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A CHE PUNTO SIAMO CON LA NEGAZIONE DELLA MORTE?

seconda parte:  IL LUTTO

 di MARINA SOZZI

Prendo spunto da una lettera pubblicata recentemente su Famiglia Cristiana. Il titolo era: Mandata in vacanza per nascondere la morte di papà. È la storia di una famiglia che ha subìto la grave perdita di un giovane padre, morto in un incidente in montagna.

La bambina è stata allontanata da casa e inviata da amici, per tenerla distante dal momento doloroso dei riti e della disperazione. Ora la bimba tornerà a casa, ignara, non troverà più il padre, e la madre, devastata dal lutto, non sa come parlare alla figlia. La lettera era di un’amica di famiglia, che chiedeva consiglio ad Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta. C’è infatti spaesamento sul comportamento da tenere in tragedie come questa, e l’esigenza di affidarsi a competenze psicologiche. Abbiamo delegato la gestione della morte alla medicina, e quella del lutto alla psicologia.
La bella risposta di Pellai è riassumibile in queste parole: “La mamma deve progressivamente sentirsi in grado di far arrivare alla sua bambina il messaggio: anche se ci è successa una cosa bruttissima, io e te abbiamo un futuro. La vita rimane aperta davanti a noi.”

Su questa storia triste resta però un’analisi da fare che non è psicologica: dobbiamo riflettere sulla difficoltà che abbiamo a condividere il dolore, la morte, il lutto, in famiglia e nella maggior parte degli ambienti sociali. La cosa che più colpisce è che sia stato ritenuto giusto impedire a questa bambina di salutare suo padre e di piangere insieme a sua madre, a causa di un malinteso sentimento di protezione, che forse ha creato a quella bimba ancora più sofferenza.

Ciò che ci interessa, però, al di là del caso specifico, è che lo spettacolo della morte sia ancora troppo spesso pensato come impossibile da sostenere, per gli adulti e a maggior ragione per i bambini. La situazione non pare migliorata negli ultimi vent’anni, a causa forse del processo di frammentazione sociale, o forse dei martellanti valori della nostra epoca, benessere, dinamismo, giovinezza, salute, spensieratezza.

Chi subisce una perdita continua a sentirsi molto isolato. Le relazioni precedenti spesso si allentano, e solo talvolta accade di costruirne di nuove. Tuttavia, chiedere aiuto è difficile, sia perché menzionare il tema della perdita è poco accettato, sia per il diffuso ritegno ad ammettere di non riuscire a superare da soli lo sconquasso che il lutto porta nella vita. Peraltro, l’aiuto disponibile è scarso, assente in molte realtà del nostro paese.

Le poche associazioni che si occupano di sostegno al lutto, con gruppi condotti o di auto mutuo aiuto, difficilmente sono finanziate e non sempre riescono a offrire risorse di qualità. Erroneamente, i progetti sul lutto sono ritenuti a scarso impatto sociale sia dagli enti pubblici sia dalle fondazioni di erogazione. Eppure, non si tratta solo del dolore individuale (e non sarebbe irrilevante), ma di giornate di lavoro saltate, di maggiori rischi per la salute, di grave solitudine soprattutto per molti anziani.

Il nostro disagio nei confronti del lutto si rende evidente anche attraverso l’assimilazione del lutto a una patologia: chi non riesce a tornare al lavoro si fa scrivere dal suo medico un periodo di mutua (che è un’istituzione che copre gli episodi di malattia); il lutto è stato inoltre inserito nel DSM, ossia nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. E, secondo uno dei paradossi da cui è attraversata la nostra cultura, il dolente viene visto come un malato, ma nulla viene fatto per prevenire i lutti bloccati o patologici.

C’è chi sostiene, come ad esempio Marzio Barbagli (Alla fine della vita), che oggi l’elaborazione del lutto avvenga attraverso i social network e i siti dedicati. Davide Sisto (La morte si fa social) si interroga sul significato e sull’utilità delle comunità virtuali di sostegno, e con cauto ottimismo segnala il forte incremento delle interazioni, sulla pagina Facebook dei dolenti, di messaggi volti a sostenerli.

Dal mio punto di vista, pur cogliendo questi segnali che provengono dal mondo virtuale, occorre comprendere perché si riesca a manifestare vicinanza a una persona in lutto solo da dietro lo schermo del proprio computer o smartphone, e che si provi invece un forte senso di inadeguatezza (cosa gli dico, come mi comporto?) quando si incontra per strada quello stesso dolente al quale si sono scritte parole di cordoglio e supporto.

Il fenomeno di una comunicazione che passa soprattutto attraverso il web e i social network è, mi rendo conto, generalizzato, e non è certo applicabile solo al lutto. E’ vero senz’altro che queste iniziative online possono essere utili, come succedanee delle comunità reali che si sono frantumate e non funzionano più. Purtroppo, nel dolore, nella solitudine di chi ha perso un congiunto, la modalità virtuale non è sufficiente, perché, al contrario, ciò che aiuta è la presenza fisica degli altri, i loro visi e sorrisi, il tempo dedicato, le emozioni, il contatto.

Occorre, probabilmente, un nuovo codice comunicativo, una sorta di nuovo galateo, che permetta agli individui l’incontro con chi soffre nella società reale, e riduca il timore di essere fuori luogo o di non avere nulla da dire. Bisogna infrangere l’idea che la sofferenza non sia affrontabile, sia esorbitante le capacità umane, perché tutti possano averne meno paura, e trovare un modo per stringersi l’un altro nella cattiva sorte, come richiede la nostra stessa storia evolutiva.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

 

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Paura della morte e felicità

di Marina Sozzi

 

Perché abbiamo paura della morte? E soprattutto, è possibile addomesticare tale inquietudine, che per alcuni è un vero e proprio disagio con cui convivere?

Non parlo tanto, qui, della paura della morte che si manifesta nella prossimità della nostra fine biologica, ma di quell’inesausto sgomento che ci prende al pensiero della nostra finitezza, che può condizionarci a ogni età e in ogni situazione di vita. Quella paura che rende vano, e forse anche futile, il detto del filosofo greco Epicuro, secondo cui “se ci siamo noi, non c’è la morte, se c’è la morte non ci siamo più noi”. Infatti, nonostante questa sia un’indubbia verità, passiamo buona parte della nostra vita ad avere paura, perché vita e morte non sono realtà chiaramente distinte, ma aspetti fittamente intrecciati del destino umano.

La paura della morte è legata, nell’uomo, proprio all’acuta coscienza che egli ha del proprio limite. La morte rappresenta l’ignoto oltre la fine, il mistero per antonomasia, e gli esseri umani hanno sempre cercato soluzioni per attutire l’angoscia che ne deriva loro: risposte religiose, come quella del cristianesimo o dell’islam, che prefigurano altri mondi cui la morte apre il passaggio. O consolazioni laiche, come il pensiero dell’“eredità d’affetti” che ciascuno può lasciare all’umanità, sulla falsariga di Foscolo.

Il quesito è se sia possibile addomesticare, anche se non proprio superare, la paura della fine nel corso della nostra vita. Il filosofo Jankélévitch sosteneva che da un lato c’è la morte come legge naturale, necessità impersonale, perfettamente comprensibile e razionalizzabile. Dall’altro lato c’è la morte come minaccia concreta, inaccettabile, tragica e scandalosa, che incombe sul singolo individuo. In questo secondo significato la morte è inconoscibile e indicibile. Il pensiero si annienta se prende come oggetto la morte, e l’angoscia che essa suscita è legata al nostro tempo umano, all’impossibilità di rappresentazione, al crollo, all’annullamento, all’inabissarsi del pensiero stesso. Sembra dunque, come peraltro pensava anche Sartre, che sia impossibile prepararsi alla morte, e quindi anche affrontare la paura della morte.

A mio modo di vedere, però, occorre capirsi sul significato che diamo al temine “morte”. Se per morte intendiamo l’istante del trapasso, si può dare ragione a Jankélévitch.

Tuttavia, proprio per via della stretta implicazione che c’è tra vita e morte nella quotidianità umana, è possibile accostarsi al pensiero della finitezza in molti modi. Uno di questi è cominciare a guardare alla nostra cultura dal punto di vista della consapevolezza della mortalità. C’è infatti una difficoltà antropologica nell’affrontare la paura di morire, ma ce n’è una molto più grande che è di carattere culturale.

La nostra società ci impone infatti di non condividere socialmente l’ansia per la morte: parlare di morte è considerato segno di indelicatezza o di cattiva educazione, in particolare in presenza di persone anziane, bambini o malati. Il diktat del silenzio induce nella maggior parte dei nostri contemporanei la mancanza di elaborazione, perché l’uomo, animale sociale, non riesce ad accogliere e sistematizzare le proprie ansie e paure se non nella dimensione della condivisione. In questo clima, all’individuo non resta che cercare di sfuggire alle proprie ansie non pensandoci, distraendosi, mettendole da parte ogni volta che si presentano. Invece di cercare di fare i conti con la finitezza, scappiamo a gambe levate, buttandoci nel lavoro o in troppe relazioni superficiali, talvolta facciamo uso di sostanze psicotrope più o meno legali, acquistiamo oggetti inutili. Forse così facendo siamo funzionali alle logiche della civiltà nella quale viviamo, ma certo non contribuiamo alla nostra felicità.

Abbiamo citato la felicità. C’è forse un legame tra elaborazione della paura della morte e felicità? Penso di sì, a patto di non intendere per felicità l’insulsa spensieratezza che aleggia negli spot pubblicitari, a patto di comprenderla come quello stato di appagamento in cui coincidiamo con quel che siamo, perché abbiamo accettato i nostri limiti. E a patto, inoltre, di non illudersi di poter trovare, una volta per tutte, un’incrollabile serenità di fronte alla nostra morte. Ho sperimentato in prima persona, durante la mia malattia oncologica, la difficoltà della mente ad accogliere la propria possibile morte, il rifiuto di toccare la concretezza della fine. Attraverso quell’esperienza mi sono fatta l’idea che solo in una reale prossimità della morte biologica sarà forse possibile lambirla – se non coglierla – col pensiero.

Tuttavia, se si accetta che il dialogo con la morte ci accompagni negli anni, ritengo che il percorso di avvicinamento al pensiero della fine serva, e sia in grado, oltre che di addomesticare la paura, anche di arricchire all’inverosimile la vita: di emozioni, sensibilità, intelligenza. E di riempire di significato le relazioni più autentiche. Ce la dice lunga, a tal proposito, la lettera di Holly Butcher postata su Facebook il 3 gennaio e rapidamente diventata virale: “Voglio solo che la gente smetta di preoccuparsi così tanto dei piccoli stress insignificanti della vita e cerchi di ricordare che tutti abbiamo lo stesso destino, dopo tutto. Quindi: fai quello che puoi per far sì che il tuo tempo sia degno e grande.”

Ma come fare a venire a patti con la paura della morte? Pensiamo innanzitutto che essa non è un monolite, ma è composta da un insieme inestricabile di tante paure più o meno grandi.

Ottenere una migliore convivenza con questa paura, allora, comporta un processo elaborativo, che non può essere fatto in solitudine. Occorre rigirarsela in mente insieme a persone che ci comprendano, scomponendola, e guardando dentro a quel contenitore della Grande Paura, che sembra impossibile da aprire. Cosa troviamo là dentro? Timore della sofferenza? Della perdita della propria individualità? Del dolore di chi resta? Dell’annientamento del nostro mondo? Come bamboline russe, una dentro l’altra, possiamo imparare a estrarre queste paure più piccole una alla volta, esaminarle e cercare di comprendere la loro funzione nella nostra vita. Vedremo allora scendere il tasso di inquietudine, e cominceremo a capire cosa davvero è importante per noi.

Avere paura, sentirsi fragili, non è disdicevole, è umano. Non ce lo ripeteremo mai abbastanza. E Holly scrive: “E’ questa la cosa della vita: è fragile, preziosa e imprevedibile, e ogni giorno è un dono, non un diritto dato.”

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

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E’ possibile preparasi alla morte da laici?

Nel corso del Novecento ci sono due posizioni filosofiche contrapposte, l’una che dà una risposta affermativa a questo interrogativo, l’altra negativa.

Per Martin Heidegger (Essere e tempo, 1927), l’uomo è un essere che si sente sempre incompleto, inappagato, angosciato. Può cercare di zittire la sua angoscia esistenziale facendo progetti e gettandosi nel vortice della vita. Nella frenesia del fare, l’uomo si dice: la morte verrà nel futuro, ma non mi riguarda ora, nel mezzo dell’esistenza, che è volta alla realizzazione. Tuttavia, questo modo di affrontare la vita è per Heidegger inautentico: l’unico modo autentico di vivere è comprendere che siamo votati alla morte.

Non per piangerci sopra, né per trovare una consolazione religiosa. Ma per accettare la finitezza, con consapevolezza, senza fuggire nella dimensione dello sterile affaccendarsi e del conformismo. Pertanto l’uomo che vive appieno medita sulla morte.

Agli antipodi sta l’approccio di Jean-Paul Sartre (L’essere e il nulla, 1943), il quale negò che la morte riveli qualcosa di essenziale sull’essere umano. E’ impossibile, dice, mettersi in relazione con la propria morte, che è un evento indeterminato, portato dal caso, che rappresenta l’annientamento delle umane possibilità.

La morte, anzi, appare assurda, contingente, indipendente da ogni umana possibilità; e, lungi dall’attribuire senso alla vita, è ciò che la priva del suo significato. La morte ci parla solo del fatto che gli esseri umani sono organismi biologici a termine. Sartre fa un paragone: afferma che tutti gli uomini sono come dei condannati a morte, che attendono la fucilazione nel braccio della morte, e che tentano di prepararsi a questo evento. E intanto vengono spazzati via da un’epidemia di influenza spagnola.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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 La Teoria Quantistica della Coscienza

La fisica quantistica potrebbe spiegare l’esistenza dell’anima.
Una teoria rivoluzionaria sostiene che l’anima umana è una delle strutture fondamentali dell’Universo e che la sua esistenza è dimostrabile grazie al funzionamento delle leggi della fisica quantistica. Con la morte fisica, le informazioni quantistiche che formano l’anima non vengono distrutte, ma lasciano il sistema nervoso per essere riconsegnate all’Universo.

Un medico e un fisico quantistico di fama mondiale, l’americano dott. Stuart Hameroffe l’inglese Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima.
Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite all’interno di microstrutture chiamate “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali.
La loro idea nasce dal considerare il nostro cervello come una sorta di “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni .
Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definito “Orch-OR” (Orchestrated Objective Reduction).
Con la morte corporea, i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte. In parole povere, più legate ad un linguaggio tradizionale, l’anima non muore, ma torna alla sua sorgente.
“Quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico”, spiega il dott. Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona.
“L’informazione quantistica all’interno dei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, ma viene riconsegnata al cosmo. Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”, spiega Hameroff al Daily Mail.
La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa non si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato. Si tratta di quella che per secoli le religioni hanno definito “anima”.
Questa teoria scientifica si avvicina molto alla concezione religiosa orientale dell’anima. Secondo il credo buddista e induista, l’anima è parte integrante dell’Universo ed esiste al di fuori del tempo e dello spazio. L’esperienza corporea (o anche terrena, materiale), non sarebbe altro che una fase dell’evoluzione spirituale della coscienza umana.
Ma anche le religioni del libro, quali l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, insegnano l’immortalità dell’anima. Chissà che questa teoria non possa aprire una nuova stagione di confronto positivo tra la ragione e la fede, la religione e la scienza.

Tratto da ilnavigatorecurioso.it

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Riti funebri dei Maori:tradizioni antiche e talvolta controverse(prima parte)

La Nuova Zelanda è un Paese dalla storia peculiare, una tra le ultime terre ad essere scoperte e ad essere colonizzate dagli Europei grazie al marcato isolamento geografico.

Come nella maggior parte dei casi della storia coloniale europea, le fertili terre neozelandesi erano abitate già da tempo da diversi gruppi di popolazioni indigene, il popolo Maori, che, secondo studi genetici recenti, erano presenti sul territorio a partire dal 1250-1300 d.C. Il carattere estremamente tardivo del popolamento di tali terre risulta evidente dalle più recenti datazioni scientifiche, in contrasto con quelle effettuate nei confronti delle popolazioni Aborigene australiane, presenti nel nord dell’Australia da circa 50.000 anni secondo gli studi più accreditati.

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Risulta di facile comprensione, dunque, come un tale tipo di isolamento geografico, protratto nel corso di circa sette secoli, abbia permesso alle tradizioni dei Maori di svilupparsi in maniera del tutto autonoma e priva di influenze esterne, una condizione che ha permesso la nascita di una lingua a sé stante – declinata in diversi dialetti – e più in generale di una sfera sociale e religiosa estremamente peculiare, spesso oggetto di studio da parte di storici, antropologi e politologi. Ed è proprio all’interno di tale insieme di tradizioni e retaggi che spicca, per diversi motivi, l’approccio dei Maori al fenomeno della morte umana.

Questi ultimi credono – come la maggior parte delle religioni e delle filosofie di vita – che lo spirito umano continui a perdurare dopo la morte del corpo, in seguito alla quale l’anima del defunto rimane all’interno del marae, il tradizionale luogo di comunione spirituale.maori
Quando muore un Maori – o una persona legata alla comunità Maori, dal momento che non vi sono divieti in tal senso – si prepara la cerimonia del tangihanga, ovvero del lutto, spesso abbreviata come tangi. Come riportato da Te Ara, l’enciclopedia nazionale neozelandese, la cerimonia del lutto Maori è cambiata molto poco nel corso dei secoli, nonostante l’indubbia influenza europea. Il corpo del defunto viene preparato da una persona prescelta, per poi venire trasportato presso il marae, dove sono ammessi visitatori esterni e dove si tengono alcuni discorsi riguardanti la persona scomparsa. Il corpo viene poi sepolto in un cimitero oppure cremato, procedimento seguito dalla rimozione del vincolo della morte posto sulla casa del defunto, da parte di un membro (tohunga) del clero Maori. In tempi relativamente recenti, talvolta, una fotografia della persona deceduta viene portata nei marae limitrofi, in modo da permettere a chiunque di porgere il dovuto rispetto.

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LE INCREDIBILI BARE DEL GHANA

di Marco Trovato reporter indipendente (seconda parte)

UN FUNERALE INDIMENTICABILE
Ancora oggi la gente di Jamestown, caotico sobborgo di Accra, si ricorda del funerale di Ernest Tagoe, un vecchio pescatore morto qualche anno fa. La salma dell´uomo fu adagiata in una bara davvero unica, che aveva la forma di una copia piegata del “Daily Graphic”, il maggiore quotidiano ghanese. Il signor Tagoe, infatti, pur essendo analfabeta, era stato soprannominato dagli amici “Daily”, perché ogni giorno si faceva leggere dal figlio le notizie riportate su quel giornale, che poi raccontava a sua volta a tutto il vicinato, diventando in pratica l´edizione di quartiere del “Daily”. Al funerale del signor Tagoe c´erano anche i giornalisti tedeschi Klaus Muller e Ute Ritz-Muller, che hanno raccontato quella indimenticabile giornata nel loro libro “Africa riti e tradizioni di un continente” (Konemann 1999): “Chiuso il sarcofago, quattro prestanti giovanotti, resi ancora più energici dal gin, se lo caricarono in spalla e presero a correre per gli stretti vicoli di Jamestown, fermandosi ogni tanto perché amici e parenti potessero donare al defunto l´estremo saluto… Gran parte dei 16 chilometri del percorso furono coperti a passo di corsa, con la processione funebre impegnata in un faticoso inseguimento, e il cadavere trovò infine pace una volta giunto al cimitero”.

L´IMPORTANTE E´ ESAGERARE
ananasLa gente del Ghana ha una particolare propensione a fare della propria morte una specie di fuoco d´artificio, uno straordinario spettacolo pirotecnico, il cui principale scopo è impressionare, suscitare lo stupore e l´ammirazione generale. “La vita, comunque sia stata, deve terminare in magnificenza”, mi ha spiegato, tempo fa, un taxista di Accra, con cui ero rimasto intrappolato nel traffico per via di un interminabile funerale.

Alla radio, tra un talk show e un notiziario, è possibile ascoltare i necrologi che quotidianamente aggiornano il calendario delle morti e dei cortei funebri: sono tra i programmi più gettonati in assoluto.
Se la moda delle bare artistiche spopola tra i ricchi, quella dei funerali estrosi e stravaganti è una tradizione popolare. Un grande evento sociale che nasce dal fantasioso sincretismo fra la religione cristiana (qui moltiplicata in un ampio ventaglio di sette pentecostali o apocalittiche) e l´animismo delle origini.

DOLORI E DANZE
bara1Basta girovagare per le città e i villaggi della costa, specie nel fine settimana, per accorgersi delle dimensioni assunte dal fenomeno: tra ingorghi di traffico e mercati affollati, non è raro imbattersi in cortei allegri e chiassosi che seguono casse da morto a forma di pannocchie, di aerei, di pesci, di uccelli e persino di bottiglie di Coca Cola o di pile Duracell.

I pochi turisti di passaggio guardano sbigottiti, senza capire: non immaginano di trovarsi di fronte ad un funerale. La confusione in questi cortei regna sovrana: le urla e i lamenti della gente si intrecciano con il ritmo dei tamburi, la musica delle fanfare, i clacson delle auto. E c´è chi, invece di camminare, avanza a passi di danza.
Ai nostri occhi tutta questa sfacciata eccitazione appare come una mancanza di rispetto verso chi è morto e chi soffre per la perdita del proprio caro, ma è vero il contrario: secondo l´opinione corrente infatti, maggiore è il chiasso che si riesce a procurare nei funerali e maggiore è l´omaggio che si rende al defunto. Un corteo funebre misero e silenzioso, invece, potrebbe offendere e irritare il caro estinto.bara-a-forma-di-barca

I FUNERALI ASHANTI
Particolarmente gioiosi e colorati sono i funerali degli Ashanti, gli abitanti del Ghana centrale: gente fiera, nobile, molto legata ai costumi tradizionali. Ogni sabato, nella città di Kumasi, capitale del regno Ashanti, si rinnova un appuntamento con la morte, unico nel suo genere: centinaia di persone elegantissime si radunano per l´ultimo ricordo ufficiale di un amico, di un parente, di un semplice conoscente. Il funerale diventa l´occasione per una grande festa collettiva, un rito solenne e sfarzoso dove non c´è traccia di dolore, tristezza, pianti. Il fatto curioso è che il “festeggiato”, ovvero il defunto, spesso è morto anche da molti anni e ciò avviene perché il funerale può essere celebrato solo quando la famiglia è in grado di sostenere le consistenti spese della cerimonia. Gli invitati arrivano vestiti con lussuose tuniche nere e rosse, su cui spiccano monili d´oro purissimo di foggia diversa, a volte così grandi da impacciare i movimenti di chi li indossa.
Intrattenuti dalla musica e dalle danze rituali, essi presentano le loro condoglianze e i loro doni ai parenti dello scomparso. Tutti sono tenuti a offrire qualcosa alla famiglia, per contribuire, anche in piccola misura, allo sforzo economico profuso nella festa: in cambio si ottiene una benedizione e una regolare ricevuta che certifica la propria generosità. La cerimonia termina al tramonto, in un clima sereno e festoso, tra fiumi di bevande locali a base di liquore di palma. Amici e parenti si congedano soddisfatti e si danno appuntamento per il sabato seguente, per dei nuovi funerali.

I DEFUNTI ? MEGLIO TENERSELI BUONI
La buona riuscita di un rito funebre è una questione fondamentale, un aspetto centrale per gli equilibri della società, non solo tra gli Ashanti: in Ghana la morte non rappresenta la fine della vita, ma l´inizio di una nuova fase per lo spirito. E le anime degli antenati, dei parenti morti, continuano a giocare un ruolo importante nelle vicende terrene di tutti i giorni. Possono, per esempio, portare consiglio attraverso i sogni, proteggere la casa dei propri cari, garantire il benessere e concedere la fertilità.

D´altro canto possono anche ammonire i discendenti negligenti mediante segni e piccoli avvenimenti sfortunati, o punirli severamente con la malattia e la morte. Il defunto, insomma, è in grado di influenzare la sorte dei membri della famiglia molto più che quando era in vita. Ciascuno ha dunque un interesse vitale nel mantenere buoni rapporti con gli spiriti ancestrali e la buona organizzazione del funerale è la condizione indispensabile perché le cose possano mettersi bene.

IN THE MEMORY OF…
La cerimonia può durare da pochi giorni a qualche settimana, a seconda dello status del morto e del numero di persone che vogliono porgere l´ultimo saluto. Durante queste interminabili veglie funebri la camera ardente è aperta ai visitatori. Tra una preghiera e un canto, si alzano i lamenti delle donne e i bicchieri colmi di birra e rum degli uomini. Gli ospiti portano doni e banconote da offrire allo scomparso, qualcuno improvvisa un breve discorso d´addio, altri si limitano a indossare fazzoletti rossi in segno di rispetto e di dolore (il rosso, da queste parti, è il colore del lutto). Le strade del quartiere sono tappezzate di manifesti con la foto del defunto. bara-aereo

E la stessa foto compare su decine di t-shirt sgargianti, indossate con fierezza da amici e parenti (“In the memory of …” c´è scritto). Ma l´orgoglio e il prestigio della famiglia ruota attorno alla bara, che deve essere il più possibile elaborata, appariscente e costosa. “Bisogna pagare una fortuna per far felice gli spiriti dei morti e assicurarsi una posizione di riguardo nell´aldilà”, spiega Timothy, 47 anni, cameriere in un ristorante nel centro di Accra. Timothy è uscito economicamente rovinato dalle esequie di un fratello, ma non si lamenta: “I sacrifici che ho fatto saranno ripagati: i miei antenati ora vegliano sulla mia casa… E quando verrà il mio momento, si ricorderanno della mia generosità e mi accoglieranno nel migliore dei modi”.

VISITE FUNEREE
Feretri di lusso e funerali sfarzosi: il culto dei defunti si intreccia con il business senza freni del caro estinto. Avviene in tutto il mondo e non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che qui le bare artistiche stanno diventando un´attrazione turistica. Si tratta di un fenomeno di nicchia, intendiamoci, ma ci sono i segnali di un interesse destinato a crescere: ai turisti “fai da te” che si addentrano tra i caotici vicoli di Teshie in cerca delle botteghe funerarie, si sono aggiunte da qualche tempo alcune comitive di visitatori accompagnati da guide locali (il tour operator Transafrica propone nei suoi viaggi in Ghana una tappa ad Accra, al “quartiere dei fabbricanti di sarcofaghi dalle forme fantasy”: vedere al sito www.transafrica.biz). I falegnami hanno fiutato l´affare e ora chiedono un compenso per una visita ai loro magazzini: 5 euro per vedere e toccare, 10 euro per fotografare o filmare (sono previsti sconti per comitive). Ci guadagno in soldi e in pubblicità.

“L´ETERNO RIPOSO” DEL TURISTA
bare-ghana7Chissà ? Un giorno forse i loro sarcofaghi avranno successo anche in Europa. Per il momento a Teshie sono giunte ordinazioni da musei e collezionisti occidentali. Ma non sono mancati i turisti di passaggio che hanno approfittato dell´occasione per prenotarsi una bara personalizzata. A ben guardare, per il nostro portafoglio la spesa non è affatto esagerata, pur considerando il costo del trasporto via mare. Le imprese funebri di casa nostra propinano, a prezzi ancora maggiori, casse da morto sicuramente più scialbe e anonime. Deve aver pensato così un ragazzo italiano passato da queste parti il mese scorso. “Era entusiasta del nostro lavoro e non ha resistito alla tentazione…”, mi dice un giovane artigiano, che non tarda a mostrarmi la foto della bara che gli ha costruito. La forma ? E´ un telefonino, un cellulare lungo due metri, ricostruito in legno con tutti i particolari: l´antenna, la mascherina verde, i bottoni coi numeri, il display fluorescente. “Manca solo la suoneria – commenta orgoglioso l´artigiano – così potrà riposare in pace”.

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LE INCREDIBILI BARE DEL GHANA

di Marco Trovato reporter indipendente (prima parte)

Ad ognuno il proprio feretro speciale

Nel Sud del Ghana si è sviluppato un business molto particolare: quello delle bare personalizzate. Fabbricate da abili artigiani, ricordano il mestiere o un aspetto saliente della vita del defunto. Costano 700 dollari, una cifra da capogiro. Ma le famiglie danno fondo ai patrimoni per assicurare ai loro amati una sepoltura memorabile. E la moda delle bare artistiche spopola.

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Il signor Paul Kwei se n´è andato in Mercedes. Amava le auto di lusso e sognava di possederne una tanto preziosa. Sapeva di non potersela permettere (non da vivo per lo meno), ma non si è dato per vinto ed è riuscito ad averla per l´ultimo viaggio della sua vita. “La voleva ad ogni costo per il “grande giorno””, spiega suo cugino Sam. “Qualche mese prima di morire, ha racimolato tutti i suoi risparmi per regalarsi quella bara così originale”. Paul ha scelto personalmente i dettagli della carrozzeria, l´alettone fuoriserie, il colore giallo-canarino e l´antenna per l´autoradio. Sulla targa ha voluto solo una sigla: R.I.P., acronimo di “Rest In Peace”, “Riposa In Pace”. “Ci ha lasciati come desiderava”, commenta Sam. “Ovunque si trovi in questo momento, sarà senz´altro orgoglioso del suo addio”.

FERETRI PER OGNI GUSTO
Benvenuti ad Accra, capitale del Ghana, la città delle bare (e dei funerali) più stravaganti del mondo. In questa fetta d´Africa affacciata sul Golfo di Guinea, la morte non fa paura e il culto dei defunti è praticato con passione e fantasia, a cominciare dai feretri che qui prendono le sembianze più curiose.

Ce ne sono per ogni gusto e per ogni esigenza: a forma di cacciavite (per un meccanico), di matita (per un artista), di autocisterna (per un benzinaio), di radio gigante (per un appassionato di musica), addirittura di utero (per una ginecologa)… Ognuno può scegliersi il modello che vuole e, se lo desidera, può farsi seppellire dentro Mercedes di legno.

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Le bare vengono fabbricate alla periferia di Accra, in piccole botteghe artigiane specializzate nella falegnameria funebre. Il quartiere popolare di Teshie, sul lungomare della capitale, è diventato celebre per questo genere di attività: lì si trovano diversi artigiani di etnia Ga che espongono le loro fantasiose creazioni in magazzini affacciati sulla strada. In questi improbabili show-room, incastonati tra ristoranti e negozi, fanno bella mostra di sé decine di sarcofaghi di ogni tipo e colore. Ognuno di essi ha un legame speciale con il defunto che andrà a ospitare: quello a forma di scarpe è destinato ad un calzolaio, il modello a zucchina è prenotato da un contadino, mentre quelli a forma di granchi e aragoste serviranno a qualche pescatore.

LEONI E BOTTIGLIE DI WHISKY
“La bara deve sempre rispecchiare la vita terrena del defunto; simboleggiare il mestiere, il carattere o un aspetto saliente della sua esistenza”, spiega Joe Paa, proprietario di una bottega funeraria a Teshie. “La grande chioccia con le ali luccicanti è stata preparata per una madre che ha allevato con amore i suoi numerosi figli, come una chioccia con i suoi pulcini. Il leone e l´aquila dorata, simboli di forza e di potere, sono destinati ai capi villaggio. La bottiglia di whisky, invece, è di un uomo che ama bere bene…

cocacola

No, non è un ubriacone, altrimenti ci avrebbe ordinato una bara a forma di lattina di birra”. Cose serie, altroché: il campionario dei modelli disponibili è pressoché infinito e ogni feretro viene personalizzato di volta in volta, con piccoli accorgimenti che lo rendono unico.
Nella bottega lavorano a pieno ritmo una decina di ragazzi, alle prese con martelli, seghe e pialle. Chiamarli falegnami sarebbe riduttivo: dalle loro abili mani escono monumenti funebri inimitabili che sono veri e propri capolavori di arte popolare. La fantasia è l´ingrediente che fa la differenza in questo mestiere e gli artigiani, una volta completata la sagoma della bara, danno libero sfogo alla creatività impiegando ogni sorta di colore e di decorazioni: la lunga criniera del leone, le antenne dell´aragosta, i lacci delle scarpe da ginnastica, ecc.

LA CONFEZIONE DI LATTE
Occorrono dai dieci ai trenta giorni di lavoro per realizzare una bara: un´attesa eccessiva per chi deve essere tumulato. “Gli acquirenti “si portano avanti” e la ordinano per tempo”, chiarisce Joe Paa. “Scelgono modello e colore. E poi tornano più volte in officina a controllare che tutto proceda secondo i loro gusti”. Solo quando il proprietario (o qualche parente, nel caso il proprietario venga a mancare prima del previsto) è pienamente soddisfatto del lavoro, l´opera può dirsi ultimata.

Tra le bare più strabilianti create a Teshie c´è quella costruita per madame Kwao, una donna che abitava nel quartiere. L´hanno sepolta dentro una confezione di latte a lunga conservazione, il prodotto per cui era diventata famosa come commerciante. “Era una riproduzione talmente perfetta che fu un peccato vederla sparire sotto terra”, dice uno degli artigiani che contribuirono a realizzarla. Attaccate ai muri della segheria, si conservano ancora le foto della bara: “Al posto della data di scadenza del latte – mi fa notare il ragazzo – abbiamo scritto la data del funerale”. Un tocco di classe, non c´è che dire.

IN PRINCIPIO C´ERA UN FRUTTO DI CACAO
Sebbene sia diffusa in tutto il Ghana meridionale, l´usanza delle bare personalizzate è una tradizione abbastanza recente che risale ad una cinquantina di anni fa. Prima di allora i cristiani usavano seppellire i loro cari nelle casse da morto “rettangolari”, introdotte dagli europei ai tempi della colonia. Erano semplici, classiche, tutte uguali. Troppo uguali: evidentemente qualcuno ricco o importante deve aver pensato che era cosa buona e giusta distinguersi anche da morto. Così la bara è diventata un emblema di potere, un simbolo prestigioso da ostentare all´intera comunità.
Secondo la tradizione popolare, tutto è cominciato con un frutto di cacao. Un importante capo villaggio commissionò ad un falegname che si chiamava Ata Qwoo la realizzazione di una portantina con quella forma.

Il capo però morì prima che l´opera fosse completata e i familiari ritennero giusto usare la portantina come bara, affinché il loro caro potesse riposarvi beatamente, in eterno. Subito dopo toccò alla nonna di un altro falegname, il celebre Seth Kane Kwei, il privilegio di una sepoltura speciale: era una donna grintosa e aveva sempre sognato di volare, così le fu costruita una bara a forma di aereo. E salì in cielo con quella.

scarpa

“MEGLIO PREVEDERE CHE PROVVEDERE”
Fu l´inizio di una moda contagiosa e rivoluzionaria: ben presto la gente cominciò a richiedere bare personalizzate dalle forme più diverse. A Seth Kane Kwei arrivarono ordinazioni da numerosi villaggi, i giornali pubblicarono foto della sua bottega e lui divenne il fabbricante di sarcofaghi più richiesto e famoso del Paese. Il suo motto era “meglio prevedere che provvedere”, ovvero bisognava pensare in anticipo alla propria morte, alla propria bara: fare le cose di fretta, all´ultimo momento, non portava niente di buono. Seth Kane Kwei può essere considerato, se non l´inventore, sicuramente il grande guru delle bare artistiche: grazie a lui la falegnameria funebre in Ghana è diventata un´attività fiorente. Scomparso nel 1978, la sua eredità spirituale è stata raccolta da decine di artigiani e un numero impressionante di loro clienti.

ERNEST FA IL CAMIONISTA…
Gente come Ernest Lulampa, cinquant´anni, che oggi è venuto a Teshie per ordinare la propria bara. “La voglio a forma di betoniera, un mezzo che sognavo sin da bambino e che purtroppo non sono mai riuscito a guidare”, spiega serio. Ernest fa il camionista, è un uomo robusto, gode di ottima salute, ma ha preferito non farsi trovare impreparato all´appuntamento con la morte. “Non si sa mai – dice – meglio approfittarne ora che ho i soldi per affrontare la spesa”. Saggia decisione: il costo di una bara artistica oscilla intorno ai 700 dollari (praticamente il salario medio di un anno in Ghana), ma la spesa può cambiare notevolmente, a seconda della forma, del tipo di legno utilizzato e della creatività dell´artigiano. Si arrivano a toccare cifre da capogiro che solo i più ricchi possono permettersi. Negli ultimi anni, la domanda crescente dei feretri personalizzati ha fatto lievitare ulteriormente i prezzi, tanto da spingere il Governo a intervenire nel tentativo di calmierare le tariffe: poiché il costo dei funerali può lasciare le famiglie con grandi debiti, è stata discussa una legge per limitare le spese funerarie. Ma i ghanesi non vogliono rinunciare a rendere ai loro cari l´omaggio più originale. E non manca chi dà fondo al patrimonio pur di assicurare al proprio amato una sepoltura memorabile.

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Cos’è la morte apparente chiamata anche sindrome di Lazzaro

La morte apparente è una delle maggiori paure per ogni persona.

Si teme di essere dichiarati morti per poi risvegliarsi in una bara senza via d’uscita. Fortunatamente i casi di persone che si sono risvegliate dalla morte non sono molti e soprattutto in quasi tutti i casi non hanno avuto effetti tragici, ed ora hanno la possibilità di continuare la loro vita con i propri cari.

Come fa intuire la sua stessa definizione, si tratta di situazioni in cui una persona sembra essere morta, e le sue funzioni fisiologiche sembrerebbero confermarlo.
Nello specifico, si parla di casi in cui il soggetto
1. non ha battito cardiaco percepibile;
2. alla prova dello specchietto (una superficie riflettente e lucida messa sotto le narici) non reagisce;
3. il suo corpo è svigorito;
4. la temperatura corporea si abbassa sotto i 24°;
5. non ci sono riflessi né movimenti respiratori.

Può accadere che una persona si trovi in questo stato, ma non sia realmente morta: può essere a seguito di una sincope, di una folgorazione oppure a causa di aritmia ipocinetica.

Qualcuno la chiama anche “sindrome di Lazzaro”: un’interruzione momentanea delle funzioni vitali, che però dura solo per breve tempo. Per questo è invalso l’uso di tenere un defunto in osservazione per 48 ore, proprio per scongiurare il pericolo di inumazioni premature.

Eclatante Il caso Colombiano di una donna “resuscita” poco prima di essere sepolta. Gli addetti delle pompe funebri della città colombiana di Cali hanno avuto uno shock, quando una donna di 45 anni, dichiarata clinicamente morta dai medici, ha improvvisamente iniziato a respirare e a muoversi, mentre veniva preparata per la sepoltura.

Gli strumenti medici non rilevavano più sulla paziente né la pressione arteriosa, né la frequenza cardiaca, secondo Miguel Angel Saavedra, un medico della clinica dove la donna era stata ricoverata. Il personale medico così ha firmato il certificato di morte. Si è trattato della “sindrome di Lazzaro”, secondo i medici di quell’ospedale. La donna in realtà era morta, ma ha poi cominciato a respirare di nuovo e a fare dei movimenti. Successivamente la donna venne riportata all’ospedale dove purtroppo entrò in coma.
Cause della morte apparente non sono state ancora definite, vi sono solo teorie a riguardo. Una di queste teorie si basa sull’accumulo di pressione all’interno del torace in conseguenza delle manovre di rianimazione.
Oltre alla teoria sull’accumulo di pressione all’interno del torace in conseguenza delle manovre di rianimazione, vi sono altre teorie che sembrerebbero spiegare la sindrome di Lazzaro.

Le maggiori teorie considerano come principali fattori l’iperpotassiemia e l’utilizzo di alte dosi di adrenalina, tuttavia la scienza è ancora lontana dal trovare una spiegazione veramente valida.

articolo tratto da: www.luttoememoria.it

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Thailandia: la nuova mania delle Bambole-Angelo Luk Thep

articolo tratto da blog-naturalis/expedition.com

Una nuova e inquietante tendenza che sta prendendo piede in Thailandia è quella di prendersi cura delle Luk Thep – delle bambole dai poteri soprannaturali possedute dallo spirito dei bambini che sono morti nel grembo materno.

bamboleChiamate anche bambole-angelo hanno un aspetto realistico e sono in dimensioni naturali.

I proprietari se le portano sempre appresso come un amuleto e le accudiscono proprio come se fossero un bambino vero e proprio.

Questa tendenza di avere la bambola-angelo affonda le sue origini nell’antico culto Kuman Thong dell’adorazione dei feti; in questo modo i credenti possono onorare gli spiriti dei bambini non venuti al mondo senza dover tenere in casa dei feti veri e propri.
In pratica se lo spirito della bambola viene trattato con le dovute attenzioni, sarà grato di dare in cambio fortuna, prosperità e pace spirituale al suo custode. Il risultato è che le bambole vengono trattate come bambini veri e propri.

La maggior parte delle bambole-angelo sono importate dagli USA, ma prima di essere messe in vendita in Thailandia, vengono sottopposte a un elaborato processo di spiritualizzazione dove il monaco invita lo spirito a possedere la bambola. A questo punto la normale bambola acquisisce i poteri soprannaturali e diventa una Luk Thep.

Alcuni bambole contengono reliquie mistiche, vengono cosparse perfino con le ceneri della cremazione di qualche monaco o parente, altri applicano sulle loro fronti sottili foglie d’oro come avviene con le statue dei Buddha, oppure li fanno “tatuare” con mantra e iscrizioni magiche.thailanddolls
Molti Thailandesi, tra cui alcuni personaggi famosi del jet set, sono pronti a confermare l’efficacia delle bambole-angelo, come il DJ radiofonico Bookkoh Thannatchayapan che durante un’intervista ha rivelato che il successo sia dovuto in gran parte alla Luk Thep. Il giorno che ha acquistato i vestitini alla bambola ha ricevuto una telefonata in cui veniva confermato che il suo programma, al momento annullato, sarebbe andato di nuovo in onda.

La moda delle bambole-angelo è talmente dilagata in Thailandia che ormai anche la compagnia aerea Thai Smile, da la possibilità di acquistare un posto al costo di una normale tariffa e come un regolare passeggero, devono allacciarsi le cinture e viene offerto il pasto.
Una cosa è sicura, chi può permetterselo paga, perchè non si sognerebbe mai di mettere il suo angelo nello scompartimento bagagli o sotto il sedile; sarebbe come dare un calcio alla fortuna.
Se vi recate in Thailandia per le vostre prossime vacanze, non dimenticate di inserire nella vostra lista dello shopping la bambola-angelo Luk Thep.

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Paese che vai, rituali funebri che trovi: ecco la nuova usanza dei “morti in piedi”

Con la modernità sono cambiati anche i modi di vivere il culto dei morti e di elaborare il lutto.

Ecco che esternare i propri sentimenti al cimitero con il pianto, dimostrare la propria sofferenza o farsi il segno della croce all’ ingresso del camposanto, diventano atteggiamenti più rari o meno partecipati in alcuni territori e, mentre la commemorazione del defunto è sentita negli strati più maturi ed anziani della popolazione, il numero dei giovani emotivamente coinvolti è sempre più esiguo.

Ci sono moltissime curiosità riguardo i riti funebri nel mondo, come ad esempio quello indonesiano che prevede che il luogo di sepoltura dei bambini morti prima di sviluppare i denti sia scavato dentro i tronchi degli alberi. Si tratta, evidentemente, di creature che appartengono ancora totalmente alla natura.

Veniamo al feretro: in alcune località, fino a poco tempo fa, veniva portato a spalla dai parenti stretti, ora tale usanza sopravvive debolmente e solo in alcuni funerali emblematici.

Tale tipo di trasporto funebre sottolinea due fattori: da un lato, la prossimità tra i vivi e il defunto, dall’altro, il ritmo cadenzato e lento dell’accompagnamento. Si rende onore al morto, sostenendone il peso, ma ciò costituisce una funzione suppletiva: quella di prestare le gambe a chi non può più camminare.

Contestualmente, la lentezza dell’accompagnamento assume valore simbolico, esprimendo la connessione tra vita e morte…morte che attende ognuno piano piano, con passo lento. Le tradizioni funerarie variano a seconda dell’epoca e della sensibilità della società che le adotta.

Da qualche anno, ad esempio, nel bacino del Golfo del Messico sta prendendo piede l’usanza dei “morti in piedi” (muertos paraos). Il primo caso di “muerto parao” avvenne nel 2008 nell’isola di Porto Rico, quando le spoglie di David Morales Colon, un uomo vittima di una sparatoria, vennero allestite pittorescamente , per volere dei parenti, nella camera ardente: il cadavere venne fissato sulla sua motocicletta preferita, come se stesse ancora sfrecciando a tutto gas sulla strada .

pugileSempre nel 2008, i responsabili delle onoranze funebri bissarono questa pratica funeraria col corpo di Luis Angel Pantoja Medina, esposto in piedi nel salotto di famiglia per tutti e tre i giorni della veglia funebre. Fu poi la volta del pugile 24enne Christopher Rivera, imbalsamato e portato sul ring, allestito appositamente per il funerale, dove familiari, amici e fan gli hanno potuto dare l’ultimo saluto. Messo sul quadrilatero, il giovane venne vestito come se fosse pronto al combattimento, con guantoni, scarpe, pantaloncini e occhiali neri.

Ma la pratica funeraria dei morti in piedi sbarca anche a New Orleans, dove “Uncle” Lionel Batiste, storico morta-cantanatemusicista e cantante jazz e blues, decide di farsi imbalsamare in piedi, per l’estremo saluto. E’ poi il turno della mondana Mary Cathryn “Mickey” Easterling, gran dama di New Orleans, seduta, senza vita, tra fiori, piume di struzzo, sigarette e tutto il suo usuale armamentario di seduzione, all’interno del Saenger Theatre, del proprietario di una ditta di veicoli di pronto soccorso, colpito da un proiettile partito accidentalmente da un suo collega ed e immortalato nell’atto di guidare un’autoambulanza, dell’82enne biker Bill Standley, seppellito in Ohio in una bara di plexiglas, appositamente studiata, a cavallo della sua amata moto.