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Papa Francesco. «Al momento della morte Gesù ci prenderà per mano: ‘Vieni, alzati’»

Durante una catechesi del 2017 papa Francesco ha messo a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, “una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati”. Lo ha sottolineato papa Francesco constatando che nella società di oggi sembriamo essere ormai “privi anche di un alfabeto adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane. Eppure i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma”.

“La morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità, pura vanità”, ha proseguito il Papa, secondo il quale di fronte alla morte “ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano”. “Gesù ha illuminato il mistero della nostra morte”, ha ricordato durante l’udienza di oggi: “Con il suo comportamento, ci autorizza a sentirci addolorati quando una persona cara se ne va”. “Lui si turbò profondamente davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, e scoppiò in pianto”, ha proseguito citando il Vangelo di Giovanni: “In questo suo atteggiamento, sentiamo Gesù molto vicino, nostro fratello. Lui pianse per il suo amico Lazzaro. E allora Gesù prega il Padre, sorgente della vita, e ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro. E così avviene”. “La speranza cristiana attinge da questo atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana”, ha commentato Francesco: se la morte umana “è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene”.

“Gesù ci mette su questo crinale della fede – ha proseguito papa Francesco nella sua catechesi -. A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro oppone la luce di un dogma: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. “Io non sono la morte, io sono la risurrezione e la vita, credi tu questo?, credi tu questo?”.”Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: “Talità kum”, “Fanciulla, alzati!” (Mc 5,41). Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: “Rialzati, risorgi!”.

Nel finale l’invito di papa Francesco a “chiudere gli occhi e pensare a quel momento della nostra morte, ognuno di noi pensi alla propria morte, si immagini quel momento, che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà, ‘vieni con me, alzati’, li finirà la speranza e sarà la realtà della vita. Gesù prenderà ognuno di noi con la sua tenerezza, la sua mitezza, con tutto il suo cuore. Questa è la nostra speranza davanti alla morte. Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce ci illuminerà”.

 

articolo tratto da AVVENIRE

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Finché morte non ci separi: come affrontare la vedovanza

Bisogna imparare dal dolore e riprendere a vivere

Convivere con l’assenza della persona scelta per condividere il resto della vita non è tanto semplice. Una ricerca realizzata dall’Instituto do Casal rivela che rimanere vedovi è la seconda paura più grande delle coppie brasiliane.

Il timore che circonda l’idea di perdere la persona amata, secondo il teologo Márcio Luiz Fernandes, risiede nel fatto che “rimanere da soli” è una paura dell’essere umano in generale, perché fondamentalmente non è stato creato per questo. Perdere una persona con cui si è creato un legame affettivo forte vuol dire sperimentare “qualcosa di radicalmente umano: le dimensioni interiori del dolore, della fragilità, della dipendenza, della perdita, della sofferenza”.

La comprensione di quel nuovo momento della vita varia da persona a persona, ed è necessario poter vivere il lutto per adattarsi. Come si può vivere questa nuova realtà, facendo fronte alla vedovanza? Oltre al tempo di cui ciascuno ha bisogno, le difficoltà hanno le proprie particolarità in base al fatto che si resti vedovi da giovani o quando si è già alla fine della vita.

Vedovanza precoce e vedovanza tardiva

Essendo una situazione “meno naturale”, la vedovanza precoce può essere uno shock per chi si è sposato da poco e può avere figli piccoli, adolescenti o giovani. “È comune che quella morte sia sentita come qualcosa di brutale”, riferisce lo psicologo Luiz Henrique Michel, specializzato in lutto.
Fernandes spiega che la persona rimasta vedova precocemente, oltre a convivere con il dolore, dovrà preoccuparsi di questioni molto pratiche come il fatto di allevare i figli e organizzare la vita, oltre che della preoccupazione per la salute fisica e mentale. Trovarsi in questa situazione da giovani o anche nella vita adulta implica alcune “preoccupazioni ben determinate rispetto alle necessità immediate”, sostiene.

Nella vedovanza tardiva bisogna invece congedarsi da qualcuno con cui si è condivisa tutta una vita. Se nella vedovanza precoce la persona cerca di trovare soluzioni al modo in cui allevare i figli da sola, nella vecchiaia i figli sono ormai cresciuti e hanno la propria famiglia, e quindi il senso di solitudine può essere maggiore.

Nonostante le peculiarità di ogni storia, c’è una somiglianza di fondo: in entrambi i casi si provano “la sofferenza e la solitudine per l’allontanamento dalla persona con cui si è vissuto e si sono convidise per molto tempo le proprie emozioni, la vita e le esperienze”, spiega Fernandes.

Tornare alla routine

Dopo aver vissuto il lutto e compreso le sfide che comporta questa nuova realtà, bisogna affrontare nuovamente la vita, e secondo Michel cercare di trovare un posto nuovo per quella persona nella propria esistenza. “Non è necessario dimenticarla. Al contrario, i ricordi, ciò che si è appreso e perfino i sogni condivisi possono rimanere vivi, anche se non c’è più la presenza fisica della persona amata”, commenta. “Allo stesso tempo – senza mai smettere di rispettarsi –, è importante riprendere gradualmente a vivere, cercando sostegno in amici, familiari, comunità religiosa (se se ne ha una), gruppi di aiuto reciproco o professionisti del settore sanitario”.

La famiglia gioca un ruolo fondamentale in questo momento, perché è in essa che il vedovo troverà grande sostegno. Spesso chi è rimasto da solo ha bisogno di sentirsi amato con piccoli gesti e semplici dimostrazioni di presenza. Ad esempio, i familiari possono aiutare a svolgere i compiti domestici e a gestire le finanze.
Michel ricorda che al momento di cercare di risollevare il vedovo è importante che la famiglia scelga bene le parole.

Ad esempio, “non si devono fare commenti sul fatto di trovare un nuovo o una nuova partner, perché possono dare l’impressione che il coniuge scomparso potrebbe essere facilmente sostituito da un’altra persona”.

articolo tratto da aleteia.org