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Lo scorso 22 gennaio, la giornalista Eleanor Cummins ha pubblicato un interessante articolo sulla rivista online Vox.com, in cui definisce i Millennials americani come “death positive generation”. Sostiene, cioè, che le generazioni più giovani, a differenza dei boomer, abbiano meno timore a parlare della morte, a pianificare anticipatamente il proprio funerale e le proprie memorie, nonché a predisporre il testamento biologico .

Cummins riporta uno studio del 2017, pubblicato sulla rivista Health Affairs, il quale evidenzia come solo un americano adulto su tre pianifichi le proprie volontà in caso di malattia o di morte prematura. Addirittura, solo il 21% degli americani adulti predispone con i familiari i riti funebri da osservare e la divisione dei suoi beni post mortem. Sembra che le persone nate negli anni Cinquanta e Sessanta siano ancora profondamente segnate dal processo di rimozione sociale e culturale del morire, per cui continuano a tenere la morte a debita distanza.

In contrapposizione a ciò, sono indicati numerosi esempi e studi che, invece, dimostrano una maggiore consapevolezza giovanile del ruolo della morte all’interno della vita e, dunque, la necessità di prendere decisioni anticipate. Da una parte, vengono menzionati i risultati di uno studio, condotto da un ricercatore della California State University Long Beach, relativo alla capacità di ottantaquattro Millennials di parlare liberamente della morte. Da un’altra, sono descritte una serie di iniziative giovanili, sviluppate per lo più online, le quali sono finalizzate a facilitare la gestione delle attività post mortem, in caso del lutto di un parente, o semplicemente a discutere senza eccessivo timore della perdita di una persona amata o della propria mortalità.

La giornalista riconduce questo cambiamento in corso a due principali fattori: il primo riguarda la precarietà economica ed esistenziale delle generazioni più giovani, le quali – volenti o nolenti – si sentono più predisposte ad affrontare gli aspetti dolorosi della vita. Il secondo riguarda, invece, la presenza massiccia delle tecnologie digitali nella vita dei Millennials, in grado di offrire spazi inediti per discutere degli argomenti considerati generalmente tabù. Dal mio punto di vista, trovo una consonanza con il ragionamento esposto nell’articolo, se penso a un semplice esperimento che ho svolto recentemente online. Digitando su YouTube, in inglese, i termini appropriati per indicare – per esempio – la perdita di un genitore, ho trovato oltre 230.000 video. Soprattutto di adolescenti che raccontano la loro esperienza. C’è un video di una adolescente italiana che racconta la morte di sua madre. Il video supera il milione di visualizzazioni e conta oltre diecimila commenti. Un simile supporto – più o meno superficiale – latita del tutto nella dimensione offline.

Se teniamo poi conto dell’incredibile successo avuto da Caitlin Doughty, menzionata nell’articolo di Cummins e di cui si è occupato anche il nostro blog (qui trovate tutti i riferimenti necessari), possiamo veramente cogliere delle differenze generazionali in merito al rapporto con il fine vita e con il lutto.

Detto questo, a mio avviso, è necessario aggiungere alcune considerazioni fondamentali: in primo luogo, i Millennials, essendo nati tra il 1981 e il 1996, non sono più la generazione degli adolescenti. Quindi, l’analisi dei cambiamenti in corso deve considerare anche le differenze sostanziali tra i Millennials e le generazioni successive, di modo da avere un quadro aggiornato e puntuale. In secondo luogo, sarebbe interessante capire se le osservazioni svolte nei confronti dei giovani americani valgono anche nel resto del mondo occidentale. In terzo luogo, infine, bisogna monitorare con attenzione il modo in cui le tecnologie digitali mediano il legame tra le generazioni più giovani e il fenomeno della morte. Motivo per cui è sempre più utile porre al servizio di psicologi, operatori sanitari, educatori, ecc. figure professionali esperte delle tecnologie digitali attualmente in uso.

Aggiungo una considerazione conclusiva. Se veramente c’è un atteggiamento più positivo nei confronti della morte, questo dipende dal lavoro svolto dai tanatologi e da tutti coloro che quotidianamente si impegnano a superare, nello spazio pubblico, la rimozione sociale e culturale del fine vita. Lavoro che andrebbe maggiormente considerato nei diversi percorsi di studio, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, di modo che in un futuro prossimo tutti i cittadini siano in grado di scendere a compromessi con la propria mortalità.

ARTICOLO TRATTO DA: sipuodiremorte scritto da DAVIDE SISTO

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Che cos’è un ossario

di Valentin Fontan-Moret 
Tra i monumenti funerari cristiani, gli ossari sono certamente i più impressionanti. Rari, generalmente testimoniano un avvenimento storico o l’antica presenza di una comunità religiosa.

È nella tradizione giudaica che si radica la pratica degli ossari.

All’epoca in cui i cimiteri non esistevano sotto la forma che conosciamo oggi, era prassi raccogliere gli scheletri dei defunti in un’urna a ciò dedicata. Più tardi, in seguito ai lavori di assestamento e ingrandimento di alcune città europee, numerosi agglomerati di ossa umane sono stati esumati. Talvolta disseminati dalle tragedie della storia – guerre e altri massacri – e senza che sia possibile identificarli formalmente, quei resti vengono allora raccolti negli ossari, che prendono la forma di monumenti accessibili al pubblico o a una comunità, edificati alla memoria di quegli uomini.

L’ossario diviene allora una spettacolare sepoltura secondaria e collettiva, che esercita un certo fascino, in un’epoca come la nostra, che mette sempre meno in scena la spoglia dei defunti.

A Roma, l’impressionante “cimitero” dei Cappuccini è di fatto un gigantesco ossario dove giacciono le ossa dei membri della comunità religiosa.

Nella tradizione monastica ortodossa, in particolare al Monte Athos, i crani dei monaci defunti sono conservati in un luogo apposito e vi si scrive sopra a pittura il loro nome con le date di nascita e di morte. Ma è certamente nella Repubblica Ceca che si trova l’ossario più impressionante: a Kutnà Hora, nel monastero cistercense di Sedlec, la stessa decorazione della cappella mortuaria è composta con le ossa provenienti dal cimitero – e questo fin dal XVII secolo.

Perché l’ossario non è una semplice sepoltura. È anche un luogo di raccoglimento, talvolta acconciato a cappella. È questo in particolare il caso che si trova a Lione, dove la cripta della cappella della Santa Croce custodisce le ossa di 209 vittime della Rivoluzione francese, giustiziate per essersi opposte alla Convention nationale del 1793.

Si sta studiando un progetto analogo per la Vendée, dove scheletri di donne e bambini verosimilmente uccisi nelle battaglie del 1793 ed esumati nel nel 2009 a Mans restano tuttora insepolti. Tali edifici sono stati eretti su importanti campi di battaglia, come a Verdun, fin dal 1918, per iniziativa del vescovo Charles Ginisty. Divenuto in seguito il celebre ossario di Douaumont, dove ancora si svolgono numerose commemorazioni, l’edificio ospita al proprio interno una cappella la cui costruzione è stata finanziata da cattolici francesi, belgi, canadesi e americani.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

 

articolo tratto da aleteia.org

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Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

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E’ possibile preparasi alla morte da laici?

Nel corso del Novecento ci sono due posizioni filosofiche contrapposte, l’una che dà una risposta affermativa a questo interrogativo, l’altra negativa.

Per Martin Heidegger (Essere e tempo, 1927), l’uomo è un essere che si sente sempre incompleto, inappagato, angosciato. Può cercare di zittire la sua angoscia esistenziale facendo progetti e gettandosi nel vortice della vita. Nella frenesia del fare, l’uomo si dice: la morte verrà nel futuro, ma non mi riguarda ora, nel mezzo dell’esistenza, che è volta alla realizzazione. Tuttavia, questo modo di affrontare la vita è per Heidegger inautentico: l’unico modo autentico di vivere è comprendere che siamo votati alla morte.

Non per piangerci sopra, né per trovare una consolazione religiosa. Ma per accettare la finitezza, con consapevolezza, senza fuggire nella dimensione dello sterile affaccendarsi e del conformismo. Pertanto l’uomo che vive appieno medita sulla morte.

Agli antipodi sta l’approccio di Jean-Paul Sartre (L’essere e il nulla, 1943), il quale negò che la morte riveli qualcosa di essenziale sull’essere umano. E’ impossibile, dice, mettersi in relazione con la propria morte, che è un evento indeterminato, portato dal caso, che rappresenta l’annientamento delle umane possibilità.

La morte, anzi, appare assurda, contingente, indipendente da ogni umana possibilità; e, lungi dall’attribuire senso alla vita, è ciò che la priva del suo significato. La morte ci parla solo del fatto che gli esseri umani sono organismi biologici a termine. Sartre fa un paragone: afferma che tutti gli uomini sono come dei condannati a morte, che attendono la fucilazione nel braccio della morte, e che tentano di prepararsi a questo evento. E intanto vengono spazzati via da un’epidemia di influenza spagnola.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Cina, la tomba dell’Illuminato. “Trovati i resti cremati di Buddha”

Circa 2.000 sharira appartenenti a Siddhartha Gautama, raccolti e sepolti mille anni fa da due monaci del monastero di Longxing
di  MARIA LUISA PRETE

Resti umani cremati rinvenuti in un cassone di ceramica nella contea di Jingchuan, in Cina, sembrano essere appartenuti a Buddha. Almeno così si legge nell’iscrizione trovata accanto: “I monaci Yunjiang e Zhiming della scuola Lotus, che appartenevano al tempio Mañjusri del monastero di Longxing nella prefettura di Jingzhou, hanno raccolto più di 2.000 pezzi di sharira, così come denti e ossa del Buddha, e li hanno seppelliti nella sala Mañjusri di questo tempio “.

Il termine sharira ha un’accezione ampia e indica qualsiasi tipo di reliquia legata all”Illuminato’, originario del Nepal. E’ quanto risulta dalle relazioni degli archeologi, tradotte in inglese nella rivista Chinese Cultural Relics. Gli scavi nella zona erano iniziati cinque anni fa per riparare le strade del villaggio di Gongchi. Poi, la scoperta di un tesoro: non solo quella che sembra la tomba del famoso asceta, ma anche 260 statue buddiste a corredo.

Secondo la tradizione, Gautama Siddharta morì a Kusinagara, in India nel 486 a.C. e il suo corpo, avvolto in centinaia di pezze di cotone, venne cremato nel corso di una cerimonia imponente. La disputa per impossessarsi dei resti portò alla loro suddivisione tra i maggiori contendenti e alla relativa dispersione dell’immenso patrimonio della sharira.

Circa 1000 anni fa, Yunjiang e Zhiming avrebbero trascorso vent’anni della loro vita a rimettere insieme i resti di Buddha, seppellendo, infine, il loro tesoro il 22 giugno del 1013. Adesso, la loro sacra collezione è stata riportata alla luce.

Gli archeologi non danno certezze: non c’è modo di sapere se effettivamente questi resti appartengano al fondatore di una delle religioni più antiche del mondo.

Rimarrà un mistero. Ma la scoperta ha comunque un grande valore storico perché fornisce un approfondimento inedito sulla cultura che ha plasmato e segnato il buddismo. Le statue, alte circa 2 metri – rinvenute nei pressi del cassone ma forse sepolte in tempi differenti – raffiguranti il Buddha, devoti illuminati, dei o semplici oggetti legati alla spiritualità buddista, erano parte di un complesso luogo di culto.

Questo è solo l’ennesimo capitolo delle vicende legate alle ceneri dell’Illuminato. Tra le precedenti scoperte archeologiche in Cina, quella di un osso del cranio, apparentemente al Buddha, trovato all’interno di uno scrigno d’oro a Nanjing.

 

articolo tratto da Repubblica.it

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LA STRADA E LE MORTI IMPROVVISE

di MARINA SOZZI

Sapevate che ogni anno muoiono in incidenti stradali, solo in Italia, tra 3000 e 4000 persone, come fosse risucchiato nel nulla un piccolo paese?

E’ la principale causa di morte tra i 15 e i 24 anni. Queste vite spazzate via in un istante – a cui dovremmo pensare ogni volta che saliamo in auto e ci viene voglia di premere troppo l’acceleratore, o di guardare il messaggio appena arrivato sul telefono – lasciano solo il dolore terribile dei parenti e degli amici.

Sono circondate da troppo silenzio, come aveva scritto Elena Valdini in un libro pubblicato qualche anno fa, nel 2008, Strage continua. Un libro che denunciava anche una giustizia carente, che spesso chiudeva con un nulla di fatto, con qualche mese di sospensione della patente, i processi contro i responsabili degli incidenti. Oggi c’è la legge sull’omicidio stradale, che ci auguriamo contribuisca a far decrescere il numero delle vittime.

La mente umana si ribella all’insensatezza di queste morti evitabili, alla deprivazione di vita, storia e memoria cui vanno incontro le vittime, e non è un caso che si sia diffuso in Italia un rito specifico per commemorarle: è un rito che prende forma con la creazione di piccoli altari spontanei posti lungo le strade, spesso sui guard-rail dove è avvenuto lo schianto, che sono adornati con fiori di campo, foto, lettere, scritte, talvolta una lapide.

Questi altari rispondono al bisogno di costituire un luogo sacro proprio là dove una vita è stata persa, di combattere l’oblio e l’anonimato feroce di queste morti, viste troppo spesso come un “danno collaterale” alla facilità dei trasporti contemporanei. Si tratta di ricordare che c’è stata una vita, una biografia, troncata troppo presto, e per motivi così futili da richiedere un pensiero, una riflessione, un moto di solidarietà a colui che passa per quella medesima strada.

Ci sono genitori che hanno raccontato di frequentare questi altari improvvisati più della tomba al cimitero, perché è qui che trovano talvolta una parola di ricordo lasciata dagli amici, una manifestazione di nostalgia, un fiore fresco, quasi a dimostrazione che quella vita inghiottita in un secondo è stata veramente vissuta. E’ un fenomeno su cui l’antropologo Franco La Cecla aveva riflettuto già nel 1995, in un brevissimo saggio contenuto in Mente Locale, dal titolo Sacralità del guard-rail: aveva evidenziato il diritto, che gli individui si prendono senza il consenso di un’autorità religiosa, di sacralizzare un luogo, per riscattare la banalità e l’anonimato di queste morti violente e improvvise.

Mi viene spontaneo mettere in luce – oltre all’aspetto di sacralizzazione di luoghi impersonali come una strada statale o provinciale, o a volte una via nelle periferie urbane – l’esigenza di parlare di chi se ne è andato, che viene espressa con questi altari provvisori. Un’esigenza, quella di essere testimoni della vita conclusa di un proprio caro, che è presente in tutti i dolenti: ma che probabilmente, nel caso dell’incidente stradale, è esacerbata da un lato dall’inanità della morte, dall’altro dalla frequente giovane età delle vittime, dall’esiguità delle tracce che le loro biografie lasciano nel mondo.

Non a caso, un’iniziativa parallela giunge dall’Associazione Italiana familiari e vittime della strada (AIFVS), che nel suo sito dedica ampio spazio alla memoria delle vittime. Uno spazio che – a differenza dei cimiteri virtuali, che non hanno avuto seguito – appare invece vitale e molto frequentato (ogni storia, ogni foto, ogni testimonianza ha migliaia di visualizzazioni).

Nel sito dell’AIFVS, una mappa dell’Italia segnala i luoghi in cui si sono verificati gli incidenti mortali, e cliccando sulle bandierine si trova il nome e l’età di chi ha perso la vita, e il luogo e la data dell’incidente. Oltre alla mappa dei luoghi sono conservati nel sito innumerevoli “Opuscoli memorie”, in cui una foto e qualche paragrafo ricordano i tratti salienti della personalità del defunto, ciò che amava, spesso ciò che avrebbe voluto diventare. Qualcuno ha costruito un video, e innumerevoli sono le testimonianze dei superstiti, alla disperata ricerca di un senso per ciò che è accaduto, che narrano di come anche le loro vite siano state falciate via insieme a quella del loro congiunto.

Ora io mi chiedo: perché mettiamo così poche parole su queste morti, con la pregevole eccezione del libro di Elena Valdini e del sito dell’AIVFS? Un articoletto in cronaca e via, senza commenti, senza riflessione? Perché tanto silenzio?

Verrebbe da dire, per via della paura. Ciascuno di noi nel profondo sa quanto fragile sia la vita umana, la sua propria vita, ma ce ne rammentiamo raramente, cerchiamo anzi di dimenticarlo, di sottovalutarlo, di scappare. Salire in auto invece è una buona occasione per ricordarlo, per sapere che non siamo immortali, né noi né i nostri simili, ed essere prudenti. Sentire la vulnerabilità non è debolezza, al contrario, accresce la nostra umanità e la nostra possibilità di vivere appieno, di sentirci vivi, di apprezzare il fatto di essere vivi.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it scritto da Marina Sozzi

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La dignità del fine vita di Enzo Bianchi

La Repubblica 21 febbraio 2017
di ENZO BIANCHI
dal sito del Monastero di Bose

Quando Samuel Huntington teorizzò lo “scontro di civiltà”, su queste colonne osai preconizzare che nel nostro paese non ci sarebbe stato questo scontro, ma che avremmo vissuto invece uno scontro di etiche: fino a qualche decennio fa, infatti, l’etica cristiana cattolica era in larga parte ispiratrice anche dell’etica laica, ma nell’epoca del pluralismo sono apparse nella nostra società etiche diverse.

Così in questi anni assistiamo a un confronto aspro, segnato da ideologie e privo di quella serenità che sarebbe auspicabile per compiere un cammino di umanizzazione condiviso da appartenenti e non appartenenti a religioni diverse.

Nel nostro paese lo scorso anno il tema divisivo era quello delle unioni civili e il mondo cattolico militante ha dato battaglia fino all’ultimo, subendo poi l’esito di una legge da esso ritenuta in contrasto con l’etica cattolica. Attualmente lo scontro sta avvenendo, almeno per ora con toni meno accesi, attorno alla prevista legislazione sul testamento biologico e sui trattamenti di fine vita. Un confronto, va detto con chiarezza, che resta difficile in un paese dove manca una cultura dell’alleviamento del dolore, dove l’accesso alle cure palliative resta lacunoso e in alcune aree praticamente assente, in una società in cui non c’è informazione né educazione sul morire e dove si è ormai smarrita la sapienza e la naturalezza con cui in passato si affrontava questa sfida. I militanti del diritto all’eutanasia così come quelli della vita da conservare a ogni costo per ora non sembrano impegnati a fornire un discorso convincente e articolato, ma paiono preoccupati gli uni che ci sia una legge in materia, gli altri che questa invece non sia assolutamente emanata.

Quando si ascolta “la gente”, si constata una paura sorda e muta nell’affrontare questo argomento. C’è sì rimozione della morte, ma soprattutto timore grande per ciò che potrà accadere, per mancanza di fiducia nei medici e nelle strutture sanitarie: i più temono un’estensione abusiva del diritto all’eutanasia, una sorta di pratica della morte procurata per ragioni economiche, cioè contro le persone anziane a carico della collettività; ma fa paura anche l’idea di finire nelle mani di persone che decidono senza ascoltare le ragioni del paziente e dei famigliari e che vogliono prolungare le cure secondo il loro giudizio o per interessi estranei al morente. Oggi c’è coscienza del diritto a morire con dignità, soffrendo il meno possibile e questa, unita alla centralità acquisita dal soggetto umano nella nostra cultura, richiede sia il testamento biologico sia una normativa sui trattamenti di fine vita.

Da parte mia ritengo necessario e urgente che ai cittadini sia consentito di redigere un “testamento biologico” o una “dichiarazione anticipata” avente rilevanza legale che precisi le condizioni auspicate per il proprio fine vita. Purtroppo finora una procedura di questo tipo ha avuto forti opposizioni da alcuni settori della chiesa italiana, ma si dovrebbe prendere atto che invece i vescovi delle conferenze episcopali sia della Germania sia della Svizzera hanno invitato i loro fedeli a redigere un biotestamento cristiano, ispirandone addirittura le modalità: si tratterebbe in particolare di specificare se si accetta o meno la somministrazione di farmaci per lenire il dolore, anche quando questi avessero come effetto collaterale di abbreviare la vita del paziente, e di indicare se si desidera che i trattamenti per il prolungamento della fase terminale della vita siano tralasciati o sospesi quando la loro efficacia fosse ridotta al semplice ritardare il momento del decesso.

La contrapposizione tra il considerare la nutrizione e idratazione artificiale quale sostegno vitale da somministrarsi sempre e comunque e, d’altra parte, il ritenerle cure che possono essere sospese, è a mio avviso radicalizzata e artificiosa. Sappiamo tutti che nutrizione e idratazione sono sostegni vitali, ma in alcune circostanze – come quando richiedono un intervento chirurgico o un atto medico invasivo – possono diventare gravose, sproporzionate e causa di ulteriori sofferenze, fino a configurarsi come accanimento terapeutico, cosa che richiederebbe la loro sospensione. A questo punto vi è il rischio di introdurre una casistica – tra l’altro soggetta a conoscenze terapeutiche e risorse tecniche in continua evoluzione – nella quale la morale non considererebbe innanzitutto il soggetto morente né il suo dolore, bensì la pertinenza di un trattamento specifico rispetto alla legge generale. L’etica cristiana dice no a cure mediche sproporzionate, ben sapendo che la legge non può normare tutte le situazioni, presenti e future. Si tratterà invece di valutare caso per caso, con attenzione alla situazione complessiva del malato, ascoltando la sua volontà e la propria coscienza. Già Pio XII in un’allocuzione ai medici cattolici nel 1957 distingueva tra mezzi “ordinari” e “straordinari” per conservare la vita e dichiarava diritto del malato la rinuncia all’accanimento terapeutico. Per questo anche il Catechismo di Giovanni Paolo II afferma che “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima … Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire” (CCC 2278). Ne consegue che il ricorso alla sedazione palliativa continua, quando sono state tentate senza successo tutte le risorse mediche disponibili, è moralmente possibile perché l’obiettivo è l’alleviamento del dolore, non l’eutanasia, che è sempre precisa volontà di mettere fine alla vita del paziente.

Appare evidente a tutti che qui il confine tra etica cristiana ed etica laica è davvero sottile e si può innestare da entrambe le parti la tentazione dell’ipocrisia che scatena il giudizio e la condanna. Per questo risulta importante l’alleanza tra il paziente, il suo fiduciario, il medico e i familiari: il malato non sia lasciato solo a decidere la propria sorte – con l’eventualità di innescare il ricorso al suicidio assistito – ma interagiscano con lui innanzitutto il medico, che può discernere “con scienza e coscienza” le reali possibilità di vita e di morte del malato, e poi i familiari, le persone vicine al paziente, a cominciare da chi il malato ha eventualmente indicato come suo rappresentante nel testamento biologico. Un’alleanza nella quale il malato deve avere la priorità, con la sua sofferenza e il suo desiderio espresso anche anticipatamente, e dove entrano in gioco la coscienza dei medici e dei familiari. Ognuno di noi non è solo “una vita” determinata da parametri biologici, ma è una persona con relazioni, comunicazione, affetti, e c’è una qualità della vita che non può essere ridotta a quantità dei giorni.

Certo, nessuno dovrebbe essere obbligato a redigere il proprio testamento biologico o a tratteggiare la “pianificazione anticipata delle cure”, ma la legge sappia accogliere chi vuole dichiarare anticipatamente questa scelta, favorisca l’alleanza medico-paziente-fiduciario che lascia spazio alla coscienza e garantisca cure palliative specialistiche e di qualità accessibili a tutti, indipendentemente dal reddito o dal luogo di residenza. Ne va della qualità della vita di ciascuno, malato o sano che sia.

pubblicato da : Alzo gli Occhi verso il Cielo
Enzo Bianchi, Luciano Manicardi, Monastero di Bose, Claudio Doglio, Rosanna Virgili, Lidia Maggi, Brunetto Salvarani e tanti altri.
martedì 21 febbraio 2017

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LE INCREDIBILI BARE DEL GHANA

di Marco Trovato reporter indipendente (seconda parte)

UN FUNERALE INDIMENTICABILE
Ancora oggi la gente di Jamestown, caotico sobborgo di Accra, si ricorda del funerale di Ernest Tagoe, un vecchio pescatore morto qualche anno fa. La salma dell´uomo fu adagiata in una bara davvero unica, che aveva la forma di una copia piegata del “Daily Graphic”, il maggiore quotidiano ghanese. Il signor Tagoe, infatti, pur essendo analfabeta, era stato soprannominato dagli amici “Daily”, perché ogni giorno si faceva leggere dal figlio le notizie riportate su quel giornale, che poi raccontava a sua volta a tutto il vicinato, diventando in pratica l´edizione di quartiere del “Daily”. Al funerale del signor Tagoe c´erano anche i giornalisti tedeschi Klaus Muller e Ute Ritz-Muller, che hanno raccontato quella indimenticabile giornata nel loro libro “Africa riti e tradizioni di un continente” (Konemann 1999): “Chiuso il sarcofago, quattro prestanti giovanotti, resi ancora più energici dal gin, se lo caricarono in spalla e presero a correre per gli stretti vicoli di Jamestown, fermandosi ogni tanto perché amici e parenti potessero donare al defunto l´estremo saluto… Gran parte dei 16 chilometri del percorso furono coperti a passo di corsa, con la processione funebre impegnata in un faticoso inseguimento, e il cadavere trovò infine pace una volta giunto al cimitero”.

L´IMPORTANTE E´ ESAGERARE
ananasLa gente del Ghana ha una particolare propensione a fare della propria morte una specie di fuoco d´artificio, uno straordinario spettacolo pirotecnico, il cui principale scopo è impressionare, suscitare lo stupore e l´ammirazione generale. “La vita, comunque sia stata, deve terminare in magnificenza”, mi ha spiegato, tempo fa, un taxista di Accra, con cui ero rimasto intrappolato nel traffico per via di un interminabile funerale.

Alla radio, tra un talk show e un notiziario, è possibile ascoltare i necrologi che quotidianamente aggiornano il calendario delle morti e dei cortei funebri: sono tra i programmi più gettonati in assoluto.
Se la moda delle bare artistiche spopola tra i ricchi, quella dei funerali estrosi e stravaganti è una tradizione popolare. Un grande evento sociale che nasce dal fantasioso sincretismo fra la religione cristiana (qui moltiplicata in un ampio ventaglio di sette pentecostali o apocalittiche) e l´animismo delle origini.

DOLORI E DANZE
bara1Basta girovagare per le città e i villaggi della costa, specie nel fine settimana, per accorgersi delle dimensioni assunte dal fenomeno: tra ingorghi di traffico e mercati affollati, non è raro imbattersi in cortei allegri e chiassosi che seguono casse da morto a forma di pannocchie, di aerei, di pesci, di uccelli e persino di bottiglie di Coca Cola o di pile Duracell.

I pochi turisti di passaggio guardano sbigottiti, senza capire: non immaginano di trovarsi di fronte ad un funerale. La confusione in questi cortei regna sovrana: le urla e i lamenti della gente si intrecciano con il ritmo dei tamburi, la musica delle fanfare, i clacson delle auto. E c´è chi, invece di camminare, avanza a passi di danza.
Ai nostri occhi tutta questa sfacciata eccitazione appare come una mancanza di rispetto verso chi è morto e chi soffre per la perdita del proprio caro, ma è vero il contrario: secondo l´opinione corrente infatti, maggiore è il chiasso che si riesce a procurare nei funerali e maggiore è l´omaggio che si rende al defunto. Un corteo funebre misero e silenzioso, invece, potrebbe offendere e irritare il caro estinto.bara-a-forma-di-barca

I FUNERALI ASHANTI
Particolarmente gioiosi e colorati sono i funerali degli Ashanti, gli abitanti del Ghana centrale: gente fiera, nobile, molto legata ai costumi tradizionali. Ogni sabato, nella città di Kumasi, capitale del regno Ashanti, si rinnova un appuntamento con la morte, unico nel suo genere: centinaia di persone elegantissime si radunano per l´ultimo ricordo ufficiale di un amico, di un parente, di un semplice conoscente. Il funerale diventa l´occasione per una grande festa collettiva, un rito solenne e sfarzoso dove non c´è traccia di dolore, tristezza, pianti. Il fatto curioso è che il “festeggiato”, ovvero il defunto, spesso è morto anche da molti anni e ciò avviene perché il funerale può essere celebrato solo quando la famiglia è in grado di sostenere le consistenti spese della cerimonia. Gli invitati arrivano vestiti con lussuose tuniche nere e rosse, su cui spiccano monili d´oro purissimo di foggia diversa, a volte così grandi da impacciare i movimenti di chi li indossa.
Intrattenuti dalla musica e dalle danze rituali, essi presentano le loro condoglianze e i loro doni ai parenti dello scomparso. Tutti sono tenuti a offrire qualcosa alla famiglia, per contribuire, anche in piccola misura, allo sforzo economico profuso nella festa: in cambio si ottiene una benedizione e una regolare ricevuta che certifica la propria generosità. La cerimonia termina al tramonto, in un clima sereno e festoso, tra fiumi di bevande locali a base di liquore di palma. Amici e parenti si congedano soddisfatti e si danno appuntamento per il sabato seguente, per dei nuovi funerali.

I DEFUNTI ? MEGLIO TENERSELI BUONI
La buona riuscita di un rito funebre è una questione fondamentale, un aspetto centrale per gli equilibri della società, non solo tra gli Ashanti: in Ghana la morte non rappresenta la fine della vita, ma l´inizio di una nuova fase per lo spirito. E le anime degli antenati, dei parenti morti, continuano a giocare un ruolo importante nelle vicende terrene di tutti i giorni. Possono, per esempio, portare consiglio attraverso i sogni, proteggere la casa dei propri cari, garantire il benessere e concedere la fertilità.

D´altro canto possono anche ammonire i discendenti negligenti mediante segni e piccoli avvenimenti sfortunati, o punirli severamente con la malattia e la morte. Il defunto, insomma, è in grado di influenzare la sorte dei membri della famiglia molto più che quando era in vita. Ciascuno ha dunque un interesse vitale nel mantenere buoni rapporti con gli spiriti ancestrali e la buona organizzazione del funerale è la condizione indispensabile perché le cose possano mettersi bene.

IN THE MEMORY OF…
La cerimonia può durare da pochi giorni a qualche settimana, a seconda dello status del morto e del numero di persone che vogliono porgere l´ultimo saluto. Durante queste interminabili veglie funebri la camera ardente è aperta ai visitatori. Tra una preghiera e un canto, si alzano i lamenti delle donne e i bicchieri colmi di birra e rum degli uomini. Gli ospiti portano doni e banconote da offrire allo scomparso, qualcuno improvvisa un breve discorso d´addio, altri si limitano a indossare fazzoletti rossi in segno di rispetto e di dolore (il rosso, da queste parti, è il colore del lutto). Le strade del quartiere sono tappezzate di manifesti con la foto del defunto. bara-aereo

E la stessa foto compare su decine di t-shirt sgargianti, indossate con fierezza da amici e parenti (“In the memory of …” c´è scritto). Ma l´orgoglio e il prestigio della famiglia ruota attorno alla bara, che deve essere il più possibile elaborata, appariscente e costosa. “Bisogna pagare una fortuna per far felice gli spiriti dei morti e assicurarsi una posizione di riguardo nell´aldilà”, spiega Timothy, 47 anni, cameriere in un ristorante nel centro di Accra. Timothy è uscito economicamente rovinato dalle esequie di un fratello, ma non si lamenta: “I sacrifici che ho fatto saranno ripagati: i miei antenati ora vegliano sulla mia casa… E quando verrà il mio momento, si ricorderanno della mia generosità e mi accoglieranno nel migliore dei modi”.

VISITE FUNEREE
Feretri di lusso e funerali sfarzosi: il culto dei defunti si intreccia con il business senza freni del caro estinto. Avviene in tutto il mondo e non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che qui le bare artistiche stanno diventando un´attrazione turistica. Si tratta di un fenomeno di nicchia, intendiamoci, ma ci sono i segnali di un interesse destinato a crescere: ai turisti “fai da te” che si addentrano tra i caotici vicoli di Teshie in cerca delle botteghe funerarie, si sono aggiunte da qualche tempo alcune comitive di visitatori accompagnati da guide locali (il tour operator Transafrica propone nei suoi viaggi in Ghana una tappa ad Accra, al “quartiere dei fabbricanti di sarcofaghi dalle forme fantasy”: vedere al sito www.transafrica.biz). I falegnami hanno fiutato l´affare e ora chiedono un compenso per una visita ai loro magazzini: 5 euro per vedere e toccare, 10 euro per fotografare o filmare (sono previsti sconti per comitive). Ci guadagno in soldi e in pubblicità.

“L´ETERNO RIPOSO” DEL TURISTA
bare-ghana7Chissà ? Un giorno forse i loro sarcofaghi avranno successo anche in Europa. Per il momento a Teshie sono giunte ordinazioni da musei e collezionisti occidentali. Ma non sono mancati i turisti di passaggio che hanno approfittato dell´occasione per prenotarsi una bara personalizzata. A ben guardare, per il nostro portafoglio la spesa non è affatto esagerata, pur considerando il costo del trasporto via mare. Le imprese funebri di casa nostra propinano, a prezzi ancora maggiori, casse da morto sicuramente più scialbe e anonime. Deve aver pensato così un ragazzo italiano passato da queste parti il mese scorso. “Era entusiasta del nostro lavoro e non ha resistito alla tentazione…”, mi dice un giovane artigiano, che non tarda a mostrarmi la foto della bara che gli ha costruito. La forma ? E´ un telefonino, un cellulare lungo due metri, ricostruito in legno con tutti i particolari: l´antenna, la mascherina verde, i bottoni coi numeri, il display fluorescente. “Manca solo la suoneria – commenta orgoglioso l´artigiano – così potrà riposare in pace”.

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LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA di RENZO PATERNOSTER 

Medioevo

L’atteggiamento medievale verso l’evento morte è, invece, a metà strada tra rassegnazione passiva e fiducia mistica. Per l’uomo medievale, condizionato dall’imporsi delle religioni rivelate e dalle rispettive dottrine, la morte è fonte di sicuro timore: l’anima dell’individuo morto, secondo la sua condotta in vita, poteva subire una punizione senza fine o essere premiato con la vita eterna.

cardini_danza_macabraSe la morte naturale era fonte di timore, la morte prematura era il terrore dell’uomo medievale. A subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine. Era questa la preghiera che quotidianamente i cristiani innalzavano a Dio durante il Medioevo: evitaci, Signore, di morire di colpo, senza avere nemmeno il tempo di confessarci.
Nel Medioevo la morte è anche il riconoscimento di un inevitabile destino, una ciclicità della vita paragonabile alle stagioni. Per questo essa andava “vissuta” in prima persona dal morente, nel proprio letto, e in seconda persona da tutti quelli che erano vicini al morente, donne, uomini, bambini, anziani. Tutti partecipavano a questo evento visto nella sua naturalezza e vissuto con semplicità, ordine, e calma, senza eccessiva emozione e drammaticità.

In riferimento alla nuova visione cristiana, nella morte l’uomo medievale vedeva la fine del corpo, ma anche il preludio al giudizio divino dell’anima del defunto. Per questo era indispensabile morire “in pace con Dio”, senza peccato, quindi dopo essersi confessati e aver recitato le preghiere.

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A partire dal XIV secolo, il periodo della peste nera e della grande crisi del Basso Medioevo, la morte diventa un evento quotidiano. Nel detto religioso-popolare “A peste, fame et bello libera nos, Domine” si possono riconoscere le tracce dei grandi e ricorrenti eventi tragici relativi alla crisi del Trecento.
La peste, la fame e la guerra sono eventi che portano alla morte, per questo generarono una “confidenza” impensabile con essa, anche nella sua fisicità, e un’angoscia più universale. Non deve pertanto stupire che i rituali connessi alla dipartita di un individuo fossero molti e assumessero sempre maggiore importanza.

Fin dall’inizio dell’Età medievale, soprattutto nelle zone rurali, i rituali della morte erano pregni di costumi ancestrali e pagani che il cristianesimo cercò di eliminare o, quando non era possibile, di cristianizzare. Ad esempio, la credenza popolare che la morte prematura portasse l’anima “in pena” del defunto a vagare tra i vivi, perché morto non in “pace con Dio”, portò la Chiesa a “creare” un luogo intermedio tra Inferno e Paradiso, dove le anime attendevano che i vivi, con le loro preghiere, ne ottenessero la salvezza.

La cristianizzazione di certi riti legati al culto dei morti, nei caratteri che si sono tramandati in parte fino ai nostri giorni, iniziò nell’orbita della cultura monastica per poi diffondersi rapidamente tra la popolazione. Fu Cluny a istituire la festa dei morti il 2 Novembre tra il 1024 e il 1033, punto chiave di quella nuova commemorazione liturgica dei morti.

L’ostinatezza di molti nel non voler abbandonare credenze e rituali legati alla dipartita di un caro, specie delle classi popolari, portò la Chiesa a punire alcune usanze associate alla veglia, come i canti funebri non religiosi, le danze intorno al cadavere o il banchetto funebre che aveva luogo alla presenza del cadavere o dopo la sua sepoltura.
Proprio nel Medioevo nacque la famosa credenza del “Passo di san Giacomo”, luogo di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La leggenda racconta che san Giacomo il Maggiore si lamentò con Dio perché il luogo in cui riposavano le sue spoglie, che si trova in Galizia (nel nord-ovest della Spagna), non era visitato dai pellegrini. Dio rispose di non preoccuparsi, perché «chi non ti visiterà da vivo ti visiterà da morto».

Da allora, molti pellegrini che si recano al santuario di san Giacomo in Spagna, sentono battere continuamente una porticciola invisibile: si crede siano le anime dei defunti che, per volere divino, vanno a onorare il santo prima d’avviarsi al loro destino.
La località in cui fu eretto il santuario di san Giacomo si trova esattamente nel luogo in cui furono ritrovate le spoglie del santo martire Giacomo il Maggiore. Anche il ritrovamento delle spoglie del santo è legato a una leggenda che vede un eremita attirato da una pioggia di stelle sul monte Libredòn scoprire la tomba del santo. Quel luogo oggi si chiama Santiago di Compostela, ossia san Giacomo del campo delle stelle. L’etimologia popolare del nome “Compostela” fa derivare dal latino Campus Stellae (campo di stelle), ma è poco probabile che una tale denominazione tenga conto della normale evoluzione dal latino al galiziano-portoghese. Infatti, una ipotesi più probabile relaziona la parola con il latino compositum, e il volgarismo latino locale composita tella, con il significato di “terreno per le sepolture” in senso eufemistico.
La leggenda nata intorno a san Giacomo il Maggiore è legata alla credenza che la zona di Santiago, prima del viaggio di Cristoforo Colombo nel 1492, fosse il limite estremo conosciuto della terra, la finis terrae. Quindi, il punto in cui le anime dei morti iniziavano a seguire il sole nel suo corso per attraversare il mare e giungere alla nuova dimora.
La credenza del “Passo di san Giacomo”, che sopravvive ancora oggi nella cultura popolare della Spagna e dell’Italia, si presenta come un insieme di elementi mitici di varia provenienza (presso la Grecia classica, in Persia, presso gli antichi popoli germanici e slavi e, poi, nel cristianesimo) per raffigurare il viaggio del morto nell’Aldilà, un percorso mitico che tutte le anime devono attraversare dopo la morte.

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Il “Passo di san Giacomo”, chiamato anche “Ponte delle Anime”, “Scala di san Giacomo di Galizia”, “Cammino di San Giacomo”, è creduto “sottilissimo come un capello”, o come “una lama di coltello”. È un percorso considerato piuttosto pericoloso, formato di spade, pugnali, coltelli, chiodi, spine e rovi nudi e irti sui quali l’anima cammina dopo l’agonia. Esso si innalza sopra un baratro, mettendo in comunicazione questo e l’altro mondo. Se i giusti lo attraversano agevolmente, i cattivi sono destinati a cadere nel baratro. Alla fine di questo “ponte” l’anima buona e purificata finalmente arriva alle porte del Paradiso. San Giacomo, con bordone e cappello da viaggiatore, accompagna il defunto confortandolo, quindi lo conduce aiutandolo e lasciandolo alla fine del cammino.

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IL RICORDO VIRTUALE: INTERNET PER NON DIMENTICARE??

Navigando per il web capita, non di rado, di imbattersi in siti che mai avremmo pensato di visitare, ma soprattutto, mai avremmo pensato che potessero esistere. Uno di questi è “Find a Grave”, un sito dedicato alle tombe esistenti nei cimiteri di tutto il mondo.

Questo curioso website, nasce dalla mente di Jim Tipton nel 1995. L’hobby preferito del fondatore di Find the Grave era proprio quello di visitare le tombe di personaggi famosi, ma non trovando in internet le informazioni necessarie a coltivare questa sua passione, ha deciso di creare lui stesso, sfruttando la sua ormai larga esperienza sull’argomento, un luogo virtuale dove altri appassionati come lui potevano scambiarsi informazioni e confrontare il proprio interesse per l’arte funeraria.
L’idea ha avuto subito successo: in migliaia a condividere la stessa sua passione e oggi il sito può contare sul contributo di oltre 500.000 visitatori che forniscono continuamente nuove informazioni su vita, e soprattutto morte, di vip e familiari scomparsi e che contribuiscono all’aggiornamento quotidiano dei contenuti.

Ma a cosa servirà in fondo un sito del genere?
Proprio sul sito viene data la spiegazione dell’utilità di una banca dati di questo tipo: prima di tutto, viene affermato che bisogna considerare l’importanza storica che ha un “registro” di tutti coloro che sono stati parte dell’umanità; poi si può considerare come un utile strumento per la ricerca dei propri antenati esistiti in tempi molto lontani e, quindi, tentare di ricostruire il proprio albero genealogico; ma in particolare, ben lontano dall’avere significati macabri o raccapriccianti, Find the Grave si presenta come uno strumento utile per mantenere viva la memoria di qualcuno che è stato importante per noi, o perché ha lasciato un segno nella storia dell’umanità, o perché semplicemente ha lasciato un prezioso ricordo nel cuore di ogni singolo familiare o amico.

Ma come funziona?
Basta digitare il nome della persona, ehm pardon, della tomba che si vuole trovare e, se presente nel database del sito, verrà fuori una scheda con tanto di foto del defunto, coordinate (anche GPS) sul cimitero in cui si trova sepolto, informazioni biografiche e, se volete, potete contribuire voi stessi ad arricchire la pagina inviando tutto ciò che sapete sulla salma, o, in alternativa potete lasciare sul sepolcro virtuale degli omaggi come fiori, post animati e file musicali a dimostrazione del vostro affetto. Attenzione, però, a non inserire contenuti offensivi o infamanti, uno speciale filtro è attivo per evitare che qualcuno possa in qualche modo offendere la memoria di chi non è più in vita.

Ma perché così tante persone sono interessate al “sonno eterno”? Qualcuno spiega tutto ciò come un modo per esorcizzare qualcosa che ci fa paura e per familiarizzare con l’inevitabile. Ma forse la curiosità e l’interesse nascono semplicemente dal fatto che si tratta di qualcosa che non si conosce e che ovviamente, proprio per la natura stessa della cosa, non possiamo conoscere fino in fondo, e tutto quello che non conosciamo e dietro cui aleggia il mistero ci affascina e ci incuriosisce. O forse è perché ancora non riusciamo ad accettare che persone che, per vari motivi, sono stati importanti per noi, possano veramente scomparire per sempre dalla nostra quotidianità. Non è accettabile, e allora si soddisfa il bisogno di farli rivivere, ridando loro vita attraverso i ricordi e internet è solo uno dei possibili mezzi che abbiamo a nostra.