G. Ravasi “Quel «confine» rimane sempre aperto”

G. Ravasi “Quel «confine» rimane sempre aperto”

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L’Aldilà. Che cosa accade quando si muore? Attorno al pesante interrogativo s’è sviluppata una ricerca filosofico-teologico-letteraria che offre risposte destinate a restare in sospeso. Ora due saggi, di Paolo Ricca e Ivano Dionigi, affrontano di nuovo il grande tema

Nel suo intenso e originale saggio su «Lucrezio, Seneca e noi», suggestivamente intitolato Quando la vita ti viene a trovare il latinista Ivano Dionigi ha un capitoletto dedicato alla paura della morte, il ricatto più potente che incombe sull’umanità e – sulla scorta di Lucrezio – ne delinea le terribili gemmazioni, come la libidine del potere e della ricchezza, l’immoralità, la servitù e persino la religione. Per l’implacabile poeta latino solo la morte è immortale, il vero inferno è l’aldiquà e il giudizio escatologico è solo una parabola delle nostre malattie morali. Lunga è la fila dei seguaci di Lucrezio, anche se non hanno mai letto un rigo del suo De rerum natura. Il tempo scorre e la morte regge sempre l’altro capo del filo, in attesa di avvoltolarlo o troncarlo per sempre. Come suggeriva il Franco cacciatore di Caproni, «se ne dicono tante. / Si dice anche / che la morte è un trapasso. / (Certo: dal sangue, al sasso)».
C’è, però, anche una visione antitetica del fine vita: tra l’altro, in latino finis copre una trilogia semantica non del tutto sinonimica, perché indica sì un “confine” e una “fine”, ma anche il “fine” e quindi una meta attesa e aperta. Così, sempre per stare al saggio di Dionigi, agli occhi dell’altro grande scrittore classico, Seneca, la morte è un dies natalis, una nuova nascita sulla quale si irraggia una lux divina, fermo restando che l’interrogativo Mors quid est? rimane carico di sospensione, e lo spegnersi vitale è sempre un evento traumatico. Come il filosofo latino di Cordoba, una folla imponente, pur conservando le sue stesse esitazioni, si è affacciata positivamente su un oltrevita.
Basti solo citare la battuta di Rilke nella sua lettera a von Hulewicz a proposito delle Elegie duinesi: «La morte è il lato della vita rivolto altrove da noi, non illuminato da noi».
A questo proposito, nella prospettiva cristiana appare il “risveglio” (tale è il valore del verbo greco usato dal Nuovo Testamento eghéirein) della risurrezione. Esso si fonda sul passaggio di Dio stesso, attraverso il suo Figlio, nella mortalità umana, passaggio reso possibile dalla sua incarnazione o umanizzazione. Facendosi mortale come ogni creatura, Cristo percorre e sperimenta in sé la fine, senza però cessare di essere divino e, quindi, eterno. È per questo che egli trasfigura e trasforma il morire, irradiandolo e fecondandolo con la sua eternità: è appunto la risurrezione, l’oltretempo.
Attorno a questo complesso tema, che non elide la pesantezza degli interrogativi, s’è ovviamente sviluppata una sterminata ricerca filosofico-teologico-letteraria (la stessa Divina Commedia ha come impalcatura proprio questa concezione), cristallizzata in un’infinita biblioteca.
Uno dei nostri più importanti e acuti teologi contemporanei, il valdese Paolo Ricca, affronta di nuovo (lo aveva fatto già anni fa col suo Il cristiano davanti alla morte) la grande domanda: «Che cosa accade quando si muore?», fermo restando che l’unica esperienza del morire che possiamo narrare è quella esterna a noi, vissuta da altri. Egli ripropone l’interrogativo ma da un’angolatura più ardua, ponendosi non davanti ma dopo la morte. Si spiega, così, il titolo Dell’aldilà e dall’aldilà. Tre sono gli sguardi che si sono affacciati su quella terra incognita, cercando di diradarne l’oscurità o di filtrarne la luce abbagliante.
La prima visione è quella immortalistica che affonda le sue radici nel pensiero platonico, aggrappato all’asse metafisico della spiritualità dell’anima e quindi della sua incorruttibilità. Ricca fa scorrere, quasi in un filmato, una decina di ritratti di figure cristiane che hanno tentato di declinare e concordare il messaggio pasquale con una simile lettura dell’antropologia teologica: tra i nomi più noti, ecco Agostino, Tommaso d’Aquino, Lutero, Calvino, Barth, ma non manca anche la voce dell’Oriente ortodosso, sia pure sempre col retrogusto del linguaggio resurrezionistico neotestamentario. Per aggiungere un’attestazione cattolica contemporanea, oltre ad alcune considerazioni di Ratzinger teologo, sarebbe da seguire il rituale liturgico dei defunti che è intessuto di frasi di questo genere: «Accogli, Signore, l’anima del tuo fedele che parte dall’Egitto di questa vita per giungere a te… Venite, santi e angeli di Dio, accogliete quest’anima e presentatela al trono dell’Altissimo…», e così via.
L’anima immortale del morto è, dunque, affidata al suo Creatore. Ricca, però, un po’ a sorpresa, coinvolge nella sua analisi anche lo sguardo “reicarnazionistico”, caro all’induismo e al buddismo, ma presente anche nell’orfismo greco. Curioso è il vaglio degli ipotetici passi biblici addotti a sostegno di questa tesi (Giovanni 8,58; 9,2-3; Matteo 11,7-19; Galati 6,7-8; Apocalisse 13,9-10; Genesi 25,21-26; Salmo 90), testi francamente stiracchiati e improbabili. Lo stesso vale per la successiva tradizione teologica cristiana. Le divergenze sono radicali a livello di antropologia teologica e Ricca, pur riconoscendo alcuni valori generali, argomenta la reale incompatibilità tra questa visione e quella cristiana.

 

La trilogia degli sguardi, dopo quelli immortalistici e incarnazionistici, si conclude con l’aldilà cristiano specifico che, come si diceva, si fonda sulla risurrezione di Cristo. Sono

poche pagine, molto dense eppure trasparenti, che cercano di spogliare il tema da pesantezze materialistiche ma di evitare anche ogni eterea metamorfosi. A questo punto sul tappeto ritorna la domanda di partenza: «Che cosa succede quando si muore?». Tre sono gli approcci esaminati: il credente, privo del corpo fisico, si unisce intimamente a Cristo Risorto; il fedele entra in uno “stadio intermedio” di unione con Cristo, in attesa però della pienezza finale con la risurrezione; la persona credente entra in una sorta di quiete (“sonno”) vegliata dal Signore che la risveglierà-risorgerà al compimento della storia.

Naturalmente lasciamo al lettore di seguire la definizione accurata di questi percorsi e le conclusioni possibili che gettano un fascio di luce su quella terra incognita, senza però poterla del tutto mappare e visitare, stando nell’aldiquà. In finale vorremmo ritornare al libro di Dionigi che segnala un’intuizione di Alcmeone, un remoto e quasi ignoto medico greco del VI sec. a. C. Egli parla dell’«arco della vita» umana attraverso un folgorante gioco di parole della sua lingua nella quale “vita” è bíos e “arco” biós. Il cerchio è la pienezza perfetta ed è questa la vita della divinità; «gli uomini, invece, muoiono perché non possono ricongiungere il principio con la fine», essendo la loro vita-bíos solo un arco-biós incompleto. Con un’allegoria cristiana potremmo dire che solo Dio con un atto di grazia potrebbe aiutarci a chiudere a cerchio l’arco (biós) limitato della nostra vita (bíos).

in “Il Sole 24 Ore” del 27 gennaio 2019