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Millennials; pompe funebri Nerviano; pompe funebri Cerro Maggiore;

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Lo scorso 22 gennaio, la giornalista Eleanor Cummins ha pubblicato un interessante articolo sulla rivista online Vox.com, in cui definisce i Millennials americani come “death positive generation”. Sostiene, cioè, che le generazioni più giovani, a differenza dei boomer, abbiano meno timore a parlare della morte, a pianificare anticipatamente il proprio funerale e le proprie memorie, nonché a predisporre il testamento biologico .

Cummins riporta uno studio del 2017, pubblicato sulla rivista Health Affairs, il quale evidenzia come solo un americano adulto su tre pianifichi le proprie volontà in caso di malattia o di morte prematura. Addirittura, solo il 21% degli americani adulti predispone con i familiari i riti funebri da osservare e la divisione dei suoi beni post mortem. Sembra che le persone nate negli anni Cinquanta e Sessanta siano ancora profondamente segnate dal processo di rimozione sociale e culturale del morire, per cui continuano a tenere la morte a debita distanza.

In contrapposizione a ciò, sono indicati numerosi esempi e studi che, invece, dimostrano una maggiore consapevolezza giovanile del ruolo della morte all’interno della vita e, dunque, la necessità di prendere decisioni anticipate. Da una parte, vengono menzionati i risultati di uno studio, condotto da un ricercatore della California State University Long Beach, relativo alla capacità di ottantaquattro Millennials di parlare liberamente della morte. Da un’altra, sono descritte una serie di iniziative giovanili, sviluppate per lo più online, le quali sono finalizzate a facilitare la gestione delle attività post mortem, in caso del lutto di un parente, o semplicemente a discutere senza eccessivo timore della perdita di una persona amata o della propria mortalità.

La giornalista riconduce questo cambiamento in corso a due principali fattori: il primo riguarda la precarietà economica ed esistenziale delle generazioni più giovani, le quali – volenti o nolenti – si sentono più predisposte ad affrontare gli aspetti dolorosi della vita. Il secondo riguarda, invece, la presenza massiccia delle tecnologie digitali nella vita dei Millennials, in grado di offrire spazi inediti per discutere degli argomenti considerati generalmente tabù. Dal mio punto di vista, trovo una consonanza con il ragionamento esposto nell’articolo, se penso a un semplice esperimento che ho svolto recentemente online. Digitando su YouTube, in inglese, i termini appropriati per indicare – per esempio – la perdita di un genitore, ho trovato oltre 230.000 video. Soprattutto di adolescenti che raccontano la loro esperienza. C’è un video di una adolescente italiana che racconta la morte di sua madre. Il video supera il milione di visualizzazioni e conta oltre diecimila commenti. Un simile supporto – più o meno superficiale – latita del tutto nella dimensione offline.

Se teniamo poi conto dell’incredibile successo avuto da Caitlin Doughty, menzionata nell’articolo di Cummins e di cui si è occupato anche il nostro blog (qui trovate tutti i riferimenti necessari), possiamo veramente cogliere delle differenze generazionali in merito al rapporto con il fine vita e con il lutto.

Detto questo, a mio avviso, è necessario aggiungere alcune considerazioni fondamentali: in primo luogo, i Millennials, essendo nati tra il 1981 e il 1996, non sono più la generazione degli adolescenti. Quindi, l’analisi dei cambiamenti in corso deve considerare anche le differenze sostanziali tra i Millennials e le generazioni successive, di modo da avere un quadro aggiornato e puntuale. In secondo luogo, sarebbe interessante capire se le osservazioni svolte nei confronti dei giovani americani valgono anche nel resto del mondo occidentale. In terzo luogo, infine, bisogna monitorare con attenzione il modo in cui le tecnologie digitali mediano il legame tra le generazioni più giovani e il fenomeno della morte. Motivo per cui è sempre più utile porre al servizio di psicologi, operatori sanitari, educatori, ecc. figure professionali esperte delle tecnologie digitali attualmente in uso.

Aggiungo una considerazione conclusiva. Se veramente c’è un atteggiamento più positivo nei confronti della morte, questo dipende dal lavoro svolto dai tanatologi e da tutti coloro che quotidianamente si impegnano a superare, nello spazio pubblico, la rimozione sociale e culturale del fine vita. Lavoro che andrebbe maggiormente considerato nei diversi percorsi di studio, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, di modo che in un futuro prossimo tutti i cittadini siano in grado di scendere a compromessi con la propria mortalità.

ARTICOLO TRATTO DA: sipuodiremorte scritto da DAVIDE SISTO