non è un evento anomalo ed eccezionale, come ci fa credere la nostra società, è la cosa più naturale che possa capitare, come la nascita. Perciò stiamo vicini alle persone che muoiono con naturalezza, accettando che un ciclo sia completato, lasciando da parte il dolore, richiamando la calma e la serenità: le anime, la nostra e quella del morente, sanno che non è la fine di tutto.

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Messico: Dia de los muertos

Anche se noi italiani siamo abituati a commemorare i nostri defunti in maniera triste, mesta e riflessiva, in Messico invece è uno dei momenti più felici e gioiosi dell’anno!
E sia chiaro, questo giorno non ha niente a che vedere con la festa di Halloween improntata su spiriti maligni e fantasmi. Secondo la loro tradizione infatti, il día de los muertos è il giorno in cui i morti tornano a trovare parenti ed amici.

Le celebrazioni hanno luogo tra il 31 Ottobre e il 2 Novembre; prima erano festeggiate in agosto ma con l’arrivo degli spagnoli in America nel 1500, si fusero i riti mescolando tradizioni europee a quelle degli indigeni locali.

Dopo la conquista del Messico infatti, si assistette all’incontro e alla mescolanza delle credenze del Vecchio e del Nuovo mondo. In realtà fu un periodo molto confuso in cui gli sforzi di evangelizzazione cristiana dovettero per forza cedere alla forza radicata delle credenze indigene facendo nascere così nelle Americhe un cattolicesimo proprio fatto da un incontro di religioni: la preispanica e la cristiana.

Da questo incontro nasce questa ricorrenza ancora oggi sentitissima.Una festa che inizia all’alba con il suono delle campane della Chiesa e con la meticolosa pratica di adornare tombe e allestire santuari sulle lapidi dei propri cari.Ma una cosa più di tutte ha importanza: l’altare dei morti.
Abbiamo detto che in questi giorni lo spirito dei cari estinti torni dal mondo dei morti per vivere un giorno con la famiglia, confortandola e incoraggiandola; bene, l’altare è lo strumento per fare tutto ciò. E’ la porta tra la vita e la morte. E allestirlo ha delle precise regole e scrupolosi rituali.
Viene predisposto in santuari, nelle abitazioni, nelle scuole. Ovunque un defunto debba arrivare a trovare i congiunti.

L’altare dei morti è una cosa tanto pittoresca, tanto originale, tanto unica, tanto meravigliosamente colorata e accurata da essere stato proclamato nel 2008 patrimonio culturale dell’umanità dall’UNESCO.

Qui, è perfettamente tangibile la fusione di elementi religiosi e vecchie tradizioni e l’ostilità di quest’ultime a non soccombere.

L’altare dei morti è foderato con tessuto bianco o nero, ed è fatto di un’ara di sette livelli che simboleggiano i passi necessari per riposare in pace e ogni strato ha la sua funzione e il suo significato.
Nel primo:
– L’immagine del Santo a cui è dedicato
il secondo
– è dedicato alle anime del purgatorio: nel caso un’anima fosse ancora bloccata in quella casa o in quel luogo, avrebbe così il permesso di lasciarla
nel terzo:
– il sale che simboleggia la purificazione dello spirito per i bambini
nel quarto:
– il pane offerto come cibo per le anime che sosteranno lì. Rappresenta
l’eucarestia: un’aggiunta dei missionari spagnoli, ma anche qui la resistenza alle tradizioni locali è evidente: la croce nel mezzo infatti è fatta a forma di ossa
nel quinto:
– il cibo, la frutta e tutte le pietanze preferite in vita dal defunto
nel sesto:
– le sue fotografie. Collocate alle spalle, all’indietro, con uno specchio di fronte affinché si possa vedere solo il riflesso del defunto e che quest’ultimo veda solo nel riflesso i parenti
nel settimo:
– la croce. Sagomata di da semi o frutti; simbolo anch’esso introdotto dai missionari

Nella parte superiore, a simboleggiare l’ingresso nel mondo dei morti vi è un arco quasi sempre ornato da fiori di calendula. Questi infatti per la loro fragranza sono considerati la guida per gli spiriti che devono raggiungere questo mondo. Ma ci sono altri elementi che non devono mancare: il coppale e l’incenso ad esempio; il primo è un elemento preispanico che purifica e il secondo per santificare l’ambiente. I confetti, che rappresentano la gioia della festa e il vento.

Le candele e i ceri che evocano luce divina. Sono viola e bianchi a rappresentare il lutto e la purezza. Vanno collocati a nord sud ovest est e per terra a formare un percorso per raggiungere l’altare. Altro elemento essenziale è l’acqua: riflette la purezza dell’anima. Inoltre un bicchiere d’acqua viene lasciato per il defunto affinché possa dissetarsi dopo il viaggio. Vengono lasciati anche una saponetta, uno specchietto da toletta e un asciugamano.

Intorno all’altare vengono anche posizionati dei pittoreschi teschi chiamati Calavera che possono essere fatti di gesso, zucchero, pietra o argilla e alludono che la Signora Morte è sempre presente tra i vivi.

Infine bevande alcoliche e oggetti personali, quelli appartenuti ai defunti, e per i bambini i loro giocattoli preferiti.
La visione dei messicani della morte è affascinante; consolatoria: viene festeggiata, non temuta, non evitata; non è per loro mancanza o assenza: èsolo una nuova tappa.

E’ una costante rinascita. I morti sentono, ascoltano e perfino consolano. Sono presenze vive più che mai. Presenze che ci ricordano che oggi siamo noi ad offrire ma domani in un ciclo continuo, saremo noi gli invitati alla festa. E torneremo. Torneremo sempre finché qualcuno ci ricorderà e preparerà per noi un altare.

 

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Paura della morte e felicità

di Marina Sozzi

 

Perché abbiamo paura della morte? E soprattutto, è possibile addomesticare tale inquietudine, che per alcuni è un vero e proprio disagio con cui convivere?

Non parlo tanto, qui, della paura della morte che si manifesta nella prossimità della nostra fine biologica, ma di quell’inesausto sgomento che ci prende al pensiero della nostra finitezza, che può condizionarci a ogni età e in ogni situazione di vita. Quella paura che rende vano, e forse anche futile, il detto del filosofo greco Epicuro, secondo cui “se ci siamo noi, non c’è la morte, se c’è la morte non ci siamo più noi”. Infatti, nonostante questa sia un’indubbia verità, passiamo buona parte della nostra vita ad avere paura, perché vita e morte non sono realtà chiaramente distinte, ma aspetti fittamente intrecciati del destino umano.

La paura della morte è legata, nell’uomo, proprio all’acuta coscienza che egli ha del proprio limite. La morte rappresenta l’ignoto oltre la fine, il mistero per antonomasia, e gli esseri umani hanno sempre cercato soluzioni per attutire l’angoscia che ne deriva loro: risposte religiose, come quella del cristianesimo o dell’islam, che prefigurano altri mondi cui la morte apre il passaggio. O consolazioni laiche, come il pensiero dell’“eredità d’affetti” che ciascuno può lasciare all’umanità, sulla falsariga di Foscolo.

Il quesito è se sia possibile addomesticare, anche se non proprio superare, la paura della fine nel corso della nostra vita. Il filosofo Jankélévitch sosteneva che da un lato c’è la morte come legge naturale, necessità impersonale, perfettamente comprensibile e razionalizzabile. Dall’altro lato c’è la morte come minaccia concreta, inaccettabile, tragica e scandalosa, che incombe sul singolo individuo. In questo secondo significato la morte è inconoscibile e indicibile. Il pensiero si annienta se prende come oggetto la morte, e l’angoscia che essa suscita è legata al nostro tempo umano, all’impossibilità di rappresentazione, al crollo, all’annullamento, all’inabissarsi del pensiero stesso. Sembra dunque, come peraltro pensava anche Sartre, che sia impossibile prepararsi alla morte, e quindi anche affrontare la paura della morte.

A mio modo di vedere, però, occorre capirsi sul significato che diamo al temine “morte”. Se per morte intendiamo l’istante del trapasso, si può dare ragione a Jankélévitch.

Tuttavia, proprio per via della stretta implicazione che c’è tra vita e morte nella quotidianità umana, è possibile accostarsi al pensiero della finitezza in molti modi. Uno di questi è cominciare a guardare alla nostra cultura dal punto di vista della consapevolezza della mortalità. C’è infatti una difficoltà antropologica nell’affrontare la paura di morire, ma ce n’è una molto più grande che è di carattere culturale.

La nostra società ci impone infatti di non condividere socialmente l’ansia per la morte: parlare di morte è considerato segno di indelicatezza o di cattiva educazione, in particolare in presenza di persone anziane, bambini o malati. Il diktat del silenzio induce nella maggior parte dei nostri contemporanei la mancanza di elaborazione, perché l’uomo, animale sociale, non riesce ad accogliere e sistematizzare le proprie ansie e paure se non nella dimensione della condivisione. In questo clima, all’individuo non resta che cercare di sfuggire alle proprie ansie non pensandoci, distraendosi, mettendole da parte ogni volta che si presentano. Invece di cercare di fare i conti con la finitezza, scappiamo a gambe levate, buttandoci nel lavoro o in troppe relazioni superficiali, talvolta facciamo uso di sostanze psicotrope più o meno legali, acquistiamo oggetti inutili. Forse così facendo siamo funzionali alle logiche della civiltà nella quale viviamo, ma certo non contribuiamo alla nostra felicità.

Abbiamo citato la felicità. C’è forse un legame tra elaborazione della paura della morte e felicità? Penso di sì, a patto di non intendere per felicità l’insulsa spensieratezza che aleggia negli spot pubblicitari, a patto di comprenderla come quello stato di appagamento in cui coincidiamo con quel che siamo, perché abbiamo accettato i nostri limiti. E a patto, inoltre, di non illudersi di poter trovare, una volta per tutte, un’incrollabile serenità di fronte alla nostra morte. Ho sperimentato in prima persona, durante la mia malattia oncologica, la difficoltà della mente ad accogliere la propria possibile morte, il rifiuto di toccare la concretezza della fine. Attraverso quell’esperienza mi sono fatta l’idea che solo in una reale prossimità della morte biologica sarà forse possibile lambirla – se non coglierla – col pensiero.

Tuttavia, se si accetta che il dialogo con la morte ci accompagni negli anni, ritengo che il percorso di avvicinamento al pensiero della fine serva, e sia in grado, oltre che di addomesticare la paura, anche di arricchire all’inverosimile la vita: di emozioni, sensibilità, intelligenza. E di riempire di significato le relazioni più autentiche. Ce la dice lunga, a tal proposito, la lettera di Holly Butcher postata su Facebook il 3 gennaio e rapidamente diventata virale: “Voglio solo che la gente smetta di preoccuparsi così tanto dei piccoli stress insignificanti della vita e cerchi di ricordare che tutti abbiamo lo stesso destino, dopo tutto. Quindi: fai quello che puoi per far sì che il tuo tempo sia degno e grande.”

Ma come fare a venire a patti con la paura della morte? Pensiamo innanzitutto che essa non è un monolite, ma è composta da un insieme inestricabile di tante paure più o meno grandi.

Ottenere una migliore convivenza con questa paura, allora, comporta un processo elaborativo, che non può essere fatto in solitudine. Occorre rigirarsela in mente insieme a persone che ci comprendano, scomponendola, e guardando dentro a quel contenitore della Grande Paura, che sembra impossibile da aprire. Cosa troviamo là dentro? Timore della sofferenza? Della perdita della propria individualità? Del dolore di chi resta? Dell’annientamento del nostro mondo? Come bamboline russe, una dentro l’altra, possiamo imparare a estrarre queste paure più piccole una alla volta, esaminarle e cercare di comprendere la loro funzione nella nostra vita. Vedremo allora scendere il tasso di inquietudine, e cominceremo a capire cosa davvero è importante per noi.

Avere paura, sentirsi fragili, non è disdicevole, è umano. Non ce lo ripeteremo mai abbastanza. E Holly scrive: “E’ questa la cosa della vita: è fragile, preziosa e imprevedibile, e ogni giorno è un dono, non un diritto dato.”

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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“Sarò cenere”, in Italia è boom di cremazioni

 

 

Il funerale in Italia cambia stile: è boom di cremazioni. Si è passatidalle 110.710 cremazioni nel 2013 alle 141.553 del 2016 con un trend in costante crescita. In testa Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. E’ quanto emerge dagli ultimi dati raccolti dalla Sefit Utilitalia (Servizi Funerari Italiani) sulle cremazioni di cadaveri effettuate nell’anno 2016 nei crematori italiani in funzione, predisposti sulla scorta dei modelli a suo tempo inoltrati ai comuni sede di impianto e ai gestori. Dietro il fenomeno una molteplicità di fattori: dalle ragioni economiche alla questione degli spazi.
La Federazione da anni effettua una raccolta sistematica di dati statistici sullo sviluppo della cremazione, fornendo i dati a istituzioni nazionali, come l’Ispra, o internazionali, come Icf ed Effs. Nel fornire i dati la Sefit specifica che alla data di emanazione della circolare non sono pervenuti, in quanto non forniti dal gestore dell’impianto, quelli relativi ai crematori di Bagno a Ripoli, Carpanzano, Domicella e Montecorvino Pugliano; di conseguenza il dato delle cremazioni registrate sul territorio nazionale – in particolare in Campania – è da considerare sottostimato.
“Da un’analisi dei dati pervenuti si può affermare che le cremazioni effettuate in Italia nel corso del 2016 siano cresciute in maniera contenuta rispetto all’anno precedente, con un aumento percentuale del 3,2%, corrispondente a 4.388 unità, determinato in particolare dal calo della mortalità generale rispetto al 2015, anno anomalo nel trend. Nel 2016 si sono registrate a consuntivo 141.553 cremazioni di feretri, contro 137.165 del 2015” rende noto la Sefit.

“L’Istat – si ricorda – ha recentemente diffuso i dati sulla mortalità e popolazione 2016, anno in cui si sono registrati 615.261 decessi. Quindi l’incidenza della cremazione (per difetto, mancando i dati di 4 crematori) sul totale delle sepolture, per l’anno 2016, è del 23,01%, con un notevole incremento in termini percentuali (+1,83%, rispetto al dato 2015, che era del 21,18%)”.
Analizzando il dato territoriale, le regioni dove la cremazione è più sviluppata – in termini di rapporto percentuale delle cremazioni eseguite sul territorio rispetto al dato nazionale – continuano ad essere Lombardia (25,8%), Emilia-Romagna (14,6%) e Piemonte (14,3%), che dispongono del maggior numero di impianti di cremazione operativi (12 per ognuna delle tre regioni) e sono le regioni con maggiore mortalità. In particolare la Lombardia è in testa con 36.590 cremazioni, segue l’Emilia-Romagna con 20.600 e il Piemonte con 20.285 cremazioni.
La crescita percentuale maggiore nel 2016 rispetto al 2015 si è avuta a livello regionale in Sardegna (+41,8%), Puglia (+39,5%) e Sicilia (+21,3%), “anche se va detto – specificano i Servizi Funerari Italiani – che in queste incidono soprattutto la messa in funzione o il fermo/rallentamento operativo di uno o più impianti e la scarsa numerosità dell’anno precedente”. La crescita numerica regionale più elevata si è registrata invece in Emilia-Romagna (+2.777), Lazio (+829) e Veneto (+516).

L’incremento del ricorso alla cremazione continua ad avvenire soprattutto al Nord, che ha una maggiore presenza di impianti, ma anche al Centro. In particolare nei capoluoghi di provincia dotati di impianto. Anche nel 2016, così come negli anni precedenti, le città in cui viene effettuato il maggior numero di cremazioni sono Roma (12.376), Milano (10.776) e Genova (6.048), “anche se è bene chiarire – viene precisato – che si tratta di cremazioni svolte per un’area che spesso è almeno provinciale, se non ancor più estesa”. A seguire, con oltre 4.000 cremazioni Mantova (4.973), Livorno (4.719), Trecate (4.302) e Bologna (4.201).

FORME DI SEPOLTURA – Riguardo alle altre forme di sepoltura, secondo le stime del 2016, le inumazioni (in terra) sono state 203.037 (33%) mentre le tumulazioni (in loculo e in tomba) 270.671 (43,99%).

IL PERCHE’ DI UNA SCELTA – Oltre a un intimo e personale desiderio dell’individuo, dietro il boom di cremazioni esiste una molteplicità di fattori. Le ragioni economiche pesano ma all’origine della scelta vi sono anche la questione degli spazi e l’apertura della Chiesa. A spiegarlo all’Adnkronos è Pietro Barrera, responsabile Sefit.
“Il boom è molto diversificato sul territorio nazionale con una differenziazione tra Nord e Sud” premette Barrera. “Indubbiamente incide il costo delle sepolture, perché la sepoltura di un’urna cineraria costa molto poco, ma un elemento che nel nostro Paese ha contribuito ad aumentare la richiesta di cremazione – sottolinea – è stata la legittimazione di questa pratica da parte della Chiesa cattolica”. Prima infatti la percezione popolare era quella di “un atto ostile alla religione e si riteneva che fosse una pratica anticristiana. Ora questa barriera è caduta”.
C’è poi il tema della disponibilità degli spazi legato a quello dei costi. “Costruire tombe di famiglia era ed è costosissimo e richiede spazi” evidenzia. Inoltre, “in molte città c’era il problema di soddisfare la richiesta crescente di loculi, con il risultato che poi si finiva per costruire, si pensi ad alcune parti del cimitero di Prima Porta a Roma, dei modelli da edilizia intensiva, come il palazzone di edilizia residenziale popolare degli anni ’70”.

Di qui “l’idea di cercare una strada alternativa per far sì che il destino della salma non richieda di per sé grande spazio e conseguentemente anche grandi spese”. Si può scegliere l’affidamento familiare, la dispersione ma anche una collocazione cimiteriale “garbata, appropriata e decorosa”.

Al Verano di Roma, “dove da decenni non c’è più la possibilità di costruire nuove sepolture, si trovò spazio per i cosiddetti colombari – spiega ancora Barrera – piccoli loculi che non potevano ospitare una bara ma un’urna sì, attraverso i quali si è risposto a una domanda di famiglie che cercavano una sepoltura al centro di Roma e la potevano ottenere solo in quel modo perché al Verano loculi disponibili non c’erano e non ci sarebbero stati”.
Quanto al costo della cremazione, “al netto dei ricarichi che possono fare le imprese di onoranze funebri, dipende anche dalla distribuzione, efficienza e accessibilità degli impianti che non sono distribuiti in modo equilibrato sul territorio nazionale”. E, “in alcune aree del Paese”, conclude Barrera, è collegato anche al fatto “che esista una limpida e trasparente concorrenza”.

Articolo tratto da: www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/09/20/saro-cenere-italia-boom-cremazioni_gcOd3nmfGS98Oib7d6kWhK.html

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LA STRADA E LE MORTI IMPROVVISE

di MARINA SOZZI

Sapevate che ogni anno muoiono in incidenti stradali, solo in Italia, tra 3000 e 4000 persone, come fosse risucchiato nel nulla un piccolo paese?

E’ la principale causa di morte tra i 15 e i 24 anni. Queste vite spazzate via in un istante – a cui dovremmo pensare ogni volta che saliamo in auto e ci viene voglia di premere troppo l’acceleratore, o di guardare il messaggio appena arrivato sul telefono – lasciano solo il dolore terribile dei parenti e degli amici.

Sono circondate da troppo silenzio, come aveva scritto Elena Valdini in un libro pubblicato qualche anno fa, nel 2008, Strage continua. Un libro che denunciava anche una giustizia carente, che spesso chiudeva con un nulla di fatto, con qualche mese di sospensione della patente, i processi contro i responsabili degli incidenti. Oggi c’è la legge sull’omicidio stradale, che ci auguriamo contribuisca a far decrescere il numero delle vittime.

La mente umana si ribella all’insensatezza di queste morti evitabili, alla deprivazione di vita, storia e memoria cui vanno incontro le vittime, e non è un caso che si sia diffuso in Italia un rito specifico per commemorarle: è un rito che prende forma con la creazione di piccoli altari spontanei posti lungo le strade, spesso sui guard-rail dove è avvenuto lo schianto, che sono adornati con fiori di campo, foto, lettere, scritte, talvolta una lapide.

Questi altari rispondono al bisogno di costituire un luogo sacro proprio là dove una vita è stata persa, di combattere l’oblio e l’anonimato feroce di queste morti, viste troppo spesso come un “danno collaterale” alla facilità dei trasporti contemporanei. Si tratta di ricordare che c’è stata una vita, una biografia, troncata troppo presto, e per motivi così futili da richiedere un pensiero, una riflessione, un moto di solidarietà a colui che passa per quella medesima strada.

Ci sono genitori che hanno raccontato di frequentare questi altari improvvisati più della tomba al cimitero, perché è qui che trovano talvolta una parola di ricordo lasciata dagli amici, una manifestazione di nostalgia, un fiore fresco, quasi a dimostrazione che quella vita inghiottita in un secondo è stata veramente vissuta. E’ un fenomeno su cui l’antropologo Franco La Cecla aveva riflettuto già nel 1995, in un brevissimo saggio contenuto in Mente Locale, dal titolo Sacralità del guard-rail: aveva evidenziato il diritto, che gli individui si prendono senza il consenso di un’autorità religiosa, di sacralizzare un luogo, per riscattare la banalità e l’anonimato di queste morti violente e improvvise.

Mi viene spontaneo mettere in luce – oltre all’aspetto di sacralizzazione di luoghi impersonali come una strada statale o provinciale, o a volte una via nelle periferie urbane – l’esigenza di parlare di chi se ne è andato, che viene espressa con questi altari provvisori. Un’esigenza, quella di essere testimoni della vita conclusa di un proprio caro, che è presente in tutti i dolenti: ma che probabilmente, nel caso dell’incidente stradale, è esacerbata da un lato dall’inanità della morte, dall’altro dalla frequente giovane età delle vittime, dall’esiguità delle tracce che le loro biografie lasciano nel mondo.

Non a caso, un’iniziativa parallela giunge dall’Associazione Italiana familiari e vittime della strada (AIFVS), che nel suo sito dedica ampio spazio alla memoria delle vittime. Uno spazio che – a differenza dei cimiteri virtuali, che non hanno avuto seguito – appare invece vitale e molto frequentato (ogni storia, ogni foto, ogni testimonianza ha migliaia di visualizzazioni).

Nel sito dell’AIFVS, una mappa dell’Italia segnala i luoghi in cui si sono verificati gli incidenti mortali, e cliccando sulle bandierine si trova il nome e l’età di chi ha perso la vita, e il luogo e la data dell’incidente. Oltre alla mappa dei luoghi sono conservati nel sito innumerevoli “Opuscoli memorie”, in cui una foto e qualche paragrafo ricordano i tratti salienti della personalità del defunto, ciò che amava, spesso ciò che avrebbe voluto diventare. Qualcuno ha costruito un video, e innumerevoli sono le testimonianze dei superstiti, alla disperata ricerca di un senso per ciò che è accaduto, che narrano di come anche le loro vite siano state falciate via insieme a quella del loro congiunto.

Ora io mi chiedo: perché mettiamo così poche parole su queste morti, con la pregevole eccezione del libro di Elena Valdini e del sito dell’AIVFS? Un articoletto in cronaca e via, senza commenti, senza riflessione? Perché tanto silenzio?

Verrebbe da dire, per via della paura. Ciascuno di noi nel profondo sa quanto fragile sia la vita umana, la sua propria vita, ma ce ne rammentiamo raramente, cerchiamo anzi di dimenticarlo, di sottovalutarlo, di scappare. Salire in auto invece è una buona occasione per ricordarlo, per sapere che non siamo immortali, né noi né i nostri simili, ed essere prudenti. Sentire la vulnerabilità non è debolezza, al contrario, accresce la nostra umanità e la nostra possibilità di vivere appieno, di sentirci vivi, di apprezzare il fatto di essere vivi.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it scritto da Marina Sozzi