Tags Posts tagged with "cremazioni cerro maggiore;"

cremazioni cerro maggiore;

95

Quali luoghi e quali riti per i funerali di domani?

Chiara Santomiero/Aleteia Team 

Cremazione, dispersione delle ceneri, personalizzazione del rito: nuove tendenze che sollecitano una rinnovata attenzione pastorale

Quali luoghi e quali riti per i funerali di domani?

E’ la riflessione proposta dal quotidiano francese La Croix  che ha esplorato come siano cambiati i luoghi della memoria con la maggiore diffusione della cremazione delle spoglie del defunto e della dispersione delle ceneri. E’ cambiato anche il rito stesso delle esequie: quando non è proprio slegato da qualsiasi appartenenza religiosa e celebrato in modo alternativo dalle agenzie di servizi funebri, sempre più spesso in ogni caso è segnato dalla personalizzazione e dal susseguirsi dei ricordi di amici e parenti del defunto insieme alla lettura di brani significativi per l’estinto, quando non si assiste alla proiezione di video che ne registrano momenti particolari della vita.

Tutto questo sollecita una rinnovata attenzione pastorale, come sottolinea don Franco Magnani, direttore dell’Ufficio liturgico della Conferenza episcopale italiana.

Nuovi luoghi e soprattutto nuovi riti per la morte: come leggere questa tendenza?

Magnani: Negli ultimi tempi si assiste a un riaffacciarsi della riflessione sulla morte, che da sempre interroga gli individui e la società ma che con il tempo sembrava essere stata sottoposta a un processo di censura e rimozione, nel tentativo di eludere le domande attorno al morire e quasi con l’occultamento dei gesti che accompagnano il lutto. Nel riproporsi di questa attenzione si colloca l’esigenza crescente di personalizzazione dei funerali, che non di rado sconfina nella ricerca di una vera e propria spettacolarizzazione. Tutto ciò chiede una sapienza pastorale capace di integrare in modo nuovo le molteplici dimensioni della morte: l’unicità della singola persona e insieme l’appartenenza all’universale condizione umana; la singolarità del corpo e l’eccedenza dell’anima; l’attaccamento che custodisce l’affetto e la necessaria conversione che esige il distacco; il dolore per la perdita e la speranza nella Risurrezione. Su questi temi ci siamo interrogati di recente nel convegno nazionale “Umbra Mortis Vitae aurora”, promosso dall’Ufficio liturgico in collaborazione con la Pontificia Università lateranense dal 23 al 25 ottobre scorsi, per presentare la seconda edizione italiana del rito delle esequie.

Quali aspetti avete affrontato in particolare?

Magnani: La presentazione delle peculiarità della seconda edizione del Rito delle Esequie ha cercato di far emergere alcune di queste dialettiche e in particolare due istanze. La prima è relativa alla diffusione di pratiche come la cremazione, la dispersione delle ceneri, o la loro custodia nelle abitazioni domestiche, che obbligano non solo ad una presa di posizione da un punto di vista giuridico, ma anche ad una presa in carico dal punto di vista pastorale e liturgico. La seconda è legata all’urgenza di formare nuove ministerialità per garantire, in uno scenario ecclesiale in rapido mutamento, lo svolgimento efficace delle tre tappe – casa/ospedale, chiesa, cimitero – che scandiscono i riti esequiali. In questa prospettiva, è stato molto utile l’ascolto e il confronto con quanto avviene oltr’Alpe, nella situazione specifica presentata dal vescovo di Saint-Étienne (Francia), dove questa attenzione pastorale è stata sollecitata prima.

Quale conclusione si può trarre rispetto a questo diverso modo di celebrare il distacco dalla vita?

Magnani: Sembra evidente che l’uomo e la donna della post-modernità non possono vivere l’esperienza del morire senza affidarsi alla dimensione della ritualità. Di fronte alla morte si riscontra una sorprendente domanda di riti, perché non bastano risposte più o meno ideologiche, non bastano i discorsi astratti, anche se fascinosi, seri e profondi. Malgrado i venti della secolarizzazione, i riti legati alla morte, anche se minacciati, resistono – magari trasformandosi – perché per affrontare il mistero della morte, come per le altre tappe esistenziali di passaggio o di crisi – come la nascita, l’ingresso nell’età adulta, lo sposarsi, la malattia –, “ci vogliono i riti” come scriveva de Saint-Exupéry. La stessa elaborazione meramente civile del lutto va quindi oggi in cerca di ritualità significative.

 

articolo tratto da aleteia.org

268

Si può morire davvero dopo aver deciso di “lasciarsi andare” (lo dice uno studio)

Esistono 5 campanelli d’allarme per riconoscere chi ha rinunciato del tutto alla vita ed è in pericolo

by Huffington Post

Si può morire davvero dopo essersi lasciati andare, essersi arresi. È questa la conclusione a cui è giunto il dottor John Leach, della Portsmouth University, con il suo studio pubblicato sulla rivista “Medical Hypotheses”: a quanto pare, le persone che decidono di non voler avere più niente a che fare con la vita, possono spegnersi nell’arco di pochi giorni, alcune volte soltanto tre. Ci sono, però, dei campanelli d’allarme, da non sottovalutare, che si accendono quando una persona decide di lasciarsi andare alla morte: basta solo riconoscerli.

“Non si tratta di suicidio, non si tratta di depressione, ma dell’atto di arrendersi, di rinunciare alla vita, il quale sfocia nel decesso nell’arco di giorni”, spiega Leach. Questo tipo di morte viene chiamato “morte psicogena” ed è, secondo il professore, una vera e propria malattia. Stando a quanto osservato da Leach e dal suo team, la condizione si presenta frequentemente a seguito di un evento traumatico: la persona in questione decide che è arrivato il momento di lasciarsi andare. E la morte spesso “l’asseconda”. Ecco spiegato, dunque, il motivo per cui chi perde il proprio compagno, molte volte segue lo stesso destino.

Il fenomeno era conosciuto già ai tempi della guerra di Corea: i prigionieri smettevano volontariamente di parlare e di mangiare e morivano nell’arco di pochi giorni. Si sentivano sconfitti dalla vita. Proprio quando si prova questa sensazione di sconfitta e di voglia di abbandonarsi, si verifica anche, secondo il professore, un cambiamento dell’attività in una regione del cervello che ci motiva a prenderci cura di noi stessi.

“I traumi possono danneggiare l’attività della cosiddetta ‘corteccia cingolata anteriore’ (quella parte del cervello che funziona per gli esseri umani da ‘sistema di allarme’ silenzioso, ovvero elabora pericoli e problemi, ndr). La motivazione è essenziale per gestire la vita quotidiana e se questa regione si blocca, spesso l’apatia è inevitabile”, spiega il dottor Leach.
Ma il processo è reversibile? Una persona che decide di lasciarsi andare, può anche decidere di tornare indietro e salvarsi? Per il professore, è possibile. Bisogna solo trovare un nuovo senso alla propria vita e ristabilire il controllo di quest’ultima: in poche parole, leccarsi le ferite e andare avanti.

Ci sono, però, dei segnali, anzi delle vere e proprie fasi, che non dovrebbero sfuggire a chi vive accanto ad una persona che ha subito un trauma e che potrebbero essere la spia della decisione di quest’ultima di arrendersi:
1. Rinuncia alla vita sociale
Spesso chi ha subito un trauma tende ad evitare il contatto con gli altri. Fa fatica ad esternare le proprie emozioni e diventa, in un certo senso, insensibile alle emozioni altrui. La fase può essere momentanea, ma se si protrae troppo a lungo può essere il segnale della perdita di entusiasmo e di interesse in generale per la vita.

2. Apatia
Le persone che decidono di “lasciarsi andare” perdono interesse per tutto: non hanno più voglia di prendersi cura di se stesse e spesso faticano anche a farsi una doccia.

3. Abulia
L’apatia può portare all’abulia, ovvero all’inerzia e all’incapacità di prendere decisioni o iniziative. In questa fase, l’individuo può continuare a prendersi cura degli altri (ad esempio, dei bambini), ma smette di curare se stesso. Può sentire di avere la mente vuota e faticare anche a parlare.

4. Acinesia
Si tratta di un deficit nell’avvio della sequenza motoria: si ha quando la persona in questione fatica a muoversi, diventa incontinente o non pulisce più la casa. Può diventare quasi insensibile al dolore, sempre perché non ha alcun motivo che la spinge a mettersi in salvo, a curarsi di se stessa.

5. Morte psicogena
È l’ultima fase, che può verificarsi dopo quelle precedenti. E consiste nel perdere qualsiasi tipo di voglia di vivere o di attaccamento alla vita. Si possono fare anche dei gesti totalmente contro la propria salute. Come racconta il dottor Leach, nei campi di concentramento gli individui che “volevano morire” si riconoscevano perché barattavano cibo in cambio di sigarette: “Quando un prigioniero prendeva una sigaretta e l’accendeva, i suoi compagni sapevano che si era del tutto lasciato andare, che aveva perso la speranza e che presto sarebbe morto”.

 

580

“Sarò cenere”, in Italia è boom di cremazioni

 

 

Il funerale in Italia cambia stile: è boom di cremazioni. Si è passatidalle 110.710 cremazioni nel 2013 alle 141.553 del 2016 con un trend in costante crescita. In testa Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. E’ quanto emerge dagli ultimi dati raccolti dalla Sefit Utilitalia (Servizi Funerari Italiani) sulle cremazioni di cadaveri effettuate nell’anno 2016 nei crematori italiani in funzione, predisposti sulla scorta dei modelli a suo tempo inoltrati ai comuni sede di impianto e ai gestori. Dietro il fenomeno una molteplicità di fattori: dalle ragioni economiche alla questione degli spazi.
La Federazione da anni effettua una raccolta sistematica di dati statistici sullo sviluppo della cremazione, fornendo i dati a istituzioni nazionali, come l’Ispra, o internazionali, come Icf ed Effs. Nel fornire i dati la Sefit specifica che alla data di emanazione della circolare non sono pervenuti, in quanto non forniti dal gestore dell’impianto, quelli relativi ai crematori di Bagno a Ripoli, Carpanzano, Domicella e Montecorvino Pugliano; di conseguenza il dato delle cremazioni registrate sul territorio nazionale – in particolare in Campania – è da considerare sottostimato.
“Da un’analisi dei dati pervenuti si può affermare che le cremazioni effettuate in Italia nel corso del 2016 siano cresciute in maniera contenuta rispetto all’anno precedente, con un aumento percentuale del 3,2%, corrispondente a 4.388 unità, determinato in particolare dal calo della mortalità generale rispetto al 2015, anno anomalo nel trend. Nel 2016 si sono registrate a consuntivo 141.553 cremazioni di feretri, contro 137.165 del 2015” rende noto la Sefit.

“L’Istat – si ricorda – ha recentemente diffuso i dati sulla mortalità e popolazione 2016, anno in cui si sono registrati 615.261 decessi. Quindi l’incidenza della cremazione (per difetto, mancando i dati di 4 crematori) sul totale delle sepolture, per l’anno 2016, è del 23,01%, con un notevole incremento in termini percentuali (+1,83%, rispetto al dato 2015, che era del 21,18%)”.
Analizzando il dato territoriale, le regioni dove la cremazione è più sviluppata – in termini di rapporto percentuale delle cremazioni eseguite sul territorio rispetto al dato nazionale – continuano ad essere Lombardia (25,8%), Emilia-Romagna (14,6%) e Piemonte (14,3%), che dispongono del maggior numero di impianti di cremazione operativi (12 per ognuna delle tre regioni) e sono le regioni con maggiore mortalità. In particolare la Lombardia è in testa con 36.590 cremazioni, segue l’Emilia-Romagna con 20.600 e il Piemonte con 20.285 cremazioni.
La crescita percentuale maggiore nel 2016 rispetto al 2015 si è avuta a livello regionale in Sardegna (+41,8%), Puglia (+39,5%) e Sicilia (+21,3%), “anche se va detto – specificano i Servizi Funerari Italiani – che in queste incidono soprattutto la messa in funzione o il fermo/rallentamento operativo di uno o più impianti e la scarsa numerosità dell’anno precedente”. La crescita numerica regionale più elevata si è registrata invece in Emilia-Romagna (+2.777), Lazio (+829) e Veneto (+516).

L’incremento del ricorso alla cremazione continua ad avvenire soprattutto al Nord, che ha una maggiore presenza di impianti, ma anche al Centro. In particolare nei capoluoghi di provincia dotati di impianto. Anche nel 2016, così come negli anni precedenti, le città in cui viene effettuato il maggior numero di cremazioni sono Roma (12.376), Milano (10.776) e Genova (6.048), “anche se è bene chiarire – viene precisato – che si tratta di cremazioni svolte per un’area che spesso è almeno provinciale, se non ancor più estesa”. A seguire, con oltre 4.000 cremazioni Mantova (4.973), Livorno (4.719), Trecate (4.302) e Bologna (4.201).

FORME DI SEPOLTURA – Riguardo alle altre forme di sepoltura, secondo le stime del 2016, le inumazioni (in terra) sono state 203.037 (33%) mentre le tumulazioni (in loculo e in tomba) 270.671 (43,99%).

IL PERCHE’ DI UNA SCELTA – Oltre a un intimo e personale desiderio dell’individuo, dietro il boom di cremazioni esiste una molteplicità di fattori. Le ragioni economiche pesano ma all’origine della scelta vi sono anche la questione degli spazi e l’apertura della Chiesa. A spiegarlo all’Adnkronos è Pietro Barrera, responsabile Sefit.
“Il boom è molto diversificato sul territorio nazionale con una differenziazione tra Nord e Sud” premette Barrera. “Indubbiamente incide il costo delle sepolture, perché la sepoltura di un’urna cineraria costa molto poco, ma un elemento che nel nostro Paese ha contribuito ad aumentare la richiesta di cremazione – sottolinea – è stata la legittimazione di questa pratica da parte della Chiesa cattolica”. Prima infatti la percezione popolare era quella di “un atto ostile alla religione e si riteneva che fosse una pratica anticristiana. Ora questa barriera è caduta”.
C’è poi il tema della disponibilità degli spazi legato a quello dei costi. “Costruire tombe di famiglia era ed è costosissimo e richiede spazi” evidenzia. Inoltre, “in molte città c’era il problema di soddisfare la richiesta crescente di loculi, con il risultato che poi si finiva per costruire, si pensi ad alcune parti del cimitero di Prima Porta a Roma, dei modelli da edilizia intensiva, come il palazzone di edilizia residenziale popolare degli anni ’70”.

Di qui “l’idea di cercare una strada alternativa per far sì che il destino della salma non richieda di per sé grande spazio e conseguentemente anche grandi spese”. Si può scegliere l’affidamento familiare, la dispersione ma anche una collocazione cimiteriale “garbata, appropriata e decorosa”.

Al Verano di Roma, “dove da decenni non c’è più la possibilità di costruire nuove sepolture, si trovò spazio per i cosiddetti colombari – spiega ancora Barrera – piccoli loculi che non potevano ospitare una bara ma un’urna sì, attraverso i quali si è risposto a una domanda di famiglie che cercavano una sepoltura al centro di Roma e la potevano ottenere solo in quel modo perché al Verano loculi disponibili non c’erano e non ci sarebbero stati”.
Quanto al costo della cremazione, “al netto dei ricarichi che possono fare le imprese di onoranze funebri, dipende anche dalla distribuzione, efficienza e accessibilità degli impianti che non sono distribuiti in modo equilibrato sul territorio nazionale”. E, “in alcune aree del Paese”, conclude Barrera, è collegato anche al fatto “che esista una limpida e trasparente concorrenza”.

Articolo tratto da: www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/09/20/saro-cenere-italia-boom-cremazioni_gcOd3nmfGS98Oib7d6kWhK.html