L’ignoto nel cuore e un figlio a casa: l’ultima scalata di Daniele...

L’ignoto nel cuore e un figlio a casa: l’ultima scalata di Daniele Nardi è solo follia?

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L’ignoto nel cuore e un figlio a casa: l’ultima scalata di Daniele Nardi è solo follia?

di Annalisa Teggi

E’ morto insieme al compagno di scalata Tom Ballard sullo sperone Mummery del Nanga Parbat: questa impresa tragica spalanca la domanda sull’uomo in bilico tra desiderio di assoluto, affetti domestici e confronto col limite.

Dal 24 febbraio il loro destino è rimasto sospeso per giorni, poi la conferma dell’avvistamento dei cadaveri appesi allo sperone che volevano scalare: Daniele Nardi e Tom Ballard sono morti sul monte Nanga Parbat. I loro corpi per ora non saranno recuperati, resteranno lì dove la morte li ha colti mentre tentavano di raggiungere la cima. L’alpinista Simone Moro sta organizzando un’operazione di un recupero prima che i ghiacci nascondando per sempre le salme.

Il nome di questa montagna del Pakistan mi era ignoto prima di questa vicenda, in sanscrito significa”montagna degli dèi” e tra gli scalatori è conosciuta col soprannome di montagna assassina: 8126 metri di altezza e la media di un morto ogni 4 alpinisti che tentano l’ascesa. Era il pensiero fisso di Daniele Nardi, che aveva già tentato l’impresa quattro volte. Riuscito a raggiungere la meta in estate, voleva riuscirci anche in pieno inverno, seguendo un percorso diretto alla cima ma durissimo e mai riuscito a uomo vivente, la cosiddetta via Mummery.
Reihnold Messner vide morire il fratello Guther proprio lì nel 1970 e aveva dissuaso Nardi dal ritentare la salita:

«A Daniele Nardi, tre o quattro anni fa, dissi che salire sullo sperone Mummery non è un atto eroico, ma è stupidità» (da Corriere)

A differenza di Messner, che correda quest’affermazione di tutta la comprensione per il dolore dei familiari e del senso per cui alcuni uomini tentano imprese così audaci, molte persone comuni hanno riempito di parole sgarbate gli articoli sulla vicenda e il profilo social di Nardi, accusandolo di aver messo l’orgoglio davanti all’amore per la propria famiglia: Daniele lascia, oltre alla moglie Daniela, un figlio di otto mesi alla cui nascita aveva assistito con immensa emozione.

Se stavi a casa non succedeva

E’ facile, a tragedia avvenuta, puntare il dito ed ergersi a moralizzatori. Sarebbe anche facile chiudere i lembi di questa ferita usando parole come ossessione, suicidio annunciato, eccesso di orgoglio. La moglie di Daniele Nardi è rimasta in silenzio, certamente distrutta eppure pienamente avveduta nello scegliere di contemplare (senza sprecare parole) questa tragica vicenda.

Chi, con pressapochismo e tanto astio astratto, si permette di insultare un alpinista appena morto a suon di “cosa c’è di più importante di tuo figlio?” e “se stavi a casa non succedeva” rischia di travisare una domanda legittima: perché un padre sceglie consapevolmente di rischiare la vita lasciando casa e famiglia alle spalle?

L’avverbio consapevolmente è doveroso nel caso di Daniele Nardi che ci viene descritto dai colleghi e amici come puntiglioso nella preparazione ed esperto di quel preciso sperone montuoso: aveva soccorso altri scalatori in pericolo di vita sul Nanga Parbat, altre volte aveva conquistato metri preziosi su quello sperone e mollato di fronte al pericolo. Conosceva la necessità di cedere di fronte all’imprevisto, aveva studiato tantissimo e non era malato di egoismo.

L’amico giornalista Dario Ricci lo ricorda oggi citando queste parole di Daniele:

“Non credo che un Ottomila sia un dio pagano, di quelli che richiedono il sacrificio umano per ribadire il proprio vincolo, e in fondo il proprio dominio, sul genere umano e sul suo destino. Avere invece l’esatta percezione di questo dialogo sempre aperto ti permette di sentire sempre, nella sua concretezza fisica, direi, il limite verso il quale puoi indirizzarti, ma oltre il quale sai di non poterti spingere senza mettere a rischio la tua stessa vita” (Da Il Sole 24 ore)

La consapevolezza del rischio è ciò che distingue un audace da un pazzo. La coscienza del limite è ciò che separa un coraggioso da un egocentrico. Rischio e limite sono due parole che papà Daniele consegnerà a suo figlio come eredità viva, con tutta la problematicità aperta che si spalanca. Lo amava, quel piccolo Mattia di otto mesi che ora è orfano. Lo scorso dicembre, prima della partenza per il Pakistan, Nardi aveva rilasciato un’intervista alle Iene, maestre di domande sfacciate; riguardo all’ipotesi di morire sulla montagna lasciando suo figlio senza il padre aveva risposto:

“Vorrei essere ricordato come un ragazzo che ha provato una cosa incredibile, impossibile che però non si è arreso. Il messaggio che voglio lasciare a mio figlio se non dovessi tornare è quello di non fermarsi, non arrendersi. Datti da fare perché il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non solo un’idea. E vale la pena provarci”.

Parla di pace perché la visibilità guadagnata con le sue imprese lo avevano reso un ambasciatore dell’Alta Bandiera dei Diritti Umani, dunque non era persona interamente centrata su di sé. E’ difficile immedesimarsi in un cuore che ama la famiglia e non di meno la lascia per sfidare l’ignoto. La ferita, per quanto mi riguarda, resta aperta nella certezza che due opposti non si eliminano a vicenda.
Da una parte è vero che la famiglia non è un’appendice: stare nel luogo dove siamo chiamati, fosse anche in perfetta pianura e ampio quanto un campo da calcio, è un compito difficile ed encomiabile come scalare l’Everest o fare il giro del mondo in solitaria. Anzi, essere aggrappati a pochi metri quadri di routine può essere addirittura più eroico. Eppure, questa incontestabile verità non cancella il valore di altre ipotesi, se si aggrappano alla domanda: cosa fa di un padre un vero padre? Perché la risposta non può essere banalmente “colui che non rischia nulla per il bene dei figli”. Padre è anche chi rischia, chi educa a qualcosa di grande rischiando.
Dall’altra parte c’è infatti l’apertura alla realtà: stare chiusi e fare della famiglia un recinto che ci protegga dagli urti, dai misteri, dalle grandezze vertiginose del mondo è una trappola altrettanto pericolosa. Il senso dell’educazione che diamo ai nostri figli è apertura al mistero grande della realtà, a volerlo conoscere per dare un nome a Chi l’ha fatto.

All’amica scrittrice Alessandra Carati, che lo aveva seguito al campo base per l’arrampicata al Nunga Parabat, Nardi aveva confessato di essere alla ricerca del proprio io:

«Devi essere così concentrato che [salire] diventa quasi una forma di meditazione — racconta Alessandra —. Daniele lassù si sentiva tutt’uno con la natura e la montagna. Era la sua ricerca di spiritualità, il nucleo più profondo della sua umanità». (da Corriere)

Tentando di avvicinarmi a questo cuore indomito, finisco lì dove sua moglie è già: nel silenzio. L’assenza di un padre è dolore, ma questo padre non si è assentato con superficialità e per voltare le spalle ai suoi cari, ma per volgere lo sguardo a un centro ignoto che è più in alto di tutto ciò che l’uomo può costruire.

Aprire una via, ascesa, purezza

Due ore scarse di sole al giorno, 40 gradi sotto zero, tempeste di neve, il presidio di soldati per il rischio di incursioni dei talebani: questa era la situazione al campo base sul Nanga Parbat da cui sono partiti Daniele Nardi e Tom Ballard. Non sono semplici condizioni avverse, è un peso insostenibile di fronte a cui il semplice avventuriero egocentrico cede in fretta.

Quando Daniele Nardi parlava di montagna usava termini che non sentiamo più nella vita quotidiana: ascesa, aprire una via, purezza. Il desiderio che riempiva fino all’eccesso il suo cuore era la possibilità di salire lungo un percorso non calpestato da piede umano, farlo con l’umiltà di un alpinismo semplice dove non è in dubbio la piccolezza umana a fronte della magnificenza esorbitante della natura. La chiamava un’ascesa in purezza.

Altre vie, più consolidate, portavano alla cima del monte Nunga Parbat; ma Nardi vedeva nel percorso Mummery una via diretta, una spada lucente e dritta fino alla cima. Come non comprendere anche solo per pura intuizione la bellezza di questa ipotesi? Chi di noi non vorrebbe lasciarsi ogni bassezza alle spalle e inerpicarsi fino alla sommità di tutto? E’ un’immagine bella e terribile del nostro destino, che le sole forze umano non compiono.

Un’eccesso di dedizione a questo sogno gli è costato la vita, non ha voluto ascoltare chi lo dissuadeva. Sono leciti tutti i richiami a una consapevolezza più accorta, meno prorompente nell’entusiasmo.

Ma pur con tutto il pianto nel cuore per le famiglie, non riesco a muovere nessuna accusa a Nardi. Accusa non è la parola giusta, e non ne trovo altre adeguate. Anche Dante rimase in silenzio di fronte a Ulisse che gli raccontò della sua morte oltre le Colonne d’Ercole. L’umano ha dei limiti oggettivi, ma ha anche un’anima capace di un ardore infinito. Come si fa a non ammirare l’idea di un’ascesa in purezza? E’ questo gigantesco e folle sforzo umano che rende così necessaria e ragionevole l’Incarnazione. Noi vogliamo salire al cielo, ma non abbiamo le ali.

Non una virgola in meno della follia sensata di Daniele Nardi vorrei che soffiasse nel cuore dei miei figli, non un briciolo in meno del suo ardore nell’aprire una via nuova. Che avrà meditato salendo? Che vertigine è stare a tu per tu con ogni forma pesante di limite? Come sta spalancato un cuore di fronte a una vastità che eccede in tutto? Messner ha auspicato che le famiglie di Ballard e Nardi possano recarsi in Pakistan a vedere il luogo dove sono morti i loro cuori, per dare un volto non solo al lutto ma anche al senso di quella scalata.

Lo capisco, ed è l’unica cosa da fare anche per noi. Stare ai piedi della montagna che non si fa scalare. Perché solo contemplando la ferita sanguinante di questo fallimento umano, pieno di ardore, si capisce che l’unica cosa sensata per l’uomo è che quella via nuova sia aperta da Dio, scendendo dal Cielo.

 

articolo tratto da : aleteia.org