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Quando i bambini capiscono la morte?

DI VIRGINIA HUGHES

Mercoledì mattina sono andato al funerale del nonno di mio marito, che aveva vissuto 93 anni. Mentre una dozzina di membri della famiglia giravano intorno alla sua tomba, non potei fare a meno di pensare a quanto sia bizzarra e disorientante la morte. Solo pochi giorni prima, esisteva, esisteva un uomo fisicamente robusto, sorridente, caldo, che respirava. E ora il suo grosso corpo era in qualche modo fissato in una scatola di legno, che scendeva in un buco sporco a pochi metri dalla sua vedova in lacrime, figli, nipoti e pronipote.

Mia nipote Emily, che ha quasi 3 anni, era sul fianco di sua madre, faceva uno spuntino a Cheerios e osservava attentamente la sepoltura. “Che cosa stiamo facendo?” Disse. “Saluta Opa” sussurrò sua madre. “Ciao, Opa!” Disse allegramente Emily. Sua madre scoppiò a piangere. “Cosa c’è che non va, mamma?”

È stato uno dei tanti momenti agrodolci del mattino, un promemoria che, anche in mezzo alla morte, la vita continua. Continuavo a pensarci per tutto il giorno, mentre vedevo Emily ridere, arrampicarsi e correre in un appartamento pieno di lutto. Quando un bambino impara il concetto di morte? E come fanno gli scienziati a capirlo?

Si scopre che gli psicologi hanno studiato le idee di morte dei bambini dagli anni ’30. Se giudicati attraverso una lente moderna, alcuni di questi primi studi sembrano un po ‘stravaganti. Nel primo, pubblicato nel 1934, i medici hanno intervistato ragazzi che vivevano al Bellevue Psychiatric Hospital di New York. Come parte dell’intervista, hanno registrato le risposte dei ragazzi dopo che una bambola è caduta a terra con un forte rumore.

Uno dei primi studi più famosi è stato condotto dalla psicologa ungherese Maria Nagy. Ha intervistato circa 400 bambini che vivono a Budapest subito dopo la seconda guerra mondiale, un’epoca in cui la morte era ovunque. Ha semplicemente chiesto loro di rispondere, in parole o immagini, “Cos’è la morte?”

Solo uno studio ha esaminato questo argomento negli anni ’50, seguito da otto negli anni ’60 e due dozzine negli anni ’70. Quasi tutti questi studi, secondo un’affascinante recensione pubblicata nel 1984, si basavano su interviste con bambini. Alcuni, come Nagy, ponevano domande aperte, mentre altri erano più specifici, ponendo cose come: una persona morta può tornare in vita? Riesci a pensare a qualcuno che potrebbe non morire? Morirai?

Non importa quale sia la tua età, la morte non è facile da definire. Ma ai fini della ricerca, gli scienziati definiscono la comprensione della morte di un bambino osservando tre aspetti specifici del concetto.

La prima è l’ irreversibilità della morte . Una volta che il tuo corpo è morto, non può più essere vivo. I bambini sotto i 3 anni non capiscono questa idea; parleranno di morti come se fossero andati in viaggio o facessero un pisolino, o terranno aperta la possibilità che le cose morte possano tornare in vita con l’aiuto di acqua, cibo, medicine o magia. I bambini iniziano a comprendere la finalità della morte all’età di 4 anni. In uno studio tipico , i ricercatori hanno scoperto che il 10% dei bambini di 3 anni capisce l’irreversibilità, rispetto al 58% dei bambini di 4 anni.

Gli altri due aspetti della morte vengono appresi un po ‘più tardi, di solito tra i 5 e i 7 anni. Uno, soprannominato ” non funzionalità “, è l’idea che un cadavere non possa più fare cose che un corpo vivente può fare. Prima che ciò venga compreso, i bambini risponderanno affermativamente a domande come: Può sentirsi una persona morta? o Se qualcuno morisse, potrebbe ancora mangiare? Può muoversi? Può sognare?

Poi c’è l’attributo più sconcertante della morte, almeno per me: la sua universalità . Ogni essere vivente muore, ogni pianta, ogni animale, ogni persona. Ognuno di noi scadrà un giorno. È interessante notare che prima che i bambini imparino questo, molti credono che ci siano alcuni gruppi di persone che sono protetti dalla morte, come insegnanti, genitori e se stessi. “Senza dubbio, la maggior parte dei bambini capisce che alcune persone muoiono prima di capire che moriranno loro”, scrivono gli autori della recensione. E anche i bambini che capiscono che un giorno periranno “hanno la tendenza a dire che la loro morte accadrà solo nel futuro remoto quando invecchiano”.

Queste sono tutte generalità e tendenze. Alcuni bambini si sviluppano più rapidamente di altri. E alcuni studi hanno scoperto che eventi emotivamente traumatici – come la perdita di un genitore – possono accelerare la comprensione della morte da parte di un bambino.

Questa ricerca aiuta a spiegare la reazione di mia nipote al funerale. Ma è strano semplificare la morte come se fosse un altro concetto cognitivo iniziale, come la permanenza degli oggetti o la teoria della mente. Ho 26 anni con mia nipote e non ho ancora raggiunto la pietra miliare dello sviluppo della comprensione della morte. Dubito che lo farò mai.

 

articolo pubblicatu su www.nationalgeographic.com

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Natale accendi una lanterna per i tuoi cari defunti

Una bellissima tradizione che viene dal sud-ovest americano: la vigilia di Natale, le famiglie accendono lanterne per ricordare i cari defunti…

Lanterne accese la Vigilia di Natale per ricordare i defunti

Nel sud-ovest americano, infatti, la vigilia di Natale le famiglie si recano in visita alle tombe dei propri cari per decorarle con luci e lanterne di vario tipo.

«Le luci più semplici e belle sono le Luminarias – spiega la tanatologa Gail Rubin – delle lanterne da esterno create con sacchetti di carta, sabbia e una candela votiva. Quando centinaia di tombe sono piene di migliaia di Luminarias, il risultato è un suggestivo e sereno campo illuminato dall’amore».

Alcune famiglie, dopo aver visitato il cimitero e ricordato i propri defunti, si riuniscono a casa per cenare assieme; altre invece portano cibo direttamente al cimitero, per mangiare e bere durante la visita alle tombe.

«Mi rendo conto che la tradizione non è semplice da importare in altri Paesi – conclude la tanatologa – perché ogni cimitero ha precise regole e orari.

«Allo stesso tempo, però, chiunque può fare propria questa tradizione, accendendo una lanterna nel giardino di casa, oppure sul terrazzo, su un davanzale. Un piccolo gesto per onorare e ricordare i defunti».

Un rito, aggiungiamo noi, che si può portare avanti insieme a tutta la famiglia, coinvolgendo anche i bambini, mantenendo vivo il ricordo di chi abbiamo amato.

 

articolo tartto da socrem.bologna.it

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LE INCREDIBILI BARE DEL GHANA

di Marco Trovato reporter indipendente (seconda parte)

UN FUNERALE INDIMENTICABILE
Ancora oggi la gente di Jamestown, caotico sobborgo di Accra, si ricorda del funerale di Ernest Tagoe, un vecchio pescatore morto qualche anno fa. La salma dell´uomo fu adagiata in una bara davvero unica, che aveva la forma di una copia piegata del “Daily Graphic”, il maggiore quotidiano ghanese. Il signor Tagoe, infatti, pur essendo analfabeta, era stato soprannominato dagli amici “Daily”, perché ogni giorno si faceva leggere dal figlio le notizie riportate su quel giornale, che poi raccontava a sua volta a tutto il vicinato, diventando in pratica l´edizione di quartiere del “Daily”. Al funerale del signor Tagoe c´erano anche i giornalisti tedeschi Klaus Muller e Ute Ritz-Muller, che hanno raccontato quella indimenticabile giornata nel loro libro “Africa riti e tradizioni di un continente” (Konemann 1999): “Chiuso il sarcofago, quattro prestanti giovanotti, resi ancora più energici dal gin, se lo caricarono in spalla e presero a correre per gli stretti vicoli di Jamestown, fermandosi ogni tanto perché amici e parenti potessero donare al defunto l´estremo saluto… Gran parte dei 16 chilometri del percorso furono coperti a passo di corsa, con la processione funebre impegnata in un faticoso inseguimento, e il cadavere trovò infine pace una volta giunto al cimitero”.

L´IMPORTANTE E´ ESAGERARE
ananasLa gente del Ghana ha una particolare propensione a fare della propria morte una specie di fuoco d´artificio, uno straordinario spettacolo pirotecnico, il cui principale scopo è impressionare, suscitare lo stupore e l´ammirazione generale. “La vita, comunque sia stata, deve terminare in magnificenza”, mi ha spiegato, tempo fa, un taxista di Accra, con cui ero rimasto intrappolato nel traffico per via di un interminabile funerale.

Alla radio, tra un talk show e un notiziario, è possibile ascoltare i necrologi che quotidianamente aggiornano il calendario delle morti e dei cortei funebri: sono tra i programmi più gettonati in assoluto.
Se la moda delle bare artistiche spopola tra i ricchi, quella dei funerali estrosi e stravaganti è una tradizione popolare. Un grande evento sociale che nasce dal fantasioso sincretismo fra la religione cristiana (qui moltiplicata in un ampio ventaglio di sette pentecostali o apocalittiche) e l´animismo delle origini.

DOLORI E DANZE
bara1Basta girovagare per le città e i villaggi della costa, specie nel fine settimana, per accorgersi delle dimensioni assunte dal fenomeno: tra ingorghi di traffico e mercati affollati, non è raro imbattersi in cortei allegri e chiassosi che seguono casse da morto a forma di pannocchie, di aerei, di pesci, di uccelli e persino di bottiglie di Coca Cola o di pile Duracell.

I pochi turisti di passaggio guardano sbigottiti, senza capire: non immaginano di trovarsi di fronte ad un funerale. La confusione in questi cortei regna sovrana: le urla e i lamenti della gente si intrecciano con il ritmo dei tamburi, la musica delle fanfare, i clacson delle auto. E c´è chi, invece di camminare, avanza a passi di danza.
Ai nostri occhi tutta questa sfacciata eccitazione appare come una mancanza di rispetto verso chi è morto e chi soffre per la perdita del proprio caro, ma è vero il contrario: secondo l´opinione corrente infatti, maggiore è il chiasso che si riesce a procurare nei funerali e maggiore è l´omaggio che si rende al defunto. Un corteo funebre misero e silenzioso, invece, potrebbe offendere e irritare il caro estinto.bara-a-forma-di-barca

I FUNERALI ASHANTI
Particolarmente gioiosi e colorati sono i funerali degli Ashanti, gli abitanti del Ghana centrale: gente fiera, nobile, molto legata ai costumi tradizionali. Ogni sabato, nella città di Kumasi, capitale del regno Ashanti, si rinnova un appuntamento con la morte, unico nel suo genere: centinaia di persone elegantissime si radunano per l´ultimo ricordo ufficiale di un amico, di un parente, di un semplice conoscente. Il funerale diventa l´occasione per una grande festa collettiva, un rito solenne e sfarzoso dove non c´è traccia di dolore, tristezza, pianti. Il fatto curioso è che il “festeggiato”, ovvero il defunto, spesso è morto anche da molti anni e ciò avviene perché il funerale può essere celebrato solo quando la famiglia è in grado di sostenere le consistenti spese della cerimonia. Gli invitati arrivano vestiti con lussuose tuniche nere e rosse, su cui spiccano monili d´oro purissimo di foggia diversa, a volte così grandi da impacciare i movimenti di chi li indossa.
Intrattenuti dalla musica e dalle danze rituali, essi presentano le loro condoglianze e i loro doni ai parenti dello scomparso. Tutti sono tenuti a offrire qualcosa alla famiglia, per contribuire, anche in piccola misura, allo sforzo economico profuso nella festa: in cambio si ottiene una benedizione e una regolare ricevuta che certifica la propria generosità. La cerimonia termina al tramonto, in un clima sereno e festoso, tra fiumi di bevande locali a base di liquore di palma. Amici e parenti si congedano soddisfatti e si danno appuntamento per il sabato seguente, per dei nuovi funerali.

I DEFUNTI ? MEGLIO TENERSELI BUONI
La buona riuscita di un rito funebre è una questione fondamentale, un aspetto centrale per gli equilibri della società, non solo tra gli Ashanti: in Ghana la morte non rappresenta la fine della vita, ma l´inizio di una nuova fase per lo spirito. E le anime degli antenati, dei parenti morti, continuano a giocare un ruolo importante nelle vicende terrene di tutti i giorni. Possono, per esempio, portare consiglio attraverso i sogni, proteggere la casa dei propri cari, garantire il benessere e concedere la fertilità.

D´altro canto possono anche ammonire i discendenti negligenti mediante segni e piccoli avvenimenti sfortunati, o punirli severamente con la malattia e la morte. Il defunto, insomma, è in grado di influenzare la sorte dei membri della famiglia molto più che quando era in vita. Ciascuno ha dunque un interesse vitale nel mantenere buoni rapporti con gli spiriti ancestrali e la buona organizzazione del funerale è la condizione indispensabile perché le cose possano mettersi bene.

IN THE MEMORY OF…
La cerimonia può durare da pochi giorni a qualche settimana, a seconda dello status del morto e del numero di persone che vogliono porgere l´ultimo saluto. Durante queste interminabili veglie funebri la camera ardente è aperta ai visitatori. Tra una preghiera e un canto, si alzano i lamenti delle donne e i bicchieri colmi di birra e rum degli uomini. Gli ospiti portano doni e banconote da offrire allo scomparso, qualcuno improvvisa un breve discorso d´addio, altri si limitano a indossare fazzoletti rossi in segno di rispetto e di dolore (il rosso, da queste parti, è il colore del lutto). Le strade del quartiere sono tappezzate di manifesti con la foto del defunto. bara-aereo

E la stessa foto compare su decine di t-shirt sgargianti, indossate con fierezza da amici e parenti (“In the memory of …” c´è scritto). Ma l´orgoglio e il prestigio della famiglia ruota attorno alla bara, che deve essere il più possibile elaborata, appariscente e costosa. “Bisogna pagare una fortuna per far felice gli spiriti dei morti e assicurarsi una posizione di riguardo nell´aldilà”, spiega Timothy, 47 anni, cameriere in un ristorante nel centro di Accra. Timothy è uscito economicamente rovinato dalle esequie di un fratello, ma non si lamenta: “I sacrifici che ho fatto saranno ripagati: i miei antenati ora vegliano sulla mia casa… E quando verrà il mio momento, si ricorderanno della mia generosità e mi accoglieranno nel migliore dei modi”.

VISITE FUNEREE
Feretri di lusso e funerali sfarzosi: il culto dei defunti si intreccia con il business senza freni del caro estinto. Avviene in tutto il mondo e non ci sarebbe nulla di strano, se non fosse che qui le bare artistiche stanno diventando un´attrazione turistica. Si tratta di un fenomeno di nicchia, intendiamoci, ma ci sono i segnali di un interesse destinato a crescere: ai turisti “fai da te” che si addentrano tra i caotici vicoli di Teshie in cerca delle botteghe funerarie, si sono aggiunte da qualche tempo alcune comitive di visitatori accompagnati da guide locali (il tour operator Transafrica propone nei suoi viaggi in Ghana una tappa ad Accra, al “quartiere dei fabbricanti di sarcofaghi dalle forme fantasy”: vedere al sito www.transafrica.biz). I falegnami hanno fiutato l´affare e ora chiedono un compenso per una visita ai loro magazzini: 5 euro per vedere e toccare, 10 euro per fotografare o filmare (sono previsti sconti per comitive). Ci guadagno in soldi e in pubblicità.

“L´ETERNO RIPOSO” DEL TURISTA
bare-ghana7Chissà ? Un giorno forse i loro sarcofaghi avranno successo anche in Europa. Per il momento a Teshie sono giunte ordinazioni da musei e collezionisti occidentali. Ma non sono mancati i turisti di passaggio che hanno approfittato dell´occasione per prenotarsi una bara personalizzata. A ben guardare, per il nostro portafoglio la spesa non è affatto esagerata, pur considerando il costo del trasporto via mare. Le imprese funebri di casa nostra propinano, a prezzi ancora maggiori, casse da morto sicuramente più scialbe e anonime. Deve aver pensato così un ragazzo italiano passato da queste parti il mese scorso. “Era entusiasta del nostro lavoro e non ha resistito alla tentazione…”, mi dice un giovane artigiano, che non tarda a mostrarmi la foto della bara che gli ha costruito. La forma ? E´ un telefonino, un cellulare lungo due metri, ricostruito in legno con tutti i particolari: l´antenna, la mascherina verde, i bottoni coi numeri, il display fluorescente. “Manca solo la suoneria – commenta orgoglioso l´artigiano – così potrà riposare in pace”.

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LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA di RENZO PATERNOSTER 

Medioevo

L’atteggiamento medievale verso l’evento morte è, invece, a metà strada tra rassegnazione passiva e fiducia mistica. Per l’uomo medievale, condizionato dall’imporsi delle religioni rivelate e dalle rispettive dottrine, la morte è fonte di sicuro timore: l’anima dell’individuo morto, secondo la sua condotta in vita, poteva subire una punizione senza fine o essere premiato con la vita eterna.

cardini_danza_macabraSe la morte naturale era fonte di timore, la morte prematura era il terrore dell’uomo medievale. A subitanea et improvisa morte, libera nos, Domine. Era questa la preghiera che quotidianamente i cristiani innalzavano a Dio durante il Medioevo: evitaci, Signore, di morire di colpo, senza avere nemmeno il tempo di confessarci.
Nel Medioevo la morte è anche il riconoscimento di un inevitabile destino, una ciclicità della vita paragonabile alle stagioni. Per questo essa andava “vissuta” in prima persona dal morente, nel proprio letto, e in seconda persona da tutti quelli che erano vicini al morente, donne, uomini, bambini, anziani. Tutti partecipavano a questo evento visto nella sua naturalezza e vissuto con semplicità, ordine, e calma, senza eccessiva emozione e drammaticità.

In riferimento alla nuova visione cristiana, nella morte l’uomo medievale vedeva la fine del corpo, ma anche il preludio al giudizio divino dell’anima del defunto. Per questo era indispensabile morire “in pace con Dio”, senza peccato, quindi dopo essersi confessati e aver recitato le preghiere.

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A partire dal XIV secolo, il periodo della peste nera e della grande crisi del Basso Medioevo, la morte diventa un evento quotidiano. Nel detto religioso-popolare “A peste, fame et bello libera nos, Domine” si possono riconoscere le tracce dei grandi e ricorrenti eventi tragici relativi alla crisi del Trecento.
La peste, la fame e la guerra sono eventi che portano alla morte, per questo generarono una “confidenza” impensabile con essa, anche nella sua fisicità, e un’angoscia più universale. Non deve pertanto stupire che i rituali connessi alla dipartita di un individuo fossero molti e assumessero sempre maggiore importanza.

Fin dall’inizio dell’Età medievale, soprattutto nelle zone rurali, i rituali della morte erano pregni di costumi ancestrali e pagani che il cristianesimo cercò di eliminare o, quando non era possibile, di cristianizzare. Ad esempio, la credenza popolare che la morte prematura portasse l’anima “in pena” del defunto a vagare tra i vivi, perché morto non in “pace con Dio”, portò la Chiesa a “creare” un luogo intermedio tra Inferno e Paradiso, dove le anime attendevano che i vivi, con le loro preghiere, ne ottenessero la salvezza.

La cristianizzazione di certi riti legati al culto dei morti, nei caratteri che si sono tramandati in parte fino ai nostri giorni, iniziò nell’orbita della cultura monastica per poi diffondersi rapidamente tra la popolazione. Fu Cluny a istituire la festa dei morti il 2 Novembre tra il 1024 e il 1033, punto chiave di quella nuova commemorazione liturgica dei morti.

L’ostinatezza di molti nel non voler abbandonare credenze e rituali legati alla dipartita di un caro, specie delle classi popolari, portò la Chiesa a punire alcune usanze associate alla veglia, come i canti funebri non religiosi, le danze intorno al cadavere o il banchetto funebre che aveva luogo alla presenza del cadavere o dopo la sua sepoltura.
Proprio nel Medioevo nacque la famosa credenza del “Passo di san Giacomo”, luogo di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La leggenda racconta che san Giacomo il Maggiore si lamentò con Dio perché il luogo in cui riposavano le sue spoglie, che si trova in Galizia (nel nord-ovest della Spagna), non era visitato dai pellegrini. Dio rispose di non preoccuparsi, perché «chi non ti visiterà da vivo ti visiterà da morto».

Da allora, molti pellegrini che si recano al santuario di san Giacomo in Spagna, sentono battere continuamente una porticciola invisibile: si crede siano le anime dei defunti che, per volere divino, vanno a onorare il santo prima d’avviarsi al loro destino.
La località in cui fu eretto il santuario di san Giacomo si trova esattamente nel luogo in cui furono ritrovate le spoglie del santo martire Giacomo il Maggiore. Anche il ritrovamento delle spoglie del santo è legato a una leggenda che vede un eremita attirato da una pioggia di stelle sul monte Libredòn scoprire la tomba del santo. Quel luogo oggi si chiama Santiago di Compostela, ossia san Giacomo del campo delle stelle. L’etimologia popolare del nome “Compostela” fa derivare dal latino Campus Stellae (campo di stelle), ma è poco probabile che una tale denominazione tenga conto della normale evoluzione dal latino al galiziano-portoghese. Infatti, una ipotesi più probabile relaziona la parola con il latino compositum, e il volgarismo latino locale composita tella, con il significato di “terreno per le sepolture” in senso eufemistico.
La leggenda nata intorno a san Giacomo il Maggiore è legata alla credenza che la zona di Santiago, prima del viaggio di Cristoforo Colombo nel 1492, fosse il limite estremo conosciuto della terra, la finis terrae. Quindi, il punto in cui le anime dei morti iniziavano a seguire il sole nel suo corso per attraversare il mare e giungere alla nuova dimora.
La credenza del “Passo di san Giacomo”, che sopravvive ancora oggi nella cultura popolare della Spagna e dell’Italia, si presenta come un insieme di elementi mitici di varia provenienza (presso la Grecia classica, in Persia, presso gli antichi popoli germanici e slavi e, poi, nel cristianesimo) per raffigurare il viaggio del morto nell’Aldilà, un percorso mitico che tutte le anime devono attraversare dopo la morte.

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Il “Passo di san Giacomo”, chiamato anche “Ponte delle Anime”, “Scala di san Giacomo di Galizia”, “Cammino di San Giacomo”, è creduto “sottilissimo come un capello”, o come “una lama di coltello”. È un percorso considerato piuttosto pericoloso, formato di spade, pugnali, coltelli, chiodi, spine e rovi nudi e irti sui quali l’anima cammina dopo l’agonia. Esso si innalza sopra un baratro, mettendo in comunicazione questo e l’altro mondo. Se i giusti lo attraversano agevolmente, i cattivi sono destinati a cadere nel baratro. Alla fine di questo “ponte” l’anima buona e purificata finalmente arriva alle porte del Paradiso. San Giacomo, con bordone e cappello da viaggiatore, accompagna il defunto confortandolo, quindi lo conduce aiutandolo e lasciandolo alla fine del cammino.

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LA MORTE: RITI, CREDENZE E USANZE PER DEMONIZZARLA
di RENZO PATERNOSTER

Introduzione

La morte è paradossale: pur essendo uno dei momenti più significativi nella vita di una persona, perché la conclude e intorno ad essa il pensiero ha elaborato innumerevoli riflessioni e rappresentazioni, non è traducibile in alcuna esperienza. Nessuno, infatti, può sperimentare direttamente la propria morte se non nel momento del suo compimento, ma tutti assistiamo alla morte altrui.

Per gli storici, la morte non è considerata semplicemente come un evento della vita che richiede di essere documentato, ma anche come un motivo culturale che consente di confrontare differenti periodi.
Gli articolati rituali che caratterizzano le manifestazioni del lutto, come singolare ed efficace strumento di contenimento del dolore e controllo dell’angoscia di morte, non sono dunque solo materia dell’antropologo, ma un utile strumento storico di ricerca, analisi e narrazione di comportamenti ed eventi, che servono per capire quella sensibilità collettiva propria degli uomini in un determinato periodo storico.

Nella storia dell’umanità, infatti, tutte le culture hanno prodotto delle credenze riguardo al destino dei defunti, hanno immaginato luoghi in cui continuare una vita ultraterrena, hanno strutturato dei rituali per accompagnare il defunto verso il suo “grande viaggio”. Tutto questo per dominare la paura ma, allo stesso tempo, per ricucire il tessuto connettivo del gruppo, per riorganizzare le dinamiche interne della comunità che ha subito la perdita: «Tra tutti gli esseri viventi, l’uomo [ è ] la sola specie per la quale la morte biologica, fatto di natura, si trova continuamente superata dalla morte come fatto di cultura» (L. V. Thomas, Antropologia della morte, Milano, Garzanti, 1976).

Sin dall’inizio della civiltà, la morte è ritenuta un fenomeno estraneo all’originaria natura dell’uomo. Questo spiega i numerosissimi miti che sono nati per decifrare in qual modo essa, modificando una condizione primordiale, sia entrata nel mondo.
Tale mutamento ha avuto origine da alcuni avvenimenti mitici che introducono la morte nel mondo indipendentemente dalla volontà, dal comportamento o dalla responsabilità degli uomini (come in molte religioni animiste), da un atto di insubordinazione (come nello gnosticismo), oppure da una disobbedienza a un ordine divino (come, ad esempio, nelle religioni monoteistiche).

Anche se i modi di definire e analizzare la morte variano diametralmente da cultura a cultura, la credenza della morte come “passaggio” – ossia l’accesso a una condizione diversa che assicura una continuità di esistenza in un’altra vita – è assai diffusa e molto remota.
In generale la morte di una persona cara è sempre vissuta con dolore, turbamento, nostalgia, senso di privazione del rapporto con lo scomparso, innescandosi il lutto. In questo senso prevale l’interpretazione dell’evento come fatto negativo, un danno sia personale sia sociale che colpisce i superstiti, oltre che ovviamente il defunto.
Attraverso comportamenti strutturati e codificati, l’angoscia di morte trova allora un contenitore nel rito e può, in buona misura, essere superata.

Sin dall’inizio della civiltà, la dipartita di una persona non riguarda unicamente l’individuo che muore, ma entrano in gioco altri fattori, quali i parenti superstiti, il gruppo sociale (o il clan o la tribù per le società primitive) nel quale il defunto aveva vissuto. Per questo la morte è considerata un “fatto sociale”, un avvenimento che determina una crisi, non soltanto nel gruppo familiare, ma anche in quello più ampio della stirpe, della discendenza, del clan, della tribù, della società locale.
La morte, dunque, rompe l’equilibrio dinamico della vita collettiva, e questo “vuoto sociale” dipende dall’intensità della posizione che il defunto aveva nella vita della società e dei suoi gruppi: la morte distrugge non solo la “persona fisica” ma anche la “persona sociale” e quindi il rapporto dell’individuo con il suo gruppo.
Per questo motivo la morte è vissuta dalla comunità come una minaccia per la coesione sociale. Per questo le strutture sociali, per lunghissimi periodi, hanno reagito alla morte attraverso una serie di mezzi mitici e rituali che inducono gli individui, attraverso comportamenti strutturati e codificati, a vivere la morte secondo i paradigmi offerti dalla società.
Ecco allora che entrano in funzione i riti delle esequie, i necrologi, l’ultimo saluto al cadavere, le veglie funebri, le messe di anniversario, il cordoglio e le espressioni di condoglianze da parte di amici e conoscenti, tutti rituali che non solo aiutano nell’elaborazione del lutto, ma trasformano lo stato negativo di defunto in quello positivo di morto.
Questi “soluzioni” – dal lutto alle dinamiche del cordoglio – hanno conosciuto nel corso della storia (soprattutto nel periodo che segna la transizione tra la società feudale-contadina e l’affermazione dell’individualismo della società urbano-industriale) trasformazioni determinanti per lo sviluppo del concetto di morte.

Nonostante viviamo in un mondo globalizzato, dove sembra non ci sia più spazio per le superstizioni, dove la morte è considerata un fatto naturale e molti non si preoccupano di cosa ci aspetta dopo la vita, il sistema dei rituali funebri continua a sopravvivere, anche se in maniera più debole rispetto al passato.

Continua …

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SABATO SANTO

Oggi è l’uomo il riposo di Dio

Una riflessione sul sabato santo dello scrittore Alessandro D’Avenia.

L’ultimo sabato di Cristo sulla terra conferma il primo sabato della storia: Dio riposa e contempla ciò che ha fatto.

Nel sepolcro Dio riposa, dopo aver ricreato il mondo e l’uomo in lui, fatto e disfatto della materia del mondo e dell’uomo.

pietà rondaniniHa rinnovato dall’interno gli atomi, con la vera particella di Dio, l’Amore che non può essere isolato da nessun acceleratore perché è l’acceleratore di quelle particelle (Amor che move il Sole e l’altre stelle), non può essere ulteriormente diviso perché è l’elemento degli elementi, la sostanza di tutta la tavola periodica. Dio impadronendosi da dentro di ogni atomo di materia lo rende nuovo, ogni atomo adesso appartiene alla vita di Dio e non può più decadere: è salvo. Tutto è rinnovato dal di dentro oggettivamente, e lo sarà anche soggettivamente grazie a chi aderirà: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo». Ma che gran lavoro è costato tutto questo: ci vuole un momento di silenzio e di riposo, uno di quei momenti in cui l’umanità si chiede: dov’è Dio? Ed è in quel silenzio: contempla che quanto è stato fatto è cosa definitivamente bella e buona. Quel corpo distrutto dalla violenza umana, senza apparenza né bellezza per attirare lo sguardo, ha in sé tutta la bellezza possibile, perché adesso la bellezza porta su di sé anche i segni dell’incompiutezza: dolore, solitudine, tristezza, malattia, ferita, sangue, abbandono… tutto è bello adesso, perché quel corpo distrutto contiene dentro di sé tutto ciò che è brutto al mondo, trasformato da dentro, cioè realmente. Se solo ci soffermassimo a considerare che cosa è significato per l’estetica (e quindi per la vita) aver reso bello un crocifisso, smetteremmo di staccarli per ragioni puramente estetiche.

Alcune cose continueranno a decadere come prima, perché la ferita inferta dal peccato all’uomo e al creato non è del tutto cancellata, e ciò che deve decadere continuerà a decadere, ma una creazione nuova comincia a ergersi, sottile, silenziosa, ma inarrestabile, da quel corpo distrutto coinvolgendo, insieme alle cose che in noi marciscono, chi a lui si volgerà.

Quel corpo è il corpo di un morto, ma in Dio la morte è solo riposo: come si riposò dopo aver creato, adesso riposa dopo aver ri-creato. C’è un unico sabato, adesso, in cui Dio, guardando tutta la storia, vede il suo riposo nel giardino della nuova creazione. C’è un gran silenzio nel giardino, attorno a quel sepolcro. Eppure, proprio quando sembra che Dio riposi, egli opera più di ogni altro giorno, perché il suo guardare le cose, dopo averle fatte, in realtà è un modo umano di dire che nel guardarle è lui che le fa esistere, le conserva nell’essere e le fa essere belle. Il riposo di Dio è la restaurazione continua della bellezza, la ri-creazione inesausta della bellezza, tutto più bello di prima, come pallidamente dice quell’arte giapponese di riparare i vasi rotti iniettando vene d’oro dentro le crepe.

Nelle mani del Padre riposa il Figlio per tutto quel sabato, ma intanto quelle stesse mani operano su ogni elemento di quel corpo e quindi della realtà, rinnovandola da dentro. E questo vale per tutti i nostri sabati di dolore, attesa e prostrazione. «Nelle tue mani consegno il mio spirito», dice il Figlio al Padre. «Ecco io faccio nuove tutte le cose», risponde il Padre al Figlio, ricevendo nella sua vita incorruttibile la materia e lo spirito del Figlio e, attraverso di lui, quella di chi a lui si unirà, credendo in lui e lasciandolo entrare nella propria camera del cuore. E il Padre che vede nel segreto lo ricompenserà: con se stesso. Dio vide che ciò che aveva fatto per l’uomo era cosa buona-e-bellissima e lo sarebbe stato in ogni angolo della Terra in cui un uomo e una donna avessero accettato di far riposare Dio, perché ancora una volta era l’uomo la via di Dio: «Io salirò fino ai piedi della Croce, mi stringerò al Corpo freddo, al cadavere di Cristo, con il fuoco del mio amore, lo schioderò con i miei atti di riparazione e con le mie mortificazioni, lo avvolgerò nel lenzuolo nuovo della mia vita limpida, e lo seppellirò nel mio cuore di roccia viva, dal quale nessuno me lo potrà strappare, e lì, Signore, puoi riposare! Quand’anche tutto il mondo ti abbandoni e ti disprezzi, serviam! ti servirò, Signore!» (San Josemaría Escrivá, Via Crucis, XIV stazione).

Quando Dio sembra tacere nella nostra vita, quello è il momento in cui chiede di riposare proprio grazie alla nostra vita. Solo così sarà di nuovo creata, di nuovo bella, pur con tutta la sua fatica e, a volte sconsolata, sensazione di abbandono. La vita di un cristiano sulla terra è un sabato in cui far riposare Dio in noi, un tempo che intercorre tra il dire – qualsiasi cosa accada – «Padre nelle tue mani consegno la mia vita» e l’ascoltare la risposta «Ecco, io faccio nuove tutte le cose», anche le più oscure. E in noi Dio vedrà di aver fatto una cosa bellissima. E saremo il suo riposo.

tratto da AVVENIRE.IT