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Pompe funebri Barbaiana

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A CHE PUNTO SIAMO CON LA NEGAZIONE DELLA MORTE?

prima parte: I RITI

di Marina Sozzi

A che punto siamo con la negazione della morte? E’ una domanda che un tanatologo, di tanto in tanto, deve porsi.

Questa volta l’interrogativo è stato stimolato anche dalla lettura dell’ultimo libro del sociologo Marzio Barbagli, Alla fine della vita, che afferma che la società moderna non nega e nasconde la morte più di quelle che l’hanno preceduta. Non sono per niente d’accordo con lui, e ho l’impressione che il libro voglia essere una provocazione, ma non sia del tutto equo nei confronti del profluvio di studi e riflessioni che, in tutto il mondo occidentale, hanno esaminato i molteplici significati dell’impasse dei nostri contemporanei non solo di fronte al morire, ma anche dinanzi al soffrire. Sembra che Barbagli voglia un po’ “liquidare” la tesi della negazione della morte, più di quanto non intenda riesaminarla.

Io vorrei, invece, affrontare la domanda sulla negazione della morte come se fosse una domanda nuova, senza dare per scontate le risposte che ho dato in passato. Sono ormai venticinque anni che mi occupo di questi temi, e vi propongo di guardare a ciò che è accaduto nell’ultimo ventennio. La situazione è migliorata? E’ peggiorata? Il discorso è lungo, e comincio oggi proponendovi un tema specifico, quello dei riti funebri.

I riti funebri sono semplicemente cambiati, come dice Barbagli, o c’è una povertà rituale oggi in Italia? Che le modalità di sepoltura siano cambiate è un dato: nel 2016 (ultimi dati disponibili) è stata scelta la cremazione dal 23% delle persone, l’inumazione dal 33% e la tumulazione dal 44%. La scelta cremazionista cresce, per ragioni in parte culturali e in parte economiche. Non credo né ho mai creduto che l’aumento della cremazione, in Italia come in altri paesi, sia sintomo di una deritualizzazione.

l contrario, nei luoghi in cui è stato proposto un rito del Commiato per accompagnare l’affidamento della salma al crematorio, si è fatta un’importante operazione culturale: far riflettere i familiari sull’esigenza di un addio che abbia una struttura rituale, ma che corrisponda anche al desiderio di personalizzazione molto diffuso in Occidente: una poesia, una musica, qualche parola in memoria del defunto pronunciata da chi lo ha amato. Nei crematori dove c’è stata l’offerta di un rito, la popolazione ha maturato anche la capacità di celebrarlo a immagine e somiglianza del morto. Stiamo parlando, però, di una minoranza. C’è un’altra minoranza che pensa per tempo al rito funebre: quella di coloro che, avendo avuto accesso per tempo a buone cure palliative, hanno potuto conciliarsi con la propria morte e hanno dato istruzioni ai loro cari sulla cerimonia che desiderano.

La maggioranza delle persone, invece, si trovano in una situazione di impoverimento rituale. Pensano al rito funebre quando la morte di un congiunto è già avvenuta o sta per sopraggiungere. Allora chiamano le onoranze funebri e delegano loro quasi ogni decisione.
Così accade che molti non credenti si trovino impelagati in un rito cattolico. E forse anche la Chiesa cattolica si sta rendendo conto di quanti problemi ci siano nella celebrazione dei funerali religiosi con persone non religiose o blandamente credenti. I sacerdoti si accorgono che gli astanti non conoscono le formule di rito, non sanno quando alzarsi e sedersi, non conoscono le preghiere. Gli stessi operatori funebri si scandalizzano, inoltre, nel constatare che i partecipanti a molti funerali non riescono a sentire la solennità della morte, e si comportano in modo inappropriato.

Un problema a parte è costituito dalla scarsa offerta di spazi interculturali, dove sia possibile celebrare riti di altre culture o religioni. Ne ho parlato in alcuni miei libri e non vorrei dilungarmi su questo. Certo le cose non vanno meglio di qualche anno fa, né il clima di intolleranza che si va diffondendo nel paese fa presagire nulla di buono su questo fronte. Un’unica notazione positiva: la possibilità (che si sta cominciando a proporre) di assistere in streaming a funerali che si svolgono a migliaia di chilometri dal luogo dove si vive può essere uno strumento importante in un mondo globalizzato, anche se non sostituisce la presenza di persona.
Non è vero, come afferma Barbagli, che tutti i riti hanno perso terreno, e non solo quelli funebri. Forse in alcune nicchie intellettuali della mia generazione di baby boomers c’era un atteggiamento antiritualista, ad esempio ci si sposava in tono minore: era considerato più di buon gusto.

Oggi però i giovani sono tornati con entusiasmo al matrimonio tradizionale, anche quando si sposano civilmente, abito bianco, banchetto e torta nuziale, album di fotografie, bomboniere, (a testimonianza del loro/nostro bisogno di riti), e organizzano feste per il battesimo dei figli. Ma lo stesso non si può affermare per i funerali. Nessuno pensa di onorare la memoria di un defunto con un funerale importante.

Per quanto riguarda i cimiteri, continuano a essere luoghi poco frequentati, con l’esclusione delle persone in lutto e delle celebrazioni dei primi di novembre. Certo, nell’ultimo ventennio sono stati molto valorizzati i cimiteri monumentali, ma soprattutto dal punto di vista artistico-museale.

Invece le proposte innovative, che dovevano modificare il volto ai nostri luoghi dei morti (ad esempio i cimiteri arborei e altri progetti di parchi cimiteriali) non sono riusciti a sfondare, nonostante l’idea piaccia molto a tanti cittadini. Fiacchi i cimiteri virtuali, che pareva dovessero rappresentare il futuro, ma che non esistono quasi più. L’idea codice del Qr da mettere sulle tombe, per accedere a una realtà aumentata, e poter conoscere la storia della persona sepolta, benché interessante, ancora ha fatto poca strada. Intanto, continuiamo a avere cimiteri di loculi.

La commemorazione viaggia soprattutto sui social, Facebook in primo luogo. E’ accaduto che la rievocazione si sia spostata nel mondo virtuale, abbandonando parzialmente quello reale. Ma non mi spingerei a parlare di una nuova cultura funebre. Perlomeno, non ancora. La memoria veicolata dai social network è una memoria troppo carica di informazioni, troppo privata, e che privilegia l’aspetto della consolazione dei vivi rispetto a quello della memoria storica e sociale. E anche da questo punto di vista, manca l’aspetto concreto della presenza fisica degli altri nella vita di chi ha perso un congiunto. Certo, la presenza su Facebook è meglio di nulla. Ma è un succedaneo.

 

articolo tratto da www.sipuodiremorte.it

 

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Sapete che cos’è la “buona morte”? Ce lo spiega Papa Francesco

di Gelsomino Del Guercio

E’ un esercizio che simula il momento del trapasso, quando il corpo viene meno. “In quell’istante vorrei la Madonna vicina”, rivela Bergoglio
Papa Francesco spiega la “buona morte”. E lo fa nel libro “Ave Maria” (Rizzoli) che riprende la serie di interviste rilasciate su Tv2000 a Don Marco Pozza – curatore della pubblicazione – ispirate alla preghiera mariana.

In cosa consiste

Papa Francesco ha detto di aver fatto l’esercizio della “buona morte” e ha raccontato in cosa consiste. In pratica si “simula” il momento del trapasso, quando si sente il corpo venir ormai meno. In quell’istante si stimolava questo esercizio:
«Si cominciava a chiedere pietà al Signore, ma c’era proprio la descrizione del momento della morte. Quando incomincia il sudore: “Gesù misericordioso, abbi pietà di noi..”. Quando manca il respiro: “Gesù misericordioso, abbi pietà di noi…”. Era tutto un po’ tetro. Ma si usava così a quel tempo, era realistico».

San Domenico Savio

San Domenico Savio –Morì di malattia a 14 anni ed è santo patrono di chi è accusato ingiustamente per aver imitato Gesù, che rimase in silenzio quando venne accusato in modo ingiusto.
Il significato della “buona morte”, evidenzia il Papa, consisteva nell’ «abituarsi al fatto di dover morire. C’era anche un esercizio spirituale: pensare alla propria morte. Fare quell’esercizio durante la giornata, per sottolinearne la normalità. Ci raccontavano di san Domenico Savio, a cui, mentre giocava coi compagni, avevano chiesto: “Se in questo momento il Signore ti dicesse che stai per morire, cosa faresti?”.“Mah, continuerei a giocare» aveva risposto lui. Per un santo, la morte è così naturale da non modificare per niente la normalità della vita».

Non “sorella” ma “atto di giustizia finale”

Papa Francesco ha anche ammesso di avere un desiderio. Un domani, quando sarà prossimo a lasciare la vita terrena, vorrebbe che Maria «mi stia vicina e mi dia pace».
«Riuscire a chiamarla sorella, come Francesco d’Assisi?», gli ha chiesto Don Marco Pozza. E Francesco ha risposto così:
«È un’espressione che a me non dice molto. Certo, fa parte della mia cultura, Francesco è geniale, ma non chiamerei “sorella” la morte. Mi piace pensare alla morte come all’atto di giustizia finale. La morte è così da un lato il salario del peccato, ma dall’altro apre la porta alla redenzione. Convivere con la morte non fa parte della mia cultura, ma ognuno di noi ha la propria».

“Sarà una grazia”

In un’udienza a piazza San Pietro (novembre 2017) si era espresso ancora una volta “positivamente” sulla morte.
Di fronte alla morte, aveva detto, dobbiamo comprendere che «per chi crede» è una «porta che si spalanca completamente». Per chi dubita, invece, essa è uno «spiraglio di luce» che filtra da un uscio non chiuso «del tutto». Comunque, per tutti, «sarà una grazia, quando questa luce ci illuminerà».

“In quel momento Gesù verrà da noi”

«Ognuno di noi pensi alla propria morte e si immagini quel momento che – aveva spiegato il Papa – avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà a ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”».

articolo tratto da: it.aleteia.org

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IL RUMORE DEL LUTTO

La manifestazione IL RUMORE DEL LUTTO, patrocinata dal Comune e dall’Università di Parma e organizzata dall’associazione Segnali di vita, avrà luogo dal 30 ottobre al 5 novembre, con due anteprime il 20 e il 25 ottobre. Durante questo periodo in diversi luoghi della città si susseguiranno una quarantina di eventi che spazieranno dalla musica all’architettura, dall’arte al teatro, dalla letteratura al cinema, dalla psicologia alla medicina…, quasi tutti ad ingresso libero, alcuni pensati anche per i bambini.

La ormai consueta manifestazione pone l’attenzione sul tema della morte che da alcuni anni ha superato i limiti del tabù e viene trattato come parte della vita. I sempre più numerosi percorsi culturali di presa di coscienza individuale e collettiva, insieme alle esperienze di ricerca dei linguaggi da adottare e dei contenuti su cui soffermarsi, danno prova dell’affermarsi di una volontà diversa da quella tradizionale che negava e tendeva ad occultare l’evidenza e l’inevitabilità della morte.

In questo nuovo corso culturale e sociale, di cui Il Rumore del Lutto è una concreta esperienza, si inserisce il concetto di death education (o educazione alla morte), con la finalità di favorire e diffondere i significati esistenziali che scaturiscono dallo studio della morte – attraverso una metodologia di insegnamento indirizzata a tutte le età – e tesi a semplificare la riflessione sul valore della vita intesa complessivamente come inizio e fine di un percorso.

Sino alla metà del secolo scorso la morte di una persona condizionava la vita della comunità che supportava e si stringeva intorno alla famiglia, e che, attraverso una forma collettiva di apprendimento dei valori, educava alla consapevolezza della morte costruendo il senso del vivere in previsione del dover morire. Forse, la crisi attuale in cui versano i riti tradizionali e la mancanza di scripts sociali conferiscono a tale inevitabile quanto naturale condizione, i tratti della peggiore delle disgrazie e della assoluta tragedia, indipendentemente dalla causalità dell’evento.
Nei primi giorni di novembre, che per tradizione sono dedicati alla commemorazione dei defunti, a Parma – città dei vivi – è possibile individuare particolari spazi, a parte quelli religiosi in chiesa o al cimitero, in cui incontrarsi per dialogare e confrontarsi, rivalutando la morte ed il morire come elementi della vita.

 

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Antichi riti funebri… dalla sepoltura celeste alla cremazione nell’antica Roma

Sepoltura celeste (Tibet)

La sepoltura celeste è un antico rito funebre tibetano che prevede che il cadavere venga scuoiato e consumato dagli avvoltoi. La prima testimonianza storica di questo rito ci viene da un trattato buddista del XII secolo conosciuto come “Libro della Morte” (Bardo Thodol), ma è molto probabile che l’usanza risalisse a tempi molto precedenti. La sepoltura celeste prevede la recitazione di mantra seguita dalla preparazione del corpo del defunto, che deve procedere tra chiacchierate e sorrisi per sollevare l’anima del trapassato dai pesi terreni. A volte il corpo viene esposto intero agli avvoltoi, altre volte viene ridotto in pezzi per consentire anche a corvi e aquile di cibarsi.

Cremazione vichinga

Contrariamente all’idea comune diffusa da Hollywood, i Vichinghi non dicevano addio ai loro cari deponendone i corpi senza vita su un drakkar e appiccando il fuoco all’imbarcazione: le barche avevano troppo valore per poter essere bruciate ogni volta che moriva qualcuno nella comunità. Il funerale vichingo più comune prevedeva la cremazione su una pira costruita all’aperto (affinché l’anima potesse volare nel Valhalla trasportata dal vento) e la raccolta delle ceneri del defunto in un’urna che successivamente veniva sepolta. Gli individui di rango sociale più elevato potevano permettersi la sepoltura delle proprie ceneri all’interno di una grande bara decorata a forma di nave (più raramente in una nave portata sulla terraferma e poi sepolta) in compagnia di oggetti preziosi, armi e animali sacrificali. Non era raro inoltre che un corpo venisse sepolto semplicemente in un buco nel terreno in seguito riempito di terra e coperto da pietre.

Decomposizione

I riti funebri degli aborigeni australiani variano moltissimo in base al clan d’appartenenza. Uno dei rituali funerari più conosciuti, quello dei Wollaroi, prevede la costruzione di una piattaforma su cui viene deposto il corpo. Il cadavere viene quindi coperto da rami e foglie e si attende per qualche mese che la decomposizione faccia il suo corso; nel frattempo, i “succhi” che colano dal corpo vengono raccolti e usati come unguento magico che donerebbe a chi lo usa le capacità del defunto. Quando rimangono solo le ossa, queste vengono raccolte e sepolte, oppure deposte nella cavità di un albero.

Mesopotamia

I Sumeri credevano che l’aldilà ti trovasse sottoterra e la sepoltura sembrava il metodo migliore per accedere più agevolmente al mondo dei morti. Le persone comuni erano seppellite vicino alla loro residenza, ma se il rituale funerario non veniva rispettato alla lettera potevano tornare sotto forma di fantasmi.
La cremazione era considerato un rituale incapace di dare pace al defunto: salendo verso l’alto dove dimorano gli dei, l’anima umana non avrebbe mai trovato una casa per l’eternità vedendosi rifiutare l’accesso al regno divino.

Egitto

Nell’ Antico Egitto non solo veniva sepolta la gente comune, ma anche gatti e cani, che spesso subivano un processo di mummificazione. Che fosse umano o animale, il defunto veniva sepolto con i suoi oggetti più cari e dopo aver recitato alcuni incantesimi dal Libro dei Morti. I più ricchi potevano invece permettersi la mummificazione e una tomba degna di nota.

Il funerale quasi moderno

Nell’ Antica Roma (e spesso anche in Grecia), il decesso di un membro della famiglia aveva aspetti molto moderni. Il parente più vicino baciava il defunto e gli chiudeva gli occhi, dando inizio ai lamenti funebri. Il corpo veniva quindi posizionato per terra, lavato e consacrato con unguenti; dopo la preparazione, veniva disteso nell’atrio della casa con i piedi in direzione della porta d’ingresso prima di essere portato in processione (pompa funebris) al cimitero per la cremazione. Dopo un’offerta a Cerere, il corpo poteva essere cremato.
In realtà, cremazione e inumazione erano entrambe pratiche molto comuni nella Roma antica, ma indipendentemente dal metodo di sepoltura gli antichi Romani sentivano l’obbligo morale di commemorare i loro antenati ad ogni occasione possibile.

Torri del silenzio

Le Torri del Silenzio (dakhma) sono strutture in legno e argilla alte dai 10 ai 30 metri e strettamente collegate ai riti funebri dell’ Antica Persia e dello Zoroastrismo. Lo Zoroastrismo considera impuri i cadaveri, tra cui dimorerebbe il “demone dei cadaveri” che corrompe ogni cosa; per evitare la contaminazione dei cadaveri, i corpi vengono posizionati in cima ad una torre circolare per esporli al sole e agli uccelli saprofagi (“spazzini”), evitando il contatto con la terra o l’uomo. Una volta che i cadaveri sono ridotti a sole ossa, queste cadono verso il basso andando a riempire il pozzo centrale.

Bara-albero

I Caviteño, abitanti delle regioni rurali di Cavite, Filippine, seppelliscono i loro morti all’interno di alberi cavi. L’albero viene scelto in anticipo dal diretto interessato quando si ha il sentore che il punto di morte sia vicino; non appena passato a miglior vita, il corpo è inserito verticalmente all’interno dell’albero cavo.

Teschi degli antenati

A Kiribati, stato insulare dell’ Oceania, i corpi vengono riesumati mesi dopo la sepoltura per estrarre il cranio del defunto. La famiglia si occupa quindi di pulire il teschio, oliarlo, preservarlo e metterlo in mostra all’interno della casa, di tanto in tanto facendo qualche offerta simbolica al caro estinto.

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FONDAZIONE FLORIANI:

COMPRENDERE IL LUTTO

L’obiettivo di migliorare i sintomi e le condizioni psico-sociali di malati terminali e parenti si protrae anche dopo la morte della persona in cura.
In questo periodo, in cui vengono a mancare le esigenze di pertinenza strettamente medica e infermieristica, si sviluppa una serie di bisogni di tipo psicologico, affettivo ed emotivo che interessano coloro che restano.
Questi bisogni tendono solitamente a diradarsi col tempo, per poi scomparire, ma sono sempre fonte di gravi disagi e a volte, se non correttamente valutati, segnano chi li vive per il resto dell’esistenza.

L’insieme di sentimenti e situazioni che accompagnano la mancanza di una persona cara costituisce“ la sindrome del lutto”.
Bisogna allora identificare queste esigenze, sapervi rispondere adeguatamente e, se necessario, prendersi cura dei sintomi che contraddistinguono la fase di sofferenza causata dalla perdita di una persona cara.

L’obiettivo principale delle Unità di Cure Palliative (UCP) è realizzare la miglior qualità di vita in favore di persone affette da una malattia inguaribile, in stato avanzato, che non traggono più beneficio dalle terapie volte alla guarigione. In un periodo così drammatico dell’esistenza, l’adeguato controllo dei sintomi fisici rappresenta senza dubbio una priorità. Altrettanto fondamentali sono però l’aiuto e il sostegno nei confronti della sofferenza psicologica, sociale del malato e dell’intero nucleo familiare.

I percorsi di cura si sviluppano principalmente a domicilio e, nei casi in cui ciò non sia possibile, all’interno di strutture accoglienti chiamate Hospice.
Malati e familiari vengono assistiti nel pieno rispetto della propria dignità da personale competente, particolarmente attento alla qualità della relazione e della comunicazione.

Spesso l’equipe curante diventa un riferimento molto importante ed è per questo che le Unità di Cure Palliative hanno sviluppato iniziative mirate, che intendono rispondere al bisogno di sostegno anche nel successivo periodo del lutto.
La morte di una persona cara è uno dei dolori più grandi. Il tempo, come si dice, spesso aiuta, ma non è semplice andare avanti, giorno dopo giorno, senza chi non c’è più.

Lutto è un termine che deriva dal latino “lugere” che significa piangere. Rappresenta l’espressione di un insieme di emozioni, sentimenti, vissuti e pensieri che nascono dalla mancanza della persona amata.Non è una malattia, ma un periodo delicato, di particolare vulnerabilità per i congiunti, che necessitano di vicinanza emotiva e sostegno. Spesso gli amici e i parenti offrono la propria disponibilità, ma possono sentirsi essi stessi inadeguati e in difficoltà.

La Fondazione Floriani ha messo a punto una piccola guida dedicata a coloro che stanno vivendo il lutto e a chi sta loro accanto.

Dottor Gennaro Quadraruopolo
Psicoterapeuta per l’assistenza dei pazienti delle Cure Palliative e delle loro famiglie

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Cimiteri: una app per rimanere in contatto con i propri cari

Il fenomeno della realtà aumentata sta ormai diventando la tecnologia più richiesta in ogni branca del mercato, basti pensare al successo clamoroso che ha avuto con Pokemon Go in tutto il mondo.

Tuttavia è difficile pensare quest’innovazione all’interno del settore funerario, eppure c’è chi ci sta lavorando da tempo, come i creatori dell’app “Spot Message”. Quest’applicazione è stata studiata per riprodurre l’immagine del defunto sul proprio smartphone non appena ci si posiziona davanti alla tomba del proprio caro e inoltre, attraverso quest’app, è possibile riprodurre dei messaggi vocali precedentemente registrati dal defunto stesso, prima di passare a miglior vita. In questo modo, attraverso i messaggi registrati e l’immagine del defunto sul proprio telefonino, sembrerà proprio che il nostro amico o parente che sia, stia davvero parlando dalla tomba.

L’originalissima idea è nata in Giappone, ed è venuta a Yoshiyuki Katori, presidente della Ryoshin Sekizai, un’azienda che produce lapidi e che ora ha lanciato questa nuova linea di lapidi “Hi – tech”.

È proprio lui stesso a parlare della sua nuova applicazione: “Mio zio, che aveva un negozio di vernici, è morto otto anni fa cadendo da un’impalcatura. La sua morte è stata così improvvisa che ha devastato le vite della sua famiglia. Io lo rispettavo molto, e così visito spesso la sua tomba, parlando con lui nella mia mente ogni volta che ho problemi con il mio lavoro. Mi sono domandato quanto sarebbe stato bello se lui potesse parlare dalla sua tomba, con messaggi tipo ‘come va?’, oppure ‘tieni duro”.

Come accennato in precedenza il nuovo sistema della Ryoshin Sekizai permetterà ai “futuri defunti” di preparare una serie di messaggi pre-registrati che saranno assocciati ad una determinata lapide o anche ad un luogo specifico a cui il soggetto è particolarmente legato. In questo modo i familiari potranno consultare e interagire col defunto utilizzando il proprio smartphone, una specie di videochiamata dall’aldilà.

L’app è appena stata lanciata sul mercato giapponese, quindi bisognerà attendere qualche mese prima di sapere se ha convinto i cittadini oppure no.

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La settimana Santa in Sardegna

La Settimana Santa in Sardegna è un’esperienza unica ed emozionante.

Secolari tradizioni di origine spagnola si fondono con antichissime usanze mistico-religiose locali (campidanesi, logudoresi e barbaricine) per dar vita a riti, processioni e momenti corali di grande forza espressiva e suggestione. Risaltano soprattutto le processioni dei Misteri, i toccanti riti della deposizione dalla croce (“Su Scravamentu”) e l’incontro tra la statua di Gesù e della Madonna (“S’Incontru”) per le vie dei paesi. Un ruolo di particolare importanza lo svolgono le Confraternite che curano le sacre rappresentazioni e sfilano nei loro suggestivi costumi, intonando canti religiosi in latino e sardo, le cui origini risalgono anche al Medioevo.

Storia dell’evento

Le celebrazioni della Settimana Santa in Sardegna traggono la loro origine principalmente dai riti tradizionali portati nell’isola dalla cultura spagnola e risalenti al Seicento: in molti centri dell’isola, infatti, le liturgie della rappresentazione della passione e morte del Cristo vengono ancora celebrate con antichi cerimoniali di ascendenza medievale, mediati dalla tradizione iberica.
Dalla tradizione spagnola, ad esempio, proviene l’iconografia della Vergine Dolente, protagonista delle celebrazioni.
Ai riti di origine iberica si sovrappongo poi elementi che provengono dalle ancora più antiche tradizioni campidanesi, logudoresi e barbaricine.
A elementi di origine precristiana e in particolare al mito fenicio di Adone che celebrava la morte e rinascita della vegetazione, risale infatti la tradizione di seminare, il Mercoledì delle Ceneri, in piatti pieni di terra o di bambagia chicchi di grano o di legumi che, lasciati al buio, germogliano in fitti ciuffi di foglie lunghe e strette di colore giallo: nascono così le piantine di is nenniris o nenneros, esposte nelle cappelle delle chiese in cui il Giovedì Santo si allestiscono i Sepolcri e si adora il Santissimo Sacramento, e che in passato venivano poi essiccate e utilizzate per le fumigazioni contro i malanni.

A Santu Lussirgiu, ad esempio, fin dal Medioevo poeti, sacerdoti e membri delle confraternite si dedicavano a composizioni cantate o recitate in lingua sarda con il fine di divulgare il Vangelo al popolo.
Nel 1473 i Frati Minori Osservanti eressero un convento annesso alla chiesa di Santa Maria degli Angeli e nel 1605 nacque la confraternita del Santo Rosario, Sa Cunfrarìa ‘e su Rosariu.
Questa confraternita ebbe, fin dall’inizio, il compito di organizzare le sacre rappresentazioni della Settimana Santa e costituì un coro, Su Cuncordu ‘e su Rosariu. Il coro, sempre formato da quattro voci (su bassu, sa oghe, su cuntraltu, sa contra), conserva ancora oggi il repertorio originario di canti in latino e in sardo, con motivi della liturgia e paraliturgia ufficiale e motivi della tradizione popolare arcaica. I canti, liturgici e paraliturgici, tramandati oralmente, accompagnano i momenti più significativi della Settimana Santa.
Anche la Confraternita di Santa Croce ha un coro, Su Cuncordu ‘e Santa Rughe, che assicura la continuità della tradizione lussurgese nell’animazione del canto sacro antico.
La Settimana Santa
Con la Domenica delle Palme inizia la Settimana Santa. L’ascolto del canto del Miserere, la crocifissione e la liberazione del corpo di Cristo dalla croce, sono i momenti più suggestivi e coinvolgenti della Settimana Santa lussurgese.

I riti della Settimana Santa

I riti della Settimana Santa di Santu Lussurgiu sono organizzati dalle quattro confraternite del paese: la confraternita del Rosario, la confraternita di Santa Croce, la confraternita del Carmine e la confraternita dell’Addolorata.
Con la Settimana Santa si celebra il triduo pasquale, ossia la passione, la morte e la risurrezione di Cristo, e si conclude il periodo penitenziale, nel quale i cristiani si preparano a celebrare il più grande mistero del patto della nuova alleanza di Dio con la comunità.
Durante la settimana che precede la Domenica delle Palme nella sacrestia della confraternita del Rosario, Sa Cunfrarìa ‘e su Rosariu, si lavorano le palme che verranno distribuite durante la Domenica delle Palme, mentre i cantori ufficiali, Su Cuncordu ‘e su Rosariu (coro della Confraternita del Rosario) provano.
La Domenica delle Palme iniziano i riti della Settimana Santa con la benedizione e distribuzione al popolo delle palme intrecciate e dei rametti di ulivo.
La santa messa è cantata da Su Cuncordu ‘e Santa Rughe (coro della confraternita di Santa Croce).
Il Martedì Santo, nella chiesa di Santa Croce l’omonima confraternita organizza la rappresentazione de Su Nazarenu (il Cristo alla colonna), una via Crucis accompagnata dai canti Miserere (salmo 50-51) e Novena (Stabat Mater in sardo) eseguiti da Su Cuncordu ‘e Santa Rughe.

SettimanaSanta Santu Lussurgiu secondaria3Il Mercoledì Santo la confraternita del Rosario cura la preparazione del simulacro del Cristo Morto sulla Croce e di tutti gli oggetti che verranno utilizzati per la cerimonia del giorno dopo, come le corde e i cunei di legno (sas cotzas) e le scale per le funi (iscalas de arrambu). La Compagnia delle Prioresse (che hanno il compito di organizzare le feste religiose, curare il decoro delle chiese, assistere i malati e i bisognosi, partecipare a processioni e funerali con i costumi tradizionali) veste la statua della Madonna Addolorata.

SettimanaSanta Santu Lussurgiu secondaria1
Originariamente, il Giovedì Santo, si svolgevano sas criccas, una processione cui partecipavano le quattro confraternite (di Santa Croce, del Rosario, del Carmine, dell’Addolorata) che si concludeva con la celebrazione della messa in Coena Domini (Messa della Cena del Signore).
Oggi, invece, il pomeriggio è dedicato alla preparazione del tavolo per la Cerimonia del Lavabo (lavanda dei piedi). Sul tavolo si stende una tovaglia con lo stemma della confraternita, imbandita con pesce, pane, vino, ortaggi e altro.
Terminata la messa, dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli (Su Cunventu), parte la processione con il simulacro della Madonna Addolorata, portato dalla confraternita del Carmine. Il corteo, chiuso dalla confraternita dell’Addolorata, è accompagnato da Su Cuncordu ‘e su Rosariu che canta versetti del Miserere, nei punti prestabiliti. All’interno della chiesa parrocchiale, la confraternita del Rosario prepara lo spazio per il rito dell’Incravamentu (crocifissione) del Cristo Morto: anche questa funzione è accompagnata da versetti del Miserere che gli anziani hanno soprannominato Miserere Longu, per la sua lunga durata. La sacra rappresentazione termina con una strofa della Novena.
Durante il pomeriggio del Venerdì Santo si prepara la lettiga con i fiori e le candele, il vassoio con i martelli e le pinze, si puliscono le scale per S’Iscravamentu (deposizione dalla croce) e le Prioresse si occupano della vestizione, preparando le fasce colorate, accuratamente arrotolate.
Dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli si avvia una processione accompagnata dai versetti del Miserere, con la lettiga del Cristo Morto circondata da quattro confratelli che portano i lampioni spenti e tutti gli oggetti preparati durante il pomeriggio.
Il corteo arriva alla chiesa parrocchiale, dove il coro intona le strofe della Novena, durante la rappresentazione della deposizione del Cristo.
La deposizione costituisce la parte più drammatica del triduo, i fedeli vengono rapiti dalla predica e dai canti che scandiscono i diversi momenti della deposizione del Cristo morto nell’urna.
Al termine del rito i confratelli (Cunfrades) di Santa Croce si avviano in processione verso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, portando le scale, i chiodi, la lettiga con il Cristo Morto e i lampioni ora accesi; seguono i sacerdoti, il coro de Su Cuncordu ‘e su Rosariu che intona versetti del Miserere, il simulacro della Vergine portata dalla confraternita della Madonna Addolorata e , infine, la confraternita del Carmine.
Giunti in chiesa il Cristo Morto e la Madonna restano esposti per l’adorazione dei fedeli. Durante la notte i cantori radunati nella sagrestia, intonano i canti sacri fino a mezzanotte, poi intercalati anche da canti profani, tutti tramandati dalla tradizione orale dei lussurgesi.
Il Sabato Santo è dedicato alla vestizione dei simulacri della Madonna e del Cristo Risorto: la prima ha un vestito azzurro e sul capo una coroncina d’argento con un velo nero che copre il simulacro per metà; il Cristo Risorto ha sul capo una ghirlanda di fiori con un velo bianco. Entrambi i simulacri saranno scoperti al momento della cerimonia de S’Incontru.
La Domenica di Pasqua si celebra il rito de S’Incontru che rievoca il primo incontro di Cristo Risorto con la Madonna.
Le confraternite del Rosario e del Carmine guidano la processione del simulacro della Madonna con le proprie insegne e gli stendardi partendo dalla chiesa di Santa Maria degli Angeli, mentre le confraternite dell’Addolorata e di Santa Croce, con il simulacro del Cristo Risorto, si riuniscono nella chiesa Parrocchiale.

Al suono delle campane, alligrizios de Pasca, i membri delle quattro confraternite escono dalle due chiese per incontrarsi nel piazzale della parrocchia, dove si svolge S’Incontru.
Qui il parroco, intona il canto Regina Coeli, e i confratelli levano i veli della Madonna e del Cristo; i riti terminano con la celebrazione della messa solenne nella chiesa del Convento accompagnata dai canti del coro de su Cuncordu ‘e su Rosariu.

Vi sono tantissime altre località dove la Settimana Santa viene celebrata con eventi legati alla tradizione: Alghero, Cagliari, Castelsardo,Cuglieri sono altre città dove è possibile partecipare a tali eventi.

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MORTE E FISICA QUANTISTICA: SARA’ VERO??

Sarà per lo scetticismo imperante oppure per la semplice constatazione che una volta morti, non si torna indietro, che tutti siamo convinti della ineluttabilità della morte.

Come dice Amleto:
Essere o non essere, questo è il problema …..
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,
il paese inesplorato dalla cui frontiera
nessun viaggiatore fa ritorno
Eppure c’è qualcuno in grado di dimostrare l’esistenza dell’aldilà. Questo qualcuno, si avvale degli ultimi risultati proposti dalla fisica quantistica.

La morte, da sempre, ha fatto paura a tutti, senza distinzione. Perché? Forse perché si desidera vivere e ci si percepisce come fatti apposta per vivere e sapere che prima o poi diventeremo non essere, getta indubbiamente molta angoscia in tutti, chi più, chi meno.

A nulla vale la filosofia (la paura della morte non ha senso perché se ci sei tu non c’è lei, se c’è lei, non ci sei tu), le sapienze antiche (sciamaniche) o moderne (religioni) assicurano senza dubbio che esistono i campi elisi dove tutti ci ritroveremo (riducendo angoscia e terrore), oppure nelle finzioni cinematografiche dove la morte di buoni e cattivi viene vissuta senza batter ciglio. Tutte cose che hanno una sola funzione: mitigare l’angoscia di un qualcosa che è assolutamente ineluttabile.

Da un po’ però sembra sia entrato in campo un nuovo soggetto, la scienza, che suggerisce un passaggio ad un nuovo stato di vita. Stiamo parlando della fisica quantistica che contrariamente alla fisica della teoria della relatività che si occupa del macrocosmo, questa invece si focalizza del microcosmo ovvero delle particelle al livello atomico e subatomico .

Il dr Robert Lanza che oltre ad aver inventato diverse cose, ha anche scritto numerosi libri Ha elaborato una teoria, quelle del biocentrismo alla base della quale c’è la considerazione che lo spazio e il tempo non esistono al di fuori di noi ma sono solo un prodotto della nostra coscienza e quindi anche la morte è solo un’illusione.

La fisica quantistica, con tutti i vari esperimenti, ha dimostrato che l’osservatore è fondamentale nella formazione della realtà. L’universo può assumere infinite forme ma assume alla fine solo quella che la coscienza dell’osservatore stabilisce. Un po’ come dire che la realtà non è com’è ma come la pensiamo
Quindi, la fisica quantistica conferma le teorie dei vari filosofi, di quelli insomma che sono sempre stati convinti che la realtà è solo il frutto della mente dell’uomo.

Se è vero che spazio e tempo sono necessari all’uomo e ne sono quindi una sua rappresentazione, allora anche la morte e la relativa idea di mortalità sono solo un prodotto della nostra coscienza
Questa teoria ha un grande impatto. La coscienza, costruita giorno dopo giorno non muore con il corpo, anzi, sarebbe in grado di sopravvivere ad esso.

Sarà vero?

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Cimitero Allegro di Sapanta, Romania

Una risata vi seppellirà: il Cimitirul Vesel è sicuramente il luogo di sepoltura più bizzarro che vi possa mai capitare di incontrare.

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Non c’è spazio per la tristezza da queste parti: qui le tombe sono colorate e arricchite da decorazioni vivaci. Ma non è l’unica cosa a farci sorridere: le varie lapidi sono incise con epitaffi umoristici sulla morte dei loro proprietari. E accompagnate da immagini che ne rappresentano la loro vita, i loro hobby, le loro passioni e persino il momento della loro morte.

Il Cimitero Allegro di Sapalta è opera di uno scultore, Stan Ioan Patraş, che nel 1934 decise di intagliarsi la propria tomba nel legno. E lo spirito comico con cui lo fece lo ispirò talmente tanto da proseguire nell’opera con altre croci.sapantaa2

Il cimitero ha continuato a crescere con il suo umore positivo anche durante gli anni della guerra e del regime comunista. E tutt’oggi segue le orme del suo autore, ormai defunto, contando un totale di 800 tombe. Nonostante le apparenze, questo luogo è meno paradossale di quanto si possa pensare. La cultura rumena ha un atteggiamento molto ottimista nei confronti della morte: un retaggio degli antichi Daci, che credevano nell’immortalità dell’anima e nel passaggio a una vita migliore.

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frozen dead guy days

Stranezze ovvero come sconvolgere una cittadina!

Nel 1989, un cittadina norvegese di nome Trygve Bauge portò il cadavere di suo nonno, Bredo Morstøl, negli Stati Uniti .
Il corpo venne conservato in ghiaccio secco per il viaggio e conservato in azoto liquido in California, dal 1990 al 1993.
Nel 1993, Bredo venne rimesso nel ghiaccio secco e trasportato nella città di Nederland in Colorado dove Trygve e sua madre Aud crearono una struttura crionica:la propria abitazione!
A seguito di un’esecuzione di sfratto la particolare situazione venne a galla.
La storia fece scalpore tantè che la città aggiunse una nuova ampia disposizione al proprio Codice al fine di normare la “Tenuta dei corpi”, mettendo al bando la tenuta di “tutto o in parte della persona, del corpo o carcassa di un essere umano o animale o altre specie biologica che non è vivo su qualsiasi proprietà “.
Tuttavia, a causa della pubblicità che si era creata, l’amministrazione della città fece un’eccezione creando una clausola di salvaguardia che prevedeva la conservazione della salma di Trygve presso la Delta Tech, società ambientale locale.

Negli anni successivi venne anche costruito un nuovo capannone dove conservare criogenicamente il corpo ma la cosa più bizzarra è che dal 2002 a Nederland si è creata una manifestazione dal nome Frozen dead guy days per commemorare questa salma congelata.
La particolare festa avviene il primo fine settimana di marzo e prevede gare di bare e una parata a tema funerario.

Vi è poi la possibilità di un tour della Tuff Shed dove il nonno è ancora congelato ma soprattutto un “tuffo polare” per chi ha il coraggio di andare a nuotare in Colorado all’inizio di marzo (che in genere richiede rompendo il ghiaccio);
La più recente celebrazione si è tenuta 7-9 marzo 2014 e la prossima è prevista per dal 11 al 13 Marzo 2016.