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Si può morire davvero dopo aver deciso di “lasciarsi andare” (lo dice uno studio)

Esistono 5 campanelli d’allarme per riconoscere chi ha rinunciato del tutto alla vita ed è in pericolo

by Huffington Post

Si può morire davvero dopo essersi lasciati andare, essersi arresi. È questa la conclusione a cui è giunto il dottor John Leach, della Portsmouth University, con il suo studio pubblicato sulla rivista “Medical Hypotheses”: a quanto pare, le persone che decidono di non voler avere più niente a che fare con la vita, possono spegnersi nell’arco di pochi giorni, alcune volte soltanto tre. Ci sono, però, dei campanelli d’allarme, da non sottovalutare, che si accendono quando una persona decide di lasciarsi andare alla morte: basta solo riconoscerli.

“Non si tratta di suicidio, non si tratta di depressione, ma dell’atto di arrendersi, di rinunciare alla vita, il quale sfocia nel decesso nell’arco di giorni”, spiega Leach. Questo tipo di morte viene chiamato “morte psicogena” ed è, secondo il professore, una vera e propria malattia. Stando a quanto osservato da Leach e dal suo team, la condizione si presenta frequentemente a seguito di un evento traumatico: la persona in questione decide che è arrivato il momento di lasciarsi andare. E la morte spesso “l’asseconda”. Ecco spiegato, dunque, il motivo per cui chi perde il proprio compagno, molte volte segue lo stesso destino.

Il fenomeno era conosciuto già ai tempi della guerra di Corea: i prigionieri smettevano volontariamente di parlare e di mangiare e morivano nell’arco di pochi giorni. Si sentivano sconfitti dalla vita. Proprio quando si prova questa sensazione di sconfitta e di voglia di abbandonarsi, si verifica anche, secondo il professore, un cambiamento dell’attività in una regione del cervello che ci motiva a prenderci cura di noi stessi.

“I traumi possono danneggiare l’attività della cosiddetta ‘corteccia cingolata anteriore’ (quella parte del cervello che funziona per gli esseri umani da ‘sistema di allarme’ silenzioso, ovvero elabora pericoli e problemi, ndr). La motivazione è essenziale per gestire la vita quotidiana e se questa regione si blocca, spesso l’apatia è inevitabile”, spiega il dottor Leach.
Ma il processo è reversibile? Una persona che decide di lasciarsi andare, può anche decidere di tornare indietro e salvarsi? Per il professore, è possibile. Bisogna solo trovare un nuovo senso alla propria vita e ristabilire il controllo di quest’ultima: in poche parole, leccarsi le ferite e andare avanti.

Ci sono, però, dei segnali, anzi delle vere e proprie fasi, che non dovrebbero sfuggire a chi vive accanto ad una persona che ha subito un trauma e che potrebbero essere la spia della decisione di quest’ultima di arrendersi:
1. Rinuncia alla vita sociale
Spesso chi ha subito un trauma tende ad evitare il contatto con gli altri. Fa fatica ad esternare le proprie emozioni e diventa, in un certo senso, insensibile alle emozioni altrui. La fase può essere momentanea, ma se si protrae troppo a lungo può essere il segnale della perdita di entusiasmo e di interesse in generale per la vita.

2. Apatia
Le persone che decidono di “lasciarsi andare” perdono interesse per tutto: non hanno più voglia di prendersi cura di se stesse e spesso faticano anche a farsi una doccia.

3. Abulia
L’apatia può portare all’abulia, ovvero all’inerzia e all’incapacità di prendere decisioni o iniziative. In questa fase, l’individuo può continuare a prendersi cura degli altri (ad esempio, dei bambini), ma smette di curare se stesso. Può sentire di avere la mente vuota e faticare anche a parlare.

4. Acinesia
Si tratta di un deficit nell’avvio della sequenza motoria: si ha quando la persona in questione fatica a muoversi, diventa incontinente o non pulisce più la casa. Può diventare quasi insensibile al dolore, sempre perché non ha alcun motivo che la spinge a mettersi in salvo, a curarsi di se stessa.

5. Morte psicogena
È l’ultima fase, che può verificarsi dopo quelle precedenti. E consiste nel perdere qualsiasi tipo di voglia di vivere o di attaccamento alla vita. Si possono fare anche dei gesti totalmente contro la propria salute. Come racconta il dottor Leach, nei campi di concentramento gli individui che “volevano morire” si riconoscevano perché barattavano cibo in cambio di sigarette: “Quando un prigioniero prendeva una sigaretta e l’accendeva, i suoi compagni sapevano che si era del tutto lasciato andare, che aveva perso la speranza e che presto sarebbe morto”.

 

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Tutti i Santi e festa dei defunti: cosa celebriamo esattamente?

Sarebbe un peccato che un approccio superficiale tra scherzo e terrore finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra

di Josep Àngel Saiz Meneses, vescovo di Terrassa (Spagna)

Ci avviciniamo al mese di novembre. Un mese che iniziamo con il ricordo della morte e dei nostri defunti, anche se di fatto inizia non con la commemorazione dei fedeli defunti – il giorno 2 –, ma con la gioiosa celebrazione di tutti i santi, il giorno 1. Ciò significa che anteponiamo la vita alla morte; la vita in Dio, in cielo, di quanti si sono aperti, nella vita e nella morte, alla sua bontà e alla sua misericordia, nella fede, nella speranza e nell’amore.

Le due celebrazioni ci pongono davanti al mistero della morte e ci invitano a rinnovare la nostra fede e la nostra speranza nella vita eterna.

Nella festa di Tutti i Santi celebriamo i meriti di tutti i santi, il che significa soprattutto celebrare i doni di Dio, le meraviglie che Dio ha operato nella vita di queste persone, la loro risposta alla grazia di Dio, il fatto che seguire Cristo con tutte le conseguenze è possibile.

Una moltitudine immensa di santi canonizzati e di altri non canonizzati. Sono arrivati alla pienezza che Dio vuole per tutti. Celebriamo e ricordiamo anche la chiamata universale alla santità che ci rivolge il Signore: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 48).

Nella festa dei defunti, la Chiesa ci invita a pregare per tutti i defunti, non solo per quelli della nostra famiglia o per i più cari, ma per tutti, soprattutto quelli che nessuno ricorda.

L’abitudine di pregare per i defunti è antica come la Chiesa, ma la festa liturgica risale al 2 novembre 998, quando venne istituita da Sant’Odilone, monaco benedettino e quinto abate di Cluny, nel sud della Francia.

Roma adottò questa pratica nel XIV secolo, e la festa si diffuse in tutta la Chiesa. In questo giorno commemoriamo il mistero della Resurrezione di Cristo che apre a tutti la via della resurrezione futura.

In questi giorni, una delle nostre tradizioni più radicate è la visita ai cimiteri per andare a trovare i familiari defunti. Momento di preghiera, momento per ricordare i cari che ci hanno lasciato, momento di riunione familiare.

Un’abitudine caratteristica di questa festa è la “castagnata”, che inizialmente si faceva con la famiglia o con i vicini, utilizzando uno dei frutti tipici dell’autunno. Le castagne venivano tostate in casa o comprate. Attualmente, quest’abitudine si mantiene soprattutto nelle scuole, nei gruppi infantili e giovanili e in altre entità. In questi giorni si usa anche mangiare frutta candita.

Queste tradizioni si vedono da qualche tempo invase da quelle provenienti da altri luoghi, rese popolari dal cinema e dalla televisione e che sembrano intrise di superficialità e consumismo.

Non è mia intenzione sminuirle, ma sarebbe un peccato che un approccio puramente ludico tra lo scherzo e il terrore a base di teschi, streghe, fantasmi e altro finisse per alterare le tradizioni secolari della nostra terra, più basate sulla convivenza e sull’incontro di festa con la famiglia e i propri cari, nella preghiera per i nostri defunti e nella contemplazione di Dio, il Santo, che ci chiama alla perfezione.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

articolo tratto da aleteia.org

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MORTE E CULTURA FUNERARIA IN CINA

Mentre nella cultura tradizionale esistevano rituali ben precisi per il rito della sepoltura, la Cina moderna sta adottando nuovi modi per affrontare efficacemente il problema. In alcuni villaggi persiste l’usanza di porre le urne nelle foreste o comunque nei pressi di alberi specifici; anche i cimiteri di importanti città come Pechino iniziano ad offrire diversi servizi di sepoltura, tra cui quelle in mare o sotto un albero, sostenute da coloro i quali credono che, così, il defunto venga ricondotto alla natura in maniera sostenibile per l’ambiente. Il cipresso e la magnolia denudata sono tra gli alberi più richiesti.

In passato, specialmente nelle aree rurali, molti preferivano la sepoltura in una tomba: un funerale sfarzoso era un vanto per il prestigio della famiglia. Ma attraverso i secoli ci si rese conto che il posizionamento “irrazionale” delle tombe rendeva impossibile l’uso di preziosa terra coltivabile, con pesanti conseguenze economiche e fisiche per il suolo.

In realtà il governo cinese si accorse di questo problema almeno mezzo secolo fa. Alcuni documenti del Ministero degli Affari Civili dimostrano che già nel 1956 Mao Zedong e altri 150 funzionari firmarono una proposta per incentivare la pratica della cremazione in un paese in cui la maggior parte della popolazione viveva ancora nelle campagne. A partire dal 1978, quando la Cina varò le riforme, le autorità lanciarono una campagna volta ad una ulteriore sensibilizzazione. Con risultati eccellenti.

Già nel 1995 il 34% della popolazione aveva scelto l’incinerazione per i propri cari defunti, risparmiando così ingenti somme. Nel 1997 il Consiglio di Stato ha pubblicato la “Provision on the Administration of Burial”, che ha portato la gestione dei funerali sotto il controllo della legge e che ha rinforzato i poteri di controllo sull’interramento. La popolazione è stata invitata a prediligere metodi più sostenibili per l’ambiente.
Oggi più di 20 province e municipalità incoraggiano i residenti ad adottare la sepoltura delle ceneri in mare o sotto gli alberi.

Più di cento milioni di vecchie tombe sparse nei campi di grano o lungo le strade e le ferrovie sono state eliminate, con il risultato di recuperare 6,7 milioni di ettari di terra coltivabile.

Le statistiche mostrano che, alla fine del 2000, la percentuale di cinesi che aveva scelto la cremazione era del 46% contro il 14,5% del 1982.
I costi della sepoltura presso alberi sono fissati su cifre che oscillano fra i 400 e i 1000 rmb (da 40 a 100 euro circa), così che anche le famiglie a basso reddito possano permetterselo.
In alcune aree rurali e remote, dove i residenti continuano ad utilizzare le tombe tradizionali, le autorità locali hanno cercato di trovare soluzioni idonee optando per seppellire la salma in profondità, senza alcuna costruzione in superficie.
Recentemente anche la Regione Autonoma del Tibet ha aperto il suo primo crematorio.

Per decenni i Tibetani hanno creduto che solo le persone cattive dovessero essere bruciate, mentre le anime buone sarebbero state assunte in cielo tramite “sepoltura celeste”, attuata esponendo il corpo del defunto agli avvoltoi, oppure tramite “sepoltura in acqua”, gettando il corpo in un fiume.

IDA SALVITTO
OLTREMAGAZINE

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Riti funebri degli indiani d’America

Anche il popolo degli Indiani del nord America ha molto da raccontarci a proposito della morte e del suo significato.

La morte per le antiche tribù che popolano da sempre le zone più remote degli Stati Uniti viene concepita come un fatto naturale e le attribuiscono non il valore “fine” ma viene considerata una tappa del cerchio sacro, il simbolo che rappresenta la manifestazione di Wakan-Tanka, il Grande Mistero, che per tutti i nativi d’America è la massima divinità, il principio creatore su cui si regge tutto l’universo conosciuto e sta ad indicare, il grande abisso che circonda l’uomo, il mistero da cui ogni cosa proviene e nel quale si può trovare il significato dell’esistenza.

Dunque la morte è per gli Indiani d’America solo un viaggio verso quello che i buddisti chiamano Nirvana e il trapasso veniva accompagnato con usi e rituali che hanno un passato lontano di secoli.
Tra armi, sacrifici, superstizioni e omaggi alla natura ogni tribù hanno una propria tradizione. I Sioux, ad esempio, ritengono che una persona in punto di morte possa vedere il futuro, mentre la leggenda vuole che gli Arapaho siano in grado di prevedere la propria morte quattro giorni prima che questa giunga.
Presso i Comanche le donne che muoiono mettendo alla luce un bambino ricevono una speciale considerazione, pari a quella di un guerriero che muore in un combattimento. La morte in battaglia, poi, viene considerata molto onorevole. Infatti, sono particolarmente importanti i riti prima di un combattimento: purificarsi, vestirsi con gli abiti più belli, intrecciarsi i capelli è indispensabile per essere pronti all’eventuale lungo viaggio.

Anche la sepoltura seguiva rituali diversi da tribù a tribù. Non appena un indiano moriva i suoi amici lo adagiavano per terra all’aperto, avvolto da capo a piedi di pelli o coperte, questo perché una volta gli indiani non conoscevano le bare. Scavata una fossa di circa un metro di profondità seppellivano il morto entro ventiquattr’ore, con la testa rivolta ad occidente, deponendo affianco quelli che erano stati i suoi arnesi da caccia o di guerra. Un po’ come gli antichi egizi, seppure in modo decisamente meno scenografico il defunto viene sepolto con tutto ciò che serve per un viaggio.

Una volta ricoperto lo scavo sul tumulo venivano piantati uno dietro l’altro dei bastoni alti circa settanta centimetri su i quali venivano appoggiate delle stuoie a protezione del corpo. A questo punto parenti e amici si siedono tutti intorno alla sepoltura per fare l’offerta al morto, ossia porgere minestra, carne o acqua ai presenti e una parte veniva bruciata come offerta sacrificale.

Durante la cerimonia del l’offerta al morto, intanto, in testa alla tomba l’anziano della tribù preparava il discorso di accompagnamento dell’anima del defunto, un’orazione che descriveva le qualità del defunto e allo stesso tempo preghiera affinché possa diventare un ambasciatore dei vivi presso le divinità per avere abbondanza.

La cremazione invece era una pratica rara, a cui si preferiva l’inumazione o in alternativa, quando il terreno era gelato, la salma veniva deposta su una piattaforma rialzata, per proteggerla dagli animali, fino alla totale decomposizione dopo la quale venivano raccolte le ossa da seppellire.

tratto da : luttomemoria.it

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Cos’è la morte apparente chiamata anche sindrome di Lazzaro

La morte apparente è una delle maggiori paure per ogni persona.

Si teme di essere dichiarati morti per poi risvegliarsi in una bara senza via d’uscita. Fortunatamente i casi di persone che si sono risvegliate dalla morte non sono molti e soprattutto in quasi tutti i casi non hanno avuto effetti tragici, ed ora hanno la possibilità di continuare la loro vita con i propri cari.

Come fa intuire la sua stessa definizione, si tratta di situazioni in cui una persona sembra essere morta, e le sue funzioni fisiologiche sembrerebbero confermarlo.
Nello specifico, si parla di casi in cui il soggetto
1. non ha battito cardiaco percepibile;
2. alla prova dello specchietto (una superficie riflettente e lucida messa sotto le narici) non reagisce;
3. il suo corpo è svigorito;
4. la temperatura corporea si abbassa sotto i 24°;
5. non ci sono riflessi né movimenti respiratori.

Può accadere che una persona si trovi in questo stato, ma non sia realmente morta: può essere a seguito di una sincope, di una folgorazione oppure a causa di aritmia ipocinetica.

Qualcuno la chiama anche “sindrome di Lazzaro”: un’interruzione momentanea delle funzioni vitali, che però dura solo per breve tempo. Per questo è invalso l’uso di tenere un defunto in osservazione per 48 ore, proprio per scongiurare il pericolo di inumazioni premature.

Eclatante Il caso Colombiano di una donna “resuscita” poco prima di essere sepolta. Gli addetti delle pompe funebri della città colombiana di Cali hanno avuto uno shock, quando una donna di 45 anni, dichiarata clinicamente morta dai medici, ha improvvisamente iniziato a respirare e a muoversi, mentre veniva preparata per la sepoltura.

Gli strumenti medici non rilevavano più sulla paziente né la pressione arteriosa, né la frequenza cardiaca, secondo Miguel Angel Saavedra, un medico della clinica dove la donna era stata ricoverata. Il personale medico così ha firmato il certificato di morte. Si è trattato della “sindrome di Lazzaro”, secondo i medici di quell’ospedale. La donna in realtà era morta, ma ha poi cominciato a respirare di nuovo e a fare dei movimenti. Successivamente la donna venne riportata all’ospedale dove purtroppo entrò in coma.
Cause della morte apparente non sono state ancora definite, vi sono solo teorie a riguardo. Una di queste teorie si basa sull’accumulo di pressione all’interno del torace in conseguenza delle manovre di rianimazione.
Oltre alla teoria sull’accumulo di pressione all’interno del torace in conseguenza delle manovre di rianimazione, vi sono altre teorie che sembrerebbero spiegare la sindrome di Lazzaro.

Le maggiori teorie considerano come principali fattori l’iperpotassiemia e l’utilizzo di alte dosi di adrenalina, tuttavia la scienza è ancora lontana dal trovare una spiegazione veramente valida.

articolo tratto da: www.luttoememoria.it

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FILOSOFIA DELLA CREMAZIONE

La cremazione è un rito antichissimo, ma è ragionevole pensare che le motivazioni che ne sostengono l’idea non si siano poi così tanto modificate nel tempo.

Ognuno, ovviamente, ha le proprie trattandosi di una scelta intimistica: ma volendo provare ad identificare quelle che ci appaiono più ricorrenti potremmo dire che la cremazione è scelta perché:
• si vuole evitare il lento processo biologico degenerativo della decomposizione;
• per motivi igienici, civici od estetici;
• c’è sempre una atavica incontrollabile paura di essere sepolti vivi;
• non piace o viene addirittura rifiutato il culto dei cimiteri e dei sepolcri come inteso oggi con tanto carico di conformismo;
• si vuole diversità anche nella morte e dopo di essa;
• la cremazione si propone con valori di nobiltà che aiutano le persone a prepararsi meglio alla perdita di chi si ama ed al proprio trapasso.
Quando poi alla cremazione segue la dispersione delle ceneri, si vedono emergere altri valori:
• il rifiuto totale del cimitero e del suo carico ,a volte cupo, di tradizioni
• il desiderio di un ultimo definitivo segno d’affetto (farsi disperdere in un luogo legato a cari ricordi) o estetico (luoghi di grande bellezza naturale o di suggestione storica)
• l’aspirazione di tipo metafisico ad un ricongiungimento globalizzante con la natura (la dispersione nel vento…)

Nel romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, di Milan Kundera, la protagonista chiede di essere cremata e poi le ceneri disperse per morire “sotto il segno della leggerezza” e non, come i suoi amici inumati, sotto il segno della pesantezza. L’Autore Kundera commenta: “Essa sarà più leggera dell’aria dato che, come insegna Parmenide – filosofo greco del V secolo a.c. – il fuoco è la trasformazione del negativo in positivo”.

ARTICOLO TRATTO DA : www.socremmilano.it

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Memorial Gilkey : uno scarpone per dare un nome all’alpinista morto trovato sul K2.

Il Memorial Gilkey è un monumento funebre dedicato ad Art Gilkey, alpinista americano morto durante la spedizione statunitense del 1953.

Si tratta di un semplice cumulo di pietre, ricoperto di incisioni, targhe metalliche e piatti di latta, ciascuno dei quali riportante il nome di uno o più alpinisti morti sulla montagna. È tradizione che chi muore sul K2 venga ricordato con una targa sul memoriale, spesso costituita da un semplice piatto metallico con il nome del defunto sbalzato artigianalmente.

Michele Cucchi e Paolo Petrignani, con alcuni loro collaboratori pakistani, alcuni giorni fa si trovavano al campo base del K2 per documentare lo stato ambientale del ghiacciaio e si erano spinti fin a campo base avanzato.

Erano i giorni successivi alla grande valanga che da sotto campo quatto, a 7.700 mt, aveva spazzato il pendio fino a campo 3, saltando oltre la “piramide nera” e terminando la sua corsa ai piedi del K2, sul ghiacciaio Godwin Austen.

Lì Cucchi aveva trovato alcuni resti dei campi alti, tra i quali bottiglie di ossigeno e pezzi di tenda, ed aveva anche rinvenuto uno scarpone al quale, sotto un sottile strato di ghiaccio, Michele aveva intuito attaccati i resti di un corpo.

Aveva scavato e recuperato quel poco che rimaneva del corpo, ha messo in un sacco di canapa per poi trasportarlo al Memorial Gilkey.

scarponeL’unico indizio quasi intatto, che potrebbe dare un nome a questo corpo, è lo scarpone che vediamo in fotografia, il quale indica che l’incidente può essere accaduto relativamente di recente; la taglia è il numero 8.
Crediamo utile e necessario pubblicare questa foto, affinché chi riconoscesse lo scarpone, o avesse qualche sospetto sull’appartenenza a un alpinista da lui conosciuto possa scrivere a Montagna.TV per avere ulteriori notizie da Michele Cucchi.

Anche la divulgazione su altri siti potrà essere utile. (articolo tratto da montagna.tv)

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Funerale laico o non-religioso

La morte di una persona cara – che sia un parente o un amico, un anziano o un bambino, un genitore, un fratello, una sorella, un figlio o una figlia – non é meno triste, meno doloroso o meno difficile per coloro che hanno scelto di vivere la propria vita senza religione.

I funerali laici danno risposta a questa esigenza.foglie acqu

Il rito laico è forse più vicino  a chi non ha vissuto secondo i principi delle chiese, o non ha “abbracciato” una visione religiosa durante la propria vita.
Invece di credere in una ‘vita eterna’ dopo la morte, la cerimonia laica si concentra con affetto sulla vita della persona e celebra la personalità del defunto. Rende omaggio alla persona, a quello che ha vissuto e ai suoi affetti.

• Che cosa è un funerale laico?
Un funerale laico è l’occasione per dare il commiato ad una persona cara, senza riferimento alle religioni. Durante un funerale laico, si celebrano la vita e gli affetti del dipartito attraverso un breve racconto della sua vita, accompagnato da musica e da letture. Non si usano le preghiere, né letture religiose.

• Se non si è religiosi, perché serve un funerale?
I funerali sono antichi quanto la storia dell’umanità. Il funerale è un momento sociale in cui parenti, amici e conoscenti possono esprimere e condividere con gli altri il proprio cordoglio per la morte di una persona cara.
L’esperienza insegna che un funerale può essere di grande aiuto nell’elaborazione del proprio lutto. Spesso si trova sostegno e persino serenità nell’espressione sociale del cordoglio davanti al fatto assoluto della morte.

• Dove si tiene un funerale laico?
Poiché non ci vogliono permessi particolari o requisiti speciali, si può celebrare ovunque.

• Chi lo celebra?
Un funerale laico può essere condotto da un amico o da un parente, se costoro se la sentono.

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Pubblicità choc: «Babbo Natale è morto».

Esplode la polemica
Ponsacco, spot di una catena di negozi di scarpe in radio. L’azienda: «Diciamo di non credere alle fiabe», ma il web insorge di Andreas Quirici

PONSACCO. “Babbo Natale è morto e la Befana non si sente troppo bene”. Comincia più o meno così lo spot in onda su numerose radio toscane di Maxitracce, la catena di negozi di scarpe con sede a Ponsacco che sta facendo sobbalzare sui sedili delle auto e sulle sedie degli uffici gli ascoltatori. Una frase choc per migliaia di bambini che credono ciecamente al fatto che Babbo Natale porterà loro regali. E che la Befana, il 6 gennaio, donerà loro caramelle o carbone, a seconda di come si sono comportati durante l’anno.
La pubblicità, dopo l’annuncio “da infarto”, specie per i genitori che devono spiegare cosa sia successo al loro personaggio preferito di questi tempi, prosegue con una sola certezza: “Maxitracce sta alla grande e vi convince con la scala fino al 50%”, intendendo gli sconti attuati dai punti vendita.
«Volevamo giocare sul fatto che Babbo Natale rappresenta solo una fiaba, una promessa che non viene mantenuta. Mentre la nostra azienda mantiene sempre quello che dice di voler fare», spiega Laura Orsi, responsabile comunicazione e marketing della catena di negozi di calzature. «D’altra parte – prosegue – i nostri clienti più fedeli sono ironici e non hanno bisogno di credere a quello che non esiste. Ma sanno che possono contare su di noi e che sono artefici del loro destino». Come dire, «non credete alle favole, ma andate da Maxitracce», aggiunge.
Sarà, però, da piccoli si crede a Babbo Natale per una fatale fiducia nei grandi. E per il fatto che, in realtà, i regali chiesti nella fatidica letterina sotto l’albero si trovano per davvero.
Insomma, uno spot su cui si può discutere. Anzi, la polemica è già cominciata. E, manco a dirlo, con un gruppo sull’immancabile Facebook dal titolo “Stop a Babbo Natale è morto” che, in venti minuti, ha raccolto un centinaio di iscritti.

articolo apparso su : IL TIRRENO Edizione Pontederea