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In data 29/1/2020 è stata approvata in via definitiva dalla commissione Affari sociali della Camera, in sede legislativa, la legge in materia di disposizione del proprio corpo e dei tessuti post mortem a fini di studio, di formazione e di ricerca scientifica (AC1806).
Il testo proposto in Senato per iniziativa del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri (M5S), è stato definitivamente approvato a Montecitorio all’unanimità.
Per il consenso a donare il proprio corpo varranno le stesse modalità delle DAT.
Il provvedimento punta a regolamentare e rendere più facile la donazione dei cadaveri a fini di studio, di ricerca scientifica e di formazione per renderne più facile la donazione.
Oggi infatti, la normativa pone troppi paletti e nei fatti le donazioni sono poche e i nostri chirurghi vanno in Francia, Germania, Austria a seguire dei corsi.
E’ previsto il consenso per la donazione, nonché la istituzione di un elenco di Centri di riferimento.
La legge non è immediatamente operativa, dopo la pubblicazione in GU, poiché servirà un regolamento Miur, Salute, Interno, previa intesa in Stato-Regioni, per dare attuazione alla norma. Il regolamento dovrebbe essere approvato entro 3 mesi.
Importante conoscere anche cosa succederà del corpo dopo lo studio. Difatti lo stesso corpo seguirà le seguenti regole:
L’articolo 6 dispone che i centri di riferimento siano tenuti a restituire la salma alla famiglia in condizioni dignitose entro dodici mesi dalla consegna. Gli oneri per il trasporto del corpo, dal momento del decesso fino alla sua restituzione, le spese relative alla tumulazione, nonché le spese per l’eventuale cremazione sono a carico dei centri medesimi, che provvedono nell’ambito delle risorse destinate ai progetti di ricerca.

articolo tratto da: EUROACT

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Le trasformazioni digitali dei riti funebri: tutte le innovazioni

Le modalità di utilizzo delle attuali tecnologie digitali per modernizzare le ritualità funebri e le forme di custodia della memoria del morto sono infinite, spesso molto bizzarre. Tra Qr code sulla tomba, funerali in streaming, ologrammi, cimiteri hi-tech, medaglioni con i video del caro estinto. Ecco cosa ci aspetta

di Davide Sisto

Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione

Siamo prossimi a un’epoca (o in molti casi ci siamo ci immersi dentro) in cui anche le ritualità funebri saranno ad alta densità tecnologica. Dal Qr Code sulla tomba a cimiteri già completamente hi-tech come il Ruriden di Tokyo, dalla possibilità di stampare su vinile le ceneri dei defunti cremati, personalizzandolo con la propria musica preferita, sono infinite e molto bizzarre (a volte distopiche) le modalità di utilizzo della tecnologia per ricordare i defunti.
Partiamo dalle origini

In un articolo anonimo del 1896, intitolato Voices of the Dead, viene esaltata l’invenzione del fonografo come una vittoria contro la morte. Il Tristo Mietitore sembrerebbe, infatti, aver perso alcuni dei suoi pungiglioni a partire dall’istante in cui l’uomo – grazie all’innovazione tecnologica – è riuscito a trattenere con sé e per sempre le voci dei morti. Qualche anno dopo, nell’Ulisse di Joyce, Leopold Bloom dice tra sé e sé che bisognerebbe mettere un grammofono in ogni tomba o, comunque, tenerne uno in casa. In tal modo, la domenica dopo pranzo, lo si accende e si ascolta la voce del trisnonno. “Ti ricorda la voce come una fotografia ti ricorda un viso. Sennò non ti ricorderesti un viso dopo, mettiamo, quindici anni”.

Il fonografo e il grammofono sono, a fine Ottocento, la conferma definitiva di ciò che si è sempre saputo: lo statuto proprio del morto consiste nell’incarnazione della presenza di un assente. Egli, morto psicofisicamente, rimane in eterno vivo in virtù dei libri, delle lettere, dei ritratti, delle immagini fotografiche che, prodotte nel corso della vita, sopravvivono alla sua fine. Nel romanticismo tedesco del XIX secolo questa incarnazione della presenza di un assente è rappresentata dalla teoria dominante della Geisterwelt, il Mondo degli Spiriti, il quale si intreccia strettamente e senza possibilità di separazione con la Naturwelt, il Mondo della Natura. «Il Mondo degli Spiriti – esclama enfaticamente il Saggio (Emanuel Swedenborg?) nella prima parte del Faust di Goethe – non è sbarrato; la tua mente è chiusa, il tuo cuore è morto!» (v. 444); esso, ribadisce Novalis nell’Allgemeines Brouillon, «ci si è in effetti già dischiuso – Esso è sempre manifesto – Se improvvisamente divenissimo così elastici come sarebbe necessario, ci vedremmo in mezzo a loro» (af. 329). Schelling a sua volta, volendo giustificare la sua concezione della filosofia come un Tutto organico, ritiene inevitabile la presenza di un collegamento continuo tra l’aldilà e l’aldiquà, sottintendendo in tutti i suoi scritti un’integrazione armonica tra il mondo della natura e il mondo degli spiriti. Non più presenti in carne e ossa, i morti – a volte sotto forma di spettri, a volte con le sembianze degli spiriti – non smettono di tener compagnia ai vivi.

Il mondo degli Spiriti racchiuso nel Pc

Ora, nel XXI secolo il Mondo degli Spiriti è racchiuso dentro i nostri computer, smartphone, tablet, in quanto contenitori di una quantità incalcolabile di dati e di informazioni personali che produciamo quotidianamente all’interno dei social network, nei blog e, in linea generale, in ogni spazio privato del web. Ormai convinti che sia un modo di pensare errato quello che fissa una rigida barriera tra la dimensione online e quella offline delle nostre vite, stiamo progressivamente sottoponendo a una metamorfosi significativa i nostri “oggetti” personali, sempre meno fisici e sempre più digitali. Ciò ha ovviamente una ripercussione profonda sulle modalità di concepire le ritualità funebri, mai come oggi in radicale trasformazione.

Se poteva far sorridere, a inizio Novecento, l’idea di porre un grammofono all’interno della bara del trisnonno, oggi ci siamo spinti ben oltre, prossimi a vivere un’epoca in cui le ritualità funebri saranno innovative e radicalmente hi-tech.

Un Qr Code sulla tomba: pro e contro

Già diffusa in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in diversi paesi del nord Europa è l’applicazione sulle tombe di un Qr Code, incollato con un adesivo che resiste a tutte le condizioni atmosferiche. Una volta abbinato al Qr Code il profilo social del defunto (Facebook, Twitter, Instagram) o la pagina del suo blog personale, il parente o l’amico, ma anche lo sconosciuto particolarmente curioso, passa il proprio smartphone o tablet sul codice e accede, così, a tutte le sue informazioni biografiche. Quindi, alle sue immagini, ai vari post scritti nel corso degli anni, ai video che ha registrato. Il Qr Code sulla tomba è un modo decisamente semplice di unire insieme tradizione e innovazione. Se, finora, le informazioni sulle tombe dei defunti sono misere – luogo e data di nascita e di morte, tutt’al più la professione svolta – a breve disporremo di un materiale biografico esaustivo del caro estinto, creando un ponte tra i riti funebri e, per esempio, l’idea di Facebook come enciclopedia dei morti. In Italia il tema sta cominciando lentamente a prendere piede. Un caso interessante è quello di Luca Pais Becher, il quale ha preparato una breve autobiografia in cui descrive, oltre alla sua vita, la malattia tumorale che lo ha colpito. Chiede, quindi, alla moglie di pubblicarla il giorno della sua morte, rendendola l’Homepage definitiva del suo blog personale. Il blog è ora accessibile a tutti i visitatori del cimitero di Volpago, comune in provincia di Treviso, in cui l’uomo è seppellito. Sulla sua tomba, infatti, la moglie ha posizionato un Qr Code che permette a chiunque disponga di uno smartphone di accedere alla sua storia personale contenuta nel blog. Una volta entrati nel suo spazio virtuale, leggiamo queste parole:

«il mio augurio è che tutti possano vivere una vita felice, piena di piccole e grandi avventure, contornata di amore e di affetto, come quella che ho vissuto io. Se vuoi conoscermi di più leggi qui…».

La principale controindicazione del QR Code sulla lapide concerne la manutenzione: occorre cioè controllare costantemente che il sito web a cui rimanda il codice funzioni, che nei cimiteri la connessione dati e il wi-fi siano sempre attivi, che il sistema non diventi obsoleto con le evoluzioni delle tecnologie digitali e telematiche. Ma, di fatto, basta esserne consapevoli, non smettere di coniugare insieme innovazione e tradizione e fare costantemente il backup del materiale biografico del morto su dispositivi che ne garantiscano la durata. Come i loculi tradizionali sono soggetti all’esumazione e all’estumulazione, così i loculi digitali rischiano di non funzionare a causa dell’obsolescenza tecnologica. In entrambi i casi è decisiva la cura da parte dei parenti e degli amici.

Cimiteri hi-tech

Il Qr Code riguarda la singola tomba all’interno di un cimitero tradizionale, dunque il suo uso dipende dalla scelta della singola persona. Sono, ora, già presenti nel mondo cimiteri totalmente hi-tech. Il più noto è il cimitero Ruriden di Tokyo: al suo interno vi sono circa duemila statuette di Buddha, illuminate da luci a LED, che cambiano colore e disegno a seconda della stagione e delle condizioni meteorologiche. Le statuette sono collocate dentro una teca di vetro trasparente, ciascuna delle quali rappresenta un defunto. I parenti dispongono di una smart card con la quale illuminare la statuetta dell’amato e accedere alle informazioni biografiche tramite un computer.

Video e vinili per ricordare il caro estinto

Le modalità di utilizzo delle attuali tecnologie digitali per modernizzare le ritualità funebri e le forme di custodia della memoria del morto sono infinite, spesso molto bizzarre. L’Hereafter Institute, in collaborazione con il Los Angeles County Museum of Art (LACMA), ci insegna che tenere al collo la medaglietta con la piccola fotografia del caro estinto è una pratica del passato. Adesso, possiamo usufruire di un “medaglione” al cui interno vi sono le videoregistrazioni del defunto. Sicuramente più vistoso della medaglietta, ma anche più innovativo. La vedova X potrà, pertanto, evitare di mostrare la fotografia ingiallita del marito Y, offrendo ai suoi interlocutori la possibilità di visionare i video che ritraggono colui che non c’è più.

L’impresa inglese Andvinyly offre invece agli appassionati di musica l’opportunità di stampare su vinile le ceneri dei defunti cremati, personalizzandolo con la propria musica preferita. Si può scegliere anticipatamente l’audio, la copertina e il booklet, quindi si indica un membro della famiglia che si occuperà di tutte le pratiche necessarie, una volta avvenuto il decesso, ricevendo il disco con le ceneri.

Il funerale in streaming

Un altro fenomeno molto curioso è quello del funerale in streaming: basta posizionare, prima della cerimonia funebre, sul soffitto della cappella della chiesa, sistemi digitali appositi per lo streaming, con la telecamera rivolta verso il basso. La trasmissione in diretta della cerimonia, online e sugli schermi del proprio computer, è quindi cosa fatta. Finora, ad accedere ai funerali in streaming sono i parenti stretti del defunto, impossibilitati – magari per ragioni economiche – a partecipare fisicamente al funerale. Tra l’essere assenti e seguire il funerale sullo schermo del proprio computer è sicuramente migliore la seconda opzione. Una volta terminata la cerimonia, non vi è più modo di vederla, benché siano numerose le agenzie di onoranze funebri che si stanno interrogando sull’opportunità di fornire i clienti di una copia permanente dell’evento. La prima azienda a dare la possibilità di vedere in streaming un funerale è stata l’irlandese Funerals Live, la quale è nata dopo l’emigrazione generale dei cittadini irlandesi a causa della crisi economica. Avendo a disposizione questo servizio, gli irlandesi partecipano al rito funebre del caro estinto, senza dover impegnare i pochi risparmi accumulati per ritornare in patria. Gli studi psicologici e sociologici sul fenomeno del funerale in streaming sono svariati, soprattutto alla luce del significato simbolico che appartiene alla cerimonia funebre. Questa, infatti, permette alle persone che vedono con i propri occhi la salma nella bara, e dunque il luogo dove sarà seppellita o cremata, di prendere coscienza definitiva della morte avvenuta e, pertanto, di separare il tempo passato vissuto con il morto dal tempo futuro segnato dalla sua assenza. Sulla base di ciò, molti studiosi ritengono che la visione in streaming sul computer della cerimonia rischia di vanificarne l’utilità, eliminando la prova della morte e creando problemi psicologici nei dolenti.

Voices from the the other side

Le ultime due innovazioni su cui vorrei soffermarmi sono a tratti distopiche. La prima riguarda Fenix Begravning, agenzia svedese di servizi funebri, che sta proponendo ufficialmente ai suoi clienti la possibilità di usufruire dei cosiddetti “griefbot” dei morti mediante il progetto Voices From The the Other Side. Esattamente come avviene nella puntata Be Right Back della serie televisiva Black Mirror e come ha fatto Eugenia Kuyda con Luka, l’applicazione per iPhone con cui si può chattare con lo spettro del defunto Roman Mazurenko, Voices From The the Other Side rielabora i contenuti dei social network usati dal morto, le sue chat e le sue email, di modo da creare una sorta di Siri spettrale. Questo è in grado di conversare – per ora, in modo molto elementare – con i parenti e gli amici a proposito della vita passata trascorsa insieme (e descritta all’interno dei social e nelle conversazioni private). Il griefbot si esprime solo in forma scritta, ma presto riuscirà ad avere una voce, proprio come avviene nel menzionato Be Right Back.

Gli ologrammi

La seconda riguarda un caso recente avvenuto negli Stati Uniti. Una donna, deceduto il fidanzato poco prima del matrimonio, ha chiesto il supporto della fotografa Kristie Fonseca per farsi immortalare insieme all’ologramma del (quasi) marito. In tal modo, ha indossato l’abito da sposa e si è fatta fotografare con questo ologramma, celebrando lo stesso il matrimonio. Il tema degli ologrammi è molto attuale negli Stati Uniti. Pensiamo, banalmente, agli ologrammi dei musicisti morti. Tutt’oggi, per esempio, l’ologramma di Ronnie James Dio, cantante dei Black Sabbath, dei Rainbow e dei Dio, è in tour mondiale – il Dio Returns tour – insieme a musicisti in carne e ossa. Se mai questa pratica prendesse piede anche tra i comuni cittadini, avremo un modo molto diverso di ricordare i morti e un’innovativa forma di ermeneutica tanatologica, dal momento che l’ologramma è e non è il morto. La sua riproduzione, infatti, difficilmente coincide con la persona, unica e irripetibile, che ha vissuto in carne e ossa. Avremo così a che fare con una particolare forma di doppio, il quale condizionerà in modalità del tutto inedite la nostra vita. Chissà cosa ne penserebbe Leopold Bloom, così entusiasta dell’idea di un grammofono in ogni tomba…[1]

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A proposito di alcuni di questi riti funebri (e di altri non menzionati), rimando al mio libro La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino 2018. ↑

 

articolo tratto www.agendadigitale.eu

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Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

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La morte e il morire, un’esperienza di cui riappropriarci

di Emanuele D’Onofrio

L’ultimo numero di Studia patavina esplora come stia cambiando il modo di affrontare l’ultimo atto della vita

Morire, è questa l’idea di Heiddeger insieme ad altri pensatori del Novecento, è l’esperienza più autenticamente umana tra tutte. Eppure nello stesso secolo la tecnologia ha accompagnato il montare di una paura nell’individuo occidentale rispetto al “passo estremo”. Un montare, questo, dovuto in buona parte all’attaccamento che ha coinvolto le nostre società a stili di vita materialistici e al conseguente abbandono di simboli e riti che davano valore alla nostra vita spirituale. “La morte e il morire: oltre il paradigma della rimozione”, l’ultimo numero di Studia Patavina, la rivista della Facoltà Teologica del Triveneto, affronta questo tema sotto vari punti di vista – da quello sociologico a quello bioetico, da quello pastorale a quello medico – in una serie di contributi che raccontano, tra le altre cose, di segnali d’inversione di tendenza rispetto alla nostra paura della morte. Aleteia ha intervistato il professor Antonio Da Re, docente di Storia della Filosofia morale e di Bioetica all’Università di Padova, che ha coordinato la pubblicazione.

È ancora forte la paura di morire nella cultura occidentale?

Da Re: La questione della cosiddetta rimozione della morte sta subendo un ridimensionamento. Per decenni molti studi, anche prestigiosi, hanno sottolineato come nella vita quotidiana si tendesse a rimuovere il pensiero della morte: soprattutto con l’evitare che i bambini vedessero il morto, che si parlasse in pubblico della morte, ecc. Una volta il tabù era il sesso, poi è diventata la morte. La nostra ipotesi interpretativa è che questa questione della rimozione sia ancora presente, ma stia subendo un arretramento, tant’è che della morte si ricomincia a parlare: come questione bioetica, ad esempio, ma non solo in quanto demandata agli esperti, ma proprio in quanto interessa alle persone. Pensiamo al caso di Eluana Englaro, che qualche anno fa divise in modo molto deciso l’opinione pubblica italiana.

Perché se ne ricomincia a parlare?

Da Re: Probabilmente perché le famiglie fanno esperienza di un riavvicinamento alla morte da parte dei propri cari che molto spesso è assai prolungato: questo obbliga a gestire tutte le difficoltà di un’esistenza quotidiana faticosa, divisa tra lavoro, impegni familiari e assistenza ospedaliera, lunga anche molti mesi, ma al tempo stesso produce una sorta di training al pensiero della morte per esempio della propria mamma anziana o del proprio papà anziano. È un pensiero che si radica via via, lentamente. Questo pensiero della morte si accompagna molto spesso ad una riflessione anche critica sulle condizioni del morire. Ad esempio, nel dossier c’è un intervento di Valter Giantin che rende conto di questo processo di “medicalizzazione della morte” – che poi non è che il rovescio della medaglia della “medicalizzazione della vita” – il quale utilizza espressioni molto forti, come “ideologia vitalistica”, “affidamento di poteri alla tecno-medicina”. C’è un prolungamento del vivere che spesso è un prolungamento di un’agonia, si parla di “esistenza medicalizzata”, di “ostinazione vitalistica”. Sono espressioni molto forti, rispetto alle quali qualcuno propone quella che risulta essere una sorta di scorciatoia, l’eutanasia, spesso invocata come soluzione quasi magica. Ma se l’eutanasia venisse legalizzata, ciò comporterebbe una serie di problemi gravi, a cominciare dal rischio di non poter tutelare le vite più indifese, delle persone più vulnerabili e socialmente più esposte. La soluzione che traspare – in alcuni interventi della ricerca – è di ridimensionare questo approccio ipertecnologizzato della medicina: e l’invito rivolto ai medici è di esercitare una medicina del limite, che eviti interventi sproporzionati e gravosi per il paziente, e di riscoprire la dimensione che è loro propria dell’intervento curativo anche laddove non possa essere più finalizzato alla guarigione. Anche attraverso la valorizzazione della medicina palliativa, quindi, è possibile andare verso un riappropriarsi della morte, evitando una sua delega all’apparato molto spesso anonimo del mondo tecnico-medico.

La sensibilità verso il morire sta cambiando negli ospedali?

Da Re: Anche se lentamente qualcosa si sta muovendo. Mi capita spesso di essere chiamato a partecipare a corsi di formazione e vedo che su temi come l’umanizzazione delle cure c’è una forte sensibilità da parte del mondo medico e sanitario. Ma sono processi lunghi, che tra l’altro trovano ostacoli non indifferenti: per esempio, anche il diffondersi della cosiddetta “medicina difensiva” è molto spesso il ricorso a una forma di autotutela per il medico, che per non incorrere in possibili procedimenti giudiziari o per evitare che si rivelino possibili carenze a lui addebitate da parte dei familiari, preferisce aumentare l’intervento medicalizzato. È chiaro che la medicina difensiva contrasta con questo intento di riappropriazione della morte. Però qualcosa si sta muovendo, anche perché sta crescendo la sensibilità nella gente comune. Forse ci si sta accorgendo che la questione della medicalizzazione della morte e della dignità del morire non hanno solo a che fare con dei casi limite, come il caso Englaro, ma hanno a che fare anche con la quotidianità dell’esperienza. Prima o poi capita a ogni famiglia di trovarsi di fronte a situazioni di questo tipo.

La paura della morte è anche la paura del dolore?

Da Re: Certo. C’è una celebre distinzione di Giovanni Berlinguer di anni fa, che io ripeto sempre ai miei studenti, tra la bioetica di frontiera e la bioetica quotidiana. La prima è quella dei casi estremi che riempiono le pagine dei giornali, come il caso dell’Ospedale Pertini dello scambio di embrioni, mentre la seconda è quella di ogni giorno, che cresce continuamente negli ospedali, nei luoghi di cura ma più in generale anche nelle famiglie, dove appunto ci si trova di fronte all’esperienza del morire, all’esperienza della malattia. Questo dovrebbe essere il luogo dove elaborare riflessivamente il senso del morire, anche attraverso la fede, per chi ha la fortuna di avere questa risorsa. Di fronte alla morte e al dolore lo sforzo dovrebbe essere quello di attivare questo sforzo di dare loro senso affinché non siano esperienze estranianti, che poi si pretende di occultare, di rimuovere attraverso la logica dell’apparato tecnico. Quello sì, estremamente alienante.

Una nuova cultura della morte vuol dire anche una nuova cultura della vita?

Da Re: Certo. Nel mio editoriale, menziono brevemente anche la riflessione filosofica del morire che attraversa tutto il Novecento. Nella riflessione filosofica del Novecento questo nesso vita-morte è fortissimo. Max Scheler metteva in evidenza come la rimozione della morte fosse un tarlo dell’uomo europeo, che nasce dal guardare alla vita in modo riduttivo, all’interno di una prospettiva materialistica. La rimozione della morte è la rimozione del vivere autentico, e dunque una riappropriazione della morte significa anche una riappropriazione del vivere quotidiano. Nelle culture orientali, per certi versi c’è ancora un approccio più comprensivo, meno traumatico nei confronti del morire. Ma io temo che il processo di occidentalizzazione e tecnicizzazione di quel mondo innescherà o già sta innescando anche in quei contesti esperienze estranianti.

Nel saggio di Allievi, grande esperto di Islam, ci si pone il problema del morire qui da noi da parte di persone di altre culture e religioni, come ad esempio l’Islam, e quindi della necessità che anche queste esperienze possano essere elaborate attraverso delle ritualità. Il contributo che dovremmo dare non è quello di una prospettiva cosiddetta laica, nella quale la laicità viene intesa come annullamento di tutto. La laicità di cui abbiamo bisogno è inclusiva, non escludente; per questo dovremmo attivare la ricchezza della simbologia del credente cristiano laddove si è attenuata, quella delle altre religioni come pure quella dei non credenti, perché sono convinto che ci sia una spiritualità non immediatamente religiosa che ha bisogno di essere ritualizzata. La morte è una questione troppo seria per poter essere razionalizzata in modo intellettualistico.

 

articolo tratto da  aleteia.org

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Il rapporto dei migranti con la morte e il lutto. Intervista a Federica Gagliostro

di Davide Sisto

Abbiamo intervistato la Dott.ssa Federica Gagliostro, che lavora da circa nove anni nel campo dell’immigrazione, in particolare nell’ambito dell’accoglienza dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana e della protezione dei richiedenti asilo politico. Attualmente opera presso Xenia SRL Impresa Sociale di Torino e ha tra i suoi committenti la prefettura di Torino. Nel corso degli anni, ha portato avanti diversi progetti – SPRAR, FER, accordo Maroni – nel campo dell’accoglienza.

Abbiamo ritenuto interessante chiedere a chi lavora quotidianamente a contatto con i ragazzi provenienti dall’Africa subsahariana qual è il loro rapporto con la morte e con il lutto. Di seguito, il resoconto della chiacchierata, dalla quale si evincono alcuni comportamenti specifici, al di là delle differenze religiose, culturali e sociali del singolo paese africano di origine.

Federica Gagliostro sottolinea subito le difficoltà oggettive nel trovare una convergenza fruttuosa tra il nostro specifico modo di vivere la morte e quello dei ragazzi con cui lavora. Proprio per questo auspicherebbe la presenza al suo fianco di tanatologi, ossia di esperti nell’ambito degli studi sulla morte, che sarebbe fondamentale per migliorare le attività di supporto, soprattutto in relazione all’elaborazione del lutto. Quasi tutti i ragazzi infatti, dice Gagliostro, nonostante la giovane età, sono entrati in contatto prematuro con la morte – dei propri familiari, dei propri amici, dei propri conoscenti. Un’esperienza destabilizzante, che accresce le difficoltà nella relazione con loro: queste morti producono spesso situazioni di vero e proprio “congelamento sociale”, per usare un’espressione di Gagliostro. Vale a dire, una specie di “distacco temporaneo” dalla società, che richiede un’enorme cautela da parte di chi li assiste, tenuto conto anche delle molteplici difficoltà personali vissute nel corso della loro breve vita.

Gagliostro ricorda la morte in circostanze sospette della madre di un ragazzo gambiano arrivato a Torino. La donna, naturalizzata in un altro Stato, dove svolgeva un lavoro socialmente prestigioso, torna in Gambia per ragioni personali. Benché godesse di buona salute, muore all’improvviso. Il figlio, scioccato, ha come prima reazione quella di rasarsi completamente i capelli. La rasatura dei capelli è un’azione spesso praticata dai ragazzi africani in presenza di un lutto doloroso: simboleggia infatti la manifestazione immediata dello shock, il bisogno del cambiamento e la ricerca di un nuovo equilibrio.

Le cause delle morti dei parenti rimasti in Africa rimangono perlopiù sconosciute. Ciò dipende non solo dalla distanza geografica, ma anche dal fatto che la domanda “di cosa è morto?”, che noi poniamo una volta informati di un decesso, non è invece la priorità dei ragazzi subsahariani giunti in Italia. Quando si muore si muore: non interessa, infatti, scoprire perché si è morti. La maggior parte dei ragazzi con cui si è confrontata Gagliostro riconduce la morte a cause e motivazioni che hanno a che fare con la sfera del sacro. Non si cerca di dare una spiegazione razionale, “umana”. Ogni caso di morte, compreso quello che riguarda se stessi, trascende le possibilità dell’uomo ed è frutto di una scelta definibile, in senso lato, “divina”. Pertanto, non occorre porsi domande, non occorre nemmeno pensare alla morte e alla mortalità. Ci sono invece, ad esempio in Nigeria, specifici rituali cui si sottopongono i bambini appena nati, con cui vengono scacciati gli spiriti maligni, le malattie, e la morte. Il corpo di ciascuno di loro porta i segni di questi rituali, che proteggono dalla morte nel caso, ad esempio, che si venga colpiti da una pallottola.

Gagliostro specifica che ci sono differenze culturali tra uno Stato e l’altro. L’Africa è gigantesca e generalizzare è impossibile. Tuttavia, per la sua personale esperienza nel corso di questi nove anni di attività lavorativa nell’accoglienza dei migranti, coglie un approccio alla morte molto diverso dal nostro. Noi, in Occidente, non parliamo di morte perché ci pare inopportuno, perché viviamo come se non dovessimo morire mai, perché il pensiero della morte genera ansia e angoscia. Ma, al tempo stesso, siamo ossessionati dalle cause della morte, poiché riteniamo utopicamente l’uomo in grado di sconfiggere il morire. I ragazzi africani, invece, pensano semplicemente che la morte non sia una questione umana. Non tocca agli uomini meditarci. Non ha senso razionalizzarla perché non fa parte della vita. Questa sorta di naturalezza nel vivere la morte, pervasa da una specie di fatalità a noi del tutto estranea, è appesantita dalla tragica normalità di vedere un corpo morto. Per loro è normale, naturale vedere i corpi morti. Li vedono durante tutti i loro viaggi: nel deserto della Libia, nelle prigioni libiche, nel Mediterraneo, che è un cimitero senza fine. Un cimitero che si appropria dei corpi i quali, scomparendo sul fondo del mare, generano profondi traumi nell’elaborazione del lutto.

Per tali ragioni, dice Gagliostro, un supporto di esperti in ambito tanatologico risulterebbe fruttuoso, innanzitutto, per colmare un vuoto assistenziale, poi per accorciare le distanze culturali e, infine, per intervenire con azioni mirate ad attutire i traumi vissuti dai migranti.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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Un fenomeno chiamato Caitlin Doughty: la curiosità per la morte

di Marina Sozzi

C’è un “fenomeno”, negli Stati Uniti, che si chiama Caitlin Doughty. Dico fenomeno nel senso etimologico del termine: un evento, un’apparizione, che nella nostra cultura ha un significato non banale. Caitlin è una giovane donna laureata in storia medievale, nata nel 1984 alle isole Haway, bruna, solare, robusta, con un sorriso aperto, che vive a Los Angeles. Il suo primo libro l’ha scritto a trent’anni, nel 2014. Sto parlando di una studiosa, ma piuttosto atipica.

Tutti i bambini, qualsiasi cosa credano i loro genitori in merito, pensano alla morte e ne sono affascinati e curiosi. Caitlin però ebbe un’esperienza traumatica legata alla morte, a soli otto anni: in un centro commerciale dove si era recata coi genitori, vide una bambina precipitare dal secondo piano, cadere a faccia in avanti su un bancone laminato e morire sul colpo. I genitori di Caitlin non furono in grado di aiutarla a elaborare quel trauma.

Fu così che Caitlin dovette cavarsela da sé, e scelse di affrontare la morte da vicino, andando a lavorare a ventitré anni in un’impresa di pompe funebri con annesso crematorio, a ritirare, preparare e bruciare cadaveri. Quest’esperienza l’ha portata a contatto con il morire nella sua cruda e materiale espressione, e il suo libro è traboccante di immagini e dettagli piuttosto macabri, dove si narra (ma con pietas, senza alcun compiacimento) l’aspetto che ha un cadavere e come avviene la sua decomposizione. Intanto Caitlin non ha smesso di studiare, e accanto all’esperienza concreta troviamo nel suo scritto la profonda conoscenza della storia della morte di Ariès, delle artes moriendi e delle danze macabre, delle considerazioni sulla “pornografia” della morte del sociologo inglese Gorer, della critica di Jessica Mitford sull’usanza americana di imbalsamare i cadaveri, e di molti altri testi, classici o meno, sulla morte nella nostra cultura.

La combinazione dei due fattori, l’esperienza da un lato e il sapere dall’altro, fanno di Caitlin una miscela unica. La sua consapevolezza di come la negazione della morte sia uno dei problemi più seri dell’occidente contemporaneo non si trasforma in moralistico appunto critico, ma diviene scopo militante della sua vita: Caitlin ha fondato a Los Angeles un’impresa funebre non profit, e non perde occasione per opporsi alla pratica dell’imbalsamazione chimica (pratica tradizionale negli Stati Uniti, ma che non rispetta i corpi morti e non permette ai familiari di entrare in contatto con la realtà della morte).

Da brava americana, Caitlin non è diventata seriosa, trattando del tema della morte, anzi. Ha creato una serie di video youtube educativi, ironici e spassosi allo stesso tempo, intitolati Ask a Mortician (e Mortician è appunto, negli Stati Uniti, l’impresario di pompe funebri). Guardatene uno, tanto per farvi un’idea, ad esempio quello in cui spiega come si fa a tenere chiusa la bocca di un morto.

“I video – mi scrive Doughty in un’intervista che le ho fatto via mail – sono stati visti quasi 40 milioni di volte, e quasi mezzo milione di persone si è iscritta al canale” (anche io l’ho fatto, e sono stata la 462.776esima persona). “E’ stupefacente pensare che video che parlano di come cucire una bocca per farla stare chiusa o cosa è accaduto ai corpi delle persone morte nel Titanic siano stati visti così tante volte. Probabilmente è proprio vero che le persone sono affascinate dalla morte, anche se non ritengono educato menzionarla nelle conversazioni. La maggior parte della gente che guarda i miei video – aggiunge Caitlin – sono giovani donne”.

Questa fascinazione è una questione davvero non trascurabile. Noi intellettuali che ci occupiamo della morte assumiamo troppo spesso un atteggiamento austero, considerando di cattivo gusto tutto ciò che richiama troppo da vicino la carnalità della morte. E’ anche questo che Caitlin ci dice, nel suo libro e nei suoi video, e con tutta la sua testimonianza: non disprezziamo l’umana curiosità per i dettagli cadaverici.

“La gente ama i particolari macabri – mi dice Caitlin. “Moriremo tutti, ed è razionale e ragionevole voler sapere che cosa accadrà al tuo corpo. La gente vuole sapere come un corpo si decompone, cosa succede in un forno crematorio, come un corpo si trasforma in cenere. Credo che ci sia un modo di scrivere della morte che non è raccapricciante e disgustoso, ma basato sulla scienza, la storia e la psicologia”.

C’è, infatti, e Caitlin l’ha trovato.

In italiano il libro di Caitlin Doughty, col titolo Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio, è pubblicato dall’editore Carbonio, un giovane editore nato a Milano nel 2016, ma che promette davvero di diventare una pietra miliare di una nuova editoria non conformista e capace di dare un contributo ai problemi del presente.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

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René Magritte e la morte: il dramma personale riflesso nell’arte

10 settembre 2016 tratto da restaurars
di Laura Corchia

Figure con il volto coperto da un panno bianco, personaggi raffigurati distesi, senza vita. E poi bare disposte in vari ambienti. Presenze funebri che ricorrono spesso nel catalogo di René Magritte (1898-1967), pittore surrealista belga. Questi elementi spingono l’osservatore ad interrogarsi a fondo sul loro significato e spesso diventano il frutto delle più disparate interpretazioni. Ma opere come L’histoire centrale, Les amants e Le fantasticherie del passeggiatore solitario hanno sì un significato nascosto e misterioso, ma rimandano anche ad un episodio chiave dell’infanzia del pittore.


Les Amants, 1928

Quando Magritte aveva quattordici anni, la madre si era gettata in acqua e, nel momento in cui il suo corpo fu recuperato, aveva il volto coperto dalla camicia da notte. Non è chiaro se sia stata la corrente a velarle il viso oppure se ella stessa abbia voluto coprirsi gli occhi per non guardare in faccia la morte. Questa tremenda immagine si fissò nella mente del giovane René e non lo abbandonò per tutto l’arco della sua vita. Ed ecco, dunque, che i suoi dipinti si fecero luogo del dramma, spazio per affrontare il dolore e raffigurarlo, chiamarlo per nome, riviverlo, forse esorcizzarlo.
Una delle prime opere che recano impresso il dramma è Le fantasticherie del viaggiatore solitario, un olio su tela dipinto nel 1926. Sullo sfondo di un paesaggio dominato da pesanti e minacciose nubi stanno due figure: un uomo con la bombetta visto di spalle e un cadavere di donna rigido, secco, calvo, simile ad un osso di seppia. Il fiume rappresentato è senza dubbio il Sambre, dove la donna si era suicidata. Il personaggio maschile è colto nell’atto di voltare le spalle al dolore, nel vano tentativo di rimuovere il dramma che lo ha segnato. Tuttavia, accanto a questa interpretazione di natura biografica ci può essere un’altra: l’uomo è un assassino che volge le spalle alla sua vittima e nasconde l’arma del delitto tra le pieghe del cappotto nero.


Le fantasticherie del viaggiatore solitario, 1926

L’immagine del killer spietato torna infatti in un altro dipinto, eseguito nello stesso anno: L’assassino minacciato. La scena si svolge in un interno privo di mobilio. Si possono scorgere solo una sedia, un letto e un tavolino sul quale è poggiato un grammofono. Nella stanza attigua, due uomini elegantemente abbigliati ed armati di clava e rete scrutano ciò che è appena accaduto e aspettano il momento opportuno per agire. L’assassino non si accorge della loro presenza, intento forse ad ascoltare la musica che inonda l’ambiente e che fa quasi da colonna sonora, come nel fotogramma di un film noir. Ritorna il corpo di donna disteso, il panno bianco attorno al collo, il rivolo di sangue che esce dalla bocca.


L’assassino minacciato, 1926

Come si è già accennato, oltre ai cadaveri coperti dal velo, grandi protagoniste delle opere dell’artista belga sono le casse da morto. Le ritroviamo in almeno due dipinti: Le balcon de Manet del 1950 e Perspective: Madame Récamier de David, eseguita un anno più tardi. Curioso è notare che in entrambi i casi si tratta della rivisitazione, rispettivamente, di Perspective II: Le balcon di Manet e di Madame Récamier di Jacques-Louis David. Magritte si limita a sostituire le figure dipinte dai suoi predecessori con delle bare che assurgono a protagoniste della scena. Secondo Sylvester, “resta il dubbio che le figure siano state metamorfizzate nelle casse da morto, oppure vi siano state rinchiuse vive. In tutti e due i casi, la vita è stata trasformata nella morte”. Di questi quadri, scriverà invece Foucault, “il vuoto invisibilmente contenuto tra le assi di quercia laccata dissolve lo spazio che era composto dal volume dei corpi vivi, dall’espansione degli abiti, dalla direzione dello sguardo e da tutti quei volti pronti a parlare: il ‘non-luogo’ sorge ‘in persona’ – al posto delle persone e là dove non c’è più persona”. Ma, al di là di queste interessanti e complesse interpretazioni, la scelta di questo soggetto cela, ancora una volta, una nota biografica: da fanciullo, Magritte era fortemente attratto dai cimiteri, luogo favorito di scorribande insieme alla sua amica di allora: “Nella mia infanzia, mi piaceva giocare con una bambina nel vecchio cimitero abbandonato di una cittadina di provincia. Visitavamo le cripte di cui riuscivamo a sollevare le pesanti porte di ferro e risalivamo poi alla luce là dove un pittore, venuto dalla capitale dipingeva in un viale molto pittoresco… L’arte della pittura mi sembrava allora vagamente magica e il pittore mi sembrava dotato di poteri superiori”.


Perspective II: Le balcon de Manet, 1950

Per Magritte, dunque, la morte ha una doppia valenza: può essere vista come gioco, come scoperta, o come ingombrante presenza. E quale mezzo migliore per rappresentarla ed esorcizzarla se non la pittura? Il potere del pennello, la magia del colore per raggiungere quella sospirata felicità che, come egli stesso ebbe a dire, “è arte allo stato puro”.

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Possibilità di collocazione di contenitori di ceneri animali in cimitero tradizionale

Negli ultimi anni, anche alla luce del diffondersi dei cimiteri per animali, molti amanti degli animali hanno espresso l’esigenza e in parte il desiderio di essere sepolti con il proprio compagno a quattro zampe.

Il ruolo degli animali domestici si rivela infatti più importante nella vita quotidiana tanto che per la stragrande maggioranza delle persone, l’amata bestiola diventa un vero e proprio membro della famiglia.
Se da una parte sono aumentati i cimiteri per animali in tutto il mondo, in Europa è in parte vietato seppellire gli animali nei cimiteri umani.

Ed è così che sono fioriti luoghi dove i proprietari possono riservare una piccola tomba al proprio animale.

Tuttavia, recentemente, in base alle domande dei proprietari che desiderano essere sepolti con il proprio animale da compagnia, alcuni comuni, anche in Italia, hanno acconsentito, tramite un’ordinanza o con variazioni regolamentari a che gli animali siano sepolti in alcune aree di cimiteri dedicati ai loro padroni e addirittura all’interno delle loro tombe, solo se inceneriti.

Una tendenza che si sta sviluppando e che in Belgio diventa anche oggetto di un un disegno di legge presentato dal parlamentare fiammingo Rob Beenders del partito socialista, s.p.a. (Socialistische Partij Anders). Il disegno di legge prevede che gli animali possano essere sepolti nella tomba del padrone, a condizione che siano cremati.

In tal senso, il parlamentare ha annunciato di voler avviare un progetto pilota nella capoluogo del Limburgo, ad Hasselt dove è tra l’altro consigliere municipale. In un’intervista, Beenders ha ricordato come gli animali da compagnia siano ormai parte integrante della famiglia e come sia “difficile” anche nella morte, separarsi da loro.

 

Articolo tratto da EuroAct

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Cina, la tomba dell’Illuminato. “Trovati i resti cremati di Buddha”

Circa 2.000 sharira appartenenti a Siddhartha Gautama, raccolti e sepolti mille anni fa da due monaci del monastero di Longxing
di  MARIA LUISA PRETE

Resti umani cremati rinvenuti in un cassone di ceramica nella contea di Jingchuan, in Cina, sembrano essere appartenuti a Buddha. Almeno così si legge nell’iscrizione trovata accanto: “I monaci Yunjiang e Zhiming della scuola Lotus, che appartenevano al tempio Mañjusri del monastero di Longxing nella prefettura di Jingzhou, hanno raccolto più di 2.000 pezzi di sharira, così come denti e ossa del Buddha, e li hanno seppelliti nella sala Mañjusri di questo tempio “.

Il termine sharira ha un’accezione ampia e indica qualsiasi tipo di reliquia legata all”Illuminato’, originario del Nepal. E’ quanto risulta dalle relazioni degli archeologi, tradotte in inglese nella rivista Chinese Cultural Relics. Gli scavi nella zona erano iniziati cinque anni fa per riparare le strade del villaggio di Gongchi. Poi, la scoperta di un tesoro: non solo quella che sembra la tomba del famoso asceta, ma anche 260 statue buddiste a corredo.

Secondo la tradizione, Gautama Siddharta morì a Kusinagara, in India nel 486 a.C. e il suo corpo, avvolto in centinaia di pezze di cotone, venne cremato nel corso di una cerimonia imponente. La disputa per impossessarsi dei resti portò alla loro suddivisione tra i maggiori contendenti e alla relativa dispersione dell’immenso patrimonio della sharira.

Circa 1000 anni fa, Yunjiang e Zhiming avrebbero trascorso vent’anni della loro vita a rimettere insieme i resti di Buddha, seppellendo, infine, il loro tesoro il 22 giugno del 1013. Adesso, la loro sacra collezione è stata riportata alla luce.

Gli archeologi non danno certezze: non c’è modo di sapere se effettivamente questi resti appartengano al fondatore di una delle religioni più antiche del mondo.

Rimarrà un mistero. Ma la scoperta ha comunque un grande valore storico perché fornisce un approfondimento inedito sulla cultura che ha plasmato e segnato il buddismo. Le statue, alte circa 2 metri – rinvenute nei pressi del cassone ma forse sepolte in tempi differenti – raffiguranti il Buddha, devoti illuminati, dei o semplici oggetti legati alla spiritualità buddista, erano parte di un complesso luogo di culto.

Questo è solo l’ennesimo capitolo delle vicende legate alle ceneri dell’Illuminato. Tra le precedenti scoperte archeologiche in Cina, quella di un osso del cranio, apparentemente al Buddha, trovato all’interno di uno scrigno d’oro a Nanjing.

 

articolo tratto da Repubblica.it

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Siamo esseri spirituali rivestiti di un bio-corpo

I filosofi pitagorici ritenevano che il corpo fosse la prigione dell’anima, le religioni, poi, nel corso dei secoli hanno affermato con forza la componente spirituale dell’essere umano. In epoca contemporanea, la scienza si è spinta ad ipotizzare che la coscienza umana sia indipendente dal corpo.

La scienza, finalmente, sta allargando i propri confini oltre i limiti del corporeo, per cominciare ad esplorare, nell’ambito della fisica quantistica, la possibilità che la coscienza umana sia una realtà sussistente al di là del corpo fisico.

Molte persone descrivono William A. Tiller – professore emerito di Scienza e Ingegneria dei Materiali, presso la Stanford University – come uno scienziato in anticipo sui tempi. Tiller si è guadagnato la sua reputazione accademica per il suo lavoro scientifico nel campo della cristallizzazione. Ma le sue riflessioni più intriganti fanno riferimento a idee che vanno molto oltre le teorie scientifiche convenzionali sulla natura della coscienza umana: egli ipotizza l’esistenza di energie sottili che vanno al di là delle quattro forze fondamentali (la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, la forza nucleare debole e la forza nucleare forte), le quali lavorano in concerto con la coscienza umana.

Tiller, è convinto che la nostra mente e le nostre emozioni possano evolvere in modo da poter influenzare la nostra vita quotidiana, e persino modificare fisicamente la realtà. Ovviamente, si tratta di idee che affondano nella teoria quantistica della realtà, e quindi di una vera e propria sfida per la comunità scientifica ortodossa.

I pensieri possono cambiare la realtà?
Tiller considera gli esseri umani come esseri spirituali rivestiti di un bio-corpo, dotati, inoltre, di enormi poteri di cui non sono nemmeno consapevoli. Egli ritiene che la nostra coscienza sia un sottoprodotto che viene a generarsi quando lo spirito entra nella materia densa. Tiller, che ha trascorso ben 34 anni nel mondo accademico, dopo essere stato per nove anni fisico consultivo presso i Laboratori di Ricerca Westinghouse, ha pubblicato oltre 250 lavori scientifici convenzionali e numerosi brevetti. Parallelamente, da oltre 30 anni, ha condotto un rigorosissimo studio sperimentale e teorico nel campo della psicoenergia, materia che probabilmente diventerà parte della fisica di domani.

Il professor Tiller sostiene che la scienza classica è spesso troppo limitata per spiegare la complessità del reale. Ad esempio, la nostra comprensione della coscienza è limitata perché l’attuale paradigma è legato essenzialmente alla prospettiva dello spazio-tempo. Egli afferma: “Non si può usare lo spazio-tempo come quadro di riferimento per comprendere la coscienza. Bisogna espandere i sistemi di riferimento in modo da poter cominciare a vedere cosa essa significhi, e come interagisca con la realtà fisica grossolana”. Secondo Tiller: “La nostra coscienza interagisce con la realtà attraverso il nostro bio-corpo: la nostra natura spirituale si esprime così su più livelli: fisico, emotivo, mentale”.
Afferma ancora il professore: “Veniamo al mondo inseriti in questo mega contenitore fisico chiamato Universo, per crescere in coerenza, sviluppare i nostri doni e diventare ciò che abbiamo intenzione di diventare. L’Universo è la scuola in cui impariamo a esprimere il nostro libero arbitrio, facendo delle scelte e accettandone le conseguenze. Queste scelte partecipano alla creazione del nostro presente e del nostro futuro, offrendoci anche la possibilità di comprendere e guarire i danni collaterali conseguenti a tali scelte. Per essere in grado di esplorare i nostri pieni poteri, dobbiamo prima capire chi e cosa siamo”.

E’ chiaro che per Tiller siamo molto più che carne e sangue:”Siamo tutti spiriti che vivono un’esperienza fisica. Siamo inseriti in questo enorme simulatore che è l’Universo, ove rappresentiamo, costituiamo esattamente il prodotto delle nostre azioni, dei nostri pensieri e atteggiamenti. In questo simulatore siamo mortali dal punto di vista corporeo, ma essenzialmente indistruttibili dal punto di vista della coscienza”.

Per realizzare noi stessi in questa vita, e quindi influenzare la nostra realtà fisica, dobbiamo prima trovare lo scopo della nostra vita. “Bisogna dare un senso alla vita, ed essere disposti a sospendere il giudizio. Essere individui aperti e imparare il più possibile su se stessi, sugli altri e sul mondo. Con la meditazione è possibile spingersi ad esplorare la propria interiorità” afferma ancora il professor Tiller.

La scienza psicoenergetica inaugurata da Tiller, assumendo le idee della Teoria Quantistica, afferma essenzialmente che la coscienza umana e la realtà fisica si influenzano reciprocamente, e che il fine della vita fisica sia quello di imparare a conoscere se stessi, gli altri e il mondo. La ricerca del professor Tiller è riassunta da lui stesso con un pensiero del Buddha: “Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato”.

Rivisto da Fisicaquantistica.it
Fonte: http://gold.libero.it/Stella112/12908144.html