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La morte è uno scandalo o un evento naturale?

di Davide Sisto

Due delle principali obiezioni filosofiche mosse alla Death Education, quindi al tentativo di spiegare il ruolo imprescindibile e naturale della morte per lo sviluppo della vita, sono le seguenti: innanzitutto, la morte è uno scandalo, un evento che di per sé è terribile e non ha nulla di naturale. In secondo luogo, ciò che distingue l’uomo da tutti gli altri esseri viventi è proprio quella coscienza della propria mortalità che lo spinge a non accettarla, utilizzando la propria ragione per tentare di sconfiggerla una volta per tutte.

L’idea della morte come scandalo, quindi come evento o processo innaturale, è strettamente legata alla nostra tradizione cristiana: la morte, infatti, non prevista dal progetto originario di Dio, è la conseguenza prima del peccato originale, quindi di un uso deleterio della libertà da parte dell’uomo. Da qui deriva il carattere negativo e angoscioso del morire, il quale permane a tempo indeterminato nonostante il sacrificio di Cristo renda il morire un passaggio obbligato per la salvezza e la resurrezione. Il carattere scandaloso della morte è, pertanto, dovuto al fatto che essa non è il frutto della volontà divina.

L’idea, invece, che l’uomo si distingua da tutti gli esseri viventi in quanto l’unico a essere cosciente della morte e, dunque, da sempre impegnato a sconfiggerla attraverso le sue attività razionali e spirituali è un retaggio filosofico tipicamente occidentale, figlio tanto della cultura che separa la mente dal corpo quanto della convinzione che la ragione sia una nostra esclusiva prerogativa. Pertanto, consapevoli razionalmente di essere mortali, cerchiamo ogni giorno di non pensarci, svolgendo attività lavorative, culturali, artistiche, ecc. per mezzo delle quali proviamo a renderci – in un modo o nell’altro – immortali.

Queste sono due obiezioni che mi è capitato di ricevere più volte durante convegni o incontri pubblici in cui ho parlato di Death Education. Ora, se, da una parte, non sono convinto che l’uomo disponga di un’esclusiva coscienza della propria mortalità, semmai ogni essere vivente ne ha consapevolezza secondo le sue irripetibili caratteristiche specifiche, dall’altra non credo che lo scandalo cristiano della morte non possa collimare con l’idea della sua naturalità.

Siamo abituati a tener conto del celeberrimo sillogismo in base al quale tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale. La mortalità è, in altre parole, una cifra che definisce – nel qui e ora – non solo la nostra condizione di esistenza, ma la vita stessa nel suo fluire. Qualche giorno fa, Emanuele Severino, durante un convegno, sottolineava una cosa tanto banale quanto fondamentale: se la giornata di ieri non fosse terminata, la giornata di oggi non sarebbe mai iniziata. Tutto quello che facciamo e che siamo segue un percorso preciso, segnato da un inizio, da un suo svolgimento e dalla sua fine. La gioia del primo giorno di vacanza e la malinconia dell’ultimo giorno; l’angoscia nel momento in cui comincia un’operazione chirurgica e il sollievo, anche solo momentaneo, per la sua conclusione. L’emozione per l’inizio della scrittura di un libro e la sensazione agrodolce quando è terminato. Non c’è azione quotidiana che non segua naturalmente questo percorso. E se tale percorso venisse meno? La dilatazione radicale dei ritmi temporali renderebbe la nostra vita simile a un film al rallentatore. Il mutamento perde di significato, il pulsare eccitato delle emozioni si inaridisce lentamente, tutta l’energia che mettiamo in ciò che facciamo, consapevoli del rapporto dialettico tra l’inizio e la fine, si spegne. Non è un caso che, secondo uno psicopatologo come Minkowski, l’idea dell’immortalità terrena si manifesta puntualmente nel delirio melanconico.

Ora, considerare come naturale l’integrazione tra la vita e la morte, evidenziandone il cospicuo valore pedagogico, non necessariamente contraddice lo scandalo cristiano del morire: possiamo, infatti, riconoscere questa integrazione come un dato di fatto, a cui avremmo voluto volentieri fare a meno ma che rappresenta, nel mondo in cui viviamo, il punto di partenza basilare per costruire giorno dopo giorno le nostre attività e per sviluppare il nostro modo di essere. Pertanto, la nostra ragione, il nostro spirito non hanno senso se le utilizziamo come fossimo dei novelli Gilgamesh alla ricerca ossessiva di un antidoto contro la mortalità; piuttosto, diventano prerogative irrinunciabili se messe al servizio della fragilità che ci costituisce, di modo da rendere qualitativamente luminoso lo spazio temporale che si distribuisce tra l’istante dell’inizio e il momento della fine.

 

articolo tratto da sipuodiremorte

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Death Café: un nuovo modo per superare la rimozione della morte?

di Davide Sisto

La scorsa primavera sono stato ospite, per la prima volta, di un Death Café. L’evento si è svolto nel centro storico di Genova, nel tardo pomeriggio e all’interno di una rinomata pasticceria locale. Insieme a un pubblico eterogeneo, composto da alcune decine di persone, ho dialogato per un paio di ore intorno al tema della morte nell’età digitale, con tè e pasticcini a rendere la conversazione più familiare.

I Death Café, arrivati in Italia da pochi anni, sono un evento pubblico non profit, inventato dal programmatore inglese Jon Underwood con l’obiettivo – chiaramente indicato nel sito web deathcafe.com – di rendere le persone consapevoli della propria mortalità all’interno di una cornice in grado di metterle a proprio agio: quindi, luoghi pubblici in cui accompagnare i propri pensieri sulla fine della vita con torte, pasticcini, caffè e tè.

Il primo Death Café risale al 2010 ed è stato tenuto a Parigi, per poi diffondersi in tutta Europa e negli Stati Uniti. Solitamente, vi è un facilitatore, che può essere un tanatologo, uno psicologo, un sociologo o un filosofo, che tira le fila del discorso e permette ai partecipanti di dare coerenza ai loro interventi, creando così un contesto in cui le riflessioni sulla morte non sono confuse né sfilacciate. Ma capitano anche situazioni di totale autogestione in cui il motivo della riuscita o del fallimento dell’incontro è la capacità dei partecipanti a organizzare i propri ragionamenti.

L’aspetto più interessante è la tipologia molto varia dei partecipanti: studenti universitari, anziani che hanno patito il lutto per il loro coniuge, figli che hanno perso da poco i propri genitori, persone che sono semplicemente curiose. Questo è il punto fondamentale: la curiosità di parlare di morte all’interno di una pasticceria.

La scelta strategica del luogo, che tiene distante l’austerità tipica dei classici centri in cui si svolgono le conferenze, è finalizzata a normalizzare un dialogo sulla morte. Rappresenta, in altre parole, un modo per prendere di petto la rimozione sociale e culturale che ha segnato il morire durante il secolo scorso e dimostrare che non c’è nulla di inusuale o di “alternativo” nel discutere insieme di questi temi in un contesto quotidiano in cui solitamente si parla di tutt’altro. Dopo un’iniziale timidezza, si rompe il ghiaccio e ciascuno racconta le proprie esperienze personali, le proprie paure, i propri rimpianti. La differenza di età dei partecipanti non è un problema, almeno per l’esperienza che ho avuto a Genova. Ciascuno riesce a porsi dal punto di vista altrui, anche perché sono il più delle volte simili le reazioni di fronte alla perdita di una persona amata o dinanzi alla consapevolezza che si è mortali. Alla fine, i partecipanti si sentono rilassati e tornano a casa con la stessa sensazione di chi è andato in palestra: si sono allenati a far rientrare nella propria vita ciò che, solitamente, si tiene alla larga e, per tale ragione, provoca enorme disagio psicologico.

Ora, non sono ovviamente convinto che bastino i Death Café a superare la rimozione. Occorre, infatti, agire in più luoghi della nostra società: sarebbe opportuno incrementare le lezioni di tanatologia all’interno delle Università e i corsi specializzati per gli infermieri e per i medici negli ospedali, quindi sviluppare percorsi educativi e pedagogici per i bambini, nonché aumentare le attività di sostegno per coloro che hanno patito un lutto. Ciò detto, quello dei Death Café è un buon modo per rendersi conto che c’è un problema e per provare, in modo semplice, ad affrontarlo affinché – un giorno, temo ancora lontano – non siano più necessari.

Sono fermamente convinto che sarebbe il caso di svilupparli e renderli capillari in tutta Italia, creando una rete che li trasformi in eventi capaci di coinvolgere tutti i cittadini, senza distinzioni di età, di nazionalità e di classe sociale. Lenendo la sofferenza che provoca un discorso sulla morte con un buon pasticcino al cioccolato.

articolo tratto da SIPUODIREMORTE.IT

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COS’È CAPSULA MUNDI

Capsula Mundi è una proposta culturale, un progetto ampio, che propone un diverso approccio al tema della morte. È un contenitore dalla forma arcaica e perfetta, quella dell’uovo, realizzato con un materiale biodegradabile, nel quale viene posto il corpo del defunto in posizione fetale o le ceneri. La Capsula è messa a dimora come un seme nella terra. Sopra di essa viene piantato un albero, scelto in vita dal defunto, che verrà curato da familiari e amici, come un’eredità per i posteri e per il futuro del pianeta. Il cimitero assumerà dunque un nuovo aspetto, non più grigie lapidi di pietra ma alberi vivi a formare un bosco.

COME È NATO IL PROGETTO
Il progetto Capsula Mundi nasce da una riflessione sul ruolo del design. In una cultura distante dalla natura e sovraccarica di oggetti per ogni esigenza della vita, la morte è spesso vissuta come un tabù.
Noi pensiamo che questo passaggio inevitabile, così denso di significati, non sia la fine ma l’inizio del percorso di ricongiunzione alla natura.
Partendo da queste considerazioni, abbiamo deciso di ridisegnare la bara (un oggetto pressoché dimenticato dal mondo del design), utilizzando materiali ecologici e riferendoci a dei simboli di vita, laici e universali, quali l’uovo, la posizione fetale e l’albero.

UN MESSAGGIO UNIVERSALE
Il ciclo biologico di trasformazioni è uguali per tutti gli esseri viventi; per l’uomo è il momento di verifica del suo essere parte integrante della natura. Capsula Mundi vuole sottolineare questo valore universale che non va ad interferire con le tradizioni culturali e religiose di ognuno di noi. Semplicemente un albero, simbolo di unione tra cielo e terra, segnerà il luogo della memoria della persona scomparsa. Albero dopo albero, il cimitero diventerà un bosco, un luogo libero da segni e da architetture commemorative. Un posto in cui andare a passeggiare o portare i bambini a riconoscere le diverse essenze. Un bosco custodito e protetto dalla collettività: un bosco sacro.Capsula Mundi

L’URNA CAPSULA MUNDI
L’urna Capsula Mundi è ora disponibile sul nostro e-commerce e può essere consegnata in tutto il mondo.
Capsula Mundi è un’urna biodegradabile. Le ceneri vengono inserite attraverso un’apertura, chiusa poi con un tappo a cono. Dopo aver interrato l’urna, viene piantato sopra un albero, scelto in vita dal defunto, nel rispetto dell’ecosistema locale.

A CHE PUNTO SIAMO
Al momento Capsula Mundi per il corpo è ancora in una fase di start-up. Le sepolture verdi sono permesse in molti paesi ma non ovunque. In Italia ad esempio l’attuale normativa cimiteriale (che si riconduce al “Regio Decreto” del 1934!) non consente le inumazioni “verdi” come Capsula Mundi ma solo la dispersione delle ceneri. I “cimiteri verdi” sono invece diffusi da tempo nei paesi di cultura anglosassone. Dal 2003, anno di presentazione del progetto al Salone del Mobile di Milano, abbiamo portato avanti un lavoro di sensibilizzazione, convinti che per arrivare a cambiare le leggi occorra prima un cambiamento culturale.

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Giappone, una telefonata per l’aldilà

Un vecchio apparecchio davanti al mare. Dopo lo tsunami sono in migliaia a chiamare i morti
di Paolo Salom

Parlare al vento perché il vento è uno spirito amico, compassionevole, l’unico in grado di portare conforto ai sofferenti. Sussurrare parole d’amore dirette a chi non c’è più, perché la Natura — infuriata — ha stravolto la realtà degli uomini scatenando uno tsunami capace di annichilire ventimila vite. Entrare in una cabina del telefono collegata con il nulla e tuttavia proprio per questo capace di connettere il mondo di qui e quello del nostro cuore, dove tutto è possibile.

L’apparecchio in fòrmica, nero, contrasta con il candore della struttura che lo contiene. Il bianco, in Giappone, è il colore del lutto, oltre che della purezza. E il signor Itaru Sasaki, pensando a uno stratagemma per vincere il dolore provocato dalla prematura scomparsa del cugino, nel 2010 — un anno esatto prima del terremoto-tsunami che avrebbe devastato il Nordest del Sol Levante — aveva deciso di sistemare nel suo giardino una cabina telefonica collegata soltanto con l’aldilà. «Avevo bisogno di elaborare la sofferenza — ha poi dichiarato Sasaki alla televisione Nhk —. Trasformare i miei pensieri in parole trasportate dal vento».

Chiuso nella cabina, l’uomo aveva preso l’abitudine di comporre il numero del cugino, usando il disco che per decenni ha scandito la «magia» del dialogo a distanza: zzzz-toc, zzzz-toc. Poi, la connessione immaginaria permetteva di condurre il flusso dei ragionamenti, le parole non dette in vita, la richiesta di perdono per quel piccolo sgarbo che aveva, per qualche tempo, guastato il legame.

Per molti a Otsuchi, cittadina che si affaccia sull’Oceano Pacifico nella prefettura di Iwate, il comportamento di Itaru Sasaki poteva essere considerato bizzarro. Ma nemmeno troppo: per un giapponese il dialogo tra umani e spiriti è una possibilità, una caratteristica dell’insieme di credenze della religione shintoista, che attribuisce a ogni cosa, vivente o meno, un kami (spirito) vitale. È così che la Natura stessa prende forma ed è capace di «parlare» con l’uomo, spaventarlo o coccolarlo. Tutto dipende dal nostro rapporto con questo mondo fantastico, dalla capacità di aderire alle sue regole millenarie. Così, la notizia del concittadino che ogni tanto entrava nella cabina, da lui chiamata kaze no denwa, il telefono del vento, non aveva creato grande scompiglio in paese. Almeno fino all’11 marzo 2011, quando uno tsunami scatenato da un terremoto del nono grado della scala Richter, in mezzo all’oceano, aveva spazzato via città e vite, separando per sempre i destini di famiglie intere: mogli che avevano perso il marito; mariti senza più mogli; figli e figlie senza genitori; genitori senza più figli.

Una volta superata l’emergenza, quando una parvenza di normalità è tornata a scandire le giornate dei sopravvissuti, di chi cercava di ricostruirsi un’esistenza, a qualcuno è venuto in mente quella cabina con il telefono senza fili in un giardino privato di Otsuchi.

Chissà se è stato lo stesso spirito del vento (in giapponese: kamikaze) a diffondere la notizia. Fatto sta che piano piano una piccola folla accomunata dal dolore per un lutto inimmaginabile si è recata in pellegrinaggio da Itaru Sasaki. Tutti avevano le medesima richiesta, pronunciata dopo un inchino e una lacrima impossibile da trattenere: «Posso fare una telefonata dalla sua cabina? È tanto che non parlo con…».

Possiamo sostituire i puntini con moglie, marito, figlio, figlia, madre, padre. Negli anni la piccola folla è diventata un fiume in piena di dolore: migliaia e migliaia di esseri umani che attendevano pazientemente il loro turno per entrare nella cabina bianca su cui soffia costantemente una brezza dal mare. E poi comporre il numero usando un apparecchio a disco che non squillerà mai. Ma sarà sempre capace di spargere parole di affetto e nostalgia nel vento dei sentimenti.

Alleggerendo così il peso dei ricordi, di tante vite che non sono più. La signora Mitsu Kumagai è una dei molti che ancora oggi provano a parlare come se nulla fosse stato. È arrivata da Hanamaki, cento chilometri nell’entroterra, per parlare con la sorella scomparsa nell’onda nera arrivata dall’oceano. Il disco del telefono gira lentamente e scatta all’indietro, numero dopo numero. Mitsu Kumagai avvicina la cornetta all’orecchio. Per poi sussurrare: «Sorella mia, volevo dirti che…».

 

articolo tratto da CORRIERE DELLA SERA

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Dopo la morte restiamo coscienti per un breve periodo: ecco cosa fa il nostro cervello appena dopo la morte

Cosa accade dopo la morte? Secondo una recente scoperta ognuno di noi saprebbe di essere morto anche dopo la morte.

O almeno per un breve periodo di tempo. Gli scienziati avrebbero infatti scoperto che il cervello continua a funzionare anche dopo che il cuore smette definitivamente di battere.

Dunque, secondo una recente ricerca, poco tempo dopo che il battito si arresta l’attività cerebrale continua a farci avere coscienza di noi stessi. La sensazione che si prova potrebbe essere quella di sentirsi ‘intrappolati’ all’interno del proprio corpo ormai privo di vita mentre il cervello è ancora funzionante. Così il dottor Sam Parnia ha spiegato il meccanismo di ‘passaggio’ tra la vita e la morte, dopo averlo analizzato insieme al suo team della Stony Brook University School of Medicine di New York.

Gli scienziati hanno preso in esame le funzioni cerebrali dopo che una persona entra in arresto cardiaco. L’obiettivo primario della ricerca è quello di migliorare la qualità della rianimazione e prevenire le lesioni cerebrali mentre si riavvia il cuore di un paziente.

Secondo quanto appurato, dunque, quando il battito cardiaco si ferma la corteccia cerebrale, ovvero la parte ‘pensante’ del nostro cervello, rallenta in maniera graduale e le cellule cerebrali riescono a restare attive per alcune ore.

Articolo tratto da www.meteoweb.eu

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Papa Francesco. «Al momento della morte Gesù ci prenderà per mano: ‘Vieni, alzati’»

Durante una catechesi del 2017 papa Francesco ha messo a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, “una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati”. Lo ha sottolineato papa Francesco constatando che nella società di oggi sembriamo essere ormai “privi anche di un alfabeto adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane. Eppure i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma”.

“La morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità, pura vanità”, ha proseguito il Papa, secondo il quale di fronte alla morte “ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano”. “Gesù ha illuminato il mistero della nostra morte”, ha ricordato durante l’udienza di oggi: “Con il suo comportamento, ci autorizza a sentirci addolorati quando una persona cara se ne va”. “Lui si turbò profondamente davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, e scoppiò in pianto”, ha proseguito citando il Vangelo di Giovanni: “In questo suo atteggiamento, sentiamo Gesù molto vicino, nostro fratello. Lui pianse per il suo amico Lazzaro. E allora Gesù prega il Padre, sorgente della vita, e ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro. E così avviene”. “La speranza cristiana attinge da questo atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana”, ha commentato Francesco: se la morte umana “è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene”.

“Gesù ci mette su questo crinale della fede – ha proseguito papa Francesco nella sua catechesi -. A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro oppone la luce di un dogma: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. “Io non sono la morte, io sono la risurrezione e la vita, credi tu questo?, credi tu questo?”.”Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: “Talità kum”, “Fanciulla, alzati!” (Mc 5,41). Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: “Rialzati, risorgi!”.

Nel finale l’invito di papa Francesco a “chiudere gli occhi e pensare a quel momento della nostra morte, ognuno di noi pensi alla propria morte, si immagini quel momento, che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà, ‘vieni con me, alzati’, li finirà la speranza e sarà la realtà della vita. Gesù prenderà ognuno di noi con la sua tenerezza, la sua mitezza, con tutto il suo cuore. Questa è la nostra speranza davanti alla morte. Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce ci illuminerà”.

 

articolo tratto da AVVENIRE

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Finché morte non ci separi: come affrontare la vedovanza

Bisogna imparare dal dolore e riprendere a vivere

Convivere con l’assenza della persona scelta per condividere il resto della vita non è tanto semplice. Una ricerca realizzata dall’Instituto do Casal rivela che rimanere vedovi è la seconda paura più grande delle coppie brasiliane.

Il timore che circonda l’idea di perdere la persona amata, secondo il teologo Márcio Luiz Fernandes, risiede nel fatto che “rimanere da soli” è una paura dell’essere umano in generale, perché fondamentalmente non è stato creato per questo. Perdere una persona con cui si è creato un legame affettivo forte vuol dire sperimentare “qualcosa di radicalmente umano: le dimensioni interiori del dolore, della fragilità, della dipendenza, della perdita, della sofferenza”.

La comprensione di quel nuovo momento della vita varia da persona a persona, ed è necessario poter vivere il lutto per adattarsi. Come si può vivere questa nuova realtà, facendo fronte alla vedovanza? Oltre al tempo di cui ciascuno ha bisogno, le difficoltà hanno le proprie particolarità in base al fatto che si resti vedovi da giovani o quando si è già alla fine della vita.

Vedovanza precoce e vedovanza tardiva

Essendo una situazione “meno naturale”, la vedovanza precoce può essere uno shock per chi si è sposato da poco e può avere figli piccoli, adolescenti o giovani. “È comune che quella morte sia sentita come qualcosa di brutale”, riferisce lo psicologo Luiz Henrique Michel, specializzato in lutto.
Fernandes spiega che la persona rimasta vedova precocemente, oltre a convivere con il dolore, dovrà preoccuparsi di questioni molto pratiche come il fatto di allevare i figli e organizzare la vita, oltre che della preoccupazione per la salute fisica e mentale. Trovarsi in questa situazione da giovani o anche nella vita adulta implica alcune “preoccupazioni ben determinate rispetto alle necessità immediate”, sostiene.

Nella vedovanza tardiva bisogna invece congedarsi da qualcuno con cui si è condivisa tutta una vita. Se nella vedovanza precoce la persona cerca di trovare soluzioni al modo in cui allevare i figli da sola, nella vecchiaia i figli sono ormai cresciuti e hanno la propria famiglia, e quindi il senso di solitudine può essere maggiore.

Nonostante le peculiarità di ogni storia, c’è una somiglianza di fondo: in entrambi i casi si provano “la sofferenza e la solitudine per l’allontanamento dalla persona con cui si è vissuto e si sono convidise per molto tempo le proprie emozioni, la vita e le esperienze”, spiega Fernandes.

Tornare alla routine

Dopo aver vissuto il lutto e compreso le sfide che comporta questa nuova realtà, bisogna affrontare nuovamente la vita, e secondo Michel cercare di trovare un posto nuovo per quella persona nella propria esistenza. “Non è necessario dimenticarla. Al contrario, i ricordi, ciò che si è appreso e perfino i sogni condivisi possono rimanere vivi, anche se non c’è più la presenza fisica della persona amata”, commenta. “Allo stesso tempo – senza mai smettere di rispettarsi –, è importante riprendere gradualmente a vivere, cercando sostegno in amici, familiari, comunità religiosa (se se ne ha una), gruppi di aiuto reciproco o professionisti del settore sanitario”.

La famiglia gioca un ruolo fondamentale in questo momento, perché è in essa che il vedovo troverà grande sostegno. Spesso chi è rimasto da solo ha bisogno di sentirsi amato con piccoli gesti e semplici dimostrazioni di presenza. Ad esempio, i familiari possono aiutare a svolgere i compiti domestici e a gestire le finanze.
Michel ricorda che al momento di cercare di risollevare il vedovo è importante che la famiglia scelga bene le parole.

Ad esempio, “non si devono fare commenti sul fatto di trovare un nuovo o una nuova partner, perché possono dare l’impressione che il coniuge scomparso potrebbe essere facilmente sostituito da un’altra persona”.

articolo tratto da aleteia.org

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7 motivi per cui la risurrezione di Cristo non è un’invenzione

Unione Cristiani Cattolici Razionali

L’eminente specialista N.T. Wright esprime ragioni ed argomenti a favore della storicità della risurrezione di Cristo, spiegando perché non può essere stata un’invenzione nata nella società ebraica, per la quale erano totalmente inconcepibili i fatti avvenuti. Non è così che si inventa.
Gesù era interamente ebreo. Molti critici del cristianesimo storico sottolineano spesso questo dato, certamente corretto, pensando in qualche modo di smentire la “cristianità” di Gesù o la sua intenzione di creare altro al di fuori di un ebraismo rinnovato.
Eppure, è proprio amplificando la stretta appartenenza di Gesù e dei suoi discepoli all’ebraismo che diventa ancora più impossibile che un evento come la risurrezione possa essere stato inventato. E’ questo il tema di una interessante conferenza tenuta nel 2007 da uno dei principali studiosi del Nuovo Testamento del mondo anglosassone: N.T. Wright. Vescovo anglicano, già docente all’Università di Cambridge e Oxford, è autore di oltre 40 testi specialistici.
La concezione dell’antico ebraismo su morte e risurrezione.
Il prof. Wright sostiene sinteticamente che la risurrezione non può essere stata un mito inventato dalla prima comunità cristiana perché l’idea del Messia che muore e risorge fisicamente alla vita eterna era completamente inaspettata nella teologia ebraica. E’ un fatto accertato nella comunità scientifica, come attestato dall’eminente Joachim Jeremias (Università di Gottinga): «Nell’antico ebraismo non esisteva l’attesa di una risurrezione come un evento della storia. Certamente erano conosciute le risurrezioni dei morti, ma queste erano semplicemente rianimazioni per il ritorno alla vita terrena. Da nessuna parte nella letteratura giudaica si trova qualcosa di paragonabile alla risurrezione di Gesù» (J. Jeremias, Die älteste Schicht der Osterüberlieferungen, in Resurrexit, Libreria Editrice Vaticana 1974, p. 194).
Nell’antico giudaismo era inconcepibile, allora, il concetto di una singola risurrezione corporea, definitiva, prima della risurrezione generale di tutti i giusti nel giorno del giudizio. Eppure, se si osserva l’evoluzione della teologia nella società ebraica si scoprirà la sua radicale mutazione riguardo alla possibilità di risorgere dai morti, proprio in seguito ai fatti avvenuti all’ebreo Gesù nel I° secolo. «Queste mutazioni» nell’ebraismo, ha spiegato Wright, «sono così straordinarie, in un’area teologico-politica in cui le società tendono ad essere molto conservatrici, tanto che costringono lo storico a chiedersi: perché si sono verificate?».

7 mutazioni teologiche nella società ebraica.

Vi si possono contare ben 7 mutazioni fondamentali nella società antica in seguito alla risurrezione di Cristo.
1) La teologia sull’aldilà si trasforma da più punti di vista (giudaismo) ad un’unica visione: la risurrezione (cristianesimo). Nel giorno del giudizio, i giusti riceveranno nuovi corpi di risurrezione, identici al corpo di risurrezione di Gesù.
2) L’importanza relativa della dottrina della risurrezione passa dall’essere periferica (teologia ebraica) all’essere centrale (teologia cristiana).
3) L’idea di come avviene la risurrezione passa da avere più punti di vista (giudaismo) ad un’unica visione: un corpo incorruttibile, orientato spiritualmente, composto nella forma del precedente corpo corruttibile (cristianesimo).
4) I tempi della risurrezione cambiano: dal giorno del Giudizio universale (giudaismo) ad una divisione tra la risurrezione del Messia in questo momento e la risurrezione del resto dei giusti nel giorno del giudizio (cristianesimo)
5) Compare una nuova visione dell’escatologia come collaborazione con Dio per trasformare il mondo.
6) Compare un nuovo concetto metaforico di resurrezione, indicato come “rinascita”.
7) Viene all’esistenza una nuova concezione di resurrezione del Messia, così tanto atteso nel mondo dell’Antico Testamento. Il Messia, nella convinzione ebraica antica, non avrebbe mai dovuto morire e certamente mai avrebbe dovuto risorgere dai morti in un corpo risorto! Sebbene vi fossero molti pretendenti Messia in scena in quel momento storico, ogni volta che uno di loro veniva ucciso i loro seguaci lo abbandonavano perché era il momento in cui si comprendeva chiaramente che non poteva essere il vero Messia. In un primo momento accadde anche con Gesù, poi però qualcosa convinse i discepoli a non abbandonarlo e a morire per affermare quel che videro.

Non è così che si inventa: chi si aspettavano di convincere i discepoli?

Occorre anche tenere in considerazione che se la prima comunità cristiana avesse voluto comunicare che Gesù era speciale, nonostante la sua vergognosa morte sulla croce, avrebbe inventato una storia teologicamente comprensibile ai loro contemporanei, usando l’esistente concetto ebraico di esaltazione. Applicare il concetto di resurrezione fisica ad un Messia morto sarebbe stata una scelta folle per convincere la teologia e la società ebraica che Gesù era realmente il Messia da sempre atteso.

Nella sua lezione, N.T. Wright indica anche che nel Vangelo più antico, quello di Marco, non appare nessun abbellimento e nessuna “teologia storicizzata” nel raccontare gli eventi finali della vita di Gesù. Un’invenzione avrebbe necessariamente incluso connessioni con noti concetti teologici -come avviene in qualche teofania descritta nel Vangelo di Giovanni-, invece la narrazione è cruda: Gesù muore di morte pubblica, le persone lo incontrano nuovamente vivo. Se invece si leggono i vangeli apocrifi e gli scritti gnostici, si noterà immediatamente come i racconti siano pieni di abbellimenti leggendari ed evidentemente fantasiosi (croci che parlano, gruppi di angeli che cantano ecc.).

Non c’è migliore spiegazione alternativa a quanto scrivono i Vangeli.

E’ per questi (e altri elementi) che l’eminente studioso arriva a concludere che la migliore spiegazione di tutto questo e di tutti i cambiamenti teologici più sopra elencati, è che i Vangeli vanno presi sul serio. Dio ha realmente resuscitato Gesù (corporalmente) dai morti. Semplicemente non c’è una spiegazione alternativa migliore, nessuno è mai riuscito a spiegare come la prima comunità cristiana possa aver inventato qualcosa di incomprensibile anche per loro stessi -come una singola resurrezione e, per di più, di un Messia che non avrebbe mai dovuto morire- e poi riuscire con enorme successo a convincere se stessi e i loro contemporanei. «Affermare che il Messia era tornato in vita, semplicemente non era un’opzione ragionevole. A meno che, naturalmente, fosse accaduto davvero così».

 

articolo tratto da: aleteia.org

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“Nascere, invecchiare, malato, e morte”, la regola inevitabile della vita, quindi la gente da secoli perde tanto tempo per capire e esprimere questa regola, la regola della morte.

Il funerale e il mondo dell’aldila nella mentalità dei vietnamiti

testo di Ventophong e cura di Lorenzo Archannoni da Roma

“Nascere, invecchiare, ammalarsi e morire”, la regola inevitabile della vita: la gente da secoli perde tanto tempo per capire e concepire questa regola, la regola della vita e soprattutto della morte.
Già dal tempo antico dell’età del bronzo, cioè circa 2500 anni fa, la cerimonia di un funerale ere particolarmente complicata.
Probabilmente, la gente credeva nell’esistenza di un mondo dopo la morte.
In tante tombe antiche hanno trovato tanti reperti sepolti insieme con il defunto: la tomba a forma di barca, cioè una bara avente le sembianze di una barca, conteneva tutto un mondo interessante ed affascinante di cose sepolte, tutti oggetti che rappresentavano gli utensili della società dell’epoca.
Nella zona del fiume rosso, i cinesi hanno invaso il Vietnam nel 221 a.c: però solo verso la fine dell’anno 43, cioè dopo la repressione del generale cinese Ma Yuan alla rivolta delle due sorelle, la cultura cinese iniziò a mettere le sue radici: nelle grandi città del delta di fiume rosso le tombe cinesi ritrovate contengono utensili diversi da quelli contenuti nelle tombe vietnamite.
L’influenza cinese diventò più forte mediante l’istruzione e la divulgazione delle filosofie cinesi come confucianesimo, taoismo e buddismo.
I riti di queste filosofie e religioni cinesi furono lentamente accettate nel tempo dalla comunità vietnamita per via delle leggi sia degli occupanti che della classe borghese vietnamita filo cinese.
I riti diventarono nel tempo sempre più colorati e attraenti.

L’influenza del buddismo proveniente dall’India ed interessante le regioni del sud del Vietnam era fortissima durante periodo Tran dal 1225 fino al 1400: la cremazione diventò una parte importante della cerimonia funebre per la società.

Ma, durante i 20 anni di occupazione cinese e della successiva dinastia Le, la sepoltura e riesumazione divennero particolarmente diffusi.

Le tombe trovate in questo periodo hanno rivelato la presenza di mummie imbalsamate secondo metodi molto interessanti: i corpi dei defunti sono stati trovati avvolti da stoffa preziosa tipo seta e profumati da olio profumato.

L’usanza per le famiglie povere non poteva seguire questo stile troppo costoso e pertanto doveva essere applicato un processo più complicato cambiando il vestito per il morto, “Cai Tang, Sang áo”.
Il funerale è già un processo lungo collegato a tante credenze popolari, come richiamare lo spirito, scegliere l’orario per mettere il morto nella bara per portarlo fuori casa fino al luogo di sepoltura.
Ma il Cải táng è una cerimonia più misteriosa: la gente crede che esista un mondo dopo la morte.

Dopo la morte il corpo si decompone ma rimane lo spirito che segue una strada per andare nel mondo dell’aldila.
I vietnamiti credono negli inferì, un mondo simile all’inferno: ma il defunto poi si reincarna in un’altra vita.
Si crede esistano dieci piani di questo mondo dei morti: in relazione ai peccati fatti durante la vita terrena, lo spirito del morto viene assegnato ad un determinato piano per espiare la punizione.
Dopo aver completato il tempo assegnato per la punizione, lo spirito si reincarna in un’altra vita.

Vietnam 2005 – Ho Chi Minh City

Ma questa credenza sul mondo dei morti è un po’ vaga e per tante persone il mondo degli spiriti è molto più vicino e gli spiriti hanno un rapporto stretto con il nostro mondo terreno: si devono rispettare le usanze e le tradizioni durante la vita terrena, altrimenti si porta sfortuna a se stessi!.
Nel nord del Vietnam il morto viene sepolto in una bara di legno e dopo un periodo di 3 o 5 anni viene riaperta la tomba per mettere le ossa in un’urna.
L’orario per iniziare la cerimonia comincia molto presto al mattino quando non c’è ancora la luce del sole: si usa il lume a petrolio per vedere meglio. Con il liquore di riso mescolato al profumo di cannella si puliscono le ossa che vengono messe nell’urna di terra cotta.
Questa urna viene seppellita di nuovo nella terra in un luogo che un indovino considera sacro e fortunato!
Da quel momento lo spirito del morto ha una casa eterna per vivere!
I contadini sentono che i loro antenati ancora esistono e vivono vicino al cimitero del villaggio!
E da questa credenza che nascono tante usanze relative a quel mondo: la gente cerca di comunicare con i morti per capire quel mondo, ed alla fine solo poche persone riescono a farlo.
L’attività dei medium (un tipo di esorcismo) è molto diffusa da noi: la gente cerca in tutti modi di soddisfare gli antenati nel mondo dell’aldila con la speranza di ricevere aiuti paranormali.
Vengono spesi molti soldi per costruire la tomba più bella e si bruciano molti oggetti votivi per gli spiriti facendo molte offerte.
Le religioni come taoismo e buddismo hanno un ruolo importante nella cerimonia funebre.
Il monaco buddista prega per purificare e indicare la strada giusta per lo spirito: nel mondo dell’aldila si crede che esista un’entità che aiuta gli spiriti macchiati dai peccati ad uscire dalle punizioni dell’inferi.
Uno stato inferiore del nirvana si chiama Boddisatwa, in vietnamita Bồ tát, e Địa tạng Bồ tát, cioè Boddisatwa degli inferi che aiuta gli spiriti.
Il monaco taoista invece può creare delle magie per allontanare i cattivi demoni ed utilizzare anche la geomanzia, tecnica affascinante in quanto permette di trarre responsi attraverso l’osservazione del paesaggio, delle rocce e della terra.
In Vietnam si dice: “la ricchezza crea il rituale”: phú quý sinh lễ nghĩa!
Ma forse sarebbe meglio dire “la ricchezza e l’ignoranza crea il rituale”!
Quando il mondo dell’aldila è ancora da scoprire e il mondo nostro è ancora da capire nasce il rituale per spiegare i misteri: e quindi Buddha dice: “uno dei dolori della vita umana è l’ignoranza”!
Penso che il mondo dell’ aldila, per ogni paese, dipenda dalla fantasia umana di ogni popolo che tramanda le credenze da generazioni a generazioni: come i tibetani lasciano il cadavere agli avvoltoi, gli indiani cremano i corpi e li lasciano alle acque del fiume Gange.
Oggi il mondo dell’aldila per i kamikaze mulsumani è farsi saltare insieme al nemico, mentre una volta i vietcong si ammazzavano per la libertà, per la liberazione e nel nome dell’ideologia comunista.

Ieri sono passato per un villaggio di Zay a Ta van guardando una casa di legno, uno stagno di fronte alla casa pieno di pesci ,un orto verde di piante e verdure e gli animali dell’allevamento: in lontananza, sul fianco della collina, si stendevano le vecchie e le nuove tombe come fossero un mucchio di terra.
Da quel posto gli spiriti delle etnie dormono con le teste rivolte sulla vallata ricca di risaie a terrazza: si dorme per migliaia di autunni nel mezzo del verde.
Nella casa di Hmong non esiste l’altare degli antenati, ma unicamente un piccolo angolo con tre tazzine, un poco di riso, qualche pezzo di carta rossa appesa sul muro mentre nella cucina riposano tre uomini seduti sui loro bassi giacigli con una bottiglia di liquore forte!

 

articolo tratto da: vietnam travel art   

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A CHE PUNTO SIAMO CON LA NEGAZIONE DELLA MORTE?

prima parte: I RITI

di Marina Sozzi

A che punto siamo con la negazione della morte? E’ una domanda che un tanatologo, di tanto in tanto, deve porsi.

Questa volta l’interrogativo è stato stimolato anche dalla lettura dell’ultimo libro del sociologo Marzio Barbagli, Alla fine della vita, che afferma che la società moderna non nega e nasconde la morte più di quelle che l’hanno preceduta. Non sono per niente d’accordo con lui, e ho l’impressione che il libro voglia essere una provocazione, ma non sia del tutto equo nei confronti del profluvio di studi e riflessioni che, in tutto il mondo occidentale, hanno esaminato i molteplici significati dell’impasse dei nostri contemporanei non solo di fronte al morire, ma anche dinanzi al soffrire. Sembra che Barbagli voglia un po’ “liquidare” la tesi della negazione della morte, più di quanto non intenda riesaminarla.

Io vorrei, invece, affrontare la domanda sulla negazione della morte come se fosse una domanda nuova, senza dare per scontate le risposte che ho dato in passato. Sono ormai venticinque anni che mi occupo di questi temi, e vi propongo di guardare a ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio. La situazione è migliorata? E’ peggiorata? Il discorso è lungo, e comincio oggi proponendovi un tema specifico, quello dei riti funebri.

I riti funebri sono semplicemente cambiati, come dice Barbagli, o c’è una povertà rituale oggi in Italia? Che le modalità di sepoltura siano cambiate è un dato: nel 2016 (ultimi dati disponibili) è stata scelta la cremazione dal 23% delle persone, l’inumazione dal 33% e la tumulazione dal 44%. La scelta cremazionista cresce, per ragioni in parte culturali e in parte economiche. Non credo né ho mai creduto che l’aumento della cremazione, in Italia come in altri paesi, sia sintomo di una deritualizzazione.

l contrario, nei luoghi in cui è stato proposto un rito del Commiato per accompagnare l’affidamento della salma al crematorio, si è fatta un’importante operazione culturale: far riflettere i familiari sull’esigenza di un addio che abbia una struttura rituale, ma che corrisponda anche al desiderio di personalizzazione molto diffuso in Occidente: una poesia, una musica, qualche parola in memoria del defunto pronunciata da chi lo ha amato. Nei crematori dove c’è stata l’offerta di un rito, la popolazione ha maturato anche la capacità di celebrarlo a immagine e somiglianza del morto. Stiamo parlando, però, di una minoranza. C’è un’altra minoranza che pensa per tempo al rito funebre: quella di coloro che, avendo avuto accesso per tempo a buone cure palliative, hanno potuto conciliarsi con la propria morte e hanno dato istruzioni ai loro cari sulla cerimonia che desiderano.

La maggioranza delle persone, invece, si trovano in una situazione di impoverimento rituale. Pensano al rito funebre quando la morte di un congiunto è già avvenuta o sta per sopraggiungere. Allora chiamano le onoranze funebri e delegano loro quasi ogni decisione.
Così accade che molti non credenti si trovino impelagati in un rito cattolico. E forse anche la Chiesa cattolica si sta rendendo conto di quanti problemi ci siano nella celebrazione dei funerali religiosi con persone non religiose o blandamente credenti. I sacerdoti si accorgono che gli astanti non conoscono le formule di rito, non sanno quando alzarsi e sedersi, non conoscono le preghiere. Gli stessi operatori funebri si scandalizzano, inoltre, nel constatare che i partecipanti a molti funerali non riescono a sentire la solennità della morte, e si comportano in modo inappropriato.

Un problema a parte è costituito dalla scarsa offerta di spazi interculturali, dove sia possibile celebrare riti di altre culture o religioni. Ne ho parlato in alcuni miei libri e non vorrei dilungarmi su questo. Certo le cose non vanno meglio di qualche anno fa, né il clima di intolleranza che si va diffondendo nel paese fa presagire nulla di buono su questo fronte. Un’unica notazione positiva: la possibilità (che si sta cominciando a proporre) di assistere in streaming a funerali che si svolgono a migliaia di chilometri dal luogo dove si vive può essere uno strumento importante in un mondo globalizzato, anche se non sostituisce la presenza di persona.
Non è vero, come afferma Barbagli, che tutti i riti hanno perso terreno, e non solo quelli funebri. Forse in alcune nicchie intellettuali della mia generazione di baby boomers c’era un atteggiamento antiritualista, ad esempio ci si sposava in tono minore: era considerato più di buon gusto.

Oggi però i giovani sono tornati con entusiasmo al matrimonio tradizionale, anche quando si sposano civilmente, abito bianco, banchetto e torta nuziale, album di fotografie, bomboniere, (a testimonianza del loro/nostro bisogno di riti), e organizzano feste per il battesimo dei figli. Ma lo stesso non si può affermare per i funerali. Nessuno pensa di onorare la memoria di un defunto con un funerale importante.

Per quanto riguarda i cimiteri, continuano a essere luoghi poco frequentati, con l’esclusione delle persone in lutto e delle celebrazioni dei primi di novembre. Certo, nell’ultimo ventennio sono stati molto valorizzati i cimiteri monumentali, ma soprattutto dal punto di vista artistico-museale.

Invece le proposte innovative, che dovevano modificare il volto ai nostri luoghi dei morti (ad esempio i cimiteri arborei e altri progetti di parchi cimiteriali) non sono riusciti a sfondare, nonostante l’idea piaccia molto a tanti cittadini. Fiacchi i cimiteri virtuali, che pareva dovessero rappresentare il futuro, ma che non esistono quasi più. L’idea codice del Qr da mettere sulle tombe, per accedere a una realtà aumentata, e poter conoscere la storia della persona sepolta, benché interessante, ancora ha fatto poca strada. Intanto, continuiamo a avere cimiteri di loculi.

La commemorazione viaggia soprattutto sui social, Facebook in primo luogo. E’ accaduto che la rievocazione si sia spostata nel mondo virtuale, abbandonando parzialmente quello reale. Ma non mi spingerei a parlare di una nuova cultura funebre. Perlomeno, non ancora. La memoria veicolata dai social network è una memoria troppo carica di informazioni, troppo privata, e che privilegia l’aspetto della consolazione dei vivi rispetto a quello della memoria storica e sociale. E anche da questo punto di vista, manca l’aspetto concreto della presenza fisica degli altri nella vita di chi ha perso un congiunto. Certo, la presenza su Facebook è meglio di nulla. Ma è un succedaneo.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it