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In data 29/1/2020 è stata approvata in via definitiva dalla commissione Affari sociali della Camera, in sede legislativa, la legge in materia di disposizione del proprio corpo e dei tessuti post mortem a fini di studio, di formazione e di ricerca scientifica (AC1806).
Il testo proposto in Senato per iniziativa del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri (M5S), è stato definitivamente approvato a Montecitorio all’unanimità.
Per il consenso a donare il proprio corpo varranno le stesse modalità delle DAT.
Il provvedimento punta a regolamentare e rendere più facile la donazione dei cadaveri a fini di studio, di ricerca scientifica e di formazione per renderne più facile la donazione.
Oggi infatti, la normativa pone troppi paletti e nei fatti le donazioni sono poche e i nostri chirurghi vanno in Francia, Germania, Austria a seguire dei corsi.
E’ previsto il consenso per la donazione, nonché la istituzione di un elenco di Centri di riferimento.
La legge non è immediatamente operativa, dopo la pubblicazione in GU, poiché servirà un regolamento Miur, Salute, Interno, previa intesa in Stato-Regioni, per dare attuazione alla norma. Il regolamento dovrebbe essere approvato entro 3 mesi.
Importante conoscere anche cosa succederà del corpo dopo lo studio. Difatti lo stesso corpo seguirà le seguenti regole:
L’articolo 6 dispone che i centri di riferimento siano tenuti a restituire la salma alla famiglia in condizioni dignitose entro dodici mesi dalla consegna. Gli oneri per il trasporto del corpo, dal momento del decesso fino alla sua restituzione, le spese relative alla tumulazione, nonché le spese per l’eventuale cremazione sono a carico dei centri medesimi, che provvedono nell’ambito delle risorse destinate ai progetti di ricerca.

articolo tratto da: EUROACT

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Le trasformazioni digitali dei riti funebri: tutte le innovazioni

Le modalità di utilizzo delle attuali tecnologie digitali per modernizzare le ritualità funebri e le forme di custodia della memoria del morto sono infinite, spesso molto bizzarre. Tra Qr code sulla tomba, funerali in streaming, ologrammi, cimiteri hi-tech, medaglioni con i video del caro estinto. Ecco cosa ci aspetta

di Davide Sisto

Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione

Siamo prossimi a un’epoca (o in molti casi ci siamo ci immersi dentro) in cui anche le ritualità funebri saranno ad alta densità tecnologica. Dal Qr Code sulla tomba a cimiteri già completamente hi-tech come il Ruriden di Tokyo, dalla possibilità di stampare su vinile le ceneri dei defunti cremati, personalizzandolo con la propria musica preferita, sono infinite e molto bizzarre (a volte distopiche) le modalità di utilizzo della tecnologia per ricordare i defunti.
Partiamo dalle origini

In un articolo anonimo del 1896, intitolato Voices of the Dead, viene esaltata l’invenzione del fonografo come una vittoria contro la morte. Il Tristo Mietitore sembrerebbe, infatti, aver perso alcuni dei suoi pungiglioni a partire dall’istante in cui l’uomo – grazie all’innovazione tecnologica – è riuscito a trattenere con sé e per sempre le voci dei morti. Qualche anno dopo, nell’Ulisse di Joyce, Leopold Bloom dice tra sé e sé che bisognerebbe mettere un grammofono in ogni tomba o, comunque, tenerne uno in casa. In tal modo, la domenica dopo pranzo, lo si accende e si ascolta la voce del trisnonno. “Ti ricorda la voce come una fotografia ti ricorda un viso. Sennò non ti ricorderesti un viso dopo, mettiamo, quindici anni”.

Il fonografo e il grammofono sono, a fine Ottocento, la conferma definitiva di ciò che si è sempre saputo: lo statuto proprio del morto consiste nell’incarnazione della presenza di un assente. Egli, morto psicofisicamente, rimane in eterno vivo in virtù dei libri, delle lettere, dei ritratti, delle immagini fotografiche che, prodotte nel corso della vita, sopravvivono alla sua fine. Nel romanticismo tedesco del XIX secolo questa incarnazione della presenza di un assente è rappresentata dalla teoria dominante della Geisterwelt, il Mondo degli Spiriti, il quale si intreccia strettamente e senza possibilità di separazione con la Naturwelt, il Mondo della Natura. «Il Mondo degli Spiriti – esclama enfaticamente il Saggio (Emanuel Swedenborg?) nella prima parte del Faust di Goethe – non è sbarrato; la tua mente è chiusa, il tuo cuore è morto!» (v. 444); esso, ribadisce Novalis nell’Allgemeines Brouillon, «ci si è in effetti già dischiuso – Esso è sempre manifesto – Se improvvisamente divenissimo così elastici come sarebbe necessario, ci vedremmo in mezzo a loro» (af. 329). Schelling a sua volta, volendo giustificare la sua concezione della filosofia come un Tutto organico, ritiene inevitabile la presenza di un collegamento continuo tra l’aldilà e l’aldiquà, sottintendendo in tutti i suoi scritti un’integrazione armonica tra il mondo della natura e il mondo degli spiriti. Non più presenti in carne e ossa, i morti – a volte sotto forma di spettri, a volte con le sembianze degli spiriti – non smettono di tener compagnia ai vivi.

Il mondo degli Spiriti racchiuso nel Pc

Ora, nel XXI secolo il Mondo degli Spiriti è racchiuso dentro i nostri computer, smartphone, tablet, in quanto contenitori di una quantità incalcolabile di dati e di informazioni personali che produciamo quotidianamente all’interno dei social network, nei blog e, in linea generale, in ogni spazio privato del web. Ormai convinti che sia un modo di pensare errato quello che fissa una rigida barriera tra la dimensione online e quella offline delle nostre vite, stiamo progressivamente sottoponendo a una metamorfosi significativa i nostri “oggetti” personali, sempre meno fisici e sempre più digitali. Ciò ha ovviamente una ripercussione profonda sulle modalità di concepire le ritualità funebri, mai come oggi in radicale trasformazione.

Se poteva far sorridere, a inizio Novecento, l’idea di porre un grammofono all’interno della bara del trisnonno, oggi ci siamo spinti ben oltre, prossimi a vivere un’epoca in cui le ritualità funebri saranno innovative e radicalmente hi-tech.

Un Qr Code sulla tomba: pro e contro

Già diffusa in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in diversi paesi del nord Europa è l’applicazione sulle tombe di un Qr Code, incollato con un adesivo che resiste a tutte le condizioni atmosferiche. Una volta abbinato al Qr Code il profilo social del defunto (Facebook, Twitter, Instagram) o la pagina del suo blog personale, il parente o l’amico, ma anche lo sconosciuto particolarmente curioso, passa il proprio smartphone o tablet sul codice e accede, così, a tutte le sue informazioni biografiche. Quindi, alle sue immagini, ai vari post scritti nel corso degli anni, ai video che ha registrato. Il Qr Code sulla tomba è un modo decisamente semplice di unire insieme tradizione e innovazione. Se, finora, le informazioni sulle tombe dei defunti sono misere – luogo e data di nascita e di morte, tutt’al più la professione svolta – a breve disporremo di un materiale biografico esaustivo del caro estinto, creando un ponte tra i riti funebri e, per esempio, l’idea di Facebook come enciclopedia dei morti. In Italia il tema sta cominciando lentamente a prendere piede. Un caso interessante è quello di Luca Pais Becher, il quale ha preparato una breve autobiografia in cui descrive, oltre alla sua vita, la malattia tumorale che lo ha colpito. Chiede, quindi, alla moglie di pubblicarla il giorno della sua morte, rendendola l’Homepage definitiva del suo blog personale. Il blog è ora accessibile a tutti i visitatori del cimitero di Volpago, comune in provincia di Treviso, in cui l’uomo è seppellito. Sulla sua tomba, infatti, la moglie ha posizionato un Qr Code che permette a chiunque disponga di uno smartphone di accedere alla sua storia personale contenuta nel blog. Una volta entrati nel suo spazio virtuale, leggiamo queste parole:

«il mio augurio è che tutti possano vivere una vita felice, piena di piccole e grandi avventure, contornata di amore e di affetto, come quella che ho vissuto io. Se vuoi conoscermi di più leggi qui…».

La principale controindicazione del QR Code sulla lapide concerne la manutenzione: occorre cioè controllare costantemente che il sito web a cui rimanda il codice funzioni, che nei cimiteri la connessione dati e il wi-fi siano sempre attivi, che il sistema non diventi obsoleto con le evoluzioni delle tecnologie digitali e telematiche. Ma, di fatto, basta esserne consapevoli, non smettere di coniugare insieme innovazione e tradizione e fare costantemente il backup del materiale biografico del morto su dispositivi che ne garantiscano la durata. Come i loculi tradizionali sono soggetti all’esumazione e all’estumulazione, così i loculi digitali rischiano di non funzionare a causa dell’obsolescenza tecnologica. In entrambi i casi è decisiva la cura da parte dei parenti e degli amici.

Cimiteri hi-tech

Il Qr Code riguarda la singola tomba all’interno di un cimitero tradizionale, dunque il suo uso dipende dalla scelta della singola persona. Sono, ora, già presenti nel mondo cimiteri totalmente hi-tech. Il più noto è il cimitero Ruriden di Tokyo: al suo interno vi sono circa duemila statuette di Buddha, illuminate da luci a LED, che cambiano colore e disegno a seconda della stagione e delle condizioni meteorologiche. Le statuette sono collocate dentro una teca di vetro trasparente, ciascuna delle quali rappresenta un defunto. I parenti dispongono di una smart card con la quale illuminare la statuetta dell’amato e accedere alle informazioni biografiche tramite un computer.

Video e vinili per ricordare il caro estinto

Le modalità di utilizzo delle attuali tecnologie digitali per modernizzare le ritualità funebri e le forme di custodia della memoria del morto sono infinite, spesso molto bizzarre. L’Hereafter Institute, in collaborazione con il Los Angeles County Museum of Art (LACMA), ci insegna che tenere al collo la medaglietta con la piccola fotografia del caro estinto è una pratica del passato. Adesso, possiamo usufruire di un “medaglione” al cui interno vi sono le videoregistrazioni del defunto. Sicuramente più vistoso della medaglietta, ma anche più innovativo. La vedova X potrà, pertanto, evitare di mostrare la fotografia ingiallita del marito Y, offrendo ai suoi interlocutori la possibilità di visionare i video che ritraggono colui che non c’è più.

L’impresa inglese Andvinyly offre invece agli appassionati di musica l’opportunità di stampare su vinile le ceneri dei defunti cremati, personalizzandolo con la propria musica preferita. Si può scegliere anticipatamente l’audio, la copertina e il booklet, quindi si indica un membro della famiglia che si occuperà di tutte le pratiche necessarie, una volta avvenuto il decesso, ricevendo il disco con le ceneri.

Il funerale in streaming

Un altro fenomeno molto curioso è quello del funerale in streaming: basta posizionare, prima della cerimonia funebre, sul soffitto della cappella della chiesa, sistemi digitali appositi per lo streaming, con la telecamera rivolta verso il basso. La trasmissione in diretta della cerimonia, online e sugli schermi del proprio computer, è quindi cosa fatta. Finora, ad accedere ai funerali in streaming sono i parenti stretti del defunto, impossibilitati – magari per ragioni economiche – a partecipare fisicamente al funerale. Tra l’essere assenti e seguire il funerale sullo schermo del proprio computer è sicuramente migliore la seconda opzione. Una volta terminata la cerimonia, non vi è più modo di vederla, benché siano numerose le agenzie di onoranze funebri che si stanno interrogando sull’opportunità di fornire i clienti di una copia permanente dell’evento. La prima azienda a dare la possibilità di vedere in streaming un funerale è stata l’irlandese Funerals Live, la quale è nata dopo l’emigrazione generale dei cittadini irlandesi a causa della crisi economica. Avendo a disposizione questo servizio, gli irlandesi partecipano al rito funebre del caro estinto, senza dover impegnare i pochi risparmi accumulati per ritornare in patria. Gli studi psicologici e sociologici sul fenomeno del funerale in streaming sono svariati, soprattutto alla luce del significato simbolico che appartiene alla cerimonia funebre. Questa, infatti, permette alle persone che vedono con i propri occhi la salma nella bara, e dunque il luogo dove sarà seppellita o cremata, di prendere coscienza definitiva della morte avvenuta e, pertanto, di separare il tempo passato vissuto con il morto dal tempo futuro segnato dalla sua assenza. Sulla base di ciò, molti studiosi ritengono che la visione in streaming sul computer della cerimonia rischia di vanificarne l’utilità, eliminando la prova della morte e creando problemi psicologici nei dolenti.

Voices from the the other side

Le ultime due innovazioni su cui vorrei soffermarmi sono a tratti distopiche. La prima riguarda Fenix Begravning, agenzia svedese di servizi funebri, che sta proponendo ufficialmente ai suoi clienti la possibilità di usufruire dei cosiddetti “griefbot” dei morti mediante il progetto Voices From The the Other Side. Esattamente come avviene nella puntata Be Right Back della serie televisiva Black Mirror e come ha fatto Eugenia Kuyda con Luka, l’applicazione per iPhone con cui si può chattare con lo spettro del defunto Roman Mazurenko, Voices From The the Other Side rielabora i contenuti dei social network usati dal morto, le sue chat e le sue email, di modo da creare una sorta di Siri spettrale. Questo è in grado di conversare – per ora, in modo molto elementare – con i parenti e gli amici a proposito della vita passata trascorsa insieme (e descritta all’interno dei social e nelle conversazioni private). Il griefbot si esprime solo in forma scritta, ma presto riuscirà ad avere una voce, proprio come avviene nel menzionato Be Right Back.

Gli ologrammi

La seconda riguarda un caso recente avvenuto negli Stati Uniti. Una donna, deceduto il fidanzato poco prima del matrimonio, ha chiesto il supporto della fotografa Kristie Fonseca per farsi immortalare insieme all’ologramma del (quasi) marito. In tal modo, ha indossato l’abito da sposa e si è fatta fotografare con questo ologramma, celebrando lo stesso il matrimonio. Il tema degli ologrammi è molto attuale negli Stati Uniti. Pensiamo, banalmente, agli ologrammi dei musicisti morti. Tutt’oggi, per esempio, l’ologramma di Ronnie James Dio, cantante dei Black Sabbath, dei Rainbow e dei Dio, è in tour mondiale – il Dio Returns tour – insieme a musicisti in carne e ossa. Se mai questa pratica prendesse piede anche tra i comuni cittadini, avremo un modo molto diverso di ricordare i morti e un’innovativa forma di ermeneutica tanatologica, dal momento che l’ologramma è e non è il morto. La sua riproduzione, infatti, difficilmente coincide con la persona, unica e irripetibile, che ha vissuto in carne e ossa. Avremo così a che fare con una particolare forma di doppio, il quale condizionerà in modalità del tutto inedite la nostra vita. Chissà cosa ne penserebbe Leopold Bloom, così entusiasta dell’idea di un grammofono in ogni tomba…[1]

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A proposito di alcuni di questi riti funebri (e di altri non menzionati), rimando al mio libro La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino 2018. ↑

 

articolo tratto www.agendadigitale.eu

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Il rapporto dei migranti con la morte e il lutto. Intervista a Federica Gagliostro

di Davide Sisto

Abbiamo intervistato la Dott.ssa Federica Gagliostro, che lavora da circa nove anni nel campo dell’immigrazione, in particolare nell’ambito dell’accoglienza dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana e della protezione dei richiedenti asilo politico. Attualmente opera presso Xenia SRL Impresa Sociale di Torino e ha tra i suoi committenti la prefettura di Torino. Nel corso degli anni, ha portato avanti diversi progetti – SPRAR, FER, accordo Maroni – nel campo dell’accoglienza.

Abbiamo ritenuto interessante chiedere a chi lavora quotidianamente a contatto con i ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana qual è il loro rapporto con la morte e con il lutto. Di seguito, il resoconto della chiacchierata, dalla quale si evincono alcuni comportamenti specifici, al di là delle differenze religiose, culturali e sociali del singolo paese africano di origine.

Federica Gagliostro sottolinea subito le difficoltà oggettive nel trovare una convergenza fruttuosa tra il nostro specifico modo di vivere la morte e quello dei ragazzi con cui lavora. Proprio per questo auspicherebbe la presenza al suo fianco di tanatologi, ossia di esperti nell’ambito degli studi sulla morte, che sarebbe fondamentale per migliorare le attività di supporto, soprattutto in relazione all’elaborazione del lutto. Quasi tutti i ragazzi infatti, dice Gagliostro, nonostante la giovane età, sono entrati in contatto prematuro con la morte – dei propri familiari, dei propri amici, dei propri conoscenti. Un’esperienza destabilizzante, che accresce le difficoltà nella relazione con loro: queste morti producono spesso situazioni di vero e proprio “congelamento sociale”, per usare un’espressione di Gagliostro. Vale a dire, una specie di “distacco temporaneo” dalla società, che richiede un’enorme cautela da parte di chi li assiste, tenuto conto anche delle molteplici difficoltà personali vissute nel corso della loro breve vita.

Gagliostro ricorda la morte in circostanze sospette della madre di un ragazzo gambiano arrivato a Torino. La donna, naturalizzata in un altro Stato, dove svolgeva un lavoro socialmente prestigioso, torna in Gambia per ragioni personali. Benché godesse di buona salute, muore all’improvviso. Il figlio, scioccato, ha come prima reazione quella di rasarsi completamente i capelli. La rasatura dei capelli è un’azione spesso praticata dai ragazzi africani in presenza di un lutto doloroso: simboleggia infatti la manifestazione immediata dello shock, il bisogno del cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio.

Le cause delle morti dei parenti rimasti in Africa rimangono perlopiù sconosciute. Ciò dipende non solo dalla distanza geografica, ma anche dal fatto che la domanda “di cosa è morto?”, che noi poniamo una volta informati di un decesso, non è invece la priorità dei ragazzi subsahariani giunti in Italia. Quando si muore si muore: non interessa, infatti, scoprire perché si è morti. La maggior parte dei ragazzi con cui si è confrontata Gagliostro riconduce la morte a cause e motivazioni che hanno a che fare con la sfera del sacro. Non si cerca di dare una spiegazione razionale, “umana”. Ogni caso di morte, compreso quello che riguarda se stessi, trascende le possibilità dell’uomo ed è frutto di una scelta definibile, in senso lato, “divina”. Pertanto, non occorre porsi domande, non occorre nemmeno pensare alla morte e alla mortalità. Ci sono invece, ad esempio in Nigeria, specifici rituali cui si sottopongono i bambini appena nati, con cui vengono scacciati gli spiriti maligni, le malattie, e la morte. Il corpo di ciascuno di loro porta i segni di questi rituali, che proteggono dalla morte nel caso, ad esempio, che si venga colpiti da una pallottola.

Gagliostro specifica che ci sono differenze culturali tra uno Stato e l’altro. L’Africa è gigantesca e generalizzare è impossibile. Tuttavia, per la sua personale esperienza nel corso di questi nove anni di attività lavorativa nell’accoglienza dei migranti, coglie un approccio alla morte molto diverso dal nostro. Noi, in Occidente, non parliamo di morte perché ci pare inopportuno, perché viviamo come se non dovessimo morire mai, perché il pensiero della morte genera ansia e angoscia. Ma, al tempo stesso, siamo ossessionati dalle cause della morte, poiché riteniamo utopicamente l’uomo in grado di sconfiggere il morire. I ragazzi africani, invece, pensano semplicemente che la morte non sia una questione umana. Non tocca agli uomini meditarci. Non ha senso razionalizzarla perché non fa parte della vita. Questa sorta di naturalezza nel vivere la morte, pervasa da una specie di fatalità a noi del tutto estranea, è appesantita dalla tragica normalità di vedere un corpo morto. Per loro è normale, naturale vedere i corpi morti. Li vedono durante tutti i loro viaggi: nel deserto della Libia, nelle prigioni libiche, nel Mediterraneo, che è un cimitero senza fine. Un cimitero che si appropria dei corpi i quali, scomparendo sul fondo del mare, generano profondi traumi nell’elaborazione del lutto.

Per tali ragioni, dice Gagliostro, un supporto di esperti in ambito tanatologico risulterebbe fruttuoso, innanzitutto, per colmare un vuoto assistenziale, poi per accorciare le distanze culturali e, infine, per intervenire con azioni mirate ad attutire i traumi vissuti dai migranti.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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STARE IN PRESENZA DELLA CONCRETEZZA DELLA MORTE

di Marina Sozzi

Data la difficoltà culturale della nostra società di fronte alla morte, non stupisce apprendere che gli operatori sanitari (cui abbiamo delegato la gestione della morte) trovino arduo avere a che fare non tanto e non solo con la morte (concetto in fondo astratto), ma con la materialità del morire, con il cadavere.

Freud aveva parlato dell’ambivalenza antropologica dell’uomo di fronte al corpo morto. Da un lato, non credendo inconsciamente alla nostra propria morte, proviamo una sorta di ammirato rispetto di fronte al cadavere, come se il defunto avesse compiuto, morendo, una missione speciale. Dall’altro lato, tale deferenza è frammista di repulsione. Il cadavere è la persona che abbiamo conosciuto e amato, ma è al contempo qualcosa di estraneo, deperibile e pericoloso, un oggetto inquietante, che appartiene al mondo inanimato delle cose. Da questa percezione nasce l’esigenza universale di dare una collocazione al morto, di smaltire il cadavere: nascondendolo alla vista (inscatolato nella bara e sottoterra), trasformandolo col fuoco, o ancora in tutti i vari modi in cui le culture umane ritualizzano la morte.

La paura del morto è una paura ancestrale, che ha interessato tutte le culture, tra cui l’Occidente cristiano. In epoca medievale e moderna era molto diffusa. Il defunto era pensato come qualcuno (i cosiddetti “revenant”) che poteva tornare tra i vivi, e che sovente non era benevolo nei confronti dei sopravvissuti. Per evitare questi indesiderati ritorni si strutturavano rituali e costumi specifici. Tuttavia, la paura del morto, nel passato della cultura europea, coesisteva (ed era quindi mitigata) con un’organizzazione della vita che creava una maggiore familiarità con i morenti e con i morti, fin dall’infanzia. Si moriva in casa, circondati dai parenti, e (fino al Settecento) anche dai vicini di casa, in locali spesso affollati, dove si svolgevano anche le normali azioni della quotidianità. Erano le donne di casa a lavare il cadavere e avvolgerlo nel sudario, che era stato confezionato da loro stesse precedentemente. Si trattava di competenze che venivano trasmesse di generazione in generazione.

Nella lunga storia del rapporto con la materialità della morte nella cultura occidentale, è soprattutto il Novecento a costituire una netta linea di demarcazione. Sovente non vediamo un cadavere fino a che non siamo adulti: per molte e complesse ragioni, la dimestichezza con la morte non appartiene alla nostra civiltà.

Oggi l’orrore che proviamo per il corpo morto è mutato rispetto alle epoche storiche cui accennavamo sopra. Grazie all’atteggiamento maggiormente razionale nei confronti della vita (e per via della secolarizzazione), è minore il timore dell’ostilità del defunto; in compenso, l’assoluta incompetenza su come avvicinarsi, toccare o manipolare un corpo morto tende a sommarsi all’antropologico sentimento di ambivalenza, aumentando le difficoltà e le paure.

Oggi la maggior parte dei decessi avviene in ospedale, ed è la medicina a gestirli. L’ospedale, però, nel frattempo, è divenuto sempre più esplicitamente “azienda”, ancorché sanitaria, con un preciso obiettivo produttivo, il ripristino della salute per il maggior numero. Tra gli obiettivi di un’azienda sanitaria c’è quindi, in modo piuttosto paradossale, il minor numero possibile di morti nel corso dell’anno. Ma la maggior parte delle persone muore ancora in ospedale.

L’istituzione, profondamente contraddittoria, non aiuta quindi il suo personale a conciliarsi con il morire dei pazienti, e la formazione è carente, sia per i medici sia per gli infermieri. L’imbarazzo regna quindi sovrano, non solo di fronte al dolore dei parenti, ma anche di fronte al cadavere. Pensiamo al percorso di un corpo morto all’interno di un ospedale: i luoghi non sono infatti neutri, e neppure le procedure. Quando muore un paziente, è ritenuto un punto d’onore allontanarlo al più presto dal reparto dove è deceduto per dargli una collocazione nelle camere mortuarie. I morti sono trasferiti in algide barelle metalliche con il coperchio, e, qualora possibile, si fa percorrere loro una strada differente rispetto ai corridoi e agli ascensori utilizzati dai pazienti e dai familiari. La morte va nascosta, occultata, deve strisciare rasente i muri di corridoi riservati al personale, per essere portata nei sotterranei, laddove c’è il luogo deputato ad accoglierli, le camere mortuarie, appunto.

La localizzazione delle camere mortuarie ci permette di cogliere il ruolo che esse rivestono nell’ambito delle aziende sanitarie: alla fine di corridoi sotterranei, vicino a magazzini ospedalieri e spesso a cassoni di rifiuti. Come non pensare che forse, inconsapevolmente, anche i corpi dei defunti siano assimilati, nella macchina ospedaliera, a dei rifiuti?

Si tratta di un contesto in cui è difficile pensare che sia possibile accogliere la morte, o costruire momenti rituali, sia per i familiari, sia per gli operatori. Eppure, a mio modo di vedere, è di questo che avremmo bisogno.

Proviamo a riflettere, a non dare per scontate le cose come sono.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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Possibilità di collocazione di contenitori di ceneri animali in cimitero tradizionale

Negli ultimi anni, anche alla luce del diffondersi dei cimiteri per animali, molti amanti degli animali hanno espresso l’esigenza e in parte il desiderio di essere sepolti con il proprio compagno a quattro zampe.

Il ruolo degli animali domestici si rivela infatti più importante nella vita quotidiana tanto che per la stragrande maggioranza delle persone, l’amata bestiola diventa un vero e proprio membro della famiglia.
Se da una parte sono aumentati i cimiteri per animali in tutto il mondo, in Europa è in parte vietato seppellire gli animali nei cimiteri umani.

Ed è così che sono fioriti luoghi dove i proprietari possono riservare una piccola tomba al proprio animale.

Tuttavia, recentemente, in base alle domande dei proprietari che desiderano essere sepolti con il proprio animale da compagnia, alcuni comuni, anche in Italia, hanno acconsentito, tramite un’ordinanza o con variazioni regolamentari a che gli animali siano sepolti in alcune aree di cimiteri dedicati ai loro padroni e addirittura all’interno delle loro tombe, solo se inceneriti.

Una tendenza che si sta sviluppando e che in Belgio diventa anche oggetto di un un disegno di legge presentato dal parlamentare fiammingo Rob Beenders del partito socialista, s.p.a. (Socialistische Partij Anders). Il disegno di legge prevede che gli animali possano essere sepolti nella tomba del padrone, a condizione che siano cremati.

In tal senso, il parlamentare ha annunciato di voler avviare un progetto pilota nella capoluogo del Limburgo, ad Hasselt dove è tra l’altro consigliere municipale. In un’intervista, Beenders ha ricordato come gli animali da compagnia siano ormai parte integrante della famiglia e come sia “difficile” anche nella morte, separarsi da loro.

 

Articolo tratto da EuroAct

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Che cosa sono le catacombe di Parigi

Parigi: sotto la Ville Lumiere corrono chilometri di catacombe, un tempo utilizzate come cimiteri e vie di fuga. Una città sotto la città ricca di storia e mistero.

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Chiamate anche l’impero dei morti, le catacombe di Parigi sono una delle più grandi necropoli del mondo (qualcuno dice addirittura la più grande). Ancora non sono state mappate completamente (se ne conoscono soltanto 250 km), ma si stima che si estendano per più di 300 km.

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raggiungere le catacombe dovete prendere la metropolitana e scendere alla stazione di Denfert Rochereau. All’ingresso c’è un cancello con un cartello, Arrêté! C’est ici L’Empire de la Mort, che significa “fermatevi! Qui è l’impero della morte”.

catacombe 3In epoca romana le catacombe servivano da caverne per l’estrazione della pietra, che continuò senza limiti fino al 15° secolo, quando le strade della città gravemente minate cominciarono a crollare e si sbriciolarono. Questo spiega perché a Parigi non possono essere costruiti edifici di grandi dimensioni.

catacombe 4Nel 18° secolo Parigi si trovò alle prese col problema dei cimiteri sovraffollati. La peste e altre epidemie avevano decimato la popolazione della città e non c’era più posto per depositare le spoglie dei morti. Il re ordinò di spostare i resti di tutti i cimiteri di Parigi alle catacombe. Un’opera pubblica che richiese anni di lavoro. Secondo stime prudenti, le catacombe ospitano i resti di 6 milioni di morti.

Anni dopo, alcune zone delle catacombe furono aperte al pubblico. Decorate con le ossa, diventarono una sorta di museo della morte, che attirava visitatori di ogni ceto sociale: anche Napoleone Bonaparte volle andarci. Se vi capitasse di visitarle, noterete che le uniche ossa visibili sono braccia, gambe e teschi. Le altre ossa sono state adoperate per creare muri di sostegno nelle parti crollate e danneggiate delle catacombe.

Durante la seconda guerra mondiale il sistema di tunnel è stato utilizzato anche dai militari. I membri della resistenza vi si muovevano agilmente. E i soldati tedeschi crearono un bunker sotterraneo sotto Lycée Montaigne, una scuola nel 6° arrondissement di Parigi.

catacombe 7Ci sono decine di ingressi delle catacombe, ma molti sono stati murati o sono nascosti. I turisti possono entrare solo attraverso quello ufficiale a Place Denfert Rochereau. Le persone che esplorano le catacombe sono noti come les cataphiles, che significa “gli amanti clandestini”. L’accesso ai tunnel è vietato, ma spesso gruppi di ragazzi entrano nei tunnel sfruttando ingressi segreti. Negli ultimi anni, le catacombe hanno anche ospitato festini segreti e illegali. Per questo oggi l’area viene pattugliata dalla polizia, anche di notte.

catacombe 8Poiché gran parte delle catacombe si trovano a circa 30 metri sotto la superficie, ancora più in basso dei binari della metropolitana parigina, la temperatura è stabile. Si aggira quasi tutto l’anno attorno ai 12 °C.

articolo tratto da FOCUS

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ETER9: SOPRAVVIVERE ALLA PROPRIA MORTE NEL WEB

di Davide Sisto

Lo scorso 20 aprile 2017 mi sono ufficialmente iscritto al sito internet “Eter9. Living Cyberspace”. Eter9 è una parola composta dai termini inglesi “Eternity” e “Cloud9” che, sommati, indicano un’espressione del tipo “al settimo cielo”, per alludere alla condizione di paradisiaca serenità offerta dal prodotto. Il progetto, ideato dall’informatico portoghese Henrique Jorge, consiste nel creare un social network simile a Facebook, ma con una particolarità molto specifica. Utilizzando al meglio le potenzialità delle tecnologie digitali odierne, l’intento è quello di elaborare tutto ciò che noi pubblichiamo al suo interno, di modo che si generi un automatismo o un alter ego virtuale che continui a farlo, quando non siamo più online. O momentaneamente o, addirittura, per sempre.

Eter9 funziona così: creo un mio account, con le classiche username e password, ed entro in una realtà virtuale quasi identica a quella di Facebook, in quanto ognuno può scrivere e condividere tutto ciò che vuole all’interno di un “Bridge”. Ognuno può mettere uno “smile” ai contenuti degli altri utenti, al posto del classico “like”, e può stringere amicizia con le altre persone, commentando le loro attività. Tutti i contenuti condivisi possono essere “eternalizzati” dentro varie categorie, che vanno dalla musica alla tecnologia, dalla scienza allo sport e via dicendo: “Pensa qualcosa per l’eternità”, leggiamo al posto del classico “a cosa stai pensando?” dello status di Facebook. Analizzando ciò che viene condiviso nel corso del tempo, quindi i commenti e le interazioni con gli altri utenti, il mio alter ego virtuale, definito “controparte” e nato il giorno stesso d’iscrizione al sito, comincia a capire chi sono e quali sono le mie caratteristiche, di modo da poter mimare il mio comportamento quando sono offline e – dunque – dopo la mia morte. La “controparte” è responsabile della vita eterna dell’utente. Pertanto, più si interagisce all’interno di Eter9, più essa impara a conoscermi: secondo Jorge, interagire con altri utenti aumenta la possibilità dell’emulazione. Ognuno di noi può decidere quale livello di autonomia attribuirle, assegnandole una percentuale specifica: se si sceglie il 100% di attività, allora la controparte sarà molto attiva e condividerà pensieri e link in modo frequente, quando non siamo fisicamente online. Nel caso, invece, si scelga lo 0% allora Eter9 non sarà per nulla diverso da Facebook. Ovviamente, posso decidere se la mia controparte resti attiva o inattiva una volta che sono morto, predisponendo – tramite un servizio chiamato, non a caso, Perpetu – un testamento digitale in cui dichiarare in maniera esplicita cosa deve fare la mia controparte a partire dall’istante in cui concludo la mia vita.

Se già così Eter9 risulta alquanto inquietante, c’è un altro aspetto che accentua il suo carattere peculiare: al suo interno non ci sono solo profili di persone realmente esistenti. Per esempio, per poterlo utilizzare al meglio è messo a disposizione di ognuno di noi il supporto di Eliza Nine, una specie di bot che ci aiuta a comprendere il cyberspazio di Eter9 e a ottimizzare le nostre attività. Ma Eliza Nine non è il solo essere puramente virtuale: ci sono diverse altre intelligenze artificiali, chiamate Niners, che possono interagire con noi e tra di loro.

Ci si ritrova, così, dentro un mondo fantascientifico, in cui esseri umani e robot condividono pensieri personali e citazioni letterarie, video musicali e scene tratte dai film, notizie e curiosità. Discutono poi tra di loro, per cui non è immediato capire chi sia l’uomo e chi il robot. Tutto questo per far sì che, un giorno, la pubblicazione di questi materiali sia automatica, senza il bisogno effettivo delle persone in carne e ossa. Essere vivi o essere morti conterà – in altre parole – sempre meno: ci sarà, comunque, un sistema informatico che continuerà a scrivere e a comunicare senza la necessità della presenza corporea di una persona, quindi della sua esistenza, delle sue emozioni, del suo modo di sentire. Contano le parole, i pensieri espressi, eternalizzati a prescindere da chi li esprime e da chi, tramite tali parole e pensieri, crea relazioni umane.

C’è da dire che allo stato attuale non è ancora successo niente di particolare, al di là dello shock immediato una volta che ci si ritrova a comunicare con dei robot. La controparte non è ancora indipendente dall’essere umano, che dovrà – in linea teorica – sostituire in eterno. Ciò non toglie un profondo senso di angoscia. Io mi ci sono iscritto semplicemente per studiarne i meccanismi, ma mi spaventa moltissimo l’idea che una mia controparte virtuale possa rendersi autonoma da me, intuendo in maniera automatica i miei pensieri, i miei modi di esprimermi e le mie passioni (per esempio, quella per la musica rock). Mi chiedo anche se questo progetto sia veramente utile per le persone che sopravvivono alla mia eventuale morte o se, invece, renda problematica l’elaborazione del lutto, quindi del distacco e della perdita. Ma, soprattutto, basta un’elaborazione informatica, anche ben fatta, del mio speciale modo di esprimere me stesso per creare un mio perfetto sostituto virtuale, in grado di sopperire alla mia finitezza e alla mia mortalità? Sono molto scettico a riguardo e credo che vi siano aspetti – casuali e caotici – che rendono ciascuno di noi imprevedibile, dunque inimitabile.

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Arrestato l’inventore di ”Blue Whale”: il gioco che ha ucciso molti giovani

Qualche settimana fa avevamo parlato di “Baleia Azul”, o come è più noto “Blue Whale”, ovvero il “gioco” che ha spinto centinaia di adolescenti al suicidio in molte parti del mondo.

In questi giorni è stato arrestato l’inventore di questa follia, Philipp Budeikin, uno studente russo di 22 anni, che dopo essere stato interrogato, ha dichiarato di non provare alcun rimorso per quanto fatto, anzi: “Non sono pentito di ciò che ho fatto, anzi: un giorno capirete tutti e mi ringrazierete”. Budeikin ora si trova in carcere a San Pietroburgo e da dietro le sbarre spiega le motivazioni della sua terribile invenzione: “Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società”.
Sfide terrificanti

Il gioco, che significa Balena Blu, esiste da 4 anni, ma ha cominciato a far scalpore solo quest’anno. Il 14 Maggio scorso anche il programma televiso “Le Iene” gli ha riservato un intero servizio, che ha scandalizzato moltissime persone. Le vittime del gioco erano tutte persone facilmente vulnerabili, giovanissime e venivano reclutate tramite VKontakte, un popolarissimo Social Network russo.

Chi partecipava al gioco doveva riceveva delle regole da seguire per quasi due mesi: una serie di sfide terribili che servivano a destabilizzare il giocatore. Il primo passo era imporre ad ogni ragazzo di svegliarsi alle 4 di mattina, poi lo si obbligava a guardare film horror per ore in modo da manipolare la sua psiche. Poi il soggetto per passare alcuni livelli doveva uccidere animali o autolesionarsi.

L’ultima sfida, che culminava con la morte del giocatore, era lanciarsi nel vuoto dal palazzo più alto della città. Ogni livello era studiato per impossessarsi sempre di più delle emozioni del giocatore e quando si arrivava all’ultimo livello voleva dire che il soggeto era completamente dipendente dal gioco e non ragionava più.
La ragione che ha spinto molti adolescenti depressi a partecipare a questo è che per la prima volta si sono sentiti, seppur in modo perverso, gratificati. Sempre Budeikin dichiara: “Ho fatto morire quelle adolescenti, ma erano felici di farlo. Per la prima volta avevo dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza”.
Secondo gli psicologi il rischio che vengano fuori “giochi” simili è molto alto e quindi consigliano la massima attenzione per tutte le persone o gli enti che hanno a che fare con gli adolescenti.

Tratto da FUNERPORTALE

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Superare un lutto? Per alcuni ricercatori la risposta è Facebook

Il potere dei social

I Social Network negli ultimi anni hanno cambiato completamente gli stili di vita delle persone, soprattutto nei giovani. Ormai non si può far a meno di condividere su Facebook o Instagram un proprio viaggio o una foto di una cena tra amici.

Quello che però ha sorpreso alcuni ricercatori è un dato che riguarda l’incremento delle interazioni quando una persona perde un proprio amico. Secondo una ricerca condotta da William R. Hobbs, esperto in scienze sociali della Northwestern University, e Moira Burke analista dati di Facebook, dopo aver analizzato circa 45 mila reti sociali su Facebook, per un totale di 3 milioni di persone, è emerso che quando una persona muore i suoi amici stretti tendono ad incrementare il numero di interazioni tra loro, con un aumento del 30%. Inoltre prima che questo numero scenda passano diversi mesi, per una stabilizzazione completa possono anche volerci due anni.

Come nel sistema nervoso

Secondo i ricercatori questa tendenza può essere paragonata ad un fenomeno che avviene nel nostro sistema nervoso, ovvero quando una persona subisce un ictus, alcune cellule cerebrali muoiono, successivamente il cervello si riaccende formando nuovi circuiti neuronali per limitare la perdita.

I nuovi legami

William R. Hobbs commenta così il suo studio: “La maggior parte delle persone non ha realmente molti amici. Così quando ne perdiamo uno, si crea un vuoto nella nostra rete sociale, così come nelle nostre vite. Le persone compensano la perdita di interazioni con l’amico morto aumentando il numero di contatti con gli altri amici. Ciò che ci ha sorpreso è che questi legami più forti possono durare anni”.
La ricerca è stata realizzata grazie ad un confronto di interezioni di sorgenti differenti: post, foto, commenti, tag. Lo studio è stato condotto su 15000 reti sociali di Facebook di persone che avevano appena perso un amico, confrontate con quelle di altre 30000 persone che invece non aveva avuto lutti. I ricercatori hanno analizzato un lasso temporale di 4 anni a cavallo del decesso della persona cara. Ovviamente tutti i dati sono stati resi anonimi per garantire le privacy di ogni individuo.

“Una rete di sicurezza”

Il risultato ottenuto – sottolinea Hobbs – è diverso da quello osservato in precedenti ricerche, che avevano studiato gli effetti di disastri naturali o altri tipi di traumi. Anche in quei casi si è osservato un picco di interazioni nell’immediato, ma destinato a spegnersi molto rapidamente”.
Gli studiosi affermano che i picchi di interazioni più alti si registrano negli individui più giovani, in un età che va dai 18 ai 24 anni.
Hobbs conclude affermando che strumenti come Facebook o altri Social Network possono essere utili per superare un lutto:”Non abbiamo studiato l’esperienza soggettiva della perdita, ma solo l’elaborazione di un lutto in termini di connettività. Inoltre non è possibile dire con certezza se lo stesso effetto si verifichi anche offline.

Tuttavia, ciò che emerge da questa ricerca è l’esistenza di una funzione positiva dei social network, che sembrano agire come una sorta di rete di sicurezza che aiuta a superare un lutto. Lo fanno molto rapidamente e con un effetto persistente nel tempo”.

Difficile dire se effettivamente una piattaforma come Facebook possa diventare davvero un strumento utile per superare un momento tanto delicato come la perdita di una persona cara, perchè in momenti come questi si preferisce sempre il contatto con una persona tangibile piuttosto che un supporto dal web. C’è da dire che i questi risultati sono tutt’altro che scontati. Vedremo se in futuro questa ricerca confermerà questi dati.

articolo tratto da: Funerportale

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CHRISTCHURCH, NEW ZEALAND - MARCH 07: Members of Te Tu Mataora from Manawatu preform during the Te Matatini National Kapa Haka Festival 2015 at Hagley Park on March 7, 2015 in Christchurch, New Zealand. The National Kapa Haka festival is a biennial event celebrating Maori traditional performing arts. (Photo by Martin Hunter/Getty Images)

Riti funebri dei Maori:tradizioni antiche e talvolta controverse (seconda parte)

Le tradizioni del lutto Maori, poi, sono ancora diverse in caso di scomparsa di un capo o comunque di un personaggio importante, dunque un rangatira. Tradizionalmente quest’ultimo, prima di morire, teneva un discorso finale alla sua tribù, nel quale venivano ricordati i motivi di rancore nei confronti di altre tribù rivali e veniva reiterata la necessità di compiere la vendetta nei loro confronti. Una volta defunto, il corpo del rangatira veniva poi dipinto con olio e terra di ocra rossa, per poi essere posto in posizione seduta, con il mento appoggiato sulle ginocchia e coperto da tappeti leggeri e mantelli. A quel punto si tenevano discorsi diretti al defunto, come se quest’ultimo fosse ancora in vita, mentre la famiglia rimaneva assieme alla persona scomparsa senza poter mangiare. In segno di lutto, inoltre, si indossavano larghe corone di foglie sul capo.

Una volta terminata questa fase, il corpo del rangatira veniva sepolto e, a distanza di molti mesi, riesumato dallo stesso religioso che aveva guidato la cerimonia di sepoltura. Il tohunga aveva infatti il compito di raccogliere tutte le ossa del defunto, ripulirle in modo da renderle completamente bianche e poi dipingerle con la terra di ocra rossa, per poi nasconderle in un luogo noto solo a lui e pochi altri, in modo da evitare che i resti mortali dell’importante persona scomparsa potessero essere dissacrati.
In alcuni casi, invece, la persona di spicco – sempre dotata di moko, il tatuaggio facciale – seguiva un procedimento simile, ma la testa veniva staccata e preservata in maniera differente. In questo caso si realizzava una mokomokai, ovvero una testa mummificata del capo defunto. Gli organi venivano rimossi, gli orifizi sigillati con fibra di formio e gomma kaori, la testa veniva essiccata con vapore o dentro un forno per poi venire affumicata e trattata con olio di fegato di squalo. In questo modo le teste venivano preservate, se in condizioni ideali, per un tempo indefinito.

Oggi, com’è lecito attendersi, diverse di queste tradizioni si sono estinte, laddove la cerimonia del tangihanga prevede ancora l’esposizione del corpo del defunto in una bara posta al centro del marae o di un altro luogo prescelto, mentre la cerchia più ristretta della famiglia deve ancora attendere che ospiti e visitatori siano andati via prima di poter mangiare. Coloro che prendono parte alla cerimonia del lutto possono indossare grandi corone di foglie e sono incoraggiati ad esprimere il proprio dolore, così come sono abituali le discussioni sul luogo di sepoltura del corpo, tradizioni emotive e polemiche che si perpetuano per rendere omaggio alla forza spirituale, il mana, di chi ha lasciato questo mondo.
Questo importante insieme di riti e culture, fortunatamente, si è ben conservato in Nuova Zelanda, anche grazie al ruolo dei Maori nella Nuova Zelanda di oggi. Oggi, questi ultimi sono largamente accettati ed integrati con i Neozelandesi di origine europea, contribuendo a fare della Nuova Zelanda il Paese con il 6° indice di sviluppo umano (HDI) più alto del mondo. La popolazione Maori conta oggi circa 750.000 individui, di cui 1.300 in Canada, 3.400 negli USA, 8.000 nel Regno Unito, 130.000 in Australia e circa 600.000 in Nuova Zelanda, rappresentando quasi un sesto della popolazione totale neozelandese. Vi sono dibattiti in corso sulla potenziale concessione di maggiore autonomia ad alcune particolari comunità Maori e diverse festività legate alla loro storia vengono tuttora celebrate.
Il profondo legame del popolo Maori con la morte non deve, quindi, essere frainteso. L’attaccamento dei primi Neozelandesi per i loro riti funebri tradizionali va infatti contestualizzato nel tentativo, sicuramente riuscito, di mantenere vivi riti che altrimenti andrebbero perduti nell’ arco di tre o quattro generazioni. Come più volte ribadito dai saggi e dagli anziani Maori, infatti, il rito del lutto è senza dubbio una delle tradizioni meglio preservate della cultura Maori, uno dei rituali più simili a come venivano celebrati secoli fa, prima dell’avvento traumatico degli Inglesi e, in seguito, degli altri Europei. Secondo le parole del saggio Tīmoti Kāretu: «Se lasciamo che i nostri figli dimentichino i nostri retaggi culturali, specialmente quelli relativi alla morte, allora la nostra vera essenza e la nostra intera esistenza in quanto Maori sparirà per sempre dalla faccia di questa terra, per andare nell’ oltretomba per l’eternità».