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IL CIMITERO DI KEY WEST … L’ESTREMO SUD D’AMERICA

Juan Ponce De León, un avventuriero spagnolo, pare sia stato il primo europeo a mettere piede in Florida, attirato dalla leggenda caraibica che narra di una Fontana della Giovinezza nascosta da qualche parte a nord di Cuba. Così, uscendo da Miami e spingendosi verso l’estremo sud, si incontra il mondo incantato delle Florida Keys, un tempo paradiso dei pirati. Si tratta di una serie di 42 isolette, collegate da ponti di rara geometria, che si prolungano per oltre duecento chilometri tra le acque dell’Oceano Atlantico e il Golfo del Messico. Al “termine della strada” sorge Key West, il luogo che ha fatto della libertà e della tolleranza una sorta di bandiera.

L’America termina qui. Qualcuno direbbe “zero miles”!

A qualche passo dal cuore della cittadina, nei pressi della chiesa cattolica St. Mary, si trova il Key West City Cemetery. Aperto nel 1847 il piccolo cimitero non viene a trovarsi fuori dal centro abitato, ma eccezionalmente inserito nel luogo come “presenza integrante”. La forma geometrica, racchiusa da un sottile recinto in art déco, ritaglia lo spazio per la sepoltura dei morti dal vivere quotidiano. Sappiamo bene quanto nella separazione ci sia parte della acquisizione della conoscenza implicita della morte, ma l’area finemente racchiusa sembra qui esprimere la volontà di non separare il vivere civile dal morire. Tuttavia le palme e il vento sembrano concedere al visitatore un certo senso di protezione.

Privilegiando l’itinerario spaziale più o meno regolare delle sepolture, il cimitero di Key West evidenzia un proprio stile, attraverso bizzarre incisioni tombali, come «Te l’avevo detto che non mi sentivo bene», impressa sulla tomba di B.P. “Pearl” Roberts (1929-1979), e la chiara ripetizione di viali, disposti secondo assi di simmetria, spesso cosparsi di terra o di sabbia fra le tombe. In ogni “isolato”, dunque, l’iconografia interna stempera la propria voce, a seconda degli spazi percorsi.

Tra i monumenti più interessanti ricordiamo il Maine Monument, voluto dai cittadini di Key West e inaugurato il 15 marzo del 1900 in memoria delle vittime della corazzata americana Maine, fatta saltare in aria mentre si trovava all’ancora nel porto della Havana, nel febbraio 1898. Non lontano dal Maine Monument si trova Los Martires de Cuba, una scultura commemorativa eretta nel 1892 in onore di coloro che hanno dato la propria vita per liberare Cuba dalla Spagna. Attraverso i piccoli viali che si intersecano ad angolo retto è inoltre possibile raggiungere l’area delle sepolture cattoliche, al centro delle quali sono inumati alcuni sacerdoti della Saint Mary’s Catholic Church: S. Huningo (1862), J.E. McDonald (1869), J.B. Allard (1875) e J.M. Fourcade (1878).

Il cimitero di Key West è senza dubbio ragione di orgoglio per gli abitanti locali, oltre che meta obbligata per quei visitatori che rincorrono il fascino, la cultura e lo stile di vita di una America alternativa. Di fatto, in passato, artisti e scrittori come Ernest Hemingway, Tennessee Williams, Robert Frost, sono stati attratti dal mito di Key West, trovandovi l’ispirazione per molti loro capolavori.

Maria Angela Gelati

 

articolo trato da OLTREMAGAZINE.COM

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A CHE PUNTO SIAMO CON LA NEGAZIONE DELLA MORTE?

seconda parte:  IL LUTTO

 di MARINA SOZZI

Prendo spunto da una lettera pubblicata recentemente su Famiglia Cristiana. Il titolo era: Mandata in vacanza per nascondere la morte di papà. È la storia di una famiglia che ha subìto la grave perdita di un giovane padre, morto in un incidente in montagna.

La bambina è stata allontanata da casa e inviata da amici, per tenerla distante dal momento doloroso dei riti e della disperazione. Ora la bimba tornerà a casa, ignara, non troverà più il padre, e la madre, devastata dal lutto, non sa come parlare alla figlia. La lettera era di un’amica di famiglia, che chiedeva consiglio ad Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta. C’è infatti spaesamento sul comportamento da tenere in tragedie come questa, e l’esigenza di affidarsi a competenze psicologiche. Abbiamo delegato la gestione della morte alla medicina, e quella del lutto alla psicologia.
La bella risposta di Pellai è riassumibile in queste parole: “La mamma deve progressivamente sentirsi in grado di far arrivare alla sua bambina il messaggio: anche se ci è successa una cosa bruttissima, io e te abbiamo un futuro. La vita rimane aperta davanti a noi.”

Su questa storia triste resta però un’analisi da fare che non è psicologica: dobbiamo riflettere sulla difficoltà che abbiamo a condividere il dolore, la morte, il lutto, in famiglia e nella maggior parte degli ambienti sociali. La cosa che più colpisce è che sia stato ritenuto giusto impedire a questa bambina di salutare suo padre e di piangere insieme a sua madre, a causa di un malinteso sentimento di protezione, che forse ha creato a quella bimba ancora più sofferenza.

Ciò che ci interessa, però, al di là del caso specifico, è che lo spettacolo della morte sia ancora troppo spesso pensato come impossibile da sostenere, per gli adulti e a maggior ragione per i bambini. La situazione non pare migliorata negli ultimi vent’anni, a causa forse del processo di frammentazione sociale, o forse dei martellanti valori della nostra epoca, benessere, dinamismo, giovinezza, salute, spensieratezza.

Chi subisce una perdita continua a sentirsi molto isolato. Le relazioni precedenti spesso si allentano, e solo talvolta accade di costruirne di nuove. Tuttavia, chiedere aiuto è difficile, sia perché menzionare il tema della perdita è poco accettato, sia per il diffuso ritegno ad ammettere di non riuscire a superare da soli lo sconquasso che il lutto porta nella vita. Peraltro, l’aiuto disponibile è scarso, assente in molte realtà del nostro paese.

Le poche associazioni che si occupano di sostegno al lutto, con gruppi condotti o di auto mutuo aiuto, difficilmente sono finanziate e non sempre riescono a offrire risorse di qualità. Erroneamente, i progetti sul lutto sono ritenuti a scarso impatto sociale sia dagli enti pubblici sia dalle fondazioni di erogazione. Eppure, non si tratta solo del dolore individuale (e non sarebbe irrilevante), ma di giornate di lavoro saltate, di maggiori rischi per la salute, di grave solitudine soprattutto per molti anziani.

Il nostro disagio nei confronti del lutto si rende evidente anche attraverso l’assimilazione del lutto a una patologia: chi non riesce a tornare al lavoro si fa scrivere dal suo medico un periodo di mutua (che è un’istituzione che copre gli episodi di malattia); il lutto è stato inoltre inserito nel DSM, ossia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. E, secondo uno dei paradossi da cui è attraversata la nostra cultura, il dolente viene visto come un malato, ma nulla viene fatto per prevenire i lutti bloccati o patologici.

C’è chi sostiene, come ad esempio Marzio Barbagli (Alla fine della vita), che oggi l’elaborazione del lutto avvenga attraverso i social network e i siti dedicati. Davide Sisto (La morte si fa social) si interroga sul significato e sull’utilità delle comunità virtuali di sostegno, e con cauto ottimismo segnala il forte incremento delle interazioni, sulla pagina Facebook dei dolenti, di messaggi volti a sostenerli.

Dal mio punto di vista, pur cogliendo questi segnali che provengono dal mondo virtuale, occorre comprendere perché si riesca a manifestare vicinanza a una persona in lutto solo da dietro lo schermo del proprio computer o smartphone, e che si provi invece un forte senso di inadeguatezza (cosa gli dico, come mi comporto?) quando si incontra per strada quello stesso dolente al quale si sono scritte parole di cordoglio e supporto.

Il fenomeno di una comunicazione che passa soprattutto attraverso il web e i social network è, mi rendo conto, generalizzato, e non è certo applicabile solo al lutto. E’ vero senz’altro che queste iniziative online possono essere utili, come succedanee delle comunità reali che si sono frantumate e non funzionano più. Purtroppo, nel dolore, nella solitudine di chi ha perso un congiunto, la modalità virtuale non è sufficiente, perché, al contrario, ciò che aiuta è la presenza fisica degli altri, i loro visi e sorrisi, il tempo dedicato, le emozioni, il contatto.

Occorre, probabilmente, un nuovo codice comunicativo, una sorta di nuovo galateo, che permetta agli individui l’incontro con chi soffre nella società reale, e riduca il timore di essere fuori luogo o di non avere nulla da dire. Bisogna infrangere l’idea che la sofferenza non sia affrontabile, sia esorbitante le capacità umane, perché tutti possano averne meno paura, e trovare un modo per stringersi l’un altro nella cattiva sorte, come richiede la nostra stessa storia evolutiva.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

 

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La morte e il morire, un’esperienza di cui riappropriarci

di Emanuele D’Onofrio

L’ultimo numero di Studia patavina esplora come stia cambiando il modo di affrontare l’ultimo atto della vita

Morire, è questa l’idea di Heiddeger insieme ad altri pensatori del Novecento, è l’esperienza più autenticamente umana tra tutte. Eppure nello stesso secolo la tecnologia ha accompagnato il montare di una paura nell’individuo occidentale rispetto al “passo estremo”. Un montare, questo, dovuto in buona parte all’attaccamento che ha coinvolto le nostre società a stili di vita materialistici e al conseguente abbandono di simboli e riti che davano valore alla nostra vita spirituale. “La morte e il morire: oltre il paradigma della rimozione”, l’ultimo numero di Studia Patavina, la rivista della Facoltà Teologica del Triveneto, affronta questo tema sotto vari punti di vista – da quello sociologico a quello bioetico, da quello pastorale a quello medico – in una serie di contributi che raccontano, tra le altre cose, di segnali d’inversione di tendenza rispetto alla nostra paura della morte. Aleteia ha intervistato il professor Antonio Da Re, docente di Storia della Filosofia morale e di Bioetica all’Università di Padova, che ha coordinato la pubblicazione.

È ancora forte la paura di morire nella cultura occidentale?

Da Re: La questione della cosiddetta rimozione della morte sta subendo un ridimensionamento. Per decenni molti studi, anche prestigiosi, hanno sottolineato come nella vita quotidiana si tendesse a rimuovere il pensiero della morte: soprattutto con l’evitare che i bambini vedessero il morto, che si parlasse in pubblico della morte, ecc. Una volta il tabù era il sesso, poi è diventata la morte. La nostra ipotesi interpretativa è che questa questione della rimozione sia ancora presente, ma stia subendo un arretramento, tant’è che della morte si ricomincia a parlare: come questione bioetica, ad esempio, ma non solo in quanto demandata agli esperti, ma proprio in quanto interessa alle persone. Pensiamo al caso di Eluana Englaro, che qualche anno fa divise in modo molto deciso l’opinione pubblica italiana.

Perché se ne ricomincia a parlare?

Da Re: Probabilmente perché le famiglie fanno esperienza di un riavvicinamento alla morte da parte dei propri cari che molto spesso è assai prolungato: questo obbliga a gestire tutte le difficoltà di un’esistenza quotidiana faticosa, divisa tra lavoro, impegni familiari e assistenza ospedaliera, lunga anche molti mesi, ma al tempo stesso produce una sorta di training al pensiero della morte per esempio della propria mamma anziana o del proprio papà anziano. È un pensiero che si radica via via, lentamente. Questo pensiero della morte si accompagna molto spesso ad una riflessione anche critica sulle condizioni del morire. Ad esempio, nel dossier c’è un intervento di Valter Giantin che rende conto di questo processo di “medicalizzazione della morte” – che poi non è che il rovescio della medaglia della “medicalizzazione della vita” – il quale utilizza espressioni molto forti, come “ideologia vitalistica”, “affidamento di poteri alla tecno-medicina”. C’è un prolungamento del vivere che spesso è un prolungamento di un’agonia, si parla di “esistenza medicalizzata”, di “ostinazione vitalistica”. Sono espressioni molto forti, rispetto alle quali qualcuno propone quella che risulta essere una sorta di scorciatoia, l’eutanasia, spesso invocata come soluzione quasi magica. Ma se l’eutanasia venisse legalizzata, ciò comporterebbe una serie di problemi gravi, a cominciare dal rischio di non poter tutelare le vite più indifese, delle persone più vulnerabili e socialmente più esposte. La soluzione che traspare – in alcuni interventi della ricerca – è di ridimensionare questo approccio ipertecnologizzato della medicina: e l’invito rivolto ai medici è di esercitare una medicina del limite, che eviti interventi sproporzionati e gravosi per il paziente, e di riscoprire la dimensione che è loro propria dell’intervento curativo anche laddove non possa essere più finalizzato alla guarigione. Anche attraverso la valorizzazione della medicina palliativa, quindi, è possibile andare verso un riappropriarsi della morte, evitando una sua delega all’apparato molto spesso anonimo del mondo tecnico-medico.

La sensibilità verso il morire sta cambiando negli ospedali?

Da Re: Anche se lentamente qualcosa si sta muovendo. Mi capita spesso di essere chiamato a partecipare a corsi di formazione e vedo che su temi come l’umanizzazione delle cure c’è una forte sensibilità da parte del mondo medico e sanitario. Ma sono processi lunghi, che tra l’altro trovano ostacoli non indifferenti: per esempio, anche il diffondersi della cosiddetta “medicina difensiva” è molto spesso il ricorso a una forma di autotutela per il medico, che per non incorrere in possibili procedimenti giudiziari o per evitare che si rivelino possibili carenze a lui addebitate da parte dei familiari, preferisce aumentare l’intervento medicalizzato. È chiaro che la medicina difensiva contrasta con questo intento di riappropriazione della morte. Però qualcosa si sta muovendo, anche perché sta crescendo la sensibilità nella gente comune. Forse ci si sta accorgendo che la questione della medicalizzazione della morte e della dignità del morire non hanno solo a che fare con dei casi limite, come il caso Englaro, ma hanno a che fare anche con la quotidianità dell’esperienza. Prima o poi capita a ogni famiglia di trovarsi di fronte a situazioni di questo tipo.

La paura della morte è anche la paura del dolore?

Da Re: Certo. C’è una celebre distinzione di Giovanni Berlinguer di anni fa, che io ripeto sempre ai miei studenti, tra la bioetica di frontiera e la bioetica quotidiana. La prima è quella dei casi estremi che riempiono le pagine dei giornali, come il caso dell’Ospedale Pertini dello scambio di embrioni, mentre la seconda è quella di ogni giorno, che cresce continuamente negli ospedali, nei luoghi di cura ma più in generale anche nelle famiglie, dove appunto ci si trova di fronte all’esperienza del morire, all’esperienza della malattia. Questo dovrebbe essere il luogo dove elaborare riflessivamente il senso del morire, anche attraverso la fede, per chi ha la fortuna di avere questa risorsa. Di fronte alla morte e al dolore lo sforzo dovrebbe essere quello di attivare questo sforzo di dare loro senso affinché non siano esperienze estranianti, che poi si pretende di occultare, di rimuovere attraverso la logica dell’apparato tecnico. Quello sì, estremamente alienante.

Una nuova cultura della morte vuol dire anche una nuova cultura della vita?

Da Re: Certo. Nel mio editoriale, menziono brevemente anche la riflessione filosofica del morire che attraversa tutto il Novecento. Nella riflessione filosofica del Novecento questo nesso vita-morte è fortissimo. Max Scheler metteva in evidenza come la rimozione della morte fosse un tarlo dell’uomo europeo, che nasce dal guardare alla vita in modo riduttivo, all’interno di una prospettiva materialistica. La rimozione della morte è la rimozione del vivere autentico, e dunque una riappropriazione della morte significa anche una riappropriazione del vivere quotidiano. Nelle culture orientali, per certi versi c’è ancora un approccio più comprensivo, meno traumatico nei confronti del morire. Ma io temo che il processo di occidentalizzazione e tecnicizzazione di quel mondo innescherà o già sta innescando anche in quei contesti esperienze estranianti.

Nel saggio di Allievi, grande esperto di Islam, ci si pone il problema del morire qui da noi da parte di persone di altre culture e religioni, come ad esempio l’Islam, e quindi della necessità che anche queste esperienze possano essere elaborate attraverso delle ritualità. Il contributo che dovremmo dare non è quello di una prospettiva cosiddetta laica, nella quale la laicità viene intesa come annullamento di tutto. La laicità di cui abbiamo bisogno è inclusiva, non escludente; per questo dovremmo attivare la ricchezza della simbologia del credente cristiano laddove si è attenuata, quella delle altre religioni come pure quella dei non credenti, perché sono convinto che ci sia una spiritualità non immediatamente religiosa che ha bisogno di essere ritualizzata. La morte è una questione troppo seria per poter essere razionalizzata in modo intellettualistico.

 

articolo tratto da  aleteia.org

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Tutti i Santi e festa dei defunti: cosa celebriamo esattamente?

Sarebbe un peccato che un approccio superficiale tra scherzo e terrore finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra

di Josep Àngel Saiz Meneses, vescovo di Terrassa (Spagna)

Ci avviciniamo al mese di novembre. Un mese che iniziamo con il ricordo della morte e dei nostri defunti, anche se di fatto inizia non con la commemorazione dei fedeli defunti – il giorno 2 –, ma con la gioiosa celebrazione di tutti i santi, il giorno 1. Ciò significa che anteponiamo la vita alla morte; la vita in Dio, in cielo, di quanti si sono aperti, nella vita e nella morte, alla sua bontà e alla sua misericordia, nella fede, nella speranza e nell’amore.

Le due celebrazioni ci pongono davanti al mistero della morte e ci invitano a rinnovare la nostra fede e la nostra speranza nella vita eterna.

Nella festa di Tutti i Santi celebriamo i meriti di tutti i santi, il che significa soprattutto celebrare i doni di Dio, le meraviglie che Dio ha operato nella vita di queste persone, la loro risposta alla grazia di Dio, il fatto che seguire Cristo con tutte le conseguenze è possibile.

Una moltitudine immensa di santi canonizzati e di altri non canonizzati. Sono arrivati alla pienezza che Dio vuole per tutti. Celebriamo e ricordiamo anche la chiamata universale alla santità che ci rivolge il Signore: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48).

Nella festa dei defunti, la Chiesa ci invita a pregare per tutti i defunti, non solo per quelli della nostra famiglia o per i più cari, ma per tutti, soprattutto quelli che nessuno ricorda.

L’abitudine di pregare per i defunti è antica come la Chiesa, ma la festa liturgica risale al 2 novembre 998, quando venne istituita da Sant’Odilone, monaco benedettino e quinto abate di Cluny, nel sud della Francia.

Roma adottò questa pratica nel XIV secolo, e la festa si diffuse in tutta la Chiesa. In questo giorno commemoriamo il mistero della Resurrezione di Cristo che apre a tutti la via della resurrezione futura.

In questi giorni, una delle nostre tradizioni più radicate è la visita ai cimiteri per andare a trovare i familiari defunti. Momento di preghiera, momento per ricordare i cari che ci hanno lasciato, momento di riunione familiare.

Un’abitudine caratteristica di questa festa è la “castagnata”, che inizialmente si faceva con la famiglia o con i vicini, utilizzando uno dei frutti tipici dell’autunno. Le castagne venivano tostate in casa o comprate. Attualmente, quest’abitudine si mantiene soprattutto nelle scuole, nei gruppi infantili e giovanili e in altre entità. In questi giorni si usa anche mangiare frutta candita.

Queste tradizioni si vedono da qualche tempo invase da quelle provenienti da altri luoghi, rese popolari dal cinema e dalla televisione e che sembrano intrise di superficialità e consumismo.

Non è mia intenzione sminuirle, ma sarebbe un peccato che un approccio puramente ludico tra lo scherzo e il terrore a base di teschi, streghe, fantasmi e altro finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra, più basate sulla convivenza e sull’incontro di festa con la famiglia e i propri cari, nella preghiera per i nostri defunti e nella contemplazione di Dio, il Santo, che ci chiama alla perfezione.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

articolo tratto da aleteia.org

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Un’installazione galleggiante di più di settemila barili colorati messi sul Serpentine Lake di Hyde Park: si chiama “The London Mastaba” (un tipo di antica tomba monumentale egizia)

È stata presentata oggi a Londra l’ultima opera dell’artista Christo: si chiama The London Mastaba ed è formata da 7.506 barili colorati messi orizzontalmente su una piattaforma galleggiante sul Serpentine Lake di Hyde Park, dove si potrà vedere fino al 23 settembre. L’opera è alta venti metri, ha la forma a trapezio di una mastaba (un tipo di antica tomba monumentale egizia) e i lavori di costruzione sono iniziati ad aprile: i barili sono stati impilati su una piattaforma galleggiante lunga 40 metri e larga 30, tenuta ferma da 32 ancore. È la prima installazione pubblica all’aperto nel Regno Unito di Christo.

Christo ha spiegato che i colori dell’opera (rosso, blu, malva e bianco) si trasformeranno a seconda della luce e del meteo, e il suo riflesso sul Serpentine Lake sarà come un dipinto astratto. Alla presentazione di oggi era presente anche l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg in qualità di presidente della galleria Serpentine di Londra, dove è stata organizzata una mostra su Christo che resterà aperta per il periodo dell’installazione.

Christo è un artista statunitense di origine bulgara conosciuto in tutto il mondo: se ne parlò molto in Italia due anni fa con l’apertura di “The Floating Piers“, la sua piattaforma galleggiante sul lago d’Iseo. Christo è anche il nome di un lungo progetto artistico che lui stesso iniziò alcuni decenni fa con la moglie Jeanne-Claude. A partire dagli anni Sessanta, infatti, erano diventati tra i principali esponenti della “land art“, una forma d’arte basata sull’intervento dell’artista sul territorio naturale, in particolare in grandi spazi come deserti, praterie o laghi. Dagli anni Sessanta in poi Christo e Jeanne-Claude hanno realizzato stranissime e molto appariscenti installazioni in giro per il mondo, tutte temporanee (cioè costruite e poi smontate). Lei è morta nel 2009, ma il loro progetto artistico continua a essere portato avanti da lui.

articolo tratto da www.ilpost.it

 

 

 

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René Magritte e la morte: il dramma personale riflesso nell’arte

10 settembre 2016 tratto da restaurars
di Laura Corchia

Figure con il volto coperto da un panno bianco, personaggi raffigurati distesi, senza vita. E poi bare disposte in vari ambienti. Presenze funebri che ricorrono spesso nel catalogo di René Magritte (1898-1967), pittore surrealista belga. Questi elementi spingono l’osservatore ad interrogarsi a fondo sul loro significato e spesso diventano il frutto delle più disparate interpretazioni. Ma opere come L’histoire centrale, Les amants e Le fantasticherie del passeggiatore solitario hanno sì un significato nascosto e misterioso, ma rimandano anche ad un episodio chiave dell’infanzia del pittore.


Les Amants, 1928

Quando Magritte aveva quattordici anni, la madre si era gettata in acqua e, nel momento in cui il suo corpo fu recuperato, aveva il volto coperto dalla camicia da notte. Non è chiaro se sia stata la corrente a velarle il viso oppure se ella stessa abbia voluto coprirsi gli occhi per non guardare in faccia la morte. Questa tremenda immagine si fissò nella mente del giovane René e non lo abbandonò per tutto l’arco della sua vita. Ed ecco, dunque, che i suoi dipinti si fecero luogo del dramma, spazio per affrontare il dolore e raffigurarlo, chiamarlo per nome, riviverlo, forse esorcizzarlo.
Una delle prime opere che recano impresso il dramma è Le fantasticherie del viaggiatore solitario, un olio su tela dipinto nel 1926. Sullo sfondo di un paesaggio dominato da pesanti e minacciose nubi stanno due figure: un uomo con la bombetta visto di spalle e un cadavere di donna rigido, secco, calvo, simile ad un osso di seppia. Il fiume rappresentato è senza dubbio il Sambre, dove la donna si era suicidata. Il personaggio maschile è colto nell’atto di voltare le spalle al dolore, nel vano tentativo di rimuovere il dramma che lo ha segnato. Tuttavia, accanto a questa interpretazione di natura biografica ci può essere un’altra: l’uomo è un assassino che volge le spalle alla sua vittima e nasconde l’arma del delitto tra le pieghe del cappotto nero.


Le fantasticherie del viaggiatore solitario, 1926

L’immagine del killer spietato torna infatti in un altro dipinto, eseguito nello stesso anno: L’assassino minacciato. La scena si svolge in un interno privo di mobilio. Si possono scorgere solo una sedia, un letto e un tavolino sul quale è poggiato un grammofono. Nella stanza attigua, due uomini elegantemente abbigliati ed armati di clava e rete scrutano ciò che è appena accaduto e aspettano il momento opportuno per agire. L’assassino non si accorge della loro presenza, intento forse ad ascoltare la musica che inonda l’ambiente e che fa quasi da colonna sonora, come nel fotogramma di un film noir. Ritorna il corpo di donna disteso, il panno bianco attorno al collo, il rivolo di sangue che esce dalla bocca.


L’assassino minacciato, 1926

Come si è già accennato, oltre ai cadaveri coperti dal velo, grandi protagoniste delle opere dell’artista belga sono le casse da morto. Le ritroviamo in almeno due dipinti: Le balcon de Manet del 1950 e Perspective: Madame Récamier de David, eseguita un anno più tardi. Curioso è notare che in entrambi i casi si tratta della rivisitazione, rispettivamente, di Perspective II: Le balcon di Manet e di Madame Récamier di Jacques-Louis David. Magritte si limita a sostituire le figure dipinte dai suoi predecessori con delle bare che assurgono a protagoniste della scena. Secondo Sylvester, “resta il dubbio che le figure siano state metamorfizzate nelle casse da morto, oppure vi siano state rinchiuse vive. In tutti e due i casi, la vita è stata trasformata nella morte”. Di questi quadri, scriverà invece Foucault, “il vuoto invisibilmente contenuto tra le assi di quercia laccata dissolve lo spazio che era composto dal volume dei corpi vivi, dall’espansione degli abiti, dalla direzione dello sguardo e da tutti quei volti pronti a parlare: il ‘non-luogo’ sorge ‘in persona’ – al posto delle persone e là dove non c’è più persona”. Ma, al di là di queste interessanti e complesse interpretazioni, la scelta di questo soggetto cela, ancora una volta, una nota biografica: da fanciullo, Magritte era fortemente attratto dai cimiteri, luogo favorito di scorribande insieme alla sua amica di allora: “Nella mia infanzia, mi piaceva giocare con una bambina nel vecchio cimitero abbandonato di una cittadina di provincia. Visitavamo le cripte di cui riuscivamo a sollevare le pesanti porte di ferro e risalivamo poi alla luce là dove un pittore, venuto dalla capitale dipingeva in un viale molto pittoresco… L’arte della pittura mi sembrava allora vagamente magica e il pittore mi sembrava dotato di poteri superiori”.


Perspective II: Le balcon de Manet, 1950

Per Magritte, dunque, la morte ha una doppia valenza: può essere vista come gioco, come scoperta, o come ingombrante presenza. E quale mezzo migliore per rappresentarla ed esorcizzarla se non la pittura? Il potere del pennello, la magia del colore per raggiungere quella sospirata felicità che, come egli stesso ebbe a dire, “è arte allo stato puro”.

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E’ possibile preparasi alla morte da laici?

Nel corso del Novecento ci sono due posizioni filosofiche contrapposte, l’una che dà una risposta affermativa a questo interrogativo, l’altra negativa.

Per Martin Heidegger (Essere e tempo, 1927), l’uomo è un essere che si sente sempre incompleto, inappagato, angosciato. Può cercare di zittire la sua angoscia esistenziale facendo progetti e gettandosi nel vortice della vita. Nella frenesia del fare, l’uomo si dice: la morte verrà nel futuro, ma non mi riguarda ora, nel mezzo dell’esistenza, che è volta alla realizzazione. Tuttavia, questo modo di affrontare la vita è per Heidegger inautentico: l’unico modo autentico di vivere è comprendere che siamo votati alla morte.

Non per piangerci sopra, né per trovare una consolazione religiosa. Ma per accettare la finitezza, con consapevolezza, senza fuggire nella dimensione dello sterile affaccendarsi e del conformismo. Pertanto l’uomo che vive appieno medita sulla morte.

Agli antipodi sta l’approccio di Jean-Paul Sartre (L’essere e il nulla, 1943), il quale negò che la morte riveli qualcosa di essenziale sull’essere umano. E’ impossibile, dice, mettersi in relazione con la propria morte, che è un evento indeterminato, portato dal caso, che rappresenta l’annientamento delle umane possibilità.

La morte, anzi, appare assurda, contingente, indipendente da ogni umana possibilità; e, lungi dall’attribuire senso alla vita, è ciò che la priva del suo significato. La morte ci parla solo del fatto che gli esseri umani sono organismi biologici a termine. Sartre fa un paragone: afferma che tutti gli uomini sono come dei condannati a morte, che attendono la fucilazione nel braccio della morte, e che tentano di prepararsi a questo evento. E intanto vengono spazzati via da un’epidemia di influenza spagnola.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Cina, la tomba dell’Illuminato. “Trovati i resti cremati di Buddha”

Circa 2.000 sharira appartenenti a Siddhartha Gautama, raccolti e sepolti mille anni fa da due monaci del monastero di Longxing
di  MARIA LUISA PRETE

Resti umani cremati rinvenuti in un cassone di ceramica nella contea di Jingchuan, in Cina, sembrano essere appartenuti a Buddha. Almeno così si legge nell’iscrizione trovata accanto: “I monaci Yunjiang e Zhiming della scuola Lotus, che appartenevano al tempio Mañjusri del monastero di Longxing nella prefettura di Jingzhou, hanno raccolto più di 2.000 pezzi di sharira, così come denti e ossa del Buddha, e li hanno seppelliti nella sala Mañjusri di questo tempio “.

Il termine sharira ha un’accezione ampia e indica qualsiasi tipo di reliquia legata all”Illuminato’, originario del Nepal. E’ quanto risulta dalle relazioni degli archeologi, tradotte in inglese nella rivista Chinese Cultural Relics. Gli scavi nella zona erano iniziati cinque anni fa per riparare le strade del villaggio di Gongchi. Poi, la scoperta di un tesoro: non solo quella che sembra la tomba del famoso asceta, ma anche 260 statue buddiste a corredo.

Secondo la tradizione, Gautama Siddharta morì a Kusinagara, in India nel 486 a.C. e il suo corpo, avvolto in centinaia di pezze di cotone, venne cremato nel corso di una cerimonia imponente. La disputa per impossessarsi dei resti portò alla loro suddivisione tra i maggiori contendenti e alla relativa dispersione dell’immenso patrimonio della sharira.

Circa 1000 anni fa, Yunjiang e Zhiming avrebbero trascorso vent’anni della loro vita a rimettere insieme i resti di Buddha, seppellendo, infine, il loro tesoro il 22 giugno del 1013. Adesso, la loro sacra collezione è stata riportata alla luce.

Gli archeologi non danno certezze: non c’è modo di sapere se effettivamente questi resti appartengano al fondatore di una delle religioni più antiche del mondo.

Rimarrà un mistero. Ma la scoperta ha comunque un grande valore storico perché fornisce un approfondimento inedito sulla cultura che ha plasmato e segnato il buddismo. Le statue, alte circa 2 metri – rinvenute nei pressi del cassone ma forse sepolte in tempi differenti – raffiguranti il Buddha, devoti illuminati, dei o semplici oggetti legati alla spiritualità buddista, erano parte di un complesso luogo di culto.

Questo è solo l’ennesimo capitolo delle vicende legate alle ceneri dell’Illuminato. Tra le precedenti scoperte archeologiche in Cina, quella di un osso del cranio, apparentemente al Buddha, trovato all’interno di uno scrigno d’oro a Nanjing.

 

articolo tratto da Repubblica.it

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La vita nel rito funebre Bororo

di Elisabetta Gatto

 

I riti di morte, oltre alla celebrazione del defunto, sono una risposta all’irrefrenabile pulsione vitale dei vivi. Il rito funebre può, infatti, essere identificato come un rito di passaggio, che celebra la morte come avvenimento di transizione non solo per il defunto, ma anche per i vivi: la morte produce di fatto una crepa all’interno dell’armonia del gruppo sociale, e il rito funebre permette alla comunità di integrarla, di rigenerarsi e di prepararsi all’inizio di un ordine nuovo. Il funerale diviene l’occasione per la comunità di riaffermare, attraverso una socialità più intensa, la propria identità e di mettere in scena nella cornice delle pratiche tradizionali la forza vitale del gruppo.

Tra i Bororo del Mato Grosso, in Brasile, il rito funebre è il più carico di significati simbolici e quello che meglio esprime la loro identità culturale. Quando un Bororo muore, il suo cadavere viene deposto al centro del villaggio in una fossa di circa mezzo metro di profondità e coperto con una foglia di palma. È questa la prima sepoltura, che inaugura un periodo di lutto, osservato per circa tre mesi, durante i quali il tumulo viene bagnato varie volte con acqua e erbe per accelerare il processo di decomposizione della carne. Dopo tre mesi, infatti, vengono riesumate solo le ossa, considerate la parte più duratura del corpo umano, alle quali è riservata una particolare cura: vengono ripulite, dipinte con un pigmento rosso (urucù, anatto), decorate con piume di uccello e poi disposte in una grande cesta funebre dipinta con i colori distintivi del clan del defunto e ornata con la visiera e il pariko, il diadema di penne di pappagallo ara che è simbolo dell’identità bororo, infine deposta fuori dal villaggio. È curioso che gli stessi ornamenti usati dai Bororo per rivestire il teschio del defunto siano usati nel rito di nominazione – un potente rito di vita – al momento della foratura del labbro dei bambini. Il funerale, inoltre, è l’occasione per celebrare un altro rito di passaggio: l’iniziazione dei ragazzi del villaggio. Si intende in questo modo celebrare, insieme alla morte, la rinascita.

Dopo la sepoltura, gli abitanti del villaggio intonano canti accompagnati dal suono del bapo, un sonaglio ricavato da una zucca riempita di semi duri o piccole pietre, e danzano attorno al tumulo, impersonando gli antenati con pitture facciali e ornamenti. Le donne in lutto si strappano i capelli, raccolti poi in una treccia da portare avvolta al braccio sinistro o attorno alla testa come ornamento rituale che attesta la condizione di lutto.

Gli uomini partono per la caccia in onore del defunto. La famiglia in lutto dona al cacciatore più abile la treccia di capelli e un powari, una zucca forata, rivestita di penne di uccello con i colori distintivi del clan del defunto: si crede che il suono che produce sia il canto dello spirito del morto. Con questa consegna il cacciatore riceve l’incarico di vendicare il defunto, uccidendo un giaguaro, ritenuto l’incarnazione dello spirito maligno e la causa di quella morte. Uccisa la belva, il cacciatore ne consegna la pelle alla madre del defunto come risarcimento per la perdita perché la usi come tappeto. Vengono utilizzati come ricompensa rituale anche i denti e le unghie del giaguaro, con cui si realizzano rispettivamente una collana e una corona. L’offerta dell’animale riparatore al clan del defunto assume la funzione di ristabilire i giusti rapporti tra gli uomini.

Negli ultimi tre giorni del rito funebre nella capanna centrale gli uomini del villaggio, indossati gli ornamenti tradizionali, intonano un lungo canto lugubre, cadenzato al suono del bapo.

Un anziano è incaricato di richiamare lo spirito del defunto perché si manifesti un’ultima volta: rivestito con un lungo perizoma di foglie di palma, una cavigliera di unghie di cinghiale, il pariko in testa e un tessuto a larga trama davanti al viso, si dirige danzando verso il cortile del villaggio insieme a un corteo, si avvicina a un fuoco e vi getta tutto ciò che apparteneva al defunto quando era in vita. Si crede infatti che il suo ricordo sarà mantenuto vivo non attraverso ciò che possedeva, ma attraverso i suoi insegnamenti. Vengono poi richiamati gli spiriti della natura: questo è un rituale al quale è concesso solo agli uomini partecipare. Il rito funebre è dunque un tempo collettivo, a cui il gruppo partecipa a difesa di se stesso e della propria continuità.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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LE EMOZIONI NEL LUTTO

di DÉSIRÉE BOSCHETTI

Il lutto legato alla morte di una persona cara è un’esperienza che riguarda fisiologicamente il percorso di vita della maggior parte degli individui.

È infatti comune perdere i genitori, in età adulta, così come è normale che le generazioni più anziane muoiano.

Differente è, invece, la circostanza in cui a morire siano bambini, ragazzi e giovani, specie nella nostra società, che ha quasi sconfitto la mortalità infantile. In questi casi sembra essere più difficile “dare un senso” alla perdita, vissuta sovente come un fatto che viola le fisiologiche leggi della natura e della vita.

In realtà, la morte e il lutto sono eventi che costituiscono parte integrante dell’esperienza, e la mente umana è attrezzata, per così dire, per vivere e affrontare il dolore per la morte di un congiunto.

Il lutto può essere definito come la reazione di dolore alla perdita di una relazione significativa, importante e profonda. Se non c’è la relazione affettiva non c’è, pertanto, il dolore del lutto. La presenza del dolore va quindi intesa come l’orma di un affetto. Mettere a fuoco tale aspetto è importante, per valorizzare la rilevanza di questo dolore, che non va interpretato come segno di fragilità, insicurezza, debolezza o, peggio ancora, di depressione, bensì come prova dell’esistenza di un legame essenziale nella nostra vita.

E’ un dolore che si può, e che è bene elaborare, all’interno di un percorso che in psicologia si chiama elaborazione del lutto. Si tratta di un cammino di cambiamento, che attraversa diverse fasi, a conclusione del quale la persona risulta in grado di riorganizzare la propria vita (sia quella reale esterna, sia quella psicologica interna) alla luce del fatto che il defunto non esiste più. Necessita di un tempo variabile e soggettivo, che dipende da diversi fattori: il tipo di legame con il morto, la fase di vita del dolente, l’età e la causa di morte del defunto, le risorse e la rete familiare/sociale di ciascuno. E’ un processo che molti compiono con l’aiuto dei propri cari, poiché la mente – come si è detto – è attrezzata per affrontarlo. Ma non in solitudine: in linea generale, possiamo infatti affermare che l’elaborazione del lutto è favorita dalla possibilità di riconoscere, esprimere e condividere i vissuti determinati dal lutto.

Oggi però, nelle nostre società occidentali, che tendono a negare la morte e la sofferenza ad essa connessa, il processo di elaborazione fatica a compiersi, per diverse ragioni.
In primo luogo, spesso i tempi psicologici non collimano con quelli sociali. Viene richiesto ad ognuno di “andare avanti”, di “non pensarci”, di superare in poco tempo la tristezza e lo sconforto. Le persone in lutto riferiscono di sentirsi autorizzate a piangere di fronte ai familiari e agli amici solo per un primo, breve periodo dopo la morte del proprio caro, ma presto ritengono non sia più adeguato né provare né tantomeno esprimere una profonda afflizione. È invece necessario, per ritrovare un equilibrio psicologico, che questa trovi spazi e momenti di manifestazione – sia individualmente, sia in condivisione con altri.

In secondo luogo, nella nostra cultura l’espressione del dolore è oggetto di un pregiudizio: si pensa sia un segno di debolezza, scarsa energia, mancanza di risorse psicologiche. In realtà, sovente, è vero il contrario. La coartazione e la negazione del dolore possono essere, infatti, indice di meccanismi difensivi molto rigidi, eccessivi, a volte anche di un lutto patologico.

In terzo luogo, non sempre le persone in lutto hanno una rete familiare, affettiva, amicale, sociale con cui condividerlo. Sono frequenti, nelle città soprattutto, le famiglie mononucleari, caratterizzate dalla lontananza dai familiari. Ad esempio, quando nelle coppie di persone anziane, magari con i figli adulti oramai lontani, muore uno dei due coniugi, il superstite vive di frequente un immenso senso di isolamento e abbandono. Anche quando è presente una rete amicale, le persone in lutto sono spesso a disagio nel proseguire la frequentazione delle amicizie consuete: “sono tutte coppie…e io sono rimasto da solo/a”, si sente spesso dire.

Il panorama emotivo che caratterizza i vissuti del lutto è estremamente ampio. Certamente, l’emozione prevalente è la tristezza, che contraddistingue il dolore per la perdita dell’oggetto amato. Essa può essere più o meno intensa. In alcuni casi può mutarsi in vera e propria depressione la quale, definita da una vecchia nosografia come “depressione reattiva”, si differenzia dalla depressione clinico-patologica sia per la sua durata (limitata) sia perché rappresenta una reazione naturale alla perdita (reale) di una persona.

Anche la rabbia è un’emozione frequente. Può essere rivolta verso il defunto (che non ha lottato contro la malattia, che ci ha abbandonato, ecc.), o verso se stessi (per aver fatto o non fatto, per aver detto o non detto, e via di seguito), o verso Dio o il fato (che permettono simili eventi dolorosi), o verso i presunti colpevoli (il personale sanitario che non si è dimostrato all’altezza, l’automobilista nel caso di incidenti stradali, ecc.). La rabbia può anche svilupparsi perché si ritiene ingiusto essere stati privati di una persona amata o per la consapevolezza del forte dolore vissuto dal defunto prima di morire. La rabbia, in altre parole, si declina e si esprime in modi differenti.

Spesso, le persone possono avvertire anche un’emozione di invidia per coloro che ancora godono della presenza e della vicinanza dei propri cari (ad esempio l’invidia di chi è rimasto vedovo per le coppie ancora unite). L’invidia è un’emozione che, in genere, le persone faticano ad ammettere in quanto ritenuta un’emozione negativa, vergognosa, deplorevole. In realtà, quando non è accompagnata da odio e acrimonia, può far parte dello spettro emotivo umano, e si presenta quando constatiamo che altri dispongono di ciò che anche noi vorremmo avere (o avere ancora).

Un’altra emozione frequente è la paura. Essa può focalizzarsi sul futuro (il timore di come continuare a vivere senza la persona cara), o sulla solitudine (paura di stare da soli, di sentirsi abbandonati).

Le emozioni legate al lutto sono, in definitiva, molteplici. Quella qui esposta è una rapida disamina che non pretende di essere esaustiva. Ciò che invece è importante è avere chiaro che, all’interno di un fisiologico processo psicologico di elaborazione del lutto, le emozioni, i vissuti, i pensieri, i ricordi si modificano nell’arco del tempo e non restano fissi. Inoltre, l’elaborazione del lutto non è un processo che possa avvenire in una dimensione puramente interiore, in solitudine, ma richiede la vicinanza e la solidarietà dei nostri simili.

Non a caso, in una cultura che esalta l’individualismo e produce isolamento e frammentazione sociale, sono nati i gruppi di sostegno (o di Auto Mutuo Aiuto) per persone in lutto, per iniziativa di diversi enti, pubblici e privati: i gruppi offrono una risposta alle esigenze di confronto, comprensione e condivisione che caratterizzano il periodo luttuoso, e aiutano le persone ad affrontare meglio, con maggior consapevolezza, le emozioni che sorgono in una situazione di perdita.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it