Senza categoria

80

Lo scorso 22 gennaio, la giornalista Eleanor Cummins ha pubblicato un interessante articolo sulla rivista online Vox.com, in cui definisce i Millennials americani come “death positive generation”. Sostiene, cioè, che le generazioni più giovani, a differenza dei boomer, abbiano meno timore a parlare della morte, a pianificare anticipatamente il proprio funerale e le proprie memorie, nonché a predisporre il testamento biologico .

Cummins riporta uno studio del 2017, pubblicato sulla rivista Health Affairs, il quale evidenzia come solo un americano adulto su tre pianifichi le proprie volontà in caso di malattia o di morte prematura. Addirittura, solo il 21% degli americani adulti predispone con i familiari i riti funebri da osservare e la divisione dei suoi beni post mortem. Sembra che le persone nate negli anni Cinquanta e Sessanta siano ancora profondamente segnate dal processo di rimozione sociale e culturale del morire, per cui continuano a tenere la morte a debita distanza.

In contrapposizione a ciò, sono indicati numerosi esempi e studi che, invece, dimostrano una maggiore consapevolezza giovanile del ruolo della morte all’interno della vita e, dunque, la necessità di prendere decisioni anticipate. Da una parte, vengono menzionati i risultati di uno studio, condotto da un ricercatore della California State University Long Beach, relativo alla capacità di ottantaquattro Millennials di parlare liberamente della morte. Da un’altra, sono descritte una serie di iniziative giovanili, sviluppate per lo più online, le quali sono finalizzate a facilitare la gestione delle attività post mortem, in caso del lutto di un parente, o semplicemente a discutere senza eccessivo timore della perdita di una persona amata o della propria mortalità.

La giornalista riconduce questo cambiamento in corso a due principali fattori: il primo riguarda la precarietà economica ed esistenziale delle generazioni più giovani, le quali – volenti o nolenti – si sentono più predisposte ad affrontare gli aspetti dolorosi della vita. Il secondo riguarda, invece, la presenza massiccia delle tecnologie digitali nella vita dei Millennials, in grado di offrire spazi inediti per discutere degli argomenti considerati generalmente tabù. Dal mio punto di vista, trovo una consonanza con il ragionamento esposto nell’articolo, se penso a un semplice esperimento che ho svolto recentemente online. Digitando su YouTube, in inglese, i termini appropriati per indicare – per esempio – la perdita di un genitore, ho trovato oltre 230.000 video. Soprattutto di adolescenti che raccontano la loro esperienza. C’è un video di una adolescente italiana che racconta la morte di sua madre. Il video supera il milione di visualizzazioni e conta oltre diecimila commenti. Un simile supporto – più o meno superficiale – latita del tutto nella dimensione offline.

Se teniamo poi conto dell’incredibile successo avuto da Caitlin Doughty, menzionata nell’articolo di Cummins e di cui si è occupato anche il nostro blog (qui trovate tutti i riferimenti necessari), possiamo veramente cogliere delle differenze generazionali in merito al rapporto con il fine vita e con il lutto.

Detto questo, a mio avviso, è necessario aggiungere alcune considerazioni fondamentali: in primo luogo, i Millennials, essendo nati tra il 1981 e il 1996, non sono più la generazione degli adolescenti. Quindi, l’analisi dei cambiamenti in corso deve considerare anche le differenze sostanziali tra i Millennials e le generazioni successive, di modo da avere un quadro aggiornato e puntuale. In secondo luogo, sarebbe interessante capire se le osservazioni svolte nei confronti dei giovani americani valgono anche nel resto del mondo occidentale. In terzo luogo, infine, bisogna monitorare con attenzione il modo in cui le tecnologie digitali mediano il legame tra le generazioni più giovani e il fenomeno della morte. Motivo per cui è sempre più utile porre al servizio di psicologi, operatori sanitari, educatori, ecc. figure professionali esperte delle tecnologie digitali attualmente in uso.

Aggiungo una considerazione conclusiva. Se veramente c’è un atteggiamento più positivo nei confronti della morte, questo dipende dal lavoro svolto dai tanatologi e da tutti coloro che quotidianamente si impegnano a superare, nello spazio pubblico, la rimozione sociale e culturale del fine vita. Lavoro che andrebbe maggiormente considerato nei diversi percorsi di studio, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, di modo che in un futuro prossimo tutti i cittadini siano in grado di scendere a compromessi con la propria mortalità.

ARTICOLO TRATTO DA: sipuodiremorte scritto da DAVIDE SISTO

128

Solitamente questo blog pubblica solo testi originali, scritti per “Si può dire morte”. Tuttavia, per l’importanza e l’utilità di questa riflessione sul lutto di Nicola Ferrari, abbiamo deciso di pubblicarlo anche qui, nonostante si trovi sul sito dell’associazione Maria Bianchi.

“È stato ricoverato d’urgenza e da allora non ci ha più visto, non ha sentito le nostre voci, non ha più sentito la nostra forza. E quando è morto me lo hanno detto con una chiamata, al cellulare, neanche ti possono guardare negli occhi. Ho richiamato il dottore una, due, dieci volte perché volevo sapere cosa ha detto, cosa ha fatto prima di morire. Come sono stati gli ultimi momenti? Quali sono state le sue ultime parole? Mi hanno detto che voleva andare a casa, che voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi.”

Questa testimonianza è solo una delle tante che in queste settimane si possono trovare in rete e sui giornali e molte altre ne compariranno prossimamente. A tutt’oggi ci sono circa 17.600 decessi in Italia e 72.700 nel mondo: calcolando che in molti Stati l’epidemia è solo a livello iniziale, quante famiglie nel giro di pochi mesi saranno in lutto?
Quante società sportive, gruppi di vario tipo, colleghi di lavoro, amici d’infanzia, comunità religiose e laiche si troveranno senza uno di loro? È del tutto realistico pensare a cifre con sei zeri.

E tutta questa immane quantità di persone in lutto si ritroverà accomunata da un’esperienza molto simile: non aver potuto stare accanto a chi stava morendo, non avergli fatto sentire l’amore, il sostegno, l’amicizia; non essere riuscito ad ascoltarlo, a farsi vedere, ad abbracciarlo, aver vissuto la consapevolezza ora dopo ora che il decesso di chi amo sta arrivando ed essere costretto a restare lontano, a casa, impotente e incapace.

Ma non finisce qui: perché poi c’è la vestizione del corpo, che non si può fare, non lo si può preparare con dignità e cura e poi c’è la salma che non si può vedere perché la bara va chiusa in fretta per motivi sanitari e poi c’è il funerale che non c’è: non c’è il rito, non c’è il saluto, non c’è il piangere con chi è disperato come me, non c’è il sentirsi parte di una piccola comunità o di una grande famiglia. Non c’è la possibilità di sapere che sei seppellito dove ti spetta di stare ma, molto spesso, ammucchiato dove c’è posto, insieme ad altri anonimi defunti. E pure se si è tra quelli che hanno un posto dove andare a ricordare o pregare chi hai perso, non lo puoi nemmeno vedere da lontano.
– Ha finito di soffrire – è la consolazione di chi rimane. E ovunque collochiamo il nostro caro, probabile che sia così.
Per lui.
Non per chi rimane, non per chi l’ha amato o gli ha voluto bene, non per chi lo stimava, lo desiderava o anche solo lo sopportava e lo accettava così, come era, come lui faceva con noi. Cosa accade allora a chi resta?

Dinamiche del lutto da Coronavirus

Nei tempi immediatamente successivi al decesso, come stiamo constatando dal nostro osservatorio tramite i contatti che ci arrivano, nei parenti-famigliari-amici di chi è morto per Coronavirus si manifestano:

– un intenso senso di colpa (avrei potuto cercare di vederlo, potevo pensare di fargli avere un cellulare per comunicare, dovevo mandargli un messaggio tramite un infermiere o un dottore…);

– sensazione di sconforto dovuta al pensiero di avere mancato, di avere fallito umanamente nei confronti di chi è morto (non sono stato in grado di dirti che sono qui con te, di proteggerti, di consolarti);

– pensieri frequentissimi, a volte snervanti e molto acuti, fortemente deprimenti e carichi di angoscia perché riferiti in maniera continua a ricostruire o immaginare come la persona deceduta avrà vissuto gli ultimi giorni (cosa avrà pensato? Come si sarà sentito restando da solo?);

– ira e rabbia per il senso di ingiustizia che si prova dovuto proprio alla causa della morte (non è giusto che mio padre sia morto così, non si può morire di qualcosa che non si vede, di un virus che arriva da lontano, non è possibile morire perché la scienza non trova un vaccino…).

E poi ci saranno, di certo più complesse da decifrare ed affrontare, tutte le conseguenze nei tempi più lunghi, quando l’emergenza finirà e si potrà tornare ad una graduale normalità: con le bare già interrate, sarà possibile svolgere un ‘secondo’ funerale? E se non lo sarà, come si può salutare chi amiamo senza la ritualità confortante e aggregante che da sempre genera un funerale religioso o civile?

Quanto inciderà la gioia di poterci riabbracciare, essere liberi e uscire, il desiderio di riprendere quegli impegni che almeno un po’ ci avvicinano alla vita di prima, con il dolore e lo strazio represso di dover andare, settimane dopo il decesso, nella casa del papà, del nonno, nell’incontrare i parenti del nostro amico o collega defunto, nello svolgere le pratiche burocratiche ineliminabili?

Si vivrà un secondo lutto condiviso ed espresso, dopo il primo chiuso e quasi totalmente taciuto?
Questi sono solo alcuni degli interrogativi che emergono; molti altri ne appariranno presumibilmente con il protrarsi dell’isolamento e con la modificazione di alcune variabili (la questione economica, ad esempio, sarà uno di quegli aspetti della vita dei prossimi mesi che inevitabilmente creerà ripercussioni a vari livelli, così come la durata del periodo di chiusura lavorativa e distanziamento sociale e la maggior o minore capacità della gente di riattivare forme di coesione sociale sul territorio).

Ma se di fronte a queste e altre difficoltà, quello che possiamo fare è al massimo ipotizzarle e prepararci ad intercettarle se si manifesteranno, tanto invece si può ora mettere in campo.

Cosa fare adesso?

Ossigenare il lutto.
Infondergli l’aria, quella stessa che passa attraverso i bocchettoni, i tubi, il casco che vedevamo solo nei film strappalacrime e che ora sono il simbolo della guerra in corso.

Bisogna creare le condizioni perché lo strazio di questo lutto soffocato possa respirare a pieni polmoni: il dolore che si narra, che ha pieno diritto di cittadinanza quando trova luoghi, persone, momenti per essere raccontato e accolto da altri, diminuisce, nell’immediato, la sua carica angosciante, permettendo un iniziale senso di maggior sollievo e minore solitudine; se questo processo narrativo si riesce a proseguirlo e a condividerlo con altri nella mia stessa situazione, diventa allora possibile continuare a ricordare il proprio caro, o almeno iniziare a farlo, e a recuperare il suo lascito esistenziale (vero obbiettivo di un percorso rielaborativo) nonostante l’isolamento in casa, l’impossibilità di svolgere il funerale, di incontrarsi con altri parenti o amici affranti.

Le possibilità sono varie, oltre a quelle più evidenti e utilizzate spontaneamente che si riferiscono cioè all’uso della rete, dei social, dei cellulari e di tutto quello che può essere utilizzato per creare contatti:

– individuare un tempo preciso durante la giornata da dedicare a chi abbiamo perso. Può essere un momento anche breve, magari ripetuto più di una volta durante le settimane ma è importante, soprattutto se non si è in casa da soli, che sia concordato, preparato, atteso. Un momento specifico, apposta solo per te che non ci sei più, che definisce una pausa nella quotidianità imposta e che sottolinea che ora niente è più importante di te;

– preparare lo spazio nel quale staremo per ricordarti: non c’è bisogno di nulla di complesso, servono segni che rendano questo luogo intimo, dedicato, rispettoso. Può bastare una candela, una diversa disposizione delle sedie, la ricerca di una luce calda, una semplice attenzione e novità per terra, appesa al muro, sul divano, nel tavolino;

– narrare quello che si prova: a voce alta, ognuno agli altri ma anche senza suono alcuno, sapendo comunque che tutti sappiamo che stiamo raccontando. Riempire di parole il dolore, farlo emergere, dettagliarlo, permettere che la sofferenza interna acquisisca forma e caratteristiche perché tutto ciò che si nomina, se le parole usate sono cor-rispondenti a ciò che viviamo interiormente, si può affrontare, diventa contemporaneamente dentro e fuori di noi. Oppure si può scrivere (ma il processo è identico): messaggi brevi e lettere lunghe, anche queste da condividere tra i presenti, da leggere a voce alta o da passarsi l’un l’altro in silenzio o da tenere gelosamente tutte per sé;

– mantenere viva la memoria del nostro caro e ricordare l’intera sua vita, non solo l’ultimo periodo di malattia, per evitare proprio che questa fase finale si fissi in noi diventando totalizzante, dominante e invasiva; chi abbiamo perso era una persona che ha il diritto di non essere ricordata solo per lo strazio degli ultimi suoi giorni perché la sua esistenza è stata assolutamente più ricca e significativa. Aiutarci quindi a ripensarlo come era pienamente: la sua personalità, le sue passioni, i doni e i limiti, i momenti indimenticabili, i viaggi, il cibo che amava… Quando è possibile recuperare fotografie o oggetti a lui appartenuti o comunque significativi, utilizzando anche cellulari, eventuali profili in rete, materiale digitale presenti in computer o tablet: l’impatto è spesso molto intenso e coinvolgente e crea una immediata vicinanza e senso di appartenenza fra tutti i presenti;

– creare rituali, anche semplici, per salutare e ringraziare il defunto: l’accensione di una candela, l’ascolto di una musica, la lettura di una poesia, la libera espressione di ognuno con una frase, la ripetizione di un gesto particolare appartenuto al suo modo di fare, piantare un nuovo fiore, seme o albero se si ha un giardino o dei vasi…;

– progettare il futuro: una volta finito l’isolamento, ci saranno tante incombenze da svolgere legate al funerale, eredità, casa, altre persone coinvolte…. Decidere insieme come gestire tutto quanto come modo da un lato per ‘continuare’ la vita e dall’altro per testimoniare concretamente l’amore per chi abbiamo perso prendendoci cura di tutte le conseguenze.

“Voleva noi, voleva solo noi, cercava sempre noi” è la testimonianza inserita all’inizio, ma che corrisponde all’esperienza che hanno avuto migliaia di persone in riferimento ad un loro caro deceduto da solo in ospedale.

E anche se non ho potuto esserci, se non ci sono state le condizioni oggettive per restare con te, tenerti la mano, farti sentire il mio amore e la mia vicinanza concreta, posso dirlo ugualmente anche adesso: “sono qui, sono qui per te, sono sempre qui.”

Lo posso fare adesso, anche se non ci sei più, e lo posso dire a testa alta se decido che no, no padre mio, no nonna, no figlio mio: non te andrai da questa terra, non te ne andrai definitivamente da questa terra.
Perché fino a quando sarò vivo, io ti ricorderò.
Dirò a chi ho intorno che persona eri, lo dirò onestamente, senza enfatizzare; e per quel poco che sarò capace di fare, trasmetterò ciò che hai lasciato alla mia vita e a quella di chi ancora amo.

Non è indispensabile uscire di casa per iniziare tutto questo.

articolo tratto da sipuodiremorte.it

628
Grim Reaper on the road

SI PUÒ RIDERE DELLA MORTE, E COME?

DI DAVIDE SISTO

Negli ultimi anni, non c’è utente dei social network più famosi (Facebook, Instagram, Twitter) che non si sia imbattuto, almeno una volta, nella pubblicità delle onoranze funebri Taffo, il cui leit motiv è fare ironia sulla morte. Durante i periodi elettorali, Taffo rende virale una fotografia in cui sotto la scritta “italiani, vi aspettiamo alle urne” vediamo le immagini di diverse urne che, come potete intuire, nulla hanno a che fare con le cabine del voto. In un’altra fotografia, diffusa quando il Governo italiano ha legiferato a favore del reddito di cittadinanza, leggiamo: “nella vita solo una cosa è sicura. E non è il reddito di cittadinanza”. Sotto, di nuovo, l’immagine di una gigantesca urna. Ancora, durante l’estate, Taffo condivide un’immagine che raffigura due ragazzi che stanno “morendo” dal caldo. Sopra campeggia la scritta “Funeral boom”. Sotto, invece, un esplicito invito: “uscite nelle ore più calde e bevete poca acqua”. Addirittura, in questi giorni, Taffo ha ideato la canzone dell’estate, Magari muori, visualizzata su YouTube da oltre cinquecento mila persone e il cui testo è un invito a godersi la vita, proprio perché consapevoli di morire prima o poi. Una strofa del testo: “Dai, goditi la vita che poi magari muori – e vivi al massimo da qui fino ai crisantemi – non rimandare più che poi magari muori – baciami e stammi addosso che domani sei in un fosso”.

Ridere della morte non è certo una prerogativa esclusiva di Taffo.

Innumerevoli sono, poi, gli esempi cinematografici, musicali e letterari che hanno adottato l’ironia nei confronti del morire. Uno dei più noti esempi tratti dal cinema è quello de Il significato della vita (1983) dei Monty Python, la cui ultima parte è dedicata al Tristo Mietitore, che si presenta alla porta di una graziosa casetta di campagna. “Pare sia un certo signor La Morte, venuto per la mietitura. Non credo ci serva per il momento”. La frase divertente di uno dei protagonisti del film è smentita, ahinoi, dai fatti: una mousse di salmone avariata determina la morte di tutti i partecipanti del pranzo. “Offrire una mousse scaduta è socialmente morire”, dice lo spettro digitale della padrona di casa prima di avviarsi – in automobile – verso il Paradiso. O, ancora, ricordiamo Funeral Party (2007), completamente incentrato sulla risata durante la celebrazione di un funerale: si parte dalla consegna al figlio della salma del padre sbagliato fino ad arrivare alle disavventure provocate da uno degli ospiti il quale ha preso, per sbaglio, un potente allucinogeno invece del Valium.

Si può ridere della morte? Si può, cioè, assumere un atteggiamento scanzonato e irriverente nei confronti di uno degli eventi più dolorosi della nostra esistenza? Quella di Taffo è una strategia pubblicitaria geniale o di cattivo gusto? Dal mio punto di vista, credo che, sì, si possa assumere un atteggiamento ilare anche nei confronti della morte. Ma con dei doverosi distinguo. L’ironia deve, cioè, nascere da una consapevolezza specifica: proprio perché la morte ci spaventa, ci fa soffrire, ci crea ansia, ci paralizza, ecc. possiamo – spesso, dobbiamo – attutirne il peso mettendo a frutto la nostra intelligenza. E l’ironia è, forse, il suo più potente strumento, poiché riesce a ridimensionare il dramma della realtà, cercando di tirare fuori dal tragico l’elemento comico che in esso spesso si cela. Una sorta di detonazione della propria e della altrui tristezza, che fa leva sulla capacità di individuare quel gesto o quella smorfia capaci di ridimensionare, anche per un solo momento, la negatività che ci assale. È, in fondo, un aspetto classico dei comici di professione essere persone, di per sé, malinconiche. La loro comicità è l’arma che gli permette di descrivere quello che provano, forse addirittura di presentarlo per quello che effettivamente è. L’ironia e la comicità, dagli albori dei tempi, sono collegate alla coscienza della nostra mortalità e, senza tale coscienza, probabilmente si sarebbero sviluppate con minor forza tra gli esseri umani.

Assumere questo tipo di atteggiamento nei confronti della morte e della mortalità non deve, però, essere un modo per giustificare qualsivoglia forma di superficialità o la mancanza di empatia. Non deve, cioè, diventare un mezzo con cui deresponsabilizzarci e difendere l’apatia emotiva. In altre parole, il comportamento di Taffo è lodevole se è frutto di una delicatezza interiore, non se è una geniale trovata commerciale che non tiene conto del dolore e della sofferenza che accompagna l’evento della morte.

“Comica o tragica, la cosa più importante è godersi la vita finché si può, perché ci tocca soltanto un giro e quando l’hai fatto l’hai fatto”, diceva Woody Allen in Melinda & Melinda. Ma il godimento della vita non deve, al tempo stesso, essere una scusa per un disimpegno emotivo e una mancanza di condivisione del dolore che, quotidianamente, fa parte del nostro stare al mondo.

Tratto da : Si  può dire morte

339

L’Aldilà. Che cosa accade quando si muore? Attorno al pesante interrogativo s’è sviluppata una ricerca filosofico-teologico-letteraria che offre risposte destinate a restare in sospeso. Ora due saggi, di Paolo Ricca e Ivano Dionigi, affrontano di nuovo il grande tema

Nel suo intenso e originale saggio su «Lucrezio, Seneca e noi», suggestivamente intitolato Quando la vita ti viene a trovare il latinista Ivano Dionigi ha un capitoletto dedicato alla paura della morte, il ricatto più potente che incombe sull’umanità e – sulla scorta di Lucrezio – ne delinea le terribili gemmazioni, come la libidine del potere e della ricchezza, l’immoralità, la servitù e persino la religione. Per l’implacabile poeta latino solo la morte è immortale, il vero inferno è l’aldiquà e il giudizio escatologico è solo una parabola delle nostre malattie morali. Lunga è la fila dei seguaci di Lucrezio, anche se non hanno mai letto un rigo del suo De rerum natura. Il tempo scorre e la morte regge sempre l’altro capo del filo, in attesa di avvoltolarlo o troncarlo per sempre. Come suggeriva il Franco cacciatore di Caproni, «se ne dicono tante. / Si dice anche / che la morte è un trapasso. / (Certo: dal sangue, al sasso)».
C’è, però, anche una visione antitetica del fine vita: tra l’altro, in latino finis copre una trilogia semantica non del tutto sinonimica, perché indica sì un “confine” e una “fine”, ma anche il “fine” e quindi una meta attesa e aperta. Così, sempre per stare al saggio di Dionigi, agli occhi dell’altro grande scrittore classico, Seneca, la morte è un dies natalis, una nuova nascita sulla quale si irraggia una lux divina, fermo restando che l’interrogativo Mors quid est? rimane carico di sospensione, e lo spegnersi vitale è sempre un evento traumatico. Come il filosofo latino di Cordoba, una folla imponente, pur conservando le sue stesse esitazioni, si è affacciata positivamente su un oltrevita.
Basti solo citare la battuta di Rilke nella sua lettera a von Hulewicz a proposito delle Elegie duinesi: «La morte è il lato della vita rivolto altrove da noi, non illuminato da noi».
A questo proposito, nella prospettiva cristiana appare il “risveglio” (tale è il valore del verbo greco usato dal Nuovo Testamento eghéirein) della risurrezione. Esso si fonda sul passaggio di Dio stesso, attraverso il suo Figlio, nella mortalità umana, passaggio reso possibile dalla sua incarnazione o umanizzazione. Facendosi mortale come ogni creatura, Cristo percorre e sperimenta in sé la fine, senza però cessare di essere divino e, quindi, eterno. È per questo che egli trasfigura e trasforma il morire, irradiandolo e fecondandolo con la sua eternità: è appunto la risurrezione, l’oltretempo.
Attorno a questo complesso tema, che non elide la pesantezza degli interrogativi, s’è ovviamente sviluppata una sterminata ricerca filosofico-teologico-letteraria (la stessa Divina Commedia ha come impalcatura proprio questa concezione), cristallizzata in un’infinita biblioteca.
Uno dei nostri più importanti e acuti teologi contemporanei, il valdese Paolo Ricca, affronta di nuovo (lo aveva fatto già anni fa col suo Il cristiano davanti alla morte) la grande domanda: «Che cosa accade quando si muore?», fermo restando che l’unica esperienza del morire che possiamo narrare è quella esterna a noi, vissuta da altri. Egli ripropone l’interrogativo ma da un’angolatura più ardua, ponendosi non davanti ma dopo la morte. Si spiega, così, il titolo Dell’aldilà e dall’aldilà. Tre sono gli sguardi che si sono affacciati su quella terra incognita, cercando di diradarne l’oscurità o di filtrarne la luce abbagliante.
La prima visione è quella immortalistica che affonda le sue radici nel pensiero platonico, aggrappato all’asse metafisico della spiritualità dell’anima e quindi della sua incorruttibilità. Ricca fa scorrere, quasi in un filmato, una decina di ritratti di figure cristiane che hanno tentato di declinare e concordare il messaggio pasquale con una simile lettura dell’antropologia teologica: tra i nomi più noti, ecco Agostino, Tommaso d’Aquino, Lutero, Calvino, Barth, ma non manca anche la voce dell’Oriente ortodosso, sia pure sempre col retrogusto del linguaggio resurrezionistico neotestamentario. Per aggiungere un’attestazione cattolica contemporanea, oltre ad alcune considerazioni di Ratzinger teologo, sarebbe da seguire il rituale liturgico dei defunti che è intessuto di frasi di questo genere: «Accogli, Signore, l’anima del tuo fedele che parte dall’Egitto di questa vita per giungere a te… Venite, santi e angeli di Dio, accogliete quest’anima e presentatela al trono dell’Altissimo…», e così via.
L’anima immortale del morto è, dunque, affidata al suo Creatore. Ricca, però, un po’ a sorpresa, coinvolge nella sua analisi anche lo sguardo “reicarnazionistico”, caro all’induismo e al buddismo, ma presente anche nell’orfismo greco. Curioso è il vaglio degli ipotetici passi biblici addotti a sostegno di questa tesi (Giovanni 8,58; 9,2-3; Matteo 11,7-19; Galati 6,7-8; Apocalisse 13,9-10; Genesi 25,21-26; Salmo 90), testi francamente stiracchiati e improbabili. Lo stesso vale per la successiva tradizione teologica cristiana. Le divergenze sono radicali a livello di antropologia teologica e Ricca, pur riconoscendo alcuni valori generali, argomenta la reale incompatibilità tra questa visione e quella cristiana.

 

La trilogia degli sguardi, dopo quelli immortalistici e incarnazionistici, si conclude con l’aldilà cristiano specifico che, come si diceva, si fonda sulla risurrezione di Cristo. Sono

poche pagine, molto dense eppure trasparenti, che cercano di spogliare il tema da pesantezze materialistiche ma di evitare anche ogni eterea metamorfosi. A questo punto sul tappeto ritorna la domanda di partenza: «Che cosa succede quando si muore?». Tre sono gli approcci esaminati: il credente, privo del corpo fisico, si unisce intimamente a Cristo Risorto; il fedele entra in uno “stadio intermedio” di unione con Cristo, in attesa però della pienezza finale con la risurrezione; la persona credente entra in una sorta di quiete (“sonno”) vegliata dal Signore che la risveglierà-risorgerà al compimento della storia.

Naturalmente lasciamo al lettore di seguire la definizione accurata di questi percorsi e le conclusioni possibili che gettano un fascio di luce su quella terra incognita, senza però poterla del tutto mappare e visitare, stando nell’aldiquà. In finale vorremmo ritornare al libro di Dionigi che segnala un’intuizione di Alcmeone, un remoto e quasi ignoto medico greco del VI sec. a. C. Egli parla dell’«arco della vita» umana attraverso un folgorante gioco di parole della sua lingua nella quale “vita” è bíos e “arco” biós. Il cerchio è la pienezza perfetta ed è questa la vita della divinità; «gli uomini, invece, muoiono perché non possono ricongiungere il principio con la fine», essendo la loro vita-bíos solo un arco-biós incompleto. Con un’allegoria cristiana potremmo dire che solo Dio con un atto di grazia potrebbe aiutarci a chiudere a cerchio l’arco (biós) limitato della nostra vita (bíos).

in “Il Sole 24 Ore” del 27 gennaio 2019

535
Le tombe di Arlington addobbate con delle ghirlande in occasione di una giornata speciale in memoria dei veterani, inaugurata nel 1992 proprio ad Arlington. (AP Photo/Jose Luis Magana)

Il cimitero di Arlington è pieno

Il più famoso cimitero militare del mondo accoglie ogni anno 7 mila nuove salme, e si sta pensando come ridurle: ma non è facile

 

Il cimitero nazionale di Arlington è il più grande e famoso cimitero militare degli Stati Uniti: si trova in Virginia, sull’altra sponda del fiume Potomac rispetto a Washington D.C., esattamente davanti al Lincoln Memorial. Esiste dai tempi della guerra di secessione e sorse in origine a fianco della casa di Robert Edward Lee, lo storico generale sudista. Ha una superficie di circa 2,5 chilometri quadrati e oggi ospita circa 420mila tombe, per la grande maggioranza uguali: lapidi bianche, spoglie e sobrie. Il cimitero di Arlington è un’istituzione ed è il posto dove vogliono farsi seppellire moltissimi militari americani, ma ha un problema: è troppo pieno.

Ogni anno, infatti, vengono sepolti ad Arlington circa 7mila nuovi soldati, o loro familiari. Di questo passo entro 25 anni tutto il terreno disponibile sarà occupato, mettendo fine a una delle più sentite tradizioni dell’esercito degli Stati Uniti. Per questo si sta discutendo di come fare: cambiare i criteri per poter essere seppelliti ad Arlington, oppure continuare con gli attuali e allestire nel frattempo un nuovo cimitero. Quello di Arlington, ovviamente, non è l’unico cimitero militare negli Stati Uniti: ce ne sono 135 soltanto tra quelli gestiti direttamente dal Dipartimento per i Reduci di guerra, anche se meno famosi. Arlington è oggi una specie di museo – ci sono anche le tombe dei Kennedy – visitato anche da turisti e da chi in generale non ha legami con l’esercito.
Il dibattito sui criteri per essere sepolti ad Arlington è un po’ spinoso, perché coinvolge i principi fondamentali sui quali fu fondato, e che lo hanno reso quello che è oggi: e cioè che tutti i soldati sepolti sono uguali, e hanno pari dignità in quanto hanno servito il proprio paese. Attualmente, i criteri per esservi sepolti sono già più restrittivi di quelli della maggior parte dei cimiteri militari americani, e lo sono ancora di più per le tombe nella terra, rispetto a quelle nel grande colombario del cimitero. Ma possono comunque chiedere un posto ad Arlington una gran parte delle persone che hanno prestato servizio nell’esercito abbastanza a lungo da poter ottenere la pensione, da quelle ferite o morte in combattimento, a quelle premiate per il valore e ai prigionieri di guerra, alle loro mogli, mariti o figli.

La proposta più radicale è restringere ulteriormente questi criteri, così che possano essere sepolti ad Arlington soltanto i soldati morti in servizio, oppure quelli che hanno ricevuto la Medaglia d’Onore, il più alto riconoscimento militare. In questo modo ad Arlington verrebbero sepolti ogni anno meno soldati di quanti oggi ne vengano sepolti in una settimana. Per provare a risolvere il problema, l’esercito sta conducendo dei sondaggi sul destino di Arlington: andranno avanti tutta l’estate, e saranno poi elaborati in una serie di suggerimenti.

Quando il cimitero di Arlington esisteva da poco, non era un posto molto ambito, anzi: ci venivano sepolti i soldati di quelle famiglie che non potevano permettersi di riportare a casa la salma. Fu fondato quando i cimiteri di Washington non bastarono più per le migliaia di morti della guerra di secessione, vicino alla casa del generale Lee, che avendo scelto di combattere con l’esercito Confederato era considerato un traditore. Le cose cambiarono quando importanti e amati ufficiali dell’esercito unionista decisero di farsi seppellire lì, in mezzo ai loro soldati. Dopo la Prima guerra mondiale, poi, fu eretta una grande tomba per i militi ignoti, che praticamente ogni anno viene visitata dal presidente degli Stati Uniti.

Oggi, tra quelli sepolti ad Arlington, ci sono il primo esploratore che mappò il Grand Canyon, la prima persona morta in un incidente aereo, il primo astronauta morto durante un viaggio spaziale, il medico che inventò il vaccino per la polio, e altri soldati diventati illustri per vari motivi, ma che per la maggior parte, se le nuove regole entrassero in vigore, non potrebbero più essere sepolti lì. E poi ci sono due presidenti, William Howard Taft e John F. Kennedy, oltre che i suoi due fratelli e senatori Robert ed Edward.
John Towles, un dirigente dell’associazione dei Veterani delle Guerre all’Estero, ha spiegato al New York Times di essere contrario alle nuove restrizioni, perché vanno contro quanto promesso a generazioni intere di veterani. «Lasciamo che Arlington si riempia di persone che hanno servito il proprio paese. Possiamo creare un nuovo cimitero nel frattempo, e sarà altrettanto speciale».
Già da tempo Arlington ha preso alcune decisioni per occupare meno spazio: i familiari, per esempio, non sono più sepolti uno accanto all’altro ma in una stessa tomba, più profonda. Le sezioni con le ceneri dei corpi cremati ora hanno lapidi più ravvicinate.
Secondo i primi sondaggi, l’opinione pubblica è favorevole a dare la priorità ai soldati morti in combattimento o a quelli premiati per il valore. Ma, ha spiegato il New York Times, in questo modo sarebbero esclusi alcuni soldati ora sepolti ad Arlington che innegabilmente se lo sono meritati. Tipo Joseph McLachlan, un colonnello e pilota che combatté nello sbarco in Normandia, e il cui aereo fu abbattuto. Ferito, si mise in salvo attraversando le linee nemiche, e dopo la guerra partecipò ad oltre 100 missioni. Ricevette varie medaglie ma non quella d’Onore, e morì nel 2005. «Il mio Joe era un uomo straordinario. Molto coraggioso, molto gentile. Non sono sicura sia giusto escludere persone come lui. Erano sotto al fuoco nemico, anche se sono sopravvissuti. Essere sepolto qui, con i suoi amici, era molto importante per lui. È davvero un dilemma», ha detto al New York Times sua moglie Nadine McLachlan.

Da www.ilpost.it

575

I CIMITERI DI HOLLYWOOD

Di Marta Soligo

 Non distanti dall’affollatissima Walk of Fame e dalle colline di Hollywood, sorgono, discreti e silenziosi, i tre cimiteri dove riposano quelle celebrità che a partire dall’inizio del secolo scorso hanno portato l’industria cinematografica hollywoodiana agli apici del successo. Un tour, quello dei memorial parks, ideale da intraprendere di domenica, quando le strade della metropoli sono meno congestionate e anche i frenetici ritmi cittadini sembrano prendersi una pausa.Un itinerario che non potrebbe iniziare in modo migliore se non nel piccolo Westwood Village Memorial Park, poco lontano da Beverly Hills, la cui posizione quasi nascosta e priva di indicazioni non fa certo immaginare la presenza della tomba della grande Marylin Monroe, che risalta tra le altre lapidi per il colore rosa pallido e i baci stampati sul marmo dal rossetto delle fans. Oltre alle spoglie della biondissima diva, in questo cimitero privato sono sepolti, tra fontane e curati giardinetti, personaggi del calibro di Walter Matthau, Jack Lemmon, Dean Martin e Gene Kelly, che sembrano averlo scelto proprio per le dimensioni ridotte ed un’atmosfera particolarmente tranquilla, che poco ha a che fare con il caotico e indiscreto mondo dei riflettori.
Proseguendo in direzione Est sulla Santa Monica Boulevard, praticamente nel pieno centro di Hollywood, si incontra il famoso Hollywood Forever Cemetery. Noto per le tombe di diversi attori, compositori e registi, oltre che della madre e del figlio di Charlie Chaplin, questo cimitero è famoso per l’organizzazione di serate dedicate al mondo del cinema, durante le quali nel grande parco vengono proiettati film vintage.
Se a qualcuno potrà sembrare strana l’idea di un maxischermo all’interno di un cimitero, presto verrà smentito dal successo dell’iniziativa, che, a detta dei losangelini doc, è un’esperienza da provare almeno una volta nella vita. Probabilmente a causa della sua posizione, a pochi minuti dalla Hollywood Boulevard, l’Hollywood Forever si rivela il più “turisticizzato” tra i memorial parks, come dimostra il vistoso cartello all’ingresso e la presenza di mappe acquistabili presso la guardiola all’entrata. Nonostante ciò, comunque, non si può parlare di una consistente presenza turistica: è più facile infatti imbattersi in qualche devoto parente che porta un mazzo di fiori piuttosto che in viaggiatori curiosi alla ricerca di star, condizione che ha permesso al luogo di mantenere un’incontaminata aura di sacralità.
La terza e ultima tappa sembra voler rispettare il detto “dulcis in fundo”: situato a Nord, nel quartiere di Glendale, il Forest Lawn Memorial Park dimostra di essere un caso unico al mondo. Questo vero e proprio angolo di paradiso in collina, venne concepito dal suo fondatore, l’imprenditore Hubert Heaton, come un luogo il cui imperativo doveva essere la felicità, dove la morte non rappresentasse qualcosa di triste, bensì un momento da vivere con serenità. “I believe in happy and eternal life” cita infatti “The Builder’s creed” (Il credo dell’ideatore) inciso su una grande parete situata fuori dal Great Mausoleum, cappella che ospita la tomba di Elizabeth Taylor, nonché una riproduzione dell’Ultima Cena di Leonardo e alcune copie di sculture di Michelangelo Buonarroti. Come gli altri due cimiteri, anche in quest’ultimo sono sepolti numerosi personaggi noti, tra cui Ronald Reagan, Clarke Gable, Humphrey Bogart, Walt Disney e The King of Pop, Michael Jackson, che riposa all’interno di una cappella privata accessibile solo ai parenti, al cui ingresso non mancano cartelloni, lettere e regali portati da fans provenienti da tutto il mondo. Ma il Forest Lawn va ben al di là dell’essere un semplice memorial park: la vastissima superficie (motivo per il quale è consigliabile visitarlo in automobile), la vista mozzafiato sulla città di cui si può godere dai punti più alti del parco e la bellezza degli elementi ornamentali tra giardini, statue e scalinate, fanno sì che esso venga scelto anche come location per numerosi matrimoni. E’ un’atmosfera particolare quella che si respira in questo luogo, sospesa tra quiete e magia. E se nella “città degli angeli” dovessimo immaginare una dimora per questi ultimi, senza dubbio il Forest Lawn sarebbe la risposta perfetta.

410

IL RUMORE DEL LUTTO

La manifestazione IL RUMORE DEL LUTTO, patrocinata dal Comune e dall’Università di Parma e organizzata dall’associazione Segnali di vita, avrà luogo dal 30 ottobre al 5 novembre, con due anteprime il 20 e il 25 ottobre. Durante questo periodo in diversi luoghi della città si susseguiranno una quarantina di eventi che spazieranno dalla musica all’architettura, dall’arte al teatro, dalla letteratura al cinema, dalla psicologia alla medicina…, quasi tutti ad ingresso libero, alcuni pensati anche per i bambini.

La ormai consueta manifestazione pone l’attenzione sul tema della morte che da alcuni anni ha superato i limiti del tabù e viene trattato come parte della vita. I sempre più numerosi percorsi culturali di presa di coscienza individuale e collettiva, insieme alle esperienze di ricerca dei linguaggi da adottare e dei contenuti su cui soffermarsi, danno prova dell’affermarsi di una volontà diversa da quella tradizionale che negava e tendeva ad occultare l’evidenza e l’inevitabilità della morte.

In questo nuovo corso culturale e sociale, di cui Il Rumore del Lutto è una concreta esperienza, si inserisce il concetto di death education (o educazione alla morte), con la finalità di favorire e diffondere i significati esistenziali che scaturiscono dallo studio della morte – attraverso una metodologia di insegnamento indirizzata a tutte le età – e tesi a semplificare la riflessione sul valore della vita intesa complessivamente come inizio e fine di un percorso.

Sino alla metà del secolo scorso la morte di una persona condizionava la vita della comunità che supportava e si stringeva intorno alla famiglia, e che, attraverso una forma collettiva di apprendimento dei valori, educava alla consapevolezza della morte costruendo il senso del vivere in previsione del dover morire. Forse, la crisi attuale in cui versano i riti tradizionali e la mancanza di scripts sociali conferiscono a tale inevitabile quanto naturale condizione, i tratti della peggiore delle disgrazie e della assoluta tragedia, indipendentemente dalla causalità dell’evento.
Nei primi giorni di novembre, che per tradizione sono dedicati alla commemorazione dei defunti, a Parma – città dei vivi – è possibile individuare particolari spazi, a parte quelli religiosi in chiesa o al cimitero, in cui incontrarsi per dialogare e confrontarsi, rivalutando la morte ed il morire come elementi della vita.

 

596

La legge 219 sul Consenso Informato: quali novità?

di Marina Sozzi

American doctor talking to senior man in surgeryLa legge 219, sul Consenso informato e sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento, approvata alla fine del 2017 ed entrata in vigore a fine gennaio 2018, contiene in sé due innovazioni culturali molto importanti: in questo articolo parliamo della prima (il Consenso informato), e un secondo post sarà dedicato alle DAT.

L’articolo 1 della legge afferma il diritto dei cittadini a conoscere le proprie condizioni di salute e a essere informati in modo completo, aggiornato e comprensibile su diagnosi, prognosi e conseguenze dei trattamenti sanitari consigliati dal medico. Ciò significa che il soggetto delle scelte sulla salute è l’individuo malato, con i suoi familiari e i suoi cari. Non si tratta di un’affermazione scontata o di poco conto. Storicamente, dai tempi della scuola medica di Ippocrate (V secolo a.C.) agli anni Sessanta del Novecento, il rapporto medico-paziente ha seguito un modello paternalistico: la relazione è stata sempre considerata fortemente asimmetrica, così che stabilire cosa fosse bene per il paziente spettava solo al medico. Nel corso dei secoli quasi nulla è mutato. Ancora nei codici deontologici degli anni 70 e 80 del Novecento, si raccomanda di nascondere al paziente la malattia grave, e semmai di comunicare alla famiglia la prognosi infausta. In tale atteggiamento era anche presente l’idea (verrebbe da dire, il pensiero magico) che togliere la speranza della guarigione al malato avrebbe peggiorato le sue condizioni fisiche. Quindi, viva la menzogna (anche diverse correnti all’interno della Chiesa – con l’eccezione di Agostino – ritenevano che tale menzogna a fin di bene non fosse peccato).

Solo molto recentemente il modello paternalistico è stato messo in discussione, e oggi si tende a pensare, erroneamente, che sia tramontato. Ma chiunque di noi abbia dovuto firmare un modulo di consenso informato, per un esame invasivo o un’operazione chirurgica, sa che la propria firma si riduce a mero adempimento burocratico, e raramente comporta un’autentica comunicazione tra medico e paziente.

Sono inoltre disponibili alcuni dati sconcertanti, raccolti negli Usa negli anni 2000, riguardo alla percentuale di verità detta ai pazienti sulla diagnosi (i dati si trovano nel volume di Marzio Barbagli, Fine della vita. Morire in Italia). I medici hanno parlato apertamente della diagnosi al 93% dei pazienti con cancro al seno o alla prostata, ma solo all’84% di quelli con cancro ai polmoni, al 78% dei malati di Parkinson, al 48% di quelli malati di ictus, al 45% degli affetti da Alzheimer, al 27% di quelli che soffrono di altre forme di demenza.

Come leggere questi dati? Se la prognosi si fa infausta, o se si tratta di malattie rispetto alle quali la medicina si sente impotente, come le demenze, la verità viene detta più raramente: non solo sulla prognosi, ma anche sulla diagnosi. E i medici americani hanno ammesso la loro difficoltà nel dire la verità al malato. In Italia, dati come questi non sono neppure raccolti, e non oso immaginare cosa emergerebbe da una tale indagine.

Inutile ricordare anche che nella maggioranza dei casi il consenso informato è oggi un foglio che ha come principale ruolo quello di proteggere il medico da eventuali rivendicazioni legali da parte dei pazienti. Venuto meno il paternalismo, non è stato sostituito da una relazione aperta e sincera tra medico e paziente, dall’auspicata alleanza terapeutica. Anzi. Entrambi sono sulla difensiva, due diffidenze si incrociano. Il paziente teme l’incompetenza del medico, non accetta che la medicina possa fallire, e non è più paziente, ma esigente, come scrive Ivan Cavicchi. E il medico, che da un lato pensa di dover essere onnipotente, e dall’altro sa di poter fallire, cerca di proteggersi da eventuali denunce.

In questa pessima situazione, che fortunatamente ha un certo numero di felici eccezioni, era senz’altro indispensabile una legge che spiegasse bene in cosa consiste il consenso informato, quali sono i diritti dei cittadini e i doveri dei medici. E tuttavia, non possiamo dare un giudizio positivo su questa legge, neppure su questo prezioso articolo 1.

Quando si vuole cambiare una prassi, infatti, non è sufficiente enunciare come dovrebbero andare le cose. Occorre stabilire come fare perché le cose cambino. In questo caso, è indispensabile (la legge lo dice) fare formazione ai medici, affinché imparino a parlare con i loro pazienti, e a comunicare anche le cattive notizie. Affinché i dottori comprendano che la speranza non è necessariamente aspettativa di guarigione, e che i pazienti hanno tanti altri tipi di speranza che possono coltivare, anche alla fine della vita. Affinché i dottori riescano a mettere in gioco anche la loro umanità, la loro umana fragilità, nel parlare con i pazienti (e allora si vedrebbero le denunce contro i medici diminuire vertiginosamente). Il tempo della comunicazione è tempo di cura, recita la legge. Bellissima affermazione di principio, ma come ottenere che entri nella prassi clinica?

Senza un’adeguata e sistematica formazione, non c’è speranza che le cose cambino, se non con enorme lentezza: i tempi lunghi dei cambiamenti spontanei di mentalità.

Ma questa legge non fa nulla per essere motore di cambiamento: non indica quali enti dovrebbero fare formazione, e neppure stanzia denaro, neppure un euro, a tal fine. Neppure auspica che una vasta campagna di informazione sia dedicata ai cittadini e ai pazienti, che continuano a delegare ai medici scelte che non sanno di poter fare in prima persona e che non ritengono di avere la capacità di fare. Peccato. L’ennesimo contentino a chi voleva la legge, l’ennesima occasione perduta.

 

articolo tratto da sipuodiremorte.it

890

FILOSOFIA DELLA CREMAZIONE

La cremazione è un rito antichissimo, ma è ragionevole pensare che le motivazioni che ne sostengono l’idea non si siano poi così tanto modificate nel tempo.

Ognuno, ovviamente, ha le proprie trattandosi di una scelta intimistica: ma volendo provare ad identificare quelle che ci appaiono più ricorrenti potremmo dire che la cremazione è scelta perché:
• si vuole evitare il lento processo biologico degenerativo della decomposizione;
• per motivi igienici, civici od estetici;
• c’è sempre una atavica incontrollabile paura di essere sepolti vivi;
• non piace o viene addirittura rifiutato il culto dei cimiteri e dei sepolcri come inteso oggi con tanto carico di conformismo;
• si vuole diversità anche nella morte e dopo di essa;
• la cremazione si propone con valori di nobiltà che aiutano le persone a prepararsi meglio alla perdita di chi si ama ed al proprio trapasso.
Quando poi alla cremazione segue la dispersione delle ceneri, si vedono emergere altri valori:
• il rifiuto totale del cimitero e del suo carico ,a volte cupo, di tradizioni
• il desiderio di un ultimo definitivo segno d’affetto (farsi disperdere in un luogo legato a cari ricordi) o estetico (luoghi di grande bellezza naturale o di suggestione storica)
• l’aspirazione di tipo metafisico ad un ricongiungimento globalizzante con la natura (la dispersione nel vento…)

Nel romanzo “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, di Milan Kundera, la protagonista chiede di essere cremata e poi le ceneri disperse per morire “sotto il segno della leggerezza” e non, come i suoi amici inumati, sotto il segno della pesantezza. L’Autore Kundera commenta: “Essa sarà più leggera dell’aria dato che, come insegna Parmenide – filosofo greco del V secolo a.c. – il fuoco è la trasformazione del negativo in positivo”.

ARTICOLO TRATTO DA : www.socremmilano.it

1024

IL RICORDO VIRTUALE: INTERNET PER NON DIMENTICARE??

Navigando per il web capita, non di rado, di imbattersi in siti che mai avremmo pensato di visitare, ma soprattutto, mai avremmo pensato che potessero esistere. Uno di questi è “Find a Grave”, un sito dedicato alle tombe esistenti nei cimiteri di tutto il mondo.

Questo curioso website, nasce dalla mente di Jim Tipton nel 1995. L’hobby preferito del fondatore di Find the Grave era proprio quello di visitare le tombe di personaggi famosi, ma non trovando in internet le informazioni necessarie a coltivare questa sua passione, ha deciso di creare lui stesso, sfruttando la sua ormai larga esperienza sull’argomento, un luogo virtuale dove altri appassionati come lui potevano scambiarsi informazioni e confrontare il proprio interesse per l’arte funeraria.
L’idea ha avuto subito successo: in migliaia a condividere la stessa sua passione e oggi il sito può contare sul contributo di oltre 500.000 visitatori che forniscono continuamente nuove informazioni su vita, e soprattutto morte, di vip e familiari scomparsi e che contribuiscono all’aggiornamento quotidiano dei contenuti.

Ma a cosa servirà in fondo un sito del genere?
Proprio sul sito viene data la spiegazione dell’utilità di una banca dati di questo tipo: prima di tutto, viene affermato che bisogna considerare l’importanza storica che ha un “registro” di tutti coloro che sono stati parte dell’umanità; poi si può considerare come un utile strumento per la ricerca dei propri antenati esistiti in tempi molto lontani e, quindi, tentare di ricostruire il proprio albero genealogico; ma in particolare, ben lontano dall’avere significati macabri o raccapriccianti, Find the Grave si presenta come uno strumento utile per mantenere viva la memoria di qualcuno che è stato importante per noi, o perché ha lasciato un segno nella storia dell’umanità, o perché semplicemente ha lasciato un prezioso ricordo nel cuore di ogni singolo familiare o amico.

Ma come funziona?
Basta digitare il nome della persona, ehm pardon, della tomba che si vuole trovare e, se presente nel database del sito, verrà fuori una scheda con tanto di foto del defunto, coordinate (anche GPS) sul cimitero in cui si trova sepolto, informazioni biografiche e, se volete, potete contribuire voi stessi ad arricchire la pagina inviando tutto ciò che sapete sulla salma, o, in alternativa potete lasciare sul sepolcro virtuale degli omaggi come fiori, post animati e file musicali a dimostrazione del vostro affetto. Attenzione, però, a non inserire contenuti offensivi o infamanti, uno speciale filtro è attivo per evitare che qualcuno possa in qualche modo offendere la memoria di chi non è più in vita.

Ma perché così tante persone sono interessate al “sonno eterno”? Qualcuno spiega tutto ciò come un modo per esorcizzare qualcosa che ci fa paura e per familiarizzare con l’inevitabile. Ma forse la curiosità e l’interesse nascono semplicemente dal fatto che si tratta di qualcosa che non si conosce e che ovviamente, proprio per la natura stessa della cosa, non possiamo conoscere fino in fondo, e tutto quello che non conosciamo e dietro cui aleggia il mistero ci affascina e ci incuriosisce. O forse è perché ancora non riusciamo ad accettare che persone che, per vari motivi, sono stati importanti per noi, possano veramente scomparire per sempre dalla nostra quotidianità. Non è accettabile, e allora si soddisfa il bisogno di farli rivivere, ridando loro vita attraverso i ricordi e internet è solo uno dei possibili mezzi che abbiamo a nostra.